Commento al Vangelo del 14 Agosto

Il 14 agosto, la liturgia ci invita a riflettere su passaggi profondi delle Scritture, che toccano temi fondamentali come la pace, l'amore, il perdono e la presenza costante di Dio nella storia umana. Questa data, spesso associata alla memoria di San Massimiliano Maria Kolbe e alla Vigilia dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, arricchisce ulteriormente il significato delle letture.

illustrazione di Gesù che parla ai discepoli, scena biblica

La Pace di Cristo: Un Dono Diverso dal Mondo (Gv 14, 27-31a)

Il Vangelo di Giovanni ci presenta le parole di Gesù ai suoi discepoli:

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco.»

Ogni giorno, durante la Santa Messa, queste parole vengono richiamate nella preghiera eucaristica: "Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". Queste parole ci aiutano ad approfondire il senso del messaggio di Gesù.

Gesù ci vuole aiutare a capire che la fede è una profonda fonte di pace. Egli vuole lasciarci impresso che la fede non è pensare che tutto finirà bene, poiché poche ore dopo, Egli stesso sarà caricato del legno della Croce. Ciò che Gesù ci chiede è di confidare in Lui, che è "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1,9).

Credere nella luce, tuttavia, significa anche rendersi conto dell’esistenza dell’oscurità. Per questo, la fede non è un ottimismo dolciastro, ma vuol dire prendere sul serio le conseguenze della Croce del Signore e non perdere di vista che proprio lì si trova la risposta a tutte le nostre domande e perplessità. Quando ascoltiamo queste parole, possiamo chiederci: com’è la mia fede, la fede che al Signore chiedo di guardare invece dei miei peccati? Per fortuna non è una richiesta individuale: chiediamo al Signore di guardare alla "fede della sua Chiesa", che si nutre fondamentalmente dell’Eucaristia, dei sacramenti, della preghiera personale e comunitaria.

Il Comandamento dell'Amore e dell'Amicizia (Gv 15, 12-16)

Il Verbo prima del Vangelo proclama: «Alleluia. Vi ho chiamato amici, dice il Signore, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Alleluia.»

Gesù poi continua rivolgendosi ai suoi discepoli:

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.»

Oggi, il Signore ci invita all'amore fraterno: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12), il che significa amare come Egli ha fatto e continua a fare. Gesù ci parla come ad amici, perché ci ha rivelato il Padre, ci vuole apostoli e ci destina a produrre frutto, un frutto che si manifesta nell'amore.

Amare è dare la vita. Lo sanno i coniugi che, amandosi, fanno un dono reciproco della loro vita e prendono su di loro la responsabilità di essere genitori, accettando l'abnegazione e il sacrificio del loro tempo e della loro esistenza a vantaggio di coloro che devono assistere, proteggere, educare e formare. Lo sanno i missionari che danno la loro vita per il Vangelo con uno stesso spirito cristiano di sacrificio e di abnegazione.

Gesù ha detto che la condizione per l'amore e per portare frutto è: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Egli ci invita a perdere la nostra vita, a consegnarla a Lui senza paura, a morire a noi stessi per poter amare il fratello con l'amore di Cristo, con amore soprannaturale. Gesù ci invita ad arrivare a un amore operante, benefattore e concreto, come ha compreso l'apostolo Giacomo quando disse: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?».

Se cerchiamo un esempio di amore, nessuno ha più amore di chi dà la vita per i suoi amici, e questo è ciò che Cristo ha fatto sulla croce. Nella sua morte in croce si realizza quel mettere Dio contro se stesso; è lì che si vede la verità dell'amore e da lì è necessario definirlo. Accogliendo nel suo cuore umano l'amore del Padre per gli uomini, Gesù "li amò sino alla fine" (Gv 13,1) "perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici" (Gv 15,13). Così nella sofferenza e nella morte la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini.

Il comandamento nuovo... ma perché è nuovo? La Nuova Legge dell'amore

Il Dono del Perdono: La Parabola del Servo Spietato (Mt 18, 21-35)

Il Salmo 118,135 ci guida: «Alleluia, alleluia. Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo e insegnami i tuoi decreti.»

Nel Vangelo di Matteo, Pietro si avvicina a Gesù con una domanda cruciale:

«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.»

In questa parabola, troviamo due atteggiamenti differenti: quello di Dio - rappresentato dal re - che perdona tanto e sempre, e quello dell'uomo. Nell'atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre nell'atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia. C'è bisogno di quell'amore misericordioso, che è anche alla base della risposta del Signore alla domanda di Pietro.

