Il Termine Greco "Evangelista" e il suo Contesto
La domanda su come si scriva "evangelista" in greco ci porta a un termine fondamentale della tradizione cristiana: ευαγγελιστής (pronunciato "euangelistēs"). Questo sostantivo deriva dal verbo ευαγγελίζω (euangelízō), che significa "portare la buona notizia" o "annunciare il Vangelo". Il ruolo dell'evangelista è quindi strettamente legato alla proclamazione del messaggio cristiano. Già nelle lettere paoline, che precedono i Vangeli canonici, viene fatta menzione di questa figura, distinguendola da altre. Ad esempio, è Cristo stesso che "ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri" (Ef 4,11; cfr.). Questo indica che, fin dalle prime comunità cristiane, l'evangelista ricopriva un incarico specifico e riconosciuto.
La Figura dell'Apostolo: Origine e Evoluzione del Concetto
Per comprendere appieno il ruolo dell'evangelista, è utile esaminare il concetto di "apostolo", spesso interconnesso nelle prime fasi della cristianità e anch'esso centrale nel Nuovo Testamento.
L'Etimologia di "Apostolo" (αποστέλλω, απόστολοσ)
Secoli di tradizione ci hanno abituato ad abbinare alla parola apostolo il gruppo dei Dodici discepoli di Gesù, quelli che lui avrebbe chiamato personalmente agli inizi della sua missione. Tuttavia, il termine ha radici più ampie. Il verbo greco αποστέλλω (apostello) significa "mandare" (persone o cose), "mandar via" (anche nel senso di cacciare via, scacciare), "spedire" ed è collegato all'idea di un incarico conferito. L'uso del termine evidenzia la profonda unione tra l'inviato e colui che invia. Il sostantivo απόστολοσ (apostolos) nella sua accezione tecnica indica la nave da carico, ma può anche riferirsi al comandante di una spedizione marittima o di un gruppo di colonizzatori. Raramente è usato per indicare un inviato, ovvero una singola persona, usandosi in tal caso il vocabolo άγγελοσ.
La versione biblica della LXX, la famosa Septuaginta ossia la versione in greco delle scritture ebraiche, usa il verbo greco αποστέλλω ben 700 volte con il significato di investitura di un preciso e delimitato incarico. Essa traduce l'ebraico shằlakh (שלה) "stendere, inviare" (in latito mittere).
Il Concetto di Inviato nel Giudaismo
Ai tempi di Gesù esisteva la figura giuridica dell'inviato, o shằliakh. La Berachot recita: "L'incarico di un uomo è simile a questi medesimo". Ancora: "Trascurando la personalità del messaggero o di colui che gli affida l'incarico e l'incarico stesso, l'espressione shằliakh sta ad indicare una persona autorizzata ad agire a nome di un'altra". Tuttavia, questi inviati non fungono mai da missionari, non avendo il giudaismo il concetto di missione religiosa come in seguito si svilupperà nel cristianesimo. Il termine, quindi, non assumerà mai il significato di propaganda religiosa e in tal senso non poteva neanche identificare i profeti che parlavano in nome di Jhwh.
Uso nel Nuovo Testamento: Luca e Paolo
Nel Nuovo Testamento il verbo αποστέλλω ricorre 131 volte, 119 delle quali solo nei vangeli e negli Atti. A differenza della Bibbia Ebraica (BH), il Nuovo Testamento usa molto il sostantivo απόστολοσ: ben 79 volte di cui 34 nell'opera lucana (6 volte nel vangelo e 28 volte negli Atti) e 34 volte nelle lettere paoline. Salta subito all'evidenza l'uso massiccio riservato da Luca e Paolo al termine. Infatti è con Luca che il vocabolo acquista il significato di un ufficio istituzionalizzato e riservato al gruppo dei Dodici (Δόδεκα, in greco).
Eppure leggendo le lettere attribuite a Paolo appare subito evidente come egli si ritenga a pieno titolo un apostolo di Gesù al pari dei Dodici pur non appartenendo a questo ristretto gruppo. La sua sembra una presunzione che però trae origine dall'aver visto anch'egli il Cristo, seppure in visione. Per tal motivo avrà difficoltà a farsi accettare dalla comunità dei discepoli che non riconosce in lui un apostolo, un membro del gruppo dei Dodici. Ma non è solo Paolo ad attribuirsi questa importante qualifica; scorrendo le pagine del Nuovo Testamento scopriamo che anche ad altri personaggi viene tributato questo titolo.

