Da pochi giorni siamo entrati, quasi sospinti dallo Spirito, nel deserto quaresimale, un tempo di grazia, una primavera dello spirito. E, subito, come il Signore, anche noi siamo posti, attraverso la tentazione, di fronte al mistero del male e del peccato, la cui radice profonda, proprio in quanto mistero, è esterna al mondo e all’uomo, anche se egli è sempre chiamato in causa per la sua responsabilità. È Gesù stesso che ne parla, scrutando la profondità del cuore umano: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo» (Mc 7, 20).
Cos’è, dunque, la tentazione? È pure essa un tempo, sospeso tra la coscienza del bene e del male e la libertà di orientarsi verso l’uno o l’altro. Non dura in eterno, è solo una condizione passeggera, comunque da non sottovalutare, perché può inficiare il futuro. Dal canto suo, l’austerità del luogo spirituale, il deserto, ci indica che per compiere delle scelte chiare e radicali è necessario un ritorno all’essenzialità: occorre digiunare, provare la fame e la sete per apprezzare pane ed acqua! Di cosa ci sfameremo e ci disseteremo in questi quaranta giorni? Nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri abbiamo ricevuto l’invito convertitevi e credete nel Vangelo, lo stesso che Gesù propone nel brano di questa prima domenica (cfr. Mc 1, 15b): tagliare significa, per il cristiano, porre al centro il Vangelo, che è la persona stessa di Cristo; lui si fa nostro cibo e nostra bevanda nella Parola e nell’Eucaristia.
C’è il rischio, reale, che il periodo che ci attende venga frainteso, perché interpretato, un po’ consumisticamente, solo come un contenitore di cose da fare. Per carità, sono tutte cose lodevolissime e sicuramente fruttuose, nella misura in cui siamo, però, in grado di ricapitolarle in Cristo (cfr. Ef 1, 10); occorre “solo”, tornando all’inizio di questa riflessione, lasciarlo soffiare, questo Spirito, con l’unico e grande desiderio che il Padre possa servirsi di noi, come del Figlio suo prediletto, come degli umili strumenti per compiere ancora e sempre la sua volontà.
Il Mistero Pasquale e la Quaresima
Non va dimenticato che la Quaresima è soltanto la prima parte di un intero periodo che va dal Mercoledì delle Ceneri fino alla Pentecoste. Il tempo di Quaresima e quello di Pasqua costituiscono i due aspetti dello stesso mistero, vale a dire il mistero pasquale. Il mistero pasquale ha due aspetti, la passione (e morte) e la Risurrezione (e glorificazione) di Cristo. Sono i due aspetti dell’unico mistero che celebriamo nel triduo pasquale.
Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, si presenta il tema del deserto con le sue prove. Il deserto ha costituito per Israele il periodo di preparazione alla terra promessa. Dio ha portato volutamente il popolo nel deserto perché imparasse la fede (cfr. Es 13,17). Quindi il deserto con tutte le sue prove non è né un inconveniente, né fine a se stesso, ma è necessario in funzione della terra promessa, come la Quaresima è orientata al tempo di Pasqua.
Oltre ai temi comuni della Quaresima, quest’oggi abbiamo quello proprio dell’anno “B” che richiama il battesimo, nella figura del diluvio presente nelle prime due letture. Nel diluvio muore la vecchia creazione corrotta dal peccato perché ne nasca una nuova in cui è ristabilita l’armonia fra Dio e l’uomo. Così nel battesimo muore l’uomo vecchio e diventiamo nuova creazione (2Cor 5,17). Questa realtà richiede un continuo battesimo, una continua immersione del nostro uomo vecchio, segnato dal peccato, perché appaia il nuovo. Nel battesimo il mistero pasquale è applicato a noi; siamo uniti alla morte di Cristo per partecipare della sua risurrezione e camminare in una vita nuova (Rm 6,4-5).
Il Vangelo di Marco (1,12-15) nella Prima Domenica di Quaresima
Il vangelo di questa I domenica di Quaresima è breve, quattro versetti, particolarmente intensi e capaci di comunicarci l’essenziale sulle tentazioni di Gesù, anche se nel nostro immaginario è impressa la narrazione più drammatica e precisa dei Vangeli secondo Matteo e Luca (cfr. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Il testo di Marco è il seguente:
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo!» (Mc 1, 12-15).
Gesù, lo Spirito e il Deserto
Gesù è stato battezzato nel fiume Giordano da Giovanni, il suo maestro, e nell’uscire dall’acqua ha visto i cieli aprirsi, lo Spirito di Dio scendere su di lui con la dolcezza di una colomba (cf. Mc 1,9-10) e, soprattutto, ha sentito una dichiarazione rivolta a lui solo. Dal cielo, infatti, dal luogo dimora di Dio, lo raggiunge una voce che proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho messo tutta la mia gioia” (Mc 1,11; cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1). Ma appena questo è avvenuto, “subito” (euthýs) lo Spirito disceso su di lui lo spinge dove i cieli non sono aperti, bensì chiusi; lo spinge nel deserto, dove è presente più che mai il diavolo, Satana, il tentatore, la cui missione è dividere e separare, soprattutto da Dio.
