La Parola di Dio per il 20 maggio offre una ricca riflessione sui fondamenti della fede cristiana: la pace donata da Cristo, il suo comandamento dell'amore, la potenza della Resurrezione e la santità del matrimonio. Attraverso le letture, siamo invitati a un cammino di profonda riconciliazione e fiducia, anche di fronte alle tribolazioni.
La Pace di Cristo: Un Dono che Trasforma
Una Pace non come quella del Mondo
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.» La pace che dona Gesù non è come quella che dona il mondo. Molti hanno l’idea che la pace consista nell’assenza della guerra e della violenza, ed è giusto, quello è l’obiettivo!
La pace “fuori” proviene da un cuore riconciliato e pacificato, che ha fatto i conti con le proprie ombre, che ha scoperto, ammesso e riconosciuto i propri limiti. È un cuore che ha trovato la sua dimensione e che, perciò, può trovare strade di riconciliazione con chi incontra attorno a sé. Siamo pacifisti perché pacificati, costruiamo un metro quadro di pace intorno a noi così da contagiare il mondo. Se anche il principe del mondo, l’avversario, fomenta odio e divisione, contro il Signore non può fare nulla. Il cuore non ha paura perché ha trovato il suo posto nell’Universo, perché sa in chi ha posto la sua fiducia, perché conosce il segreto del mondo che è un amore dilagante e condiviso.

Testimoni di Pace in Tempi di Prova
Il potente di questo mondo regna per mezzo della paura e dell’intimidazione. Ma Cristo dice: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.» Ci dà in dono la pace, non la pace del mondo, cioè la pace della sazietà e della noia, la pace nata dal compromesso, la pace dei morti viventi, ma la pace dell’unione con Dio, nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Un esempio luminoso è quello di san Massimiliano Kolbe, che ad Auschwitz, nel campo di concentramento, in una cella sotterranea del famigerato Blocco II, è morto d’inanizione dopo una lunga e penosa agonia, attorniato da ogni tortura e miseria umana. Eppure, nel suo cuore regnava quella pace che Cristo aveva promesso di dare ai discepoli che, seguendo il suo esempio, sarebbero morti per la vita di altri. In circostanze simili, san Tommaso More pregava nella torre di Londra: «La perdita dei beni temporali, degli amici, della libertà, della vita e di tutto il resto non è nulla se si guadagna Cristo.»
È un dono da chiedere quello di saper vedere la certezza della Pasqua in ogni travaglio della vita e di non perderci d’animo ricordando, come scriveva sant’Isacco di Ninive, che «il più grande peccato è non credere nelle energie della Risurrezione» (Sermones ascetici, I,5).

Un Appello Urgente alla Pace
Chi dunque, più di noi, può cantare parole di speranza nell’abisso della violenza? Dalla Terra Santa all’Ucraina, dal Libano alla Siria, dal Medio Oriente al Tigray e al Caucaso, quanta violenza! E su tutto questo orrore, sui massacri di tante giovani vite, che dovrebbero provocare sdegno, perché, in nome della conquista militare, a morire sono le persone, si staglia un appello: non tanto quello del Papa, ma di Cristo, che ripete: «Pace a voi!» (Gv 20,19.21.26). E specifica: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). La pace di Cristo non è il silenzio tombale dopo il conflitto, non è il risultato della sopraffazione, ma è un dono che guarda alle persone e ne riattiva la vita. Preghiamo per questa pace, che è riconciliazione, perdono, coraggio di voltare pagina e ricominciare. I popoli vogliono la pace e l'appello è ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo!
PAPA FRANCESCO: BISOGNO DI PACE E RICONCILIAZIONE
Il Comandamento dell'Amore e la Vera Amicizia
Amare come Cristo ha Amato
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.»
La sproporzione dell’Amore è infinita: come possiamo amarci tra noi così come Gesù ci ama? Egli non solo ha dato la vita per noi, suoi amici, ma nel suo "sì" al Padre, ha voluto allargare le braccia fino a raggiungere tutti coloro che sperimentano l’ora del peccato, della lontananza, del libero e consapevole rifiuto dell’amore. Oggi sentiamo risuonare con forza e dolcezza quelle bellissime espressioni: «voi siete miei amici… vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.» Possiamo dunque tirarci indietro da una dichiarazione d’amore così gratuita e appassionata?
L'Amore come Fondamento della Fede
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.» Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?» Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.»
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola» (14,23). Questa parola riprende ed esplicita quella precedente: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (14,21). Accogliere la Parola e osservare i comandamenti sono due aspetti complementari. Se dimentichiamo la Parola cadiamo nell’osservanza esteriore dei precetti; se invece trascuriamo i comandamenti facciamo della fede un’esperienza emotiva che non si traduce in scelte concrete. L’intreccio virtuoso tra Parola e comandamenti trova il suo fondamento in Gesù: «Se uno ama me.» È questo il punto di partenza dell’esperienza di fede, il filo rosso che lega tutte le scelte della vita. È questa l’indispensabile premessa e l’unica garanzia della fedeltà, come diceva con saggezza san Josemaría Escrivá: «Innamòrati e non lo lascerai» (Cammino, 999).
La Dimora di Dio in Noi
L’amore permette di custodire la fede in qualunque circostanza. Se la nostra fedeltà, anche quella più sincera, non fosse nutrita di amore, prima o poi verrebbe meno. Vi sono vicende che possiamo accogliere solo per amore; e vi sono degli ostacoli che possiamo affrontare solo per amore. L’amore di cui parliamo non è semplicemente il fragile sentimento umano, che rapidamente sorge e altrettanto velocemente s’inabissa nella palude della buona volontà. Parliamo di quel dono che Dio Padre comunica mediante lo Spirito. Quest’amore, dicono i mistici, ha la forza di bruciare in noi tutto ciò che non viene da Dio e non conduce a Dio. Avviene allora la grazia più grande che un uomo possa desiderare: «Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (14,23). La nostra vita diviene dimora di Dio! L’uomo diventa così una fiaccola di Dio, un segno luminoso del suo amore e della sua tenerezza. Quest’amore non resta confinato nelle parole ma apre le braccia.
«Tutti da Te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno», dice il salmista. Il buon Dio non fa mancare il pane ai suoi figli. La Parola accompagna e sostiene il cammino della Chiesa, dona luce e forza a coloro che cercano la verità, indica la via della fedeltà. Ogni giorno risuona questa Parola. Ho voluto raccogliere qualche briciola di questo banchetto che rallegra il cuore per condividere con i fratelli la gioia della fede e la speranza del Vangelo.

