Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi.
Il Contesto della Lebbra e l'Invocazione
I lebbrosi si trovavano in una condizione terribile, non solo per la malattia, ma per l’esclusione sociale. Al tempo di Gesù erano ritenuti immondi e, in quanto tali, dovevano stare isolati, in disparte (cfr Lv 13,46). Una legge precisa per affermare l'immunità dalla lebbra nella vita quotidiana prevedeva che il sacerdote, esaminata la piaga sulla pelle del malato, lo dichiarasse impuro. Di conseguenza, il lebbroso doveva portare vesti strappate, tenere il capo scoperto, coprirsi con un velo la barba. Quando si muoveva doveva gridare: "Impuro! Impuro!", e restarsene solo, abitando fuori del villaggio (cf. Lv 13,45-46). Il lebbroso, dunque, era un vivo-morto.

Vediamo infatti che, quando vanno da Gesù, “si fermano a distanza” (cfr Lc 17,12), come imponeva la Legge, ma alzano la voce per farsi sentire. Essi dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Non chiamano genericamente “rabbi”, ma “Gesù”. Non lo trattano come un guaritore qualsiasi, ma come un “maestro” - e il termine usato (epistàta) è lo stesso con cui i discepoli si riferiscono a Gesù. È un grido semplice e breve, che mette l’accento sulla miseria di questi uomini e che è ripetuto tante volte nei salmi, come invocazione al Signore Dio. Il Signore, che è misericordioso e compassionevole (cf. Es 34,6), nella sua potenza può compiere ciò che i lebbrosi possono solo desiderare ma non realizzare.
Come quei lebbrosi, anche noi abbiamo bisogno di guarigione. Abbiamo bisogno di essere risanati dalla sfiducia in noi stessi, nella vita, nel futuro; da molte paure; dai vizi di cui siamo schiavi; da tante chiusure, dipendenze e attaccamenti. Il Signore libera e guarisce il cuore, se lo invochiamo, se gli diciamo: “Signore, io credo che puoi risanarmi; guariscimi dalle mie chiusure, liberami dal male e dalla paura, Gesù”. I lebbrosi sono i primi, in questo Vangelo, a invocare il nome di Gesù. Chiamare Dio per nome, in modo diretto, spontaneo, è segno di confidenza, e al Signore piace. La fede cresce così, con l’invocazione fiduciosa, portando a Gesù quel che siamo, a cuore aperto, senza nascondere le nostre miserie. Invochiamo con fiducia ogni giorno il nome di Gesù: Dio salva. Ripeterlo, dire “Gesù” è pregare.
Il Cammino verso la Guarigione e la Salvezza
L'Obbedienza e il Processo di Guarigione
Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». È interessante che Gesù non guarisce prima i lebbrosi e poi li manda, ma li invia ai sacerdoti ancora ammalati. C’è un invito a partire, ma quando ancora sono lebbrosi. È un comando strano perché, secondo la legge, ci si poteva presentare ai sacerdoti solo quando si era guariti, eppure loro, ancora lebbrosi, partono. Partono con una speranza grande nelle parole di Gesù. Essi obbediscono a Gesù e realizzano ciò che ha loro chiesto. Egli infatti non li manda via da sé ma, accogliendo la loro fiducia iniziale che li aveva spinti all’invocazione, li invita a una fiducia che può contare sulla sua parola.
Ed ecco che «mentre essi andavano, furono purificati». La loro lebbra sparisce ed essi diventano puri. La guarigione comincia con il primo passo compiuto credendo alla parola di Gesù. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando salpa, quando avvia processi e inizia percorsi. È nel cammino della vita che si viene purificati, un cammino che è spesso in salita, perché conduce verso l’alto. La fede richiede un cammino, un’uscita, fa miracoli se usciamo dalle nostre certezze accomodanti, se lasciamo i nostri porti rassicuranti. La fede aumenta col dono e cresce col rischio.
Certamente Luca, nel raccontare questo evento, ricorda la guarigione dalla lebbra di Naaman il siro da parte di Eliseo: il profeta, restando lontano, gli ordina attraverso un messaggero di bagnarsi sette volte nel Giordano (2Re 5,1-14). Riavuta la salute Naaman torna da Eliseo per ricompensarlo, ma poiché ciò che è accaduto è opera di Dio, Eliseo rifiuta il dono. Naaman proclama la sua fede nell’unico Dio di Israele. La fede procede quando andiamo avanti equipaggiati di fiducia in Dio. La fede si fa strada attraverso passi umili e concreti.
