La Confessione di Nikolaj Stavrogin a Tichon: Analisi del Nichilismo e dell'Indifferenza in Dostoevskij

Il romanzo I demoni di Fëdor Dostoevskij, scritto tra il 1870 e il 1872 e pubblicato a puntate sulla rivista "Il messaggero russo", si configura come una straordinaria opera corale dal profondo valore artistico-letterario e filosofico. Attraverso le parole del cronista/narratore, il lettore si immerge nell’atmosfera storica, sociale e culturale della Russia di fine Ottocento, seguendo i dialoghi, le azioni e i pensieri più riposti dei personaggi.

La profondità dell'analisi psicologica di Dostoevskij fu apprezzata dal filosofo Nietzsche, il quale, ne Il crepuscolo degli idoli, scrisse che Dostoevskij «è l’unico psicologo da cui avrei qualcosa da imparare». Nietzsche, che considerava il romanziere russo "un suo valido avversario" (Gianlorenzo Pacini), era particolarmente interessato al grande tema del nichilismo, ricopiando su un quaderno vari passi de I demoni, in particolare quelli riguardanti Stavrogin, in cui vedeva rappresentato il perfetto nichilista.

Dostoevskij affronta il tema del nichilismo non in astratto, ma incidendolo nella carne e nel sangue dei personaggi, uomini tormentati e dominati da una loro parziale e unilaterale verità. Per il romanziere russo, il nichilismo è la perdizione di chi ha perso Dio, e c'è una filiazione diretta tra il pensiero liberale e progressista e il nichilismo stesso, la cui essenza comune è l'individualismo. L'individuo che non riconosce alcunché sopra di sé, che si arroga il diritto di legiferare sul mondo e non ammette limiti, è il prototipo del perfetto nichilista.

Le Forme del Nichilismo ne "I Demoni"

Nel romanzo sono rappresentati tre aspetti del nichilismo:

  • Il nichilista “politico” è raffigurato in Pëtr Stepanovic, il rivoluzionario privo di scrupoli che antepone a tutto la propria ambizione e volontà di potenza, non arretrando dinanzi all'omicidio e concordando con il dottrinario Sigalëv sull'unica soluzione per garantire l'eguaglianza: un illimitato dispotismo.
  • Il nichilista “filosofico” è Kirillov, tormentato dal problema dell’esistenza di Dio, che giunge alla negazione di Dio e all’affermazione della libertà dell’uomo. La sua conclusione aberrante è che solo il suicidio metafisico può provare la "verità" della sua negazione di Dio.
  • Il nichilista etico-esistenziale è rappresentato da Nikolaj Stavrogin, figura tormentata, indifferente e contraddittoria, considerato l’ispiratore degli altri nichilisti per la sua coerenza di fondo.
Schema grafico: Tipi di nichilismo ne I demoni (politico, filosofico, etico-esistenziale) con nomi dei personaggi associati

Il Contesto e la Storia del Capitolo "Da Tichon"

Il capitolo "Da Tichon", noto anche come "La confessione di Stavrògin", non apparve nella prima pubblicazione a puntate de I demoni né nelle edizioni in volume successive fino al 1922. A causa di uno scrupolo di coscienza di Michail Katkov, il direttore del «Messaggero Russo», il testo fu rifiutato per timore della censura, data la sua crudezza sconvolgente. Dostoevskij, sicuro del valore del testo, non lo sostituì, ma passò semplicemente al capitolo successivo, riutilizzandone alcune parti, quelle più "innocenti", nel romanzo successivo, L'adolescente (1875).

Una versione alternativa di questo testo cominciò a circolare all’inizio del Novecento, fino alla sua pubblicazione completa nel 1922, cinquant’anni dopo la sua composizione e quarantuno dopo la morte dell’autore.

L'Incontro tra Stavrogin e Tichon

Nikolaj Stavrogin si reca al monastero e viene condotto da padre Tichon. Nonostante non ricordi un precedente incontro, Stavrogin ha la sensazione che gli abitanti del monastero lo conoscano e siano a conoscenza delle sue ultime vicissitudini. Tichon, accogliendolo, conferma di averlo incontrato quattro anni prima, anche se Stavrogin nega, pensando che il monaco sia poco equilibrato. In questa scena, tra i due, il più "stavroginesco" è Tichon, con la sua grande serenità e capacità di lettura dell’animo altrui, che non deriva dall'odio o dal nichilismo.