Il Ruolo dell'Apostolo Secondo Paolo
Esaminando le lettere paoline che, come ricordiamo, sono state redatte prima dei vangeli, possiamo venire a conoscenza dell'evoluzione tecnica del concetto attribuito alla parola apostolo. Innanzi tutto secondo Paolo è Dio che conferisce l'investitura ad apostolo. Inoltre, l'apostolo ha il compito di predicare il vangelo: "Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo…" (1Cor 1,17a).
Segni e prodigi sono manifestazioni che accreditano l'apostolo: "…con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito. Così da Gerusalemme e dintorni fino all'Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo" (Rm 15,19); "Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli" (2Cor 12,12). L'incarico assunto abilita a predicare in mezzo ai pagani, ad essere missionario; dice infatti l'Apostolo: "E come lo annunzieranno senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene" (Rm 10,15); "Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero" (Rm 11,13; cfr.).
Non sembra però che Paolo attribuisca all'essere apostolo una posizione privilegiata in seno alla comunità, anzi giudica porre quest'incarico accanto ad altri: "È lui, [Cristo] che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri" (Ef 4,11; cfr.).
A rendere la questione più complicata è il fatto che dalle lettere non è possibile stabilire chi possa qualificarsi apostolo. Paolo, infatti, annovera in questo ruolo oltre a se stesso anche Pietro (Gal 1,17ss), Giunia e Andronico, Barnaba (Gal 2,1.9.13), Silvano (1Ts 1,1; 2Ts 1,1), Tito e Epafrodito (2Cor 8,23; Fil 2,25). È incerto se Paolo voglia includere anche Giacomo nel novero degli apostoli; le parole di Gal 1,19 in greco "έί μή" tradotte con in italiano "se non" sono ambigue e non rendono comprensibile il testo. "In ogni caso pare che Paolo non applichi mai il titolo di apostolo ai Dodici intesi come un gruppo chiuso; testi come 1Cor 15,7 e Gal 1,17 potrebbero essere riferiti chiaramente ai Dodici discepoli soltanto con un esegesi che muovesse da presupposti lucani". Tutto questo prova che il vocabolo non ha ancora acquistato l'uso esclusivo che la tradizione successiva attribuirà al termine, riservandolo solo al gruppo dei Dodici. In questa primissima fase della storia della comunità cristiana, la parola "apostolo" designa solo un inviato generico, un messaggero. Se escludiamo l'opera lucana, i discepoli di Gesù facenti parte del gruppo dei Dodici vengono definiti apostoli solo in Ap. 21,14: "Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello".

La Restrizione del Termine "Apostolo" ai Dodici
Quando si iniziò a riservare l'uso del termine al gruppo dei Dodici? E in che rapporto è l'apostolato di Paolo con l'accezione che la successiva tradizione riserverà al vocabolo? Possiamo azzardare qualche ipotesi. Paolo poté applicare a se stesso la categoria di apostolo perché in quella prima epoca della comunità cristiana il vocabolo non aveva in sé la pregnanza di significato che gli verrà attribuita in seguito. Le lettere paoline furono composte prima dei vangeli, è bene ricordarlo, e quindi riportano la tradizione più antica. È dal confronto con l'uso che Paolo fa di questa parola che la comunità ha potuto riflettere sul significato da attribuire al vocabolo.
Lo scontro fra Paolo da un lato, la chiesa di Gerusalemme e i giudeo-cristiani dall'altro ha fatto emergere l'uso attuale del termine, rendendolo di esclusivo appannaggio dei Dodici. La chiesa di Gerusalemme, notando con quale accanimento Paolo si poneva sullo stesso piano dei Dodici nell'attribuirsi il ruolo di apostolo, preferì riservare il vocabolo esclusivamente al gruppo. "Già A. von Harnack aveva sostenuto a suo tempo che il titolo di apostolo era stato riservato al gruppo dei dodici soltanto nel corso della controversia di Paolo con i suoi avversari; da notare, tra l'altro, che Paolo a questo punto si include in questo gruppo, dando così un'espressione fissa e stabile al proprio ruolo… in tal modo la nuova concezione dell'apostolato, che troviamo per la prima volta in Paolo, ebbe come conseguenza che il concetto di apostolo acquistò un senso ben preciso e venne limitato ai dodici e a Paolo. Essi soltanto infatti sono apostoli di Gesù Cristo in senso vero e proprio. Questo lento processo di riflessione fu poi consacrato da Luca nella sua opera.