Nel linguaggio simbolico della Bibbia, "settanta volte sette" significa che siamo chiamati a perdonare sempre. Il racconto della pagina del Vangelo di Matteo ci ricorda che la questione del perdono non poggia su un nostro personale buonismo. Anche coloro che si confessano facendo l'elenco di ciò che non avrebbero fatto ("non ho ucciso nessuno, non ho rubato, aiuto tutti, sono una brava persona...") sono stati abbondantemente perdonati, anche se forse non ne hanno consapevolezza. È una buona cosa accettare di essere umili abbastanza da rendersi conto che nessuno di noi può dirsi migliore degli altri. Spesso, quando siamo noi le vittime, vorremmo il massimo della misericordia, ma quando le vittime sono gli altri, pretendiamo il massimo della giustizia. Gesù ci tiene a dire che un simile atteggiamento non rimane impunito.

Chiedersi «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me?» (Mt 18,21) può significare confrontarsi con le manie e i capricci di coloro che amiamo, che a volte ci amareggiano o ci importunano. Gesù risponde con la lezione della pazienza. Sia il servo perdonato sia il suo debitore implorano: «Abbi pazienza con me». Mentre l’intemperanza del malvagio provoca la propria rovina morale ed economica, la pazienza del Re, oltre a salvare il debitore, accresce la personalità del monarca e gli procura la fiducia della corte.

È chiaro che dobbiamo opporci all’ingiustizia, e se è necessario, energicamente, poiché permettere il male sarebbe un'indicazione di apatia o di vigliaccheria. Però l'indignazione è sana quando in essa non c'è egoismo, né ira, né stupidità, bensì il desiderio retto di difendere la verità. L'autentica pazienza è quella che ci porta ad accettare misericordiosamente le contraddizioni, le molestie e le mancanze di opportunità. Essere pazienti equivale a sapersi dominare. La pazienza è una virtù cristiana che si forgia nell’esperienza, poiché tutti in questo mondo abbiamo dei difetti. San Paolo ci esorta a sopportarci gli uni gli altri (cf. Col 3,12-13). La pazienza del Signore ci dà l'opportunità di essere salvi. Se cerchiamo un esempio di pazienza, troveremo il migliore di tutti nella Croce. Il Signore si prende il suo tempo con noi e ci aspetta fino alla fine della vita.

illustrazione della parabola del servo spietato

Letture dall'Antico Testamento: La Guida e la Presenza di Dio

L'Attraversamento Prodigioso del Giordano (Gios 3, 7-10a.11.13-17)

La Prima Lettura dal Libro di Giosuè narra un momento cruciale per il popolo d'Israele:

«In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi comincerò a renderti grande agli occhi di tutto Israele, perché sappiano che, come sono stato con Mosè, così sarò con te. Da parte tua, ordina ai sacerdoti che portano l’arca dell’alleanza: “Una volta arrivati alla riva delle acque del Giordano, vi fermerete”». Disse allora Giosuè agli Israeliti: «Venite qui ad ascoltare gli ordini del Signore, vostro Dio». Disse ancora Giosuè: «Da ciò saprete che in mezzo a voi vi è un Dio vivente: proprio lui caccerà via dinanzi a voi il Cananeo, l’Ittita, l’Eveo, il Perizzita, il Gergeseo, l’Amorreo e il Gebuseo. Ecco, l’arca dell’alleanza del Signore di tutta la terra sta per attraversare il Giordano dinanzi a voi. Quando le piante dei piedi dei sacerdoti che portano l’arca del Signore di tutta la terra si poseranno nelle acque del Giordano, le acque del Giordano si divideranno: l’acqua che scorre da monte si fermerà come un solo argine». Quando il popolo levò le tende per attraversare il Giordano, i sacerdoti portavano l’arca dell’alleanza davanti al popolo. Appena i portatori dell’arca furono arrivati al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l’arca si immersero al limite delle acque - il Giordano infatti è colmo fino alle sponde durante tutto il tempo della mietitura -, le acque che scorrevano da monte si fermarono e si levarono come un solo argine molto lungo a partire da Adam, la città che è dalla parte di Sartàn. Le acque che scorrevano verso il mare dell’Aràba, il Mar Morto, si staccarono completamente. Così il popolo attraversò di fronte a Gerico.»

A questo testo risponde il Salmo:

R/. Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, per volgerti indietro? Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, Giuda divenne il suo santuario, Israele il suo dominio. Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro, le montagne saltellarono come arieti, le colline come agnelli di un gregge. Perché voi, montagne, saltellate come arieti e voi, colline, come agnelli di un gregge?

Il Concilio di Gerusalemme e l'Unità della Chiesa

Una lettura dagli Atti degli Apostoli ci narra di un importante momento nella vita della Chiesa primitiva, riguardo l'invio di una lettera per risolvere controversie:

«E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose.» Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera.