Stavrogin, che altrove avrebbe avuto il controllo, qui si sente vulnerabile e comincia a parlare di un «malvagio essere» - il demone meschino che gli infesta le notti. Confusamente, egli intuisce la profondità di Tichon, rivelando una debolezza inusuale per il suo personaggio. Egli si difende affermando: «Io non faccio venire nessuno nell’anima mia, non ho bisogno di nessuno, me la so cavare da me», e poi sfida Tichon: «Voi credete che io vi tema, siete assolutamente convinto che io sia venuto a confessarvi un segreto “terribile” e lo attendete con tutta la curiosità monacale di cui siete capace. Ebbene, sappiate che non vi rivelerò nulla, nessun segreto, perché posso benissimo fare a meno di voi…».

La risposta calma e ferma di Tichon è decisiva: «Vi ha colpito [...] che l’Agnello preferisca chi è freddo a chi non è che tiepido, voi non volete essere soltanto tiepido. Ho il presentimento che vi occupi un proposito straordinario, forse orribile. Ve ne supplico, non torturatevi e dite tutto».

Spettroscopia del MALE: la Filosofia dei DEMONI di Fëdor DOSTOEVSKIJ

Il Contenuto della Confessione e l'Indifferenza di Stavrogin

A questo punto, Nikolaj estrae dei fogli destinati alla diffusione, la sua confessione, e invita Tichon a leggerla. È un documento lungo, freddo, dolorosissimo e immorale, scritto con una spietata sincerità verso sé stesso e il mondo. Stavrogin confessa una profonda indifferenza: «posso desiderare [...] di compiere una buona azione e ciò mi procura piacere; al tempo stesso desidero compierne una malvagia e anche in questo caso provo piacere. Ma sia l’uno che l’altro sentimento, adesso come prima, sono sempre troppo meschini, e non capita mai che siano forti.»

La sua cifra è l’indifferenza, l'essere "né caldo né freddo", come afferma il vescovo Tichon, citando l'Apocalisse: «al contrario, l’assoluto ateismo è più rispettabile dell’indifferenza mondana.» Tichon spiega: «L’ateo assoluto [...] è pur sempre sul penultimo scalino in alto prima della perfettissima fede [...], mentre l’indifferente non ha più nessuna fede all’infuori di una paura nera, e anche questa solo di rado, se è un uomo sensibile.» Questo richiamo all'Apocalisse, insieme al passo tratto dal Vangelo secondo Luca sui demoni che entrano nei porci, costituisce, secondo Dostoevskij stesso, una delle «chiavi» interpretative del romanzo, riferendosi in particolare a Stavrogin.

Lo Stupro di Matrëša e la Voluttà dell'Infamia

Tra le peggiori abiezioni confessate da Stavrogin, con una crudezza che sconvolse i contemporanei, spicca lo stupro di una ragazzina indifesa di dodici anni, Matrëša, e il mancato intervento per impedirne il suicidio. Stavrogin racconta la voluttà per la coscienza della propria bassezza: «Ogni situazione estremamente vergognosa, oltremodo umiliante, ignobile e, soprattutto, ridicola, in cui mi è accaduto di trovarmi nella mia vita, ha sempre suscitato in me, insieme a una collera smisurata, una voluttà incredibile. [...] non era l’infamia che amavo [...], ma mi piaceva l’ebbrezza per la coscienza della profondità della mia bassezza.»

Il racconto della violenza su Matrëša è agghiacciante: dopo aver causato la fustigazione della bambina per un temperino che aveva lui stesso ritrovato, Stavrogin la violenta. Matrëša, inizialmente inconsapevole, si sente poi «mortalmente colpevole», come se avesse «ammazzato Dio». L’odio di Stavrogin verso di lei nasce dal ricordo del suo sorriso dopo l'atto. Egli osserva la sua progressiva disperazione, teme che riveli l'accaduto e, quando Matrëša, con disperazione, gli si avvicina e alza un pugno, lui la vede fuggire e impiccarsi. Stavrogin, sospettando ciò che sta per accadere, attende trentacinque minuti prima di andare a controllare, registrando ogni dettaglio con sensi acutissimi, passando da una calma fredda all’agitazione e poi di nuovo alla calma.

