Patti Smith: Tra Fede, Poesia e Rivoluzione Spirituale

Patti Smith, la “sacerdotessa della musica rock americana”, è una figura la cui ricerca artistica e personale è profondamente intrisa di spiritualità e una visione unica della fede e dell'esistenza. La sua musica e la sua poesia sono un costante dialogo con il divino, la natura, l'umano e il sacro.

Il Legame Indissolubile con San Francesco d'Assisi

Il rapporto profondo della cantante con san Francesco d'Assisi nasce dopo la visita che l’artista fece nel 2012 ad Assisi, dove visitò la basilica, pregò sulla tomba del Patrono d’Italia e pranzò con la comunità francescana. In quell’occasione la rocker dichiarò: “Credo che san Francesco non escluda nessuno, proprio come Gesù Cristo. Se ci si avvicina a san Francesco con amore, si riceve amore”, consapevole che il santo era diventato ormai la sua guida in un periodo in cui necessitava di un cambiamento.

Patti Smith ha esaudito un desiderio dei frati di Assisi scrivendo la poesia “Where Francis walked”, per commemorare l’VIII centenario della morte dell’Alter Christus. I primi versi della lirica si aprono con la descrizione di una selva, nella quale la cantautrice dice di essersi smarrita e invoca una guida (“Smarrita in una selva / invocando una guida”), richiamando alla memoria la Commedia dantesca.

All’improvviso Patti sente l’ululato di un lupo ferito, rannicchiato su un tumulo sacro: è la similitudine con il mondo ferito e fatto a pezzi, nel quale il divino sembra ormai svanito (“Ho ascoltato il grido / di un lupo ferito/ rannicchiato su un tumulo / un tempo stimato sacro”). In mezzo alla notte ventosa, la donna intravede una presenza benevola e positiva, che non si impone sulla natura ma che procede a passo lento senza forza, senza deturpare le bellezze paesaggistiche (“Quando d’improvviso ho sentito / una presenza benevola / con un movimento così lieve / da non calpestare / la festa delle forme”). L’artista introduce il divino come presenza rispettosa che ha cura dell’equilibrio naturale, perché la santità non si impone ma si palesa con passo leggero.

Patti Smith ad Assisi in un momento di contemplazione

Si verifica, allora, una vera e propria trasformazione: il cielo si apre e la luce irradia i campi abbattendo l’oscurità. Francesco “mite come il respiro degli agnelli” procede e va a consolare il lupo, togliendolo dalla sua solitudine. È l’idea della compassione che si fa avanti, che sostiene e resta sempre accanto. Dinnanzi a questo gesto di pura santità, lo smarrimento iniziale si dilegua e lascia il posto alla vita che si rigenera. La natura germoglia e diventa più bella e accogliente (“un coro di campanelli / tintinnava che tutto va bene / dolce come una ninna nanna … il muschio si offrì come giaciglio /l’albero dell’amore come riparo”).

Il paesaggio, ora lussureggiante, supplica in lacrime Francesco di restare, ma lui va via. L’allontanamento indica il comportamento del santo, che è venuto non per essere lodato come un idolo ma per sanare e per lasciare una traccia positiva nell’esistenza umana, trasformandola e sublimandola. Patti vede, quindi, nel Serafico una figura rivoluzionaria e un modello di umiltà, natura e spiritualità. Gli ha dedicato in passato altri versi e poesie, descrivendo la sua vita come un atto sovversivo, riflettendo la sua ricerca di pace interiore e di legame col divino.

Patti condivide con Francesco l’idea di vivere il mondo direttamente, cantandone le caratteristiche e abitando perfino dentro le sue ferite. La donna porta al collo un piccolo tau, una presenza discreta nonché un promemoria corporeo, al di là del valore simbolico. Il concetto di povertà, a cui Francesco era legato, rappresenta per Smith l’emblema della libertà che supera qualsiasi mancanza, come traspare in diversi suoi brani come "Birdland", "Free Money", "Pissing in a river", "Grateful". La natura non viene idealizzata ma chiamata per nome come “sorella” da Smith, così come fa Francesco e come si comprende leggendo il “Cantico delle Creature”. Anche il testo “Constantine's Dream” (Il sogno di Costantino), ispirato all’opera di Piero della Francesca e contenuto nell’album “Banga”, è dedicato al Poverello che, per la cantautrice, è un vero e proprio “artista dell’esistenza”.