072 - Guarigione di dieci lebbrosi (Italian)
Il Ringraziamento del Samaritano: Fede e Salvezza
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. L’uomo guarito, che era un samaritano, esprime la gioia con tutto sé stesso: loda Dio a gran voce, si prostra, ringrazia (cfr vv. 15-16). Non compie nessun gesto eclatante: torna, canta, lo stringe, dice un semplice grazie, ma contagia di gioia. Questo samaritano si prostra davanti a Gesù e lo ringrazia. Lodare Dio e cadere con la faccia a terra mostra non solo un atteggiamento di rispetto, ma un legame profondo tra la potenza di Dio e il comportamento di Gesù. Il samaritano intuisce che la salute non viene dai sacerdoti, ma da Gesù; non dalla osservanza di regole e riti, ma dal contatto con la persona di quel rabbi.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». Questo ci dice che il punto di arrivo non è la salute, non è lo stare bene, ma l’incontro con Gesù. La salvezza non è bere un bicchiere d’acqua per stare in forma, è andare alla sorgente, che è Gesù. Solo Lui libera dal male, e guarisce il cuore, solo l’incontro con Lui salva, rende la vita piena e bella.

Dieci sono sanati, ma uno solo torna perché capisce che non basta la guarigione, ma bisogna entrare in una relazione nuova. Oltre ad essere guarito vuole godere anche della gioia di poter guardare il volto di Colui che gli ha ridato pienezza di vita. La lode è amore che risponde all’amore: all’amore di Dio riconosciuto in eventi dell’esistenza si risponde lodando, riconoscendo l’Altro. È uno straniero che torna a ringraziare, che ha capito cosa è accaduto: dieci sono sanati, ma uno solo sarà salvato.
Gesù disse al Samaritano: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19). Non è solo sano, è anche salvo. La fede che salva non è una professione verbale, non si compone di formule ma di gesti pieni di cuore: il ritorno, il grido di gioia, l’abbraccio che stringe i piedi di Gesù. Il culmine del cammino di fede è vivere rendendo grazie. Quando s’incontra Gesù nasce spontaneo il “grazie”, perché si scopre la cosa più importante della vita: non ricevere una grazia o risolvere un guaio, ma abbracciare il Signore della vita.
Guarigione e Salvezza: Una Distinzione Cruciale
Il centro della narrazione è la fede che salva. Tutti e dieci sono guariti. Tutti e dieci hanno creduto alla parola, si sono fidati e si sono messi in cammino. Ma uno solo è salvato. Altro è essere guariti, altro essere salvati. Nella guarigione si chiudono le piaghe, rinasce una pelle di primavera. La tua fede ti ha salvato non significa "sei guarito" (lo erano tutti), ma "sei salvato". Perché non basta ricevere: è il modo con cui si risponde che apre alla salvezza. Solo chi sa ringraziare riceve in pienezza.
La parola di Gesù suona come un forte richiamo: «Non sono stati purificati in dieci? Gli altri nove dove sono?». I nove lebbrosi guariti, che non hanno riconosciuto «colui che viene nel nome del Signore», sono rimasti all’esterno, nel regno del prodigio, che non è ancora quello della fede. Essi non hanno percepito nel miracolo il Regno che viene nella persona e nelle opere di Gesù. Solo il samaritano eretico «dà gloria a Dio» e diventa testimone della salvezza di tutti, al pari degli anawim di Israele.
Questo samaritano è colui che sente che non gli spetta nulla e coglie che niente gli è dovuto. Per essere salvati forse bisogna rimanere stranieri, lasciar sgorgare il ringraziamento perché si è consapevoli che nulla ci è dovuto. Dobbiamo mantenerci nello stupore davanti a tutte le grazie che Dio dona alla nostra vita, perché è grazia la vita, il corpo che abbiamo, la possibilità di vivere la fede, le relazioni. Mantenerci stranieri per non smettere di imparare dalla vita, dai fratelli, sorpresi e grati per ciò che abbiamo. Tutto è grazia, tutto è dono e a noi è dato non perché ce lo meritiamo, ma perché l’amore di Dio, la sua compassione sono grandi.
Gesù: Il Messia che Attraversa i Confini
Per la terza volta Luca attesta che Gesù è in cammino verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51; 13,22) e precisa che, invece di continuare la strada verso il sud, tocca la frontiera tra Galilea e Samaria per scendere nella valle del Giordano. Questo itinerario non è solo geografico: è teologico, umano, rivelativo. Non prende scorciatoie, ma attraversa territori ambigui, misti, “scomodi”. Chi viaggiava verso il Tempio poteva scegliere di evitare la Samaria, regione impura per i più osservanti. Gesù no: passa proprio lì. Anzi, entra in un villaggio. È il segno di un Messia che non teme la contaminazione, che cerca l’incontro. Gesù non costruisce muri, attraversa confini. E proprio in questo spazio incerto - geografico, culturale, religioso - accade il miracolo.
Il “vedere” di Gesù è legato alla compassione, una compassione viscerale che coinvolge totalmente. Davanti al dolore dell’uomo, appaiono i tre verbi dell’agire di Cristo: vedere, fermarsi, toccare, anche se solo con la carezza della parola. Davanti al dolore scatta come un’urgenza, una fretta di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più. L’amore vero ha sempre fretta.