Il Vangelo di Giovanni, che sembrerebbe concludersi con il capitolo 20, presenta un ulteriore e prezioso supplemento nel capitolo 21. Questo epilogo non è un'aggiunta superflua, ma un'onda successiva che Gesù ha messo in moto, ripercuotendosi nei discepoli e allargandosi all'infinito, vivificando il mondo con il suo Spirito. Come il solenne prologo inaugura il racconto giovanneo, così l'appendice di Gv 21 conclude la narrazione e allo stesso tempo introduce la missione post-pasquale della comunità ecclesiale.
Questo capitolo, probabilmente aggiunto dopo la morte del "discepolo amato", risponde a nuove circostanze della comunità cristiana verso la fine del I secolo d.C. Esso riprende tematiche fondamentali della narrazione giovannea, offrendo prospettive nuove, specialmente in relazione al ruolo di Pietro e del discepolo amato. Lo scenario è il lago di Galilea, un luogo significativo sia geograficamente che teologicamente, da cui ebbe inizio la predicazione del Signore e la chiamata dei primi discepoli.
La Manifestazione del Risorto sul Mare di Tiberiade (Gv 21,1-14)
Il capitolo si apre con la terza manifestazione di Gesù ai suoi discepoli dopo la risurrezione, avvenuta sul mare di Tiberiade. Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli, in totale sette, un numero che può simboleggiare la totalità delle nazioni pagane, indicando una comunità aperta al mondo. Simon Pietro prende l'iniziativa, dicendo: «Io vado a pescare». Gli altri gli rispondono: «Veniamo anche noi con te». Questo suggerisce un'autorità non di comando, ma di esempio da imitare, e una comunione spontanea tra i discepoli. Tuttavia, questa comunione rimane sterile finché non si connette con Gesù.
Quella notte i discepoli non presero nulla, un racconto che ricorda la pesca infruttuosa in Luca 5,1-11. Questo fallimento è significativo: anche dopo la Pasqua, i discepoli sperimentano le difficoltà del quotidiano e devono imparare il coraggio di ascoltare e riconoscere Cristo in ogni situazione. È un'immagine della vita che non riesce a portare frutti, ma che subito dopo il fallimento incontra Cristo.

L'Incontro e il Miracolo
Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli inizialmente non lo riconobbero. Gesù chiese loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Alla loro risposta negativa, egli diede un comando: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». I discepoli, obbedendo, lanciarono la rete e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.
Fu a questo punto che il discepolo che Gesù amava esclamò a Pietro: «È il Signore!». Questa intuizione, frutto di un'intelligenza dovuta all'amore e alla fede pasquale, rende il discepolo amato il primo testimone della presenza del Risorto nel quotidiano impegno della comunità cristiana. La sovrabbondanza di pesce (153 grossi pesci, un numero che, secondo l'esegesi antica, rappresentava tutte le specie di pesci conosciute, simboleggiando l'universalità della missione) evoca la misura di Dio e il suo amore illimitato.
Appena udì che era il Signore, Simon Pietro, che era svestito, si strinse la veste attorno ai fianchi e si gettò in mare per raggiungere Gesù, mostrando la sua impulsività e il desiderio ardente di riunirsi al Maestro. Gli altri discepoli giunsero con la barca, trascinando la rete piena di pesci, notando che, nonostante la quantità, la rete non si squarciò, segno della solidità della nuova comunità di fronte alla fecondità della missione.
Sefforis, l’antica capitale della Galilea al tempo di Gesù
Il Pasto Eucaristico sulla Riva
Appena scesi a terra, i discepoli videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane, preparati da Gesù stesso. Gesù li invitò: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». Poi disse: «Venite a mangiare». Nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Questa scena conviviale, con il pane e il pesce, richiama fortemente l'Eucaristia e simboleggia la presenza del Risorto nella comunità, nutrendola e unificandola. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Il Dialogo tra Gesù e Simon Pietro: Amore e Missione (Gv 21,15-19)
Dopo il pasto, Gesù si rivolse direttamente a Simon Pietro in un dialogo intimo e significativo, che ha come finalità la riabilitazione della figura petrina dopo il triplice rinnegamento (Gv 18,17.25-27). Al triplice rinnegamento di Pietro, si contrappone qui la triplice confessione d’amore di Pietro nei confronti di Gesù.
Il testo biblico recita:
15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore».
18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio.

Agape e Philia: La Profondità dell'Amore
Il dialogo tra Gesù e Pietro si distingue per l'uso di due diversi verbi greci per "amare": agapáō e philéō. Per due volte Gesù domanda un amore con il verbo agapáō (amare in modo oblativo, incondizionato, l'amore che ha origine da Dio), e Simon Pietro risponde usando philéō (amare in modo amichevole, voler bene profondamente). Pietro, consapevole della propria debolezza e del rinnegamento, non si sente di affermare un amore incondizionato.
