La concordanza biblica, spesso chiamata anche chiave biblica, è un manuale fondamentale per lo studio approfondito delle Sacre Scritture. Essa permette di esplorare il vero senso delle parole e dei concetti espressi nella Bibbia, andando oltre il semplice significato letterale.

Che cos'è una Concordanza Biblica?
Una concordanza biblica è un indice analitico e analogico delle voci e dei temi di interesse pastorale presenti nella Bibbia. Organizzata in ordine alfabetico, essa elenca tutte le parole presenti nelle Scritture, fornendo riferimenti specifici ai libri, ai capitoli e ai versetti in cui compaiono. Il volume offre una presentazione sistematica delle parole, delle idee e dei nomi principali della Bibbia, disposti in ordine alfabetico.
Struttura e Funzionamento
- Le voci sono parole in minuscolo, evidenziate in grassetto-rosso (es. aaronne).
- Le occorrenze sono le parole per le quali compare solo la prima lettera in corsivo-rosso (es. a).
- Per ogni occorrenza, c'è un riferimento al libro della Bibbia in cui si trova, il numero del capitolo e il numero del versetto.
Si tratta di un indice analitico in quanto ogni articolo, a seconda dei casi, viene scomposto in suddivisioni che corrispondono ai diversi significati del termine o della frase riportata. Per stabilire il significato di una parola occorre il vocabolario, ma per stabilire il senso che la Bibbia dà a quella stessa parola occorre una concordanza.
La Bibbia: Rivelazione, Tradizione, Ispirazione (Lez. 2)
Il Concetto di Senso Biblico
Con il termine "senso" intendiamo quel determinato concetto mentale che lo scrittore ispirato intendeva esprimere con la parola che usò. Il significato, invece, è il concetto o l’idea che la parola ha oggettivamente in sé e che ritroviamo nel vocabolario. Sebbene non vada trascurato il significato, ciò che conta per lo studioso biblico è il senso che la parola assume nella Scrittura. C’è differenza tra senso e significato.
Distinzione tra Senso e Significato
Se una persona dice a un’altra: «Tu mi piaci», quest’ultima potrebbe domandare: «In che senso?». Il significato è quello che troviamo nel vocabolario, il senso è quello che la persona intende dare alla parola che usa. Ad esempio, in At 10:47 si legge: “Siano battezzati”. Ora, il testo originale dice βαπτισθῆναι (baptisthènai), letteralmente “siano immersi/sommersi”. Il significato è quindi di immergere completamente in acqua, ma il senso è altro, come indicato dalla Scrittura stessa: “Battesimo [βάπτισμα (bàptisma), “immersione”] (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma la richiesta di una buona coscienza verso Dio)”.
Per determinare il senso biblico occorre perciò non solo il vocabolario ma scoprire l’intenzione dell’agiografo nell’usare quella specifica parola. Le domande sono: Che senso le dava? Che cosa significava per lui? Non va dimenticato che con la Bibbia siamo di fronte a due autori: Dio che dà l’ispirazione e l’uomo che, ispirato, scrive secondo la sua lingua e secondo la sua cultura. Il senso che una parola assume è alla fine in armonia con l’intera Bibbia e con l’intenzione dell’agiografo ispirato. Ciò vale anche per i gesti e le azioni simboliche.
La Noematica Biblica
Un aspetto importante dell’ermeneutica biblica è la noematica biblica. La parola nòema (νόημα) significa in greco “pensiero”, da cui noematica ovvero lo studio dei concetti, dei pensieri veri, dei ragionamenti veri dello scrittore biblico. La noematica ci aiuta a cogliere il senso vero che la Bibbia dà alle parole e ad opporci alle nostre opinioni in merito. Il primo passo da fare nell’applicazione dell’ermeneutica biblica è di stabilire l’oggetto dell’interpretazione. Ovviamente ciò che vogliamo esaminare è la Scrittura, ma questa si presenta in un testo composto di parole.

L'Importanza della Concordanza Biblica (Ebraica e Greca)
Esaminando tutti i passi, si può determinare dai vari contesti qual è il senso che la Scrittura dà a quella specifica parola. La concordanza biblica (ebraica e greca) è quindi importantissima per stabilire il senso che una parola ha nella Bibbia.
Esempio Pratico: "Realtà" in Colossesi 2:17
In Col 2:17 si legge in TNM che “la realtà appartiene al Cristo”. Se vogliamo indagare sulla parola “realtà”, sarebbe un grave errore basarci sulla concordanza italiana. Infatti, nella Concordanza stampata dagli stessi editori di TNM, alla voce “realtà” troviamo citati diversi passi biblici, ovvero tutti quelli in cui compare la parola “realtà” in TNM. Tra questi passi vi è Eb 9:24, in cui si legge che il Tempio “è una copia della realtà” (TNM) che è in cielo. Ora, esaminando il testo biblico, si scopre che qui le parole greche originali sono τῶν ἀληθινῶν (ton alethinòn), “delle cose vere”: lo scrittore sta quindi dicendo che il Tempio è una copia delle cose reali, di ciò che ha la vera natura di quello che solo le assomiglia.