L'Evoluzione della Fede in "Gloria" e "Horses"

La genesi di "Oath" e "Gloria"

Tutto è partito da una poesia. Patti Smith scrive “Oath” nel 1970, una coraggiosa dichiarazione d’indipendenza. La poesia inizia con una frase provocatoria: “Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei” e prosegue con: “Cristo ti dico addio, stasera ti mando via”. Al suo primo reading alla St. Mark’s Church di New York, Patti lesse “Oath” di fronte a un pubblico che comprendeva, fra gli altri, Allen Ginsberg, Gerard Malanga e Jim Carroll, ma la lasciò fuori dai suoi primi libri. Il pezzo riemerse durante le prove del suo gruppo rock, con Lenny Kaye e Richard Sohl. In sala prove, i tre, per scaldarsi, iniziarono una cover di “Gloria” di Van Morrison e lì, con un mi basso e una frase sussurrata (“Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei”), il pezzo si trasformò in un inno incendiario.

Questa frase, "Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei" ("Jesus died for somebody's sins, but not mine"), mormorata da Patti Smith su sommesse note di piano, è il fulcro di “Gloria” e l'inizio del suo album di debutto “Horses”. Spiegando il significato di questi versi, Patti Smith ha chiarito che non era una dichiarazione di ateismo o blasfemia, ma piuttosto una sua dichiarazione d’indipendenza dai dogmi religiosi. Era un modo per affermare che i suoi errori erano suoi e che Cristo non avesse la responsabilità di morire per gli sbagli di un’adolescente. Nel corso degli anni, la sua comprensione di Cristo è evoluta, anche grazie a Pier Paolo Pasolini e al suo film “Il Vangelo secondo Matteo”, dove Gesù le apparve come un rivoluzionario nel senso più ampio della parola.

Nel corso di un concerto a Roma, a distanza di circa 52 anni dalla prima stesura di quel verso, Patti Smith ha concluso l'esecuzione di "Gloria" alzando gli occhi al cielo e ringraziando Gesù. Ha spiegato: "Non voglio rievocare soltanto quel senso d’indipendenza giovanile, voglio anche dire: «Grazie, grazie Gesù perché il tuo sacrificio salva le persone che hanno bisogno di te e ti cercano»". Pur avendo una sorella molto religiosa che talvolta si intristisce per quel verso, Patti Smith ha promesso di cercare nuovi modi per ampliare la riflessione su Cristo, nel rispetto delle credenze altrui. Ha sempre affermato di non credere in un solo sistema religioso o in un solo sistema in generale, ma di credere nel sistema dell’amore.

Patti Smith Gloria

"Horses": Un Ponte tra Passato e Futuro

“Horses”, uscito nel 1975, è considerato un album seminale del movimento punk. Sebbene il punk, in teoria, non fosse ancora nato, “Horses” portava in sé tutti quegli elementi minimalisti e urgenti, quell'attitudine sfrontata e l'immediatezza che avrebbero caratterizzato il genere. È musica rock ma è anche poesia: l’artista newyorchese entrò in quel mondo come la prima e unica poetessa punk, ancora oggi riconosciuta come un'artista colta e immortale, capace di influenzare decine di grandi artisti punk, post-punk e new wave.

Il titolo “Horses” intende evocare la voglia di un ringiovanimento della musica rock, che era diventata troppo calma dopo le burrascose morti di tanti artisti negli anni Sessanta. Patti Smith dichiarò: “Psicologicamente, da qualche parte nei nostri cuori eravamo tutti distrutti perché quelle persone erano morte… Dovevamo tutti rimetterci in sesto. Per me, è per questo che il nostro disco si intitola Horses. Abbiamo dovuto tirare le redini per ricaricarci... Ci siamo rimessi in sesto. È ora di lasciare di nuovo liberi i cavalli. Siamo pronti a ricominciare a muoverci”. “Horses”, come ammesso dalla stessa Patti Smith, è un ponte tra “i grandi artisti che abbiamo appena perso” e la nuova generazione del rock, iniziata proprio con lei.

Patti Smith definì “Horses” come “tre accordi rock mescolati con la forza delle parole”. Quel rock diretto e quella semplice progressione di accordi aprirono la strada al punk e agli artisti che gravitavano intorno al CBGB di New York. William Ruhlmann di AllMusic scrisse dell’“spirito anarchico” del cantato di Patti Smith e delle chitarre “rudimentali” di Lenny Kaye. Steve Huey, della stessa rivista, definì “Horses” “essenzialmente il primo album art punk”.

A rendere diversa Patti Smith dal resto della scena punk era l’improvvisazione, marchio di fabbrica della sua band. “Horses”, all'ascolto, si distingue da un tipico disco punk: c’è molto pianoforte, canzoni riflessive e atmosferiche, e il suono lambisce altri generi, con il reggae in “Redondo Beach” e il jazz in “Birdland”.