La terza volta è Gesù stesso a utilizzare il verbo philéō. Pietro, addolorato dalla terza domanda insistente, risponde con una confessione che è insieme riconoscimento della propria fragilità e desiderio di un "sì" pieno: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Questo dolore evoca le lacrime del suo triplice rinnegamento, indicando una profonda maturazione spirituale. La pienezza dell'amore di Cristo riempie la debolezza del fragile "voler bene" di Pietro, non riposando sui meriti o le forze interiori di Pietro, ma sulla consapevolezza che il Maestro ha del suo amore.
Sefforis, l’antica capitale della Galilea al tempo di Gesù
L'Affidamento della Missione Pastorale
A ogni risposta di Pietro, Gesù affida la missione di prendersi cura della comunità: «Pasci i miei agnelli», «Pascola le mie pecore», «Pasci le mie pecore». La metafora del pastore e del gregge, già presente in Gv 10,1-17, viene ora applicata a Pietro. Per poter lavorare nella comunità, Gesù non chiede studi approfonditi in esegesi o teologia, ma un amore sincero. L'accettazione e lo svolgimento del servizio pastorale diventano un grande atto di amore a Gesù. Questo servizio richiede di donare se stessi a Dio e ai fratelli, imitando Gesù "fino alla fine" (Gv 13,1). La pratica dell'amore prende radici nella vita e la persona non sarà più padrona della propria vita, ma il servizio d'amore ai fratelli e alle sorelle prenderà il sopravvento.
La Profezia della Morte di Pietro
Gesù rivela a Pietro il suo destino: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». L'evangelista commenta che «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio». Gesù annuncia a Pietro il suo martirio, assicurandogli sostegno. Il suo passato è completamente perdonato, e dall'evento della risurrezione inizia una nuova esistenza segnata dal passaggio dalla morte alla vita.
Il Ruolo Complementare del Discepolo Amato (Gv 21,20-23)
Il Vangelo prosegue ritraendo la figura di Simon Pietro in relazione a quella del discepolo che Gesù amava. Pietro, voltandosi, vide che li seguiva quel discepolo che si era chinato sul petto di Gesù durante la cena. Pietro, incuriosito dal suo destino, chiese a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù rispose con una frase enigmatica: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi».
Questa affermazione generò una voce tra i fratelli secondo cui quel discepolo non sarebbe morto. L'autore del Vangelo chiarisce che Gesù non aveva detto che non sarebbe morto, ma aveva lasciato intendere un destino diverso. Il discepolo amato non rimane come personaggio storico, ma come figura esemplare e attuale che testimonia la fede autentica, ricca di speranza e attesa. Egli incarna un modello di fede che, attraverso l'intuizione spirituale e l'intelligenza dovuta all'amore, riconosce per primo il Signore risorto. Questa figura rappresenta la dimensione "carismatica" della comunità, più attenta alle persone e libera, in armonia con la dimensione "istituzionale" rappresentata da Pietro.
L'Amore come Fondamento della Vita Comunitaria
La parola amore è centrale nel Vangelo di Giovanni e, in particolare, in questo capitolo. Nelle comunità del Discepolo Amato, l'amore (in ebraico hesed, tradotto con carità, misericordia, fedeltà o amore) era il fondamento dell'identità e del progetto. Amare è un'esperienza profonda di relazione tra persone, che include gioia, tristezza, sofferenza, crescita, rinuncia, dedizione e dono.
Gesù ha rivelato questo amore nei suoi incontri, con sentimenti di amicizia e tenerezza, come nella sua relazione con la famiglia di Marta e Maria a Betania: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). La sua missione è sempre incarnata in una manifestazione d'amore: «avendo amato i suoi, li amò fino all'estremo» (Gv 13,1). Per le sue comunità, non c'era altro comandamento che «agire come agiva Gesù» (1Gv 2,6), il che presuppone «amare i fratelli» (1Gv 2,7-11).
Gli scritti giovannei definiscono l'amore così: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». Per questo, non dobbiamo «amare solo a parole, ma coi fatti e nella verità» (1Gv 3,16-17).
L'Autore del Vangelo e la Testimonianza Finale (Gv 21,24-25)
I versetti finali del capitolo (24-25) chiudono il Vangelo con il motivo della "testimonianza". «Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera». Il discepolo che Gesù amava è presentato come il garante dell’autentica testimonianza del Vangelo, colui che fa da ponte tra la storia di Gesù e il cammino della prima Chiesa in missione universale.
Il Vangelo di Giovanni si conclude affermando l'inesauribile ricchezza delle cose compiute da Gesù: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere». Questo non è solo un topos letterario, ma un'indicazione che il Vangelo è uno "scritto aperto", da riscrivere all'infinito. La storia del mondo diventa una riscrittura e un divenire carne della Parola, attraverso la testimonianza dell'amore ricevuto e corrisposto. La Chiesa stessa, chiamata da Paolo «corpo di Cristo», è la pienezza anticipata di questa gloria, un «quinto Vangelo» vivo che continua la missione di Gesù nel mondo.
Il cammino di fede e di discernimento vocazionale, evidenziato nel capitolo, invita ogni battezzato a vivere pienamente l'incontro con Cristo, trasformando le comunità in "luoghi di comunione e di missione" dove possa germogliare un'autentica "cultura vocazionale".