Commenti e Riflessioni sulle Lettere dell'Apostolo Paolo

La Figura Trasformata di San Paolo e l'Impatto delle Sue Lettere

Questo libro propone una rilettura appassionata dell’apostolo Paolo, meditata e assimilata attraverso il confronto con l’Antico Testamento, in un dialogo continuo con la Legge e i Profeti, con le figure del Battista, di Pietro e degli apostoli. Di fronte a questi si staglia in tutta la sua statura e novità quest’uomo “afferrato da Cristo” (Fil 3,12) sulla via di Damasco. È la relazione personale con Cristo, infatti, a rendere nuova la vita di Saulo e a trasformarlo in Paolo, da persecutore dei Giudei ad apostolo di Cristo, da uomo vecchio ad uomo nuovo, annunciatore del nome di Gesù e fondatore di comunità cristiane.

Dopo la festa della Conversione di san Paolo, è opportuno meditare per alcuni giorni un brano tratto dalle Lettere di san Paolo Apostolo. È consigliabile ripensarci spesso, durante il giorno, affinché la Parola di Dio metta radici in noi, possa germogliare e dare molto frutto.

illustrazione della conversione di San Paolo sulla via di Damasco

La Carità: La Via Migliore di Tutte (1 Corinzi 13)

Paolo esorta i credenti con le parole: "Fratelli, aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte." L'apostolo sottolinea l'importanza suprema della carità attraverso vividi esempi:

  • "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna."
  • "E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, sono un bel nulla."
  • "E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova."

La carità viene poi descritta nelle sue molteplici qualità:

"La carità è paziente, è benigna; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità."

Paolo evidenzia la sua eternità in contrasto con la transitorietà di altri doni spirituali: "La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta, ed è imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà."

Con una metafora sullo sviluppo personale, l'apostolo illustra il passaggio da uno stato immaturo a uno più completo: "Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia."

In conclusione, Paolo afferma l'indissolubilità di tre virtù fondamentali: "Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza, la carità; ma di tutte più grande è la carità!"

infografica sulle virtù teologali: fede, speranza, carità

La Fede e l'Esempio degli Antichi Patriarchi (Ebrei 11)

La Lettera agli Ebrei, sebbene la sua autorialità paolina sia discussa, presenta una profonda riflessione sulla fede che risuona con il pensiero dell'apostolo. Il testo recita: "Fratelli, la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono."

Vengono presentati esempi illuminanti di fede dall'Antico Testamento:

  • "Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso."
  • "Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso."

Questi patriarchi morirono nella fede, pur non avendo visto l'adempimento completo delle promesse: "Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra." Questa dichiarazione rivela la loro aspirazione ultima: "Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste."

L'esempio di Abramo raggiunge il culmine nella sua prova più grande: "Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome."

La Scelta Divina degli Umili e la Croce di Cristo

Paolo sottolinea come la chiamata di Dio non si rivolga ai potenti o ai sapienti secondo criteri umani: "Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili." L'apostolo rivela la logica divina dietro questa scelta:

"Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio."

L'importanza della perseveranza e della santificazione è altrettanto cruciale: "È per la vostra correzione che voi soffrite! Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore, vigilando che nessuno venga meno alla grazia di Dio."

Paolo ribadisce il fulcro del suo messaggio evangelico: "Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso."

L'Inizio della Lettera ai Romani: La Presentazione di Paolo e l'Annuncio del Vangelo

L’inizio della Lettera ai Romani è un’entrata in scena ad effetto. Paolo ci manifesta subito la necessità di presentarsi, di dirci chi è. L'apostolo dedica a questa presentazione cinque versetti su sette, evidenziando quanto sia importante, quando ci mettiamo in relazione con gli altri, avere chiaro, prima a noi stessi, chi siamo; perché altrimenti, nella relazione, ci smarriamo e rischia di perdersi nella nebbia anche il rapporto che si vuol costruire.