Lo studioso J. Dupont afferma che "i testi evangelici non permettono di affermare né di supporre che Gesù, fin dalla sua vita terrena, abbia dato ai dodici il titolo di apostoli come una designazione che sarebbe loro propria. L'uso della chiesa primitiva, dove il titolo di apostolo non è riservato esclusivamente ai dodici e dove esso comporta piuttosto una relazione essenziale con la risurrezione di Gesù, dissuade dal cercare l'origine immediata di questo titolo nel periodo evangelico". Gli apostoli, così, sarebbero degli inviati autorizzati dalle rispettive comunità di origine. Paolo non possiede tale autorizzazione e forse è appunto questo il motivo della sua insistenza sull'essere stato chiamato direttamente dal Signore risorto, del non avere bisogno di presentazioni di alcun genere o di autorizzazioni da parte di capi di comunità. D'altra parte, l'ostinazione di Paolo nel porsi sullo stesso piano degli altri apostoli sembra far supporre un uso del termine già abbastanza strutturato. H. von Campenhausen ritiene che per Paolo "gli apostoli, di cui presuppone come già nata l'idea, sono i predicatori fondamentali del vangelo, investiti di autorità dal Cristo, missionari e fondatori di comunità, costituenti un gruppo più ampio dei dodici apostoli originari e in ogni caso non assimilabili ad essi".
Quando Luca adopera il vocabolo "apostolo" i primi discepoli di Gesù sono già scomparsi dalla scena. Di loro si comincia ad avere una visione idealizzata, considerandoli i testimoni di Gesù e primi maestri della chiesa. Schmithals ipotizza che il concetto di apostolo possa essere migrato nella chiesa di matrice ellenica da ambienti gnostici infiltratisi ad Antiochia. Egli trova delle analogie quali la missione dell'apostolo, l'identificazione con il Cristo e il suo vangelo. La varietà delle ipotesi mostra come il problema sia lungi dall'essere risolto.
Rimane ancora una domanda molto importante che aiuta ad inquadrare la giusta prospettiva della questione: se il gruppo dei Dodici apostoli fu istituito da Gesù stesso perché perse così presto la sua importanza tant'è che esistono diversi elenchi di loro e lo stesso libro degli Atti ne menziona solo alcuni? Questo naturalmente ci consente di avanzare delle ipotesi. La prima può benissimo sostenere, senza timore di contraddizioni, che l'apostolato così come lo intendono i Sinottici non può assolutamente venire attribuito ad una investitura da parte del Gesù terreno. Siamo di fronte ad una evoluzione di significato non solo semantico ma anche teologico e disciplinare.
È la comunità di Gerusalemme a collegare il gruppo dei Dodici con il vocabolo "apostolo", facendone una categoria a se stante e distinta dagli altri discepoli e dagli anziani della chiesa gerosolimitana. Sicuramente tale collegamento fu facilitato dalla polemica paolina e per impedire che altri potessero arrogarsi tale prerogativa. Allorché il gruppo dei Dodici si assottigliò fino a scomparire del tutto anche la necessità di circoscrivere tale classe venne meno. Lo stesso Paolo era ormai scomparso dalla scena e le diatribe teologiche investivano altri temi. Per questo, lentamente, si persero anche le notizie biografiche degli stessi appartenenti ai Dodici, da qui la diversità di elenchi e le confusioni di nomi.
Sempre da Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento apprendiamo: "Nell'epoca post-paolina, quando si vide sempre più nei dodici gli unici trasmettitori legittimi del messaggio relativo a Gesù in quanto Cristo, e l'idea si andò progressivamente affermando, si sarebbe poi arrivati gradualmente ad attribuire il titolo di apostolo a tutto il gruppo dei dodici. L'importanza di questa classe di discepoli del Signore si ripresenterà allorquando la Chiesa si troverà a combattere le eresie che pretendevano di fondarsi sugli apostoli per accreditare le loro idee. Sarà allora che nascerà l'idea del collegio apostolico e della successione apostolica, tanto cara al vescovo Ireneo di Lione, che costituirà il cavallo di battaglia contro le eresie: solo chi poteva vantare un collegamento diretto con gli apostoli possedeva quel criterio di autenticità che contraddistingueva la vera comunità cristiana da sue copie più o meno artefatte.