Parole e Ispirazioni

“Horses” è anche e soprattutto un disco di parole, che, come scrisse Fiona Sturges del Guardian, “sfumavano i confini tra punk e poesia”. Nelle parole di Patti Smith c’erano Arthur Rimbaud, uno dei suoi primi ispiratori, e i poeti della Beat Generation. Anche Joan Baez l’aveva influenzata, insegnandole a lasciare ambigui i generi dei protagonisti delle canzoni.

Molte canzoni nascono da esperienze personali. “Redondo Beach”, storia di una donna che si suicida dopo una lite, nasce da un litigio con sua sorella Linda. “Kimberly” è dedicata alla sorella minore, ricordando quando la teneva tra le braccia durante un temporale. La potente e nervosa “Free Money” è dedicata alla madre e al suo sogno di vincere alla lotteria per sfuggire alla povertà. Altre canzoni sono omaggi a figure iconiche: “Break It Up” parla di Jim Morrison, ispirata dalla visita alla sua tomba, mentre “Elegie” è dedicata a Jimi Hendrix e cita un suo verso, registrata nel quinto anniversario della sua morte.

Patti Smith recupera anche due standard del rock: “Gloria” è una rivisitazione radicale della canzone dei Them di Van Morrison con versi dalla sua poesia “Oath”; “Land” contiene il primo verso di “Land of a Thousand Dances” di Chris Kenner, riscritto e mescolato con suggestioni del romanzo “The Wild Boys” di William S. Burroughs, Rimbaud e Hendrix.

L'Iconica Copertina di "Horses"

Il protagonista di “Land”, Johnny, è anche ispirato al famoso fotografo Robert Mapplethorpe, grande amico di Patti Smith. Sua è l’iconica foto della copertina di “Horses”, che ritrae l’artista in pantaloni neri, camicia bianca e una sottile cravatta nera slacciata al collo, con una giacca nera sulle spalle, decorata con una spilla a forma di cavallo regalatale da Lanier. L’immagine, scattata nell’appartamento del compagno di Mapplethorpe, Sam Wagstaff, al Greenwich Village, ricordava a Patti Smith Baudelaire e, per la giacca, Frank Sinatra.

Copertina dell'album Horses di Patti Smith, foto di Robert Mapplethorpe

La foto, virata in bianco e nero e con il suo look androgino, era qualcosa di completamente diverso dalle immagini promozionali delle cantanti di quegli anni. La casa discografica spinse per delle modifiche, ma Patti Smith si oppose, e aveva ragione. La femminista Camille Paglia l'avrebbe poi definita “una delle più belle foto mai scattate ad una donna”. Molte artiste donne hanno dichiarato di essersi sentite ispirate da quell’immagine e dalla musica di Patti Smith. Un'immagine di una donna che guarda l’osservatore senza interesse per il suo giudizio. Eppure, Patti Smith, con il suo proverbiale understatement, disse nel 1996: “Non pensavo di rompere alcun confine”.

"Easter": Tra Morte, Speranza e Resurrezione

Nel 1978 Patti Smith pubblicò un disco dal titolo emblematico, “Easter” (Pasqua). Il termine "Easter", imparentato con il tedesco "Oster", deriva da un proto-germanico austrōn, che significa “alba”. L’alba, la primavera, l’Est, sono tutte collegate con la Pasqua e il suo significato di rinascita.

Nell’intensa lirica di “Easter”, si mescolano immagini di semplice quotidianità. Patti Smith, insieme a Isabella, al marito Frederick e a Vitalie, sta camminando. La canzone è una meditazione, accompagnata da un ritmo musicale lento e avvolgente, quasi un mantra, dove le tastiere occupano lo spazio principale. Patti Smith si rivolge a Isabella, percependo qualcosa che dal cuore va alla mente e viceversa, qualcosa di unico e indivisibile che non spezza l’unità dell’essere umano, fatto tanto di cuore quanto di mente. Medita su ciò che sta accadendo, su come "Tutto è incandescente, Isabella. Tutto è compiuto, Isabella", evocando l'immagine accecante della trasfigurazione e della reincarnazione nel miracolo della Pasqua.