L'Arca dell'Alleanza sotto Davide (1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2)

Dal primo libro delle Cronache, leggiamo dell'importanza dell'Arca dell'Alleanza:

«In quei giorni Davide convocò tutto Israele a Gerusalemme, per far salire l’arca del Signore nel posto che le aveva preparato. Davide radunò i figli di Aronne e i leviti. I figli dei leviti sollevarono l’arca di Dio sulle loro spalle per mezzo di stanghe, come aveva prescritto Mosè sulla parola del Signore.»

Il Salmo Responsoriale in questo contesto ci invita a glorificare il Signore:

R/. Sorgi, Signore, tu e l'arca della tua potenza. Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata, l'abbiamo trovata nei campi di Iàar. Entriamo nella sua dimora, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi. I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia ed esultino i tuoi fedeli. Per amore di Davide, tuo servo, non respingere il volto del tuo consacrato. Sì, il Signore ha scelto Sion, l'ha voluta per sua residenza: «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: qui risiederò, perché l'ho voluto».

La Vittoria sulla Morte: Una Promessa di Immortalità (1Cor 15, 54b-57)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, riceviamo un messaggio di speranza:

«Fratelli, quando questo corpo mortale si sarà vestito d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge.»

A conferma di questa vittoria, il Versetto prima del Vangelo proclama: «Alleluia, alleluia. Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano. Beato il grembo della Vergine Maria, che ha portato il Figlio dell’eterno Padre.»

La Memoria di San Massimiliano Maria Kolbe e la Vigilia dell'Assunzione di Maria

Il 14 agosto commemora anche San Massimiliano Maria Kolbe, sacerdote e martire. Nato in Polonia nel 1894, si consacrò al Signore nella famiglia Francescana dei Minori Conventuali. Innamorato della Vergine, fondò "La milizia di Maria Immacolata" e svolse un intenso apostolato missionario. Deportato ad Auschwitz durante la Seconda Guerra Mondiale, offrì la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia, morendo nel bunker della fame il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato "patrono del nostro difficile secolo", un esempio supremo di amore fraterno fino al sacrificio estremo.

Questa data è anche la vigilia della Solennità dell’Assunzione di Maria, una celebrazione della sua risurrezione. Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato originale, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per i gaudi della vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione.

Tutti gli esseri umani sono corruttibili e mortali; il corpo è destinato a perire e a decomporsi. Nessuno vive per sempre. Ma grazie alla risurrezione di Gesù, Dio ha trasformato ciò che era corruttibile e mortale in incorruttibile e immortale. Quando Dio ha risuscitato Gesù dai morti, ha reso possibile che ogni essere umano potesse essere risuscitato e partecipare alla vita nuova ed eterna. Il corpo umano morirà e si decomporrà, ma Dio ha dimostrato che questa non è la fine. Dio ha sconfitto la morte risuscitando Gesù e rivestendolo di incorruttibilità e immortalità. Dopo Gesù, Maria è stata la prima a risorgere e ad essere rivestita della vita incorruttibile ed immortale di Dio.

icona di San Massimiliano Maria Kolbe

Preghiera dei Fedeli

Rivolgiamoci a Dio Padre, che è più grande del nostro povero cuore e può aprire il nostro animo al perdono e all'amore. Aiutaci a perdonare, o Signore:

  • Per il Papa, i vescovi e i sacerdoti, perché siano sempre esempio e strumento di riconciliazione e di pace.
  • Per la nostra società, perché scompaia da essa l'assurda legge della vendetta organizzata e sostenuta dalla tradizione.
  • Per tutti i cristiani, perché pensando alla bontà di Dio che continuamente perdona, aprano il cuore alla tolleranza e alla comprensione.
  • Per i coniugi che si trovano in crisi, perché nel perdono reciproco possano riscoprire e approfondire il loro amore.
  • Per noi qui presenti, perché l'Eucaristia alla quale partecipiamo liberi il nostro animo dall'indifferenza, dalla diffidenza e dal rancore.
  • Perché anche noi collaboriamo alla perequazione dei beni e perché le difficoltà non irrigidiscano i nostri cuori.

Accogli, o Padre, queste invocazioni che ti rivolgiamo con grande umiltà, sapendo di essere spesso simili al servo ingrato ed esoso, e dona la pace ai nostri cuori. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore, affinché impariamo a offrirti il sacrificio della nostra vita e, come san Massimiliano Maria, attingiamo forza da questo convito per conformarci fino alla morte a Cristo tuo Figlio. Amen.

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