Il Sogno dell'Età dell'Oro e la Visione del Ragno

Nella confessione, Stavrogin descrive anche il «sogno dell’Età dell’oro», ispirato dal quadro di Claude Lorrain Aci e Galatea, ammirato a Dresda. In questo sogno, vede un’umanità innocente e felice in armonia con la natura, un paradiso terrestre. «Qui l’umanità europea ricorda la sua culla, e questo pensiero riempiva l’anima mia di una sorta d’amore fraterno. [...] Oh, sogno mirabile, alto inganno! Il sogno più inverosimile di quanti mai ne siano esistiti, ma a questo sogno tutta l’umanità in tutta la sua esistenza ha dedicato tutte le sue forze.»

Questo sogno di purezza si contrappone alla visione diurna che lo perseguita: «all’improvviso in mezzo a una luce accecante mi parve di vedere un minuscolo punto. Fu proprio così che cominciò. Quel punto d’un tratto prese ad assumere una forma, e improvvisamente, chiaro e distinto, mi apparve un minuscolo ragno rosso.» Questa visione del ragno rosso sulla foglia di geranio è il simbolo della sua degradazione e dell’orrore interiore, una visione che lo visita quasi ogni giorno, unita al ricordo del pugno di Matrëša.

Quadro

La Reazione di Tichon e il Falso Pentimento

Dopo aver letto la confessione, Tichon non appare turbato né spaventato, il che esaspera Stavrogin, che si vuole calmo ma si sente giudicato e fragile. Tichon contesta l'idea di Stavrogin di pubblicare il documento: «Sembra che voi odiate e disprezziate già, anticipatamente, tutti quelli che leggeranno ciò che è scritto qui e li sfidiate a una lotta. Giacché non vi vergognate di confessare il delitto, perché vi vergognate del pentimento?»

Il monaco comprende che non si tratta di un atto di contrizione cristiana, ma di un'ennesima, lucidissima provocazione, un atto di orgogliosa sfida di un colpevole al giudice. Tichon avverte Stavrogin che la pubblicazione non porterà al sollievo sperato, ma al riso e al disprezzo. «Non l’odio soltanto. Il loro riso [...] Perfino nella forma stessa di questa grandissima penitenza si cela qualcosa di ridicolo.» E aggiunge: «La bruttezza vi ucciderà.»

Stavrogin, con la sua inusuale sincerità, ammette: «Io mi voglio perdonare da me, ed ecco il mio scopo principale, tutto il mio scopo! [...] Ecco perché cerco una sofferenza infinita, perché la cerco io stesso.» Questa penitenza solitaria, tuttavia, non è una vera prova nell'ottica della fede di Tichon. Il monaco propone a Stavrogin di ritirarsi in un monastero, ma poi, scosso da un tremito nervoso, grida: «Vedo che voi, povero giovane perduto, non siete mai stato così vicino a un nuovo e ancora maggiore delitto come in questo momento [...] vi getterete in un nuovo delitto come in una via d’uscita, e lo commettete unicamente per evitare la pubblicazione di questi fogli.»

Il Suicidio di Stavrogin: L'Esito del Nichilismo

I demoni si concludono con il suicidio di Stavrogin, l'atto finale del "funesto demiurgo". Trova la morte impiccandosi nel solaio, con uno spago di seta abbondantemente insaponato, lasciando un biglietto con le parole: «Nessuno ne ha colpa, soltanto io.» La sua capacità di provare sia piacere nel bene che nel male, ma senza che nessuno dei due sentimenti sia mai forte, lo ha portato a una «grande depravazione» e all'esaurimento delle sue forze. La sua fine è l'epilogo di un nichilismo che lo ha condotto alla devastazione e alla morte, senza vergogna né vera disperazione, ma con una profonda, inconciliabile contraddizione.

La "Confessione" di Stavrogin è una commovente e irrisolta interrogazione sull'umano, che spinge il lettore a confrontarsi con l'ambiguità dell'animo umano, la brutalità di un atto mostruoso e, al contempo, l'avvicinamento empatico a un'anima persa e profondamente corrotta. Attraverso questo capitolo Dostoevskij approfondisce la natura contraddittoria dell'uomo, richiamando il concetto di libertà e le sue estreme conseguenze.

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