La Resurrezione: Speranza e Nuova Giustizia
Cristo risorto non è semplicemente tornato a vivere. Sarebbe troppo poco; e poi sarebbe stato un fatto costatabile. Cristo risorto è invece entrato a godere della speranza alimentata nei secoli presso tutti i popoli, in base alla quale Dio avrebbe realizzato un modo nuovo di giustizia e di pienezza per ogni creatura e per l’intero universo. Da allora quella predicazione risuona nel tempo: Cristo è risorto. È un annuncio ancora oggi strano; molti lo rifiutano, almeno a livello superficiale.

Perseveranza nella Fede e le Tribolazioni
L'Esempio degli Apostoli
Dagli Atti degli Apostoli At 14,19-28: In quei giorni, giunsero [a Listra] da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe. Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché - dicevano - dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l'opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
Questo brano degli Atti ci mostra come la diffusione del Vangelo sia intrinsecamente legata alle tribolazioni e alla perseveranza nella fede. Nonostante la lapidazione e la minaccia di morte, Paolo e Barnaba non si arrendono, ma continuano a predicare, a confermare i discepoli e a istituire anziani, affidandosi sempre alla grazia di Dio.
La Fede nei Tempi di Prova Attuali
Stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che «il Signore ci guiderà sempre» (cfr Is 58,11).

Il Sacramento del Matrimonio: Unione Indissolubile e Amore Trasformativo
Il Disegno Originario di Dio
In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?» Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla.» Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.» A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento.
Ogni giorno dovremmo ringraziare il Signore per quello che ci dà. Se a volte è facile ringraziarlo per i benefici, altre volte dobbiamo riconoscere di aver bisogno di pazienza. San Giacomo ci ricorda che sono beati quelli che sono stati pazienti (cf Gc 5,11).

Rievangelizzare il Matrimonio nella Società Moderna
Se ai tempi di Gesù ci si rifaceva all’autorità di Mosè per giustificare il divorzio, oggi ci si appella soltanto alla propria coscienza e ai “casi della vita”. Separarsi è più facile e frequente; con grave danno della stabilità familiare e della stessa nostra società. Ma è inutile piangere o recriminare sui tempi cattivi. Occorre, piuttosto, rievangelizzare il matrimonio e accompagnare con una pastorale adeguata le coppie che vogliono vivere coerentemente il sacramento di cui sono stati - e sono ancora - ministri.
Dobbiamo tutti seguire gli insegnamenti di Gesù e riandare al progetto divino che ha fatto della famiglia un’icona perfetta della Trinità. I coniugi tra loro, e i genitori nel riguardo dei figli, sono e devono rimanere diversi, ma restare uniti dall’amore che valorizza le differenze nella complementarietà. Per attuare tale progetto, gli sposi cristiani devono arrivare ad amarsi «come Cristo ha amato la Chiesa, fino al punto di sacrificare se stesso per lei» (Ef 5,25-27). Se il Signore chiede tanto a quei suoi discepoli chiamati alla vocazione matrimoniale, è perché, con la grazia propria del sacramento, dà loro una forza sufficiente, anzi sovrabbondante.
Le inevitabili difficoltà della vita di coppia devono essere superate con il perdono quotidiano, mai con le rotture senza alternativa, come oggi, troppo spesso, si arriva a fare. È sano realismo applicare agli sposi la raccomandazione che san Benedetto fa ai suoi monaci, nella Regola: ogni giorno preghino insieme e ad alta voce il Padre nostro, perché «vincolati dalla promessa fatta con l’orazione stessa quando dicono: “Perdona a noi come anche noi perdoniamo”, risolvano tutte le spine dei contrasti che nascono abitualmente» in ogni tipo di convivenza umana.