Il soggetto attivo della prima frase è lo Spirito Santo ad indicare che Gesù è condotto da una forza interiore che determina la direzione del suo cammino. Gesù entra così in una zona d’ombra, entra nella prova, perché il deserto è terra di prova, di tentazione. Lo era stato per Israele, “battezzato” e uscito dalle acque del mar Rosso; lo era stato per Mosè e per Elia; lo era stato per quanti erano andati nel deserto per preparare una strada al Signore (cf. Is 40,3); lo era stato per Giovanni il Battista. In quel deserto di Giuda, accanto al mar Morto, tra quelle rocce aride, Gesù “dimora quaranta giorni, continuamente tentato da Satana”.
Il deserto non si tratta solo di un luogo fisico ma essenzialmente della condizione umana. Marco descrive sinteticamente la missione di Gesù sottolineando che egli è un profeta, inviato di Dio, mosso dallo Spirito Santo, per vivere totalmente e pienamente l’esperienza umana e per compiere la volontà di Dio. Il deserto rievoca il cammino dell’Esodo. Luogo nel quale è l’uomo che mette alla prova Dio spesso accusandolo di essere la causa della sua rovina. La mancanza di cibo e di acqua fanno gridare contro Dio il quale sempre prontamente interviene.
Il Deuteronomio invita a ricordare tutto il cammino che Dio ha fatto fare nel deserto ad Israele per quarant’anni. Lo ha condotto nel deserto, non per abbandonarlo, ma per guidarlo attraverso di esso in modo tale da essere pronto per entrare nella terra promessa e averne il possesso. Nel deserto Dio si è fatto compagno di strada dell’uomo affinché il suo cuore potesse essere libero dal peccato per imparare ad amarlo e amare anche i fratelli. Il deserto non è solo il luogo del pericolo in cui si potrebbe soccombere sotto il peso delle difficoltà superiori alle sole forze umane, ma è soprattutto la cifra simbolica dell’esperienza dell’amore di Dio che si prende cura della sua creatura. Senza Dio l’uomo rimane solo con sé stesso e muore, con Dio egli si salva perché si lascia amare da Lui.
Il numero quaranta è ricco di suggestioni bibliche perché indica il tempo dell’oppressione che è misurato ed ha quindi un termine: quaranta giorni dura il diluvio (Gn 7,12), quaranta anni il dominio dei Filistei di Israele (Giud. 13,1). Per Gesù i quaranta giorni è la cifra simbolica che indica tutto il suo cammino insieme agli uomini per condividere con essi la prova, ovvero sostenerli nella lotta continua contro Satana che tenta in ogni modo di ostacolare e deviare il cammino della salvezza.

Gesù Nuovo Adamo e la Restaurazione dell'Armonia
Il deserto è il contrario del giardino in cui Dio aveva posto l’uomo; è la condizione di ostilità del suolo dovuta al peccato originale (Gen 3,17). Avendo perso il giardino, avendo rotto con Dio, l’uomo si trova a sperimentare tutta la sua debolezza. Gesù entra in pieno in questa realtà umana (cfr. Eb 2,17-18; 4,15), accettando la precarietà della condizione umana.
Gesù è presentato come il nuovo Adamo che non ristabilisce semplicemente una condizione paradisiaca come è sognata dagli uomini, ma inaugura per l’uomo una via nuova che conduce al vero paradiso, a vivere la condizione di risorti. Nell’accettazione di questa condizione di precarietà si sperimenta anche qualcosa del giardino perduto, dove l’uomo viveva in armonia con le fiere (cfr. Gen 2,19-20), e gli angeli lo servono come un figlio di Dio (Mc 1,13). Con Gesù si realizza la promessa di una inversione degli effetti del peccato originale annunciato in Is 51,3: «Il Signore renderà il deserto come l’Eden, e la sua desolazione come il giardino del Signore».
Il peccato aveva trasformato il giardino in un deserto; con la salvezza di Dio il deserto ritorna un giardino. Gesù è così il nuovo Adamo che ci mostra che la strada per il ritorno al paradiso perduto, così come la strada per la terra promessa, passa dal deserto, dall’accettazione della nostra fragilità umana, dell’accettazione della sofferenza propria della nostra esistenza. Al contrario, la non accettazione della nostra condizione umana è il peccato fondamentale, la superbia di volere essere dio, di non soffrire, di non morire.
