Il dipinto di Guido Reni raffigurante San Giuseppe col Bambino Gesù ha segnato una svolta significativa nell'iconografia del padre adottivo del Messia. Questa opera, realizzata dal pittore bolognese tra il 1625 e il 1635 (la datazione esatta rimane incerta), è la prima rappresentazione in cui lo sposo di Maria viene ritratto da solo con il Bambino.
La tela di Reni ha infranto una tradizione iconografica che, fino al XVII secolo, aveva relegato San Giuseppe a un ruolo di comparsa nelle scene della Natività o dell'Adorazione dei Magi. In quest'opera, invece, Gesù e il suo padre adottivo si scambiano uno sguardo intenso e tenero. La luce solare mette in risalto i capelli bianchi, le rughe del volto e i calli sulle mani dell'anziano falegname. Questa rappresentazione non intende evocare un "memento mori", ma piuttosto un sereno "Nunc dimittis": la discendenza di Betsabea abbraccia Colui che toglie il peccato del mondo, contemplando compiaciuta il compimento delle promesse messianiche.
Per esaltare ulteriormente le figure umane, Reni ha scelto uno sfondo volutamente elementare, quasi anticipando gli sfondi "monocromi" che saranno tipici di Francesco Hayez nel XIX secolo. Nonostante il dipinto "San Giuseppe col Bambino Gesù" sia destinato a imprimersi nell'immaginario collettivo cristiano, all'epoca della sua creazione (prima metà del Seicento), la devozione verso San Giuseppe era ancora in fase di affermazione e il soggetto faticava a inserirsi nella dominante propensione filo-mariana dell'arte sacra.
Dietro la resistenza ad accettare questa nuova iconografia si celavano preoccupazioni dottrinali, eredità della lotta contro l'arianesimo e il monofisismo nei secoli IV-V. Non è un caso che il "San Giuseppe" di Reni fosse inizialmente destinato ad ambienti privati, catalogato come "quadro da stanza". Tuttavia, l'opera fu notata e acquistata dal Cardinale Cesare Monti, arcivescovo di Milano, che la inserì nella sua quadreria personale.

Un esempio di come l'opera di Reni abbia influenzato produzioni successive si può trovare nella statua di San Giuseppe presente nella chiesa parrocchiale di Camporicco. Sebbene l'autore sia rimasto anonimo e la datazione incerta, l'ispirazione all'opera di Reni è evidente, pur non trattandosi di una riproduzione pedissequa. Questa statua raffigura un San Giuseppe nel fiore degli anni, dallo sguardo fiero, che avanza con piglio virile, sorreggendo il Bambino e un bastone fiorito.
Il Bambino Gesù, ritratto con i tratti di un neonato nei suoi primi mesi, stringe il globo della sovranità universale, mentre i suoi occhi azzurrissimi scrutano i fedeli. La resa realistica dell'incarnato e delle vesti conferisce alle figure una vividezza tale da sembrare persone reali.
Il turbamento suscitato dalla rappresentazione del corpo atletico e nudo di Gesù Cristo dipinto dai pittori portò, a partire dal XVI secolo, alla produzione di opere devozionali destinate ai conventi femminili. Queste opere erano prive di immagini potenzialmente sconvolgenti per le giovani donne, spesso costrette alla monacazione e quindi più esposte alle tentazioni del mondo. Questa produzione, definita gergalmente "pittura per monache", presentava una visione depurata della realtà, con una minore enfasi sul corpo maschile di Gesù e una maggiore attenzione a soggetti soavi e trasognati.
Sebbene non sempre apprezzate dalla critica, che privilegiava una rappresentazione più cruda della verità, queste opere devozionali offrivano una visione sentimentale e poetica, innovativa a suo modo. L'obiettivo era quello di evitare che le monache potessero identificarsi in figure conturbanti come la Maddalena, spostando invece l'attenzione sulla figura della Madonna e della madre. Di conseguenza, la devozione al Bambin Gesù divenne particolarmente significativa per il mondo femminile, estendendosi poi anche a quello maschile nel periodo barocco.
In alcune rappresentazioni, per evitare di mostrare il dramma della Passione e della Resurrezione, la figura di Gesù adulto veniva sostituita con l'immagine di Cristo bambino. Questo fenomeno, oltre a garantire il decoro morale, era motivato anche da ragioni teologiche: la visione di un bambino al posto dell'adulto rafforzava il concetto di sacrificio nella purezza e la Pietà.