Patti Smith in concerto durante un'esecuzione di Easter

Quando scrisse questo pezzo, Patti Smith era una trentenne nel pieno della vita. In modo profetico, senza saperlo, annunciava con “Easter” una tematica con cui poi la vita l’avrebbe costretta a confrontarsi in modo drammaticamente continuo: la morte. Una sequenza di perdite (come quelle del marito Fred Sonic Smith e del fratello Todd) che avrebbero stroncato chiunque, ma che lei ha vissuto sempre con immensa speranza nella Resurrezione. La sua esperienza personale le ha insegnato che bisogna accettare il lutto. "Sento ancora lo stesso dolore di quando ho perso mio marito Fred, mio fratello Todd, del mio cane quando avevo undici anni. Sento ancora quello stesso dolore, ma sento anche tutto il loro amore che è sempre con me. Se tu abbracci il dolore, sarai capace di magnificarlo grazie all’amore. E se cerchi d’ignorare il dolore o di non sentirlo, finirai per sentire sempre di meno l’amore. Io sento l’amore di mia madre più che mai, sento l’amore di mio padre, mi mancano tantissimo. Non sacrificherei quel dolore, piuttosto preferisco provarlo e così sentire la gioia di avere i defunti con me, che camminano al mio fianco. È come disse Cristo: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»."

Un Dialogo Aperto con la Chiesa e i Pontefici

Patti Smith crede nella forza della musica e della parola come creatrice, anziché distruttiva. Cita san Paolo apostolo nei suoi dischi e attinge dalla Sacra Scrittura per scrivere canzoni celebri come “People Have The Power” e “Dancing Barefoot”, dove i riferimenti al libro del profeta Isaia e ai racconti della Risurrezione sono evidentissimi.

La sua voce ha i toni accesi di un profeta che sollecita una rivoluzione che è l’amore. Stringe tra le mani una piccola croce benedetta da Papa Francesco, mostrandola orgogliosa e dicendo di non staccarsene mai. Ha composto una canzone dedicata a Papa Francesco, “This Are The Words”, inclusa nel documentario di Wim Wenders “A Man Of His Word”. Nel suo disco “Wave” apparve una foto di Papa Luciani con un’ode a lui dedicata. Patti Smith si innamorò di Papa Luciani per il suo sorriso, la sua umanità e la sua purezza di cuore, sentendosi salvata e percependo che con lui sarebbero successe cose meravigliose. La sua prematura morte le spezzò il cuore come la perdita di un membro della famiglia.

Nel libro “Devotion”, Patti Smith descrive una visita all’abbazia benedettina di Saint-Germain-des-Prés a Parigi, durante la celebrazione della santa messa, e il desiderio familiare di ricevere il corpo di Cristo. Ha dichiarato che uno dei suoi passi biblici preferiti è quando Gesù dice «Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue, offerti in sacrificio per voi». Per lei, la comunione eucaristica è il simbolo di Cristo che si dona a noi, il corpo di Cristo è nell’ostia consacrata. Quando entra in chiesa, accende una candela e prega, e pur desiderando ricevere l'Eucaristia, rispetta le norme della Chiesa.

Patti Smith ha continuato, negli anni, a confermare la sua entusiastica e profonda attrazione per le radici del cristianesimo. Ne è testimonianza la sua sorprendente presenza in Piazza San Pietro all’udienza generale di Papa Francesco il 10 aprile. Un incontro tra il Papa argentino e la rocker newyorchese, accomunati da una mano, uno sguardo, un sorriso. Nel suo ultimo disco, una voce declama in un brano la “Preghiera semplice” di San Francesco, dentro a “Constantine’s Dream”.

La Rivoluzione dell'Amore e l'Impegno Sociale

Patti Smith si è sempre posizionata con gli esclusi, come espresso in canzoni come “Rock’n’Roll Nigger”, anticipando un tema caro a Papa Francesco: abitare le periferie esistenziali e stare dalla parte dei più poveri. La sua gratitudine verso Papa Francesco è profonda: “Lo ringrazio perché si prende cura di ciascuno di noi, come dovrebbe fare una persona di una istituzione religiosa a imitazione di Cristo. Vigila affinché il mantello della carità di San Francesco possa essere donato a chi è nel bisogno, specie ai mendicanti. Il modo più nobile possibile d’essere l’imitazione di Cristo.”

Provenendo da una zona povera e avendo lavorato in fabbrica o raccogliendo mirtilli, Patti Smith ha un messaggio per i giovani demotivati: “Non ho mai giudicato né ostentato il mio valore personale in base ai soldi che guadagnavo o in base a quanto fossi famosa o popolare. Nessuna di queste cose mi rappresenta, pur se belle. Niente può essere paragonato a un buon lavoro, alla scrittura di un poema. Non ho avuto molto da mangiare, non avevo un bel vestito ma scrissi delle belle poesie. Ho aiutato qualcuno, ho piantato un albero.”