Don Stefano Didonè - La storia di Gesù: questioni Ermeneutiche
Gli Evangelisti e la Composizione dei Vangeli
La Necessità di Ricostruire la Testimonianza Evangelica
Ora, però, il mondo mette in discussione le fondamenta del Cristianesimo, per cui è necessario ricostruire il valore storico della testimonianza evangelica. E non cediamo all'insinuazione che questo sia "fondamentalismo", perché il Cristianesimo può fare a meno di tutti gli orpelli mondani. Certamente non può fare a meno di conoscere Gesù Cristo e di rendersi conto che è il Figlio di Dio, fatto uomo in un preciso luogo e in un preciso tempo. Sull'origine dei quattro Vangeli, gli scrittori cristiani dei primi secoli ci forniscono poche e incerte notizie. Il motivo è semplice. Tra il tempo in cui i Vangeli canonici furono scritti e il momento in cui si cercò di capire come ciò era avvenuto sono interposti avvenimenti sconvolgenti: le rivolte giudaiche e l'inizio delle persecuzioni romane. Ora, l'unica possibilità di capire come furono scritti questi quattro libri si trova in ciò che vi è scritto e nella ricostruzione dei fatti storici di quel tempo. Spesso è necessario ritradurre i testi originali, in lingua greca, nel modo più preciso. Le stesse informazioni scritte da San Girolamo, che ha tradotto i Vangeli dal greco in latino rispettando traduzioni precedenti, corrispondono in minima parte a ciò che leggiamo nei Vangeli. Come si può pensare che, di fronte ad avvenimenti tanto straordinari, nessuno abbia provveduto immediatamente a narrarli per iscritto? Ma pure gli studi scientifici sulla Sindone riguardo alla morte di Gesù richiedono di tener presente quali sono i Vangeli più storici. Sarà allora possibile dare risposta ai dubbi che sorgono. Sembra che i Vangeli non ci dicano molte cose che avremmo voluto sapere, perché, trattandosi di fatti straordinari, noi vorremmo più condiscendenza ai pettegolezzi e alle emozioni.
Il Vangelo di Giovanni
Abbiamo compreso che Giovanni incominciò proprio dall'inizio della vita pubblica di Gesù, dopo le tentazioni nel deserto, a scrivere il resoconto di quello che il Maestro faceva e diceva. Così come Matteo iniziò circa un anno dopo. Luca stesso non era estraneo a questo incarico. Nel Vangelo, Giovanni non è mai esplicitamente nominato. Sappiamo, dai Vangeli, che Giovanni e suo fratello Giacomo erano soci di Simone e Andrea nel mestiere di pescatori, sul Lago di Galilea. Erano tutti di Betsaida. La scuola che tutti i ragazzi ebrei frequentavano finiva attorno ai 12-14 anni. L'evangelista, essendo così giovane e fresco di scuola, racconta gli avvenimenti in modo vivace e spontaneo, con attenzione ai particolari, ma si limita ad alcuni episodi. Eppure il Vangelo non è omogeneo. Scritti con parole semplici, rivelano una sapienza talmente sovrumana che né un adulto, né tanto meno un ragazzo, ne sarebbero capaci. Non è possibile che siano riflessioni dell'evangelista ormai anziano, perché in tal caso egli avrebbe raccolto, durante gli anni della sua vita, molte idee che invece Gesù non gli avrebbe saputo comunicare.
A Nazareth, dunque, si comprendeva e si parlava correntemente il greco. Infatti, se l'imperatore Claudio avesse voluto dare particolare solennità a questo editto, con un linguaggio estraneo alla gente, avrebbe usato il latino parlato a Roma, non il greco. Invece ha voluto che tutti comprendessero facilmente ma non ha fatto tradurre in aramaico, perché il greco era ben compreso a Nazareth. Perciò possiamo dire che anche Gesù parlava correntemente il greco. Notiamo, inoltre, che nel Vangelo di Giovanni sono ricordati soprattutto personaggi dal nome greco, come Filippo e Nicodemo.
- Gv 12,20-23: C'erano anche alcuni Greci tra coloro che salivano per rendere il culto durante la festa. Questi si avvicinarono a Filippo (nome greco), quello di Betsàida di Galilea, e lo pregarono dicendo: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo va a dirlo ad Andrea (altro nome greco), e poi Andrea e Filippo vanno a dirlo a Gesù. Gesù risponde: «È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo…».
- Gv 14,20-15,1: «Non parlerò più di molte cose con voi: infatti viene il principe del mondo; non ha nessun potere su di me, ma (gli è dato potere) perché il mondo sappia che io ho familiarità con il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così agisco. Alzatevi, usciamo di qui». «Io sono la vera vite e il Padre mio è il contadino…».