Un filone iconografico importante è quello dei "Bambini della Passione", nati nel tardo XV secolo. Queste rappresentazioni mostrano un fanciullo che regge i simboli della Passione, come la croce o i chiodi, talvolta con una corona di spine sul capo. Il volto è spesso carico di dolore, con lo sguardo rivolto verso l'alto in segno di supplica. Una variante sono i "Bambini della Passione addormentati", raffigurati su un teschio e una croce, che evocano le parole di Sant'Alfonso Maria de' Liguori sulla contemplazione delle future sofferenze di Cristo anche nel sonno.

L'iconografia di questi bambini mutua elementi dall'arte antica, come i putti dolenti. Scultori come Agostino Busti, detto il Bambaia, e Desiderio da Settignano hanno creato opere significative in questo senso, raffigurando bambini tristi appoggiati a teschi o con la corona di spine in mano.
Paolo della Croce, in una lettera, sottolineò come tutta la vita di Gesù fosse stata "tutta Croce", rivelando che anche da Bambino si poneva in forma di Crocifisso, patendo i dolori della Croce, specialmente il Venerdì.
Nel dipinto "Madonna del grappolo d'uva" di Bernardino Luini, o di un pittore a lui vicino, si osserva un intreccio di contenuti allegorici. Elementi come l'uva, la neve e la nudità del Bambino sono stagionalmente inconciliabili, suggerendo una lettura che va oltre la mera descrizione della realtà. Il libro aperto sul capitolo dell'Antico Testamento, su cui poggia la mano della Madonna, rappresenta il passato e il destino di sangue e morte che attende il Messia. Il colore viola del fiore rimanda alla Quaresima, mentre lo sguardo lontano di Gesù prefigura il suo percorso terreno.
La mano sinistra del Bambino scherma gli occhi dalla luce, consentendogli di osservare un punto lontano, al di fuori della scena. La dolcezza sfumata che caratterizza la figura del Bambino è tipica della scuola leonardesca. Il cardellino, con il suo becco rivolto nella stessa direzione dello sguardo del Bambino, rafforza la metafora pittorica. Il suo nome latino, "carduelis", derivante dall'abitudine di cibarsi di semi di cardo, evoca la corona di spine che provocherà ferite al Messia.
La presenza del grappolo d'uva è di semplice decodificazione, rimandando al simbolismo del sangue e del vino, centrale nella celebrazione della Messa. La quinta paesaggistica, con le montagne innevate, apre alla dimensione dell'eternità. Le altitudini montane sono considerate attributo di Dio, avvicinando al cielo, e i fatti cruciali della religione avvengono spesso sulle montagne.
Il monte innevato, per l'uomo del Cinquecento, costituiva una ricca palestra simbolica, ricca di rimandi. La Trasfigurazione di Gesù Cristo sul monte Tabor, con i suoi abiti bianchi come la neve, è un esempio di questa simbologia.
L’arte divina di Guido Reni
In un altro dipinto, Guido Reni concentra la bellezza e la magia della notte di Natale, dove il Salvatore appena nato risplende di luce propria e numerosi fedeli giungono per rendergli omaggio. Come in altre opere sulla Natività, è il Bambino a illuminare l'oscurità. I colori delicati e la gioia sui volti degli adoranti rendono quest'opera sublime. La prospettiva, leggermente dall'alto, dà la sensazione di essere sospesi in aria, tra gli angeli.
Guido Reni morì nell'agosto del 1642 e per anni si ritenne che quest'opera fosse rimasta incompiuta. Tuttavia, studi più recenti hanno evidenziato come la stesura cromatica sia identica ad altre sue opere. Esistono diverse tele di Reni con lo stesso soggetto, e l'"Adorazione dei Pastori" riscosse fin da subito grande consenso e apprezzamento dai padri certosini.
La raffigurazione della Natività di Cristo è uno dei soggetti più rappresentati nell'arte. La più antica scena di Natività conosciuta si trova nelle Catacombe di Priscilla a Roma e risale al III secolo. Per molti secoli, la Vergine fu rappresentata distesa, secondo un'iconografia orientale che intendeva trasmettere la fatica del parto, come nel dipinto "La Notte" del Correggio.