Per Smith, il mondo materiale è difficile per i giovani del ventunesimo secolo, il periodo più consumistico. Suggerisce ai ragazzi di focalizzarsi e valorizzare ciò che hanno dentro, non come consumatori o persone di successo, ma cercando qualcosa che li faccia muovere e non qualcosa da conquistare a tutti i costi. Il loro valore non dipende dai traguardi da raggiungere. Cita Greta Thunberg come esempio di chi ha lasciato un segno, abbandonando la scuola per sensibilizzare sull’ambiente senza soldi né speranze apparenti, motivando milioni di giovani. La questione ambientale è per lei il problema principale, la causa delle cause universali, una causa di san Francesco d’Assisi, di Papa Francesco, del Dalai Lama. “Tutte le persone buone vogliono salvare la terra e le sue specie.”

Ogni giovane che sente di non avere un futuro può prendere parte a questa buona battaglia, avendo un impatto sulla società ovunque si trovi, proprio come la sua generazione sensibilizzò l’opinione pubblica contro la guerra in Vietnam. “C’è bisogno di persone che abbiano una vocazione al lavoro e penso che i giovani possano veramente cambiare il mondo. Diglielo: loro possono avere parte a questa rivoluzione e di nuovo… qual è questa rivoluzione? L’amore. È l’amore per il prossimo, l’amore per gli animali, amore per le piante e per i pesci, per l’acqua e gli uccelli, l’amore per i fiori.”

Il Processo Creativo e la Contemplazione

Patti Smith, che ha settantanove anni, mantiene una presenza di persona che ha deciso, con disciplina quasi monastica, di non smettere mai di prestare attenzione al mondo. Scrive ogni mattina dalle otto alle dieci, seduta nello stesso caffè, in un tavolo d’angolo. Per lei, la scrittura è un processo lento che chiama “contemplazione”.

Spiega: “Sono una scrittrice molto lenta. A volte mi servono mesi per scrivere anche una cosa piccolissima. Ho pensato: resta su un solo pensiero, non andare da una parte o dall’altra, non disperderti. Rimani lì, resta fedele a quello.” Questa frase suona come un’istruzione di preghiera, o come la regola non scritta di una bottega rinascimentale. I suoi testi, nati separatamente, spesso dialogano tra loro in modo spontaneo, come un testo sui piedi di Gesù e uno su san Francesco d’Assisi, concepiti per i frati del Sacro Convento. “Non c’era alcuna intenzione,” dice. “Non l’ho fatto apposta. È semplicemente accaduto.”

Patti Smith immersa nella scrittura in un caffè

Il suo approccio alla creazione artistica è profondamente contemplativo. “Quando ti ho scritto che stavo 'contemplando', non semplicemente pensando o scrivendo, è perché ho capito che c’era qualcosa di completamente diverso.” La genesi del testo sui piedi di Cristo è una storia di pellegrinaggi involontari, iniziati a Monaco di Baviera davanti a una mostra di sculture religiose, dove fotografò soprattutto i piedi. Poi, prima della pandemia, andò a Gand per vedere il Polittico dell’Agnello Mistico, entrando nella cattedrale con il restauratore e il direttore del museo. Infine, a Colmar, l’altare di Grünewald, la cui visione la colpì profondamente, specialmente l'immagine dei piedi di Cristo. L'emozione arrivò dopo, come una marea lenta: “Quando sono andata via, non riuscivo a togliermi dalla testa come l’artista aveva reso Gesù, i piedi di Cristo. Era qualcosa di quasi deformato, e mi rimaneva addosso.” La coincidenza di essere poi invitata a scrivere proprio su questo le parve un segno, e per lei “È sempre un segno”, con una certezza che non ammette replica.

Anche il suo metodo di lettura del “Magister Ludi” di Herman Hesse, un libro che la accompagna dall'adolescenza, riflette questo approccio meditativo. Dopo aver faticato a finirlo, per un mese ogni sera e ogni mattina lo apriva a caso e leggeva qualche pagina. “La cronologia del libro ha cominciato a diventare tridimensionale,” dice. “Arrivavo quasi a vedere le cose accadere nella mia testa. Ogni volta che leggevo un punto diverso, era come guardare da un’angolazione diversa: non era lineare”. Dopo un paio di mesi, l’esperienza divenne “trasformativa”: “A volte dicevo a me stessa: ‘Io ci sono stata. Ho visto quel giardino’.” Un metodo di lettura che somiglia più alla lectio divina che alla critica letteraria, un modo di abitare un testo, non di consumarlo.

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