Come si spiega che Gesù, nel bel mezzo di un discorso profondamente "teologico", esca con una frase così pratica e "banale"? Semplicemente perché sta dettando al discepolo caro. Anche l'ambientazione geografica del Vangelo sembra inspiegabile. Giovanni ha scritto principalmente fatti avvenuti a Gerusalemme e ricorda che «la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22) ma, nello stesso tempo, considera i Giudei come estranei a lui e ai suoi lettori. In realtà tutto questo lavoro, tranne alcune annotazioni, si svolse prima dell'ascensione di Gesù al cielo. Infatti si comprende meglio il Vangelo di Giovanni se lo si immagina come la testimonianza di un adolescente, indirizzata ad adolescenti, scritta durante gli avvenimenti tra l'anno 29 e il 33.

Il Vangelo di Luca
Ora, avviciniamo il Vangelo di Giovanni a quello di Luca. Ambedue forniscono alcuni riferimenti che ci aiutano a combinare insieme i diversi momenti della vita di Gesù, fino a ottenere un racconto unico, molto più preciso e ricco. Gesù dettava all'evangelista Giovanni soprattutto nella realtà difficile e complicata di Gerusalemme. Luca si è assunto il compito di scrivere alle più potenti autorità del suo tempo. Il loro racconto storico, combinato, è da rileggere nelle situazioni complesse di ogni giorno. Infatti Gesù non ha mai invitato i suoi a raccogliersi nel silenzio, li ha invitati a seguirlo e a stare con lui, Maestro e Re (Signore). Allo stesso modo oggi, se ci affidiamo alle parole e alle azioni storiche del Cristo Re in qualunque situazione, riceviamo quell'aiuto che ci serve per far crescere in noi la vita vera, che non ci viene più tolta.
All'inizio del racconto di Luca ci sono poche righe che espongono il metodo da lui seguito e con le quali, da pubblico ufficiale, certifica il Vangelo. Luca (simbolo: il vitello alato) ha composto il suo Vangelo negli anni 35-40 e si è servito di un racconto già esistente, opera di persone che erano state «fin dall'inizio testimoni diretti (dei fatti) e incaricati di (scriverne) la relazione».
Don Stefano Didonè - La storia di Gesù: questioni Ermeneutiche
Il Vangelo di Matteo
Chi poteva aver registrato i fatti fin dall'inizio? Possono essere stati Matteo, esattore delle tasse a Cafarnao, che era abituato ad annotare tutto il suo movimento di denaro, e Giovanni di Zebedeo. Come è già stato detto sopra, Matteo aveva iniziato a scrivere appena Gesù si era stabilito in questa cittadina, intuendo subito l'importanza delle sue parole e opere. Nel suo Vangelo si coglie tutta l'attenzione alla Chiesa, apostoli e discepoli, con i loro problemi. Così, mentre Luca copiava il racconto iniziale di Matteo, «molti», servendosi dello stesso "tesoro", avevano «incominciato a strutturare un racconto ufficiale» ossia il Vangelo secondo Matteo (simbolo: l'uomo alato) che è arrivato a noi. Infatti questo Vangelo si presenta proprio come un riordinamento degli insegnamenti di Gesù, eseguito da «molti» (Mt 13,51-52).
Bizzarro è il fatto che il Vangelo di Matteo cerchi di cambiare il più possibile ciò che leggiamo nel Vangelo di Luca; ma c'è una spiegazione semplice. Matteo aveva già pubblicato la sua «relazione» degli avvenimenti nel 33-34 e, per poter pubblicare un nuovo libro, gli scribi dovevano farlo apparire completamente diverso. Contemporaneamente gli scribi hanno estratto dal loro «tesoro» (comprendente anche la conoscenza delle antiche Scritture e ciò che essi avevano ascoltato e visto seguendo Gesù) «cose nuove e cose antiche». Questo Vangelo contiene espressioni che ci pare strano siano state pronunciate da Gesù. Era destinato alla lettura in sinagoga e alla scuola ebraica nell'impero romano. Il Vangelo di Matteo è stato scritto in ambiente caratterizzato dall'Antico Testamento e con lo stile degli scribi dell'Antico Testamento. Ora viviamo nel nuovo e non possiamo più usare otri vecchi. Non è più il Vangelo principale per i cristiani. Se leggiamo con attenzione, possiamo notare che gli scribi autori del Vangelo si rivolgevano, con l'autorità del