Questa “armonia” e questa “pace” sono a caro prezzo: il prezzo della kénosis, dello svuotamento e dell’abbassamento di colui che “era in condizione di Dio e svuotò se stesso (heautòn ekénosen)”, diventando uomo e spogliandosi delle sue prerogative divine, invece di tenerle gelosamente per se stesso e di considerarle un privilegio (cf. Fil 2,6-7). Proprio in questa profonda umiliazione, che è testimonianza della sua tentazione vera, reale, Gesù fa pace tra cielo e terra, sicché le creature del cielo, gli angeli, nel deserto gli si accostano e lo servono.

La Realtà e il Significato della Tentazione di Gesù
Gesù si sottopone alla tentazione perché questa è la realtà tipica dell’esistenza umana. Essere tentato di cui si parla nel Vangelo non ha il significato - che spesso intendiamo noi - di stimolo della concupiscenza. È piuttosto la prova, la difficoltà, insita nella nostra condizione di creature. Essere creatura, e quindi non essere Dio, implica la precarietà, la sofferenza, la morte. Implica un limite; quel limite che i progenitori hanno rifiutato disobbedendo a Dio. Il peccato rende l’uomo ostile a queste realtà e di riflesso ostile a Dio. Ma l’uomo dovrebbe imparare che nonostante le sue prove egli non è solo, perché Dio è con lui.
L’evangelista Marco mette l’accento sul fatto che Gesù è costantemente tentato, per quaranta giorni, senza mai cedere a una visione trionfalistica della venuta del Regno. Pienamente sottomesso al Padre, creatura tra le creature non umane del deserto (rocce, pietre, arbusti, rettili, volatili, bestie selvagge), Gesù è in profonda comunione con tutta la creazione. Gesù, amato in pienezza dell’amore del Padre dichiaratogli nell’ora del battesimo e accompagnato dallo Spirito santo, è ormai operante quale vincitore su Satana, sul male, sulla malattia, sulla morte.
Le Tentazioni "vere" di Cristo
Le tentazioni non sono state per Gesù un gioco-finzione: sono state tentazioni vere, come lo sono per il cristiano e per la Chiesa. Gesù si scontrò veramente con Satana (v. 13) sulle possibili scelte di metodo e di cammino per realizzare la Sua missione di Messia. Ognuna delle tre tentazioni - riportate negli altri due Vangeli sinottici di Matteo e Luca - rappresenta un modello di Messia, e quindi un modello di missione. Le tentazioni erano “tre scorciatoie per non passare attraverso la croce” (Fulton Sheen):
- un “riformatore sociale” (convertire le pietre in pane per sé e per tutti avrebbe garantito un successo popolare);
- un “messia miracolistico” (un gesto appariscente avrebbe assicurato fama e spettacolarità);
- un “messia del potere” (un potere basato sul dominio del mondo avrebbe soddisfatto l’orgoglio personale e di gruppo).
Gesù supera le tentazioni: sceglie di rispettare il primato di Dio, si fida del Padre e fa suo il piano divino per la salvezza del mondo. Accetta la croce per amore e muore perdonando: solo così, spezza la spirale della violenza e toglie alla morte il veleno. Da quel momento, una vita nuova è possibile, in umiltà, verità, fraternità, solidarietà.
Gesù affronta le tentazioni nella forza dello Spirito (v. 12), del quale è ripieno fin dal grembo di sua Madre e per il Battesimo appena ricevuto (Mc 1,10). È lo Spirito della Pasqua, di Pentecoste e della missione, sempre necessario per l’evangelizzatore. Lo Spirito fa capire che il deserto quaresimale non è un ‘luogo’ geografico, ma uno spazio ideale, un tempo di grazia (kairós): tempo delle cose essenziali, tempo da riempire con i valori che permangono, dono da vivere nel silenzio, lungi dagli inquinamenti del chiasso, vanità, denaro, mondanità, evasioni, menzogne. Satana offre prospettive esaltanti, il successo, il possesso, il piacere. Sono miraggi alimentati dall’egoismo e dall’autoreferenzialità. Dio indica un altro obbiettivo: l’alleanza, la relazione con l’altro. Sempre siamo posti davanti al bivio: chi vuoi essere, uomo secondo Satana o secondo Dio? Ogni scelta determina la meta del nostro cammino, la vita o la morte.

L'Annuncio del Regno e la Chiamata alla Conversione
Gesù arrivò in Galilea proclamando il Vangelo di Dio: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Pentitevi e credete al Vangelo". Più che una imposizione penosa, il “convertitevi” programmatico di Gesù è un invito a cambiare strada; è il percorso vero che porta alla vita: “credete nel Vangelo”, cioè in Gesù stesso (v. 15). È Lui la bella notizia da vivere e da portare ad altri. Gesù non viene per denunciare, ma per annunciare, viene come il messaggero di una novità straordinariamente promettente. Il suo annuncio è un ‘sì’, e non un ‘no’: è possibile per tutti vivere meglio, vivere una vita buona, bella e beata come la sua.