Paolo, Servo e Apostolo per Chiamata Divina

Un aspetto notevole della presentazione di Paolo è l'assenza del pronome “io” in questi cinque versetti, in netto contrasto con il modo di parlare a noi così familiare, spesso autocentrato. Paolo parla di sé in terza persona, quasi come se si presentasse parlando di un altro. Il suo parlare di sé è sempre intrecciato con l’opera di Dio: si definisce attraverso l’azione di Dio in lui. Paolo è «servo» di Cristo Gesù; Paolo è «apostolo» non per scelta, ma «per chiamata»; Paolo è «scelto» (e non “ha scelto”). L’azione di Dio in lui è la sua vocazione, e la sua vocazione è «annunciare il vangelo di Dio».

È bello pensarci nella relazione con l’altro come strumenti, o meglio come strade, porte, ponti attraverso cui Dio passa per raggiungere colui che ci sta di fronte; e viceversa guardare l’altro davanti a noi come colui che ci parla di Dio.

Paolo e l'inizio della lettera ai Romani

Gesù Cristo, Centro dell'Annuncio Apostolico

Tecnicamente parlando, la presentazione di sé si esaurisce subito alla fine del primo versetto, per poi immergersi immediatamente nell’annuncio del Vangelo di Dio. L’ultima espressione che Paolo usa, «scelto per annunciare il vangelo di Dio», introduce direttamente in questo annuncio. I versetti 2, 3 e 4 contengono tale annuncio, e il suo centro non è un concetto o un’idea, ma una persona: Gesù Cristo. Il nome di Paolo compare solo all’inizio, poi tutto ci parla di Gesù. Si fa riferimento a Lui in molteplici modi: «Figlio suo», «nato dal seme di Davide», «costituito Figlio di Dio», «Gesù Cristo nostro Signore».

È proprio per mezzo di questo Gesù che Paolo ribadisce quanto detto all’inizio di sé: «abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli». L’uso del plurale «abbiamo ricevuto» è significativo, mostrando la consapevolezza di Paolo di essere parte di una comunità, quella «degli apostoli». Questa è una comunità che si apre anche a noi che stiamo leggendo il suo annuncio, perché in quel «abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli» ci siamo anche noi. Essere apostoli, come ci ricorda Paolo, non è un «titolo per differenziarsi», ma è una funzione per gli altri, affinché il dono della fede possa essere accolto da tutti i popoli della terra, ovvero «le genti». Paolo ribadisce che «tra queste siete anche voi», dove quel «voi» non sono solo i destinatari fisici della lettera, gli abitanti di Roma, ma anche noi che la leggiamo oggi.

Siamo allo stesso tempo ogni giorno apostoli e destinatari dell’annuncio. Ed è bello che Paolo ci ricordi che siamo «chiamati da Gesù Cristo», cioè c’è qualcuno che ci sta chiamando perché ci sta attendendo. Ci attende perché siamo amati, ed è Lui che, col suo chiamarci ogni giorno, ci rende “santi”. Non siamo santi perché siamo bravi e facciamo delle belle cose, ma siamo «santi» perché è Lui che ci rende tali chiamandoci e, chiamandoci a sé, a stare con Lui.

mappa dei viaggi missionari di San Paolo

La Lettera a Filemone: Schiavitù, Fratellanza e Mediazione Apostolica

La Lettera a Filemone è un breve ma significativo scritto paolino, composto da sole 328 parole greche, una manciata rispetto al capolavoro dell’Apostolo, la Lettera ai Romani, che ne conta ben 7.094. È una sorta di biglietto indirizzato a un certo Filemone («amabile»), definito come «persona amata e collaboratore nostro», il più breve degli scritti neotestamentari paolini.

Su questo foglietto, suddiviso ora in 25 versetti, uno dei maggiori studiosi dell’Apostolo, Antonio Pitta, ha intessuto un commento di oltre duecento pagine, di cui quasi venti di bibliografia, dimostrando quanto interesse abbia suscitato questa lettera a impronta autobiografica. Essa è indirizzata - oltre che al destinatario principale - anche ad altre due persone: un «nostro commilitone» (in senso metaforico, nella battaglia per il Vangelo), Archippo, e una donna, Apfìa.

Onesimo, lo Schiavo "Utile" e la Custodia Militaris

Il cuore del testo riguarda uno schiavo, un tale Onesimo, in greco «utile», sul cui nome Paolo intesse anche un piccolo gioco di parole: «Egli una volta era inutile per te, ma ora è utile per te e per me» (v. 11). L’Apostolo aggiunge una curiosa nota contestuale: «Io, Paolo, anziano, ma ora anche prigioniero di Cristo Gesù… ti supplico per mio figlio Onesimo, che ho generato nelle catene» (vv. 9-10). Dato, però, che poteva ricevere persone in visita, si tratterebbe della semplice custodia militaris, una sorta di arresti domiciliari come quelli del suo soggiorno romano, in attesa della sentenza finale della cassazione imperiale a cui Paolo era ricorso in appello. Infatti, «Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui» (Atti degli apostoli 28,30).

La lettera suppone che il rapporto di dipendenza tra il padrone Filemone e lo schiavo Onesimo fosse stato interrotto da una fuga. Su questo dato si sono appuntate diverse interpretazioni, soprattutto quella che riteneva si trattasse di uno schiavo fuggitivo, rispedito a Filemone attraverso la calorosa mediazione dell’Apostolo per una benevola accoglienza.

illustrazione di San Paolo che scrive, con Onesimo accanto

La Nuova Lettura di Pitta e la Concezione Cristiana della Schiavitù

Pitta suggerisce, invece, un’altra lettura del caso: «Paolo scrive a Filemone per supplicarlo affinché, da una parte, riaccolga Onesimo come fratello e non più come schiavo e, dall’altra, glielo metta a disposizione come “collaboratore” nell’evangelizzazione». Certo è che il cuore tematico è la concezione cristiana nei confronti della schiavitù che, nell’epistolario a lui attribuito, Paolo affronta in modo non sempre omogeneo.

Da un lato, infatti, Paolo ribadisce che lo statuto sociale della schiavitù non collide con la possibilità di essere cristiani, a differenza del giudaismo che, con le sue osservanze rituali necessarie (ad esempio, il riposo sabbatico), dichiarava impossibile la coesistenza di questa duplice situazione. D’altro lato, però, senza contraddirsi per la ragione appena detta, l’Apostolo non esita in vari passi a raccomandare una corretta relazione di dipendenza dello schiavo e lo fa più volte con appelli etico-sociali legati alla struttura socio-culturale di allora. Eccone un esempio: «Voi schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore».

Tuttavia, Paolo aggiunge subito il dovere anche dei padroni: «Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Colossesi 3,22; 4,1). A Filemone l’Apostolo chiede, infatti, di accoglierlo «non più come schiavo ma più che schiavo, fratello amato, soprattutto per me, ma quanto più per te nella carne e nel Signore. Se dunque mi sei partecipe, accoglilo come me» (vv. 16-17).

Interessante è l’identificazione, da parte di Pitta, della «strategia retorica» con cui in queste righe Paolo adotta due argomentazioni per convincere il suo interlocutore. Significativi sono anche i paralleli che lo studioso intesse con lo stoicismo, a partire dal passo folgorante di una delle lettere di Seneca a Lucilio: «Sono schiavi. Sì, ma sono esseri umani. Sono schiavi. Sì, ma compagni sotto uno stesso tetto. Sono schiavi. Sì, ma anche umili amici» (47, 1).

Il biglietto è studiato dall’esegeta, docente alla Pontificia Università Lateranense, in tutti i suoi segreti, nelle sfumature semantiche più recondite, nel coinvolgimento personale del suo autore, nella sua contestualità storica e culturale (fin nel dettaglio del «corriere epistolare», che in questo caso è lo stesso Onesimo, segretario, latore e lupus in fabula).

tags: #commenti #alle #lettere #di #san #paolo