Limiti della Concordanza e Ricorso alla Letteratura Comparata
Ci sono dei limiti all'uso della concordanza. Ad esempio, nella concordanza greca, alla voce διαλύω (dialýo), che è un verbo, troviamo un solo passo: At 5:36. Ciò significa che quel verbo è presente in tutta la Bibbia solo lì. Come fare in questo caso per stabilirne il senso? Prima di tutto, stabilendone il significato ovvero ricorrendo al vocabolario, ovviamente greco. Si scoprirà allora che questo verbo significa “dissolvere”. La traduzione di At 5:36 - “Tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi e ridotti a nulla” - appare quindi corretta.
Quando, in assenza di altri raffronti biblici, neppure il vocabolario è sufficiente, bisogna ricorrere alla letteratura comparata. Si tratta di vedere quale significato quella parola aveva in altri scritti non biblici dello stesso periodo.
Esempio: "Documento" in Colossesi 2:14
In Col 2:14 Paolo dice che Dio “ha cancellato il documento a noi ostile” inchiodandolo sulla croce di Yeshùa. Per sapere di che “documento” si parla, la prima cosa da fare è azzerare le nostre opinioni. La parola originale greca è χειρόγραφον (cheirògrafon), che nel vocabolario greco significa “uno scritto che qualcuno ha scritto con la sua mano”. Una concordanza greca rivela che questa parola compare in tutta la Bibbia solo lì. Ricorrendo alla letteratura comparata, si scopre che il chirografo era un documento scritto e firmato da colui contro il quale il documento stesso poteva essere usato in una causa legale. Ciò che Paolo sta dicendo è perciò che Dio ha inchiodato alla croce ovvero ha annullato la nostra nota di debito, l’elenco di tutti i nostri debiti (peccati) nei suoi confronti, che abbiamo firmato di nostra mano, con firma autografa, commettendo i nostri peccati. L’analogia debiti-peccati è presente anche nella preghiera modello insegnata da Yeshùa (Mt 6:9-13).
La Versione Greca LXX per le Scritture Greche
C’è una strada in più a disposizione per comprendere il senso vero di una parola, anche se vale solo per le Scritture Greche. Si tratta della versione greca LXX (Septuaginta). Questa versione consiste nelle Scritture Ebraiche tradotte in greco da fedeli ebrei.
Esempio: "Forma di Dio" in Filippesi 2:6
Portiamo ad esempio il passo di Flp 2:6 che afferma che Yeshùa era “in forma di Dio”. Questo passo è portato a prova da cattolici e protestanti per sostenere la divinità di Yeshùa. Mettendo da parte ogni opinione e cercando la parola greca originale: μορφή (morfè), il vocabolario ce ne dà il significato: “forma”. Una concordanza greca mostra che nella Bibbia compare solo tre volte, qui in Flp 2:6, in Flp 2:7 e in Mr 16:12 che dice: “[Yeshùa risuscitato] apparve in un’altra forma a due di loro che erano in cammino” (TNM). Dato che i due discepoli di cui si parla non lo riconobbero, pare che “forma” vada qui inteso come “aspetto”.
In Flp 2:7 Paolo dice che Yeshùa prese “forma di servo” e la parola è sempre μορφή (morfè). Pare proprio che qui abbia lo stesso senso che ha in Mr 16:12 ovvero indichi l’aspetto esteriore. Cercando la parola μορφή (morfè) nella LXX, usando una concordanza riferita a questa versione, in Gb 4:16 troviamo questa parola greca, tradotta in italiano “aspetto” (TNM), però essa traduce l’ebraico תְּמוּנָה (tmunàh) che significa “immagine”. È la stessa parola che troviamo in Dt 5:8 in cui si vieta di farsi “immagine [תְּמוּנָה (tmunàh)] alcuna delle cose che sono lassù nel cielo”. La troviamo anche in Sl 17:15 in cui il salmista dice che si sazierà della “forma” (TNM) di Dio; qui l’ebraico ha תְּמוּנָה (tmunàh), “immagine”. Ora, se assumiamo la parola μορφή (morfè), che Paolo usa per Yeshùa, come “immagine”, da Flp 2 appare chiaro un raffronto tra Adamo e il secondo Adamo (Yeshùa, appunto): tutti e due erano a “immagine” di Dio ma seguirono strade diverse. Adamo non si accontentò di essere a immagine di Dio ma pretese di essere uguale a lui; Yeshùa non lo fece, anzi prese l’aspetto d’un servo.
Il Ruolo della Concordanza come "Chiave" della Bibbia
«Questo grosso libro è una chiave. Che cos'è una chiave? È uno strumento di metallo con cui si aprono (e chiudono) serrature e lucchetti che, a loro volta, consentono di entrare in una stanza, in un appartamento, in una casa, o anche in una città. Ogni giorno le maneggiamo per entrare (e uscire) da luoghi dai quali, senza chiavi, saremmo esclusi. Le chiavi, insomma, sono oggetti importanti. Ora se ne aggiunge una nuova, non di metallo, ma di carta, che svolge però la stessa funzione di ogni altra chiave: apre la porta e consente l'’accesso a uno spazio che, senza chiave, resterebbe chiuso: lo spazio della Bibbia. Intendiamoci: non è che per aprire la Bibbia sia necessaria la "chiave biblica". La Bibbia la potete aprire e leggere dove e quando volete, con o senza (sì, anche senza) chiave biblica. Ma se volete entrare non nella Bibbia come libro, ma come messaggio, allora la chiave biblica si rivela non solo utilissima, ma quasi indispensabile. Perché?». Quest’opera, scritta da un illuminato studioso amante della Bibbia, è stata preparata per essere di aiuto e di edificazione per quanti annunciano il messaggio potente dell’Evangelo.
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