Per raggiungerla non basta lo sforzo, devi prima conoscere la bellezza di ciò che sta succedendo, la grandezza di un dono che viene da fuori di noi. E questo dono è Dio stesso, che è vicino, che è dentro di te, mite e possente energia, dentro il mondo come seme in grembo di donna. E il suo scopo è farti diventare il meglio di ciò che puoi diventare. La Quaresima, più di altri tempi liturgici, ci invita alla conversione, ad un cambio radicale di vita.
Le parole della Fede, 1 dicembre 2020 - Che cos'è il Regno di Dio?
Le Letture della Liturgia: Alleanza, Diluvio e Battesimo
Prima Lettura: L'Alleanza con Noè (Gen 9,8-15)
La prima lettura, tratta dal Genesi (9, 8-15), aiuta a comprendere il significato teologico delle immagini impiegate dall’evangelista Marco. Dopo l’evento del diluvio, Dio stabilisce una nuova alleanza con Noè e tutti coloro che avevano attraversato la prova nell’arca. È un’alleanza unilaterale nella quale non ci sono clausole o condizioni ma solamente il solenne impegno di Dio a favore della vita, in tutte le sue forme. L’arcobaleno diventa il simbolo della pace, ovvero della promessa di Dio di ricercare sempre la riconciliazione rinunciando a qualsiasi diritto di rivalsa contro chi viene meno all’alleanza. L’arcobaleno, facendosi spazio tra le nubi minacciose cariche di pioggia che evocano il pericolo di ritornare nel caos, rivela l’intenzione di deporre le armi e ogni forma violenta di imposizione della sua volontà e della giustizia. Il segno, posto tra cielo e terra, diventa memoriale per tutti: per Dio, affinché rinnovi costantemente la sua scelta ispirata alla misericordia e per gli uomini perché ricordino che l’unica verità credibile e affidabile è l’amore di Dio.
Noè non era né israelita, né cristiano, né musulmano, ma “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio” (Gen 6,9). In lui, Dio stabilì la prima alleanza con l’umanità, prima ancora che con Abramo: un’alleanza universale, con tutti i popoli. Un’alleanza non su base etnica o religiosa, ma semplicemente sulla base della comune natura umana. Un’alleanza mai revocata, vigente oggi e per sempre. Un’alleanza che è per tutti noi la base di un dialogo sempre possibile con tutte le tradizioni religiose e culturali. L’alleanza riguarda le persone - “con voi e con i vostri discendenti” (v. 9) - ma anche “con ogni essere vivente”.

Seconda Lettura: Cristo, il Battesimo e Noè (1 Pt 3,18-22)
Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo.
L’apostolo Pietro fa una catechesi battesimale mettendo in parallelo l’evento della Pasqua e quello del diluvio. Gli eventi narrati nell’Antico Testamento trovano il loro compimento in Gesù Cristo. L’obbedienza di Noè anticipa quella di Gesù il cui sacrificio genera una nuova fecondità di vita. L’evento della Pasqua si colloca tra i fatti narrati nella Scrittura veterotestamentaria che riguarda le origini e il battesimo che segna l’inizio della vita nuova in Cristo. I segni sacramentali sono portatori dell’annuncio della salvezza. La concretezza del linguaggio sacramentale dice che la salvezza non è una verità astratta ma la reale azione di Dio che tocca e trasforma la vita di chi accoglie la parola di Gesù.
La vicenda di Noè aiuta a comprendere ciò che è iniziato ad accadere con la Pasqua di Cristo e che si rinnova nel sacramento del Battesimo. L’alleanza stipulata da Dio con Noè profetizza quella nuova ed eterna sancita col sangue di Cristo ed attualizzata nel battesimo. Pietro ricorda ai cristiani, soprattutto quelli che attraversano la prova della persecuzione e delle varie forme di tentazione, che il passaggio nell’acqua del battesimo li ha introdotti nella condizione di figli di Dio da cui non decadono mai, neanche con il peccato.
Gesù, il Crocifisso Risorto battezzato nel Giordano, rappresenta ogni uomo con il quale Dio vuole stipulare una nuova alleanza, non fondata sul dovere e i precetti, ma sull’amore. Dio vuole essere Padre e Madre per l’uomo e spera che ogni uomo voglia essere figlio suo. La nostra vocazione è a diventare figli di Dio. Lo Spirito Santo ci offre la speranza, ossia il senso e l’indirizzo verso cui puntare. Vivere significa amare come Gesù che «è morto una volta per sempre, giusto per gli ingiusti» (1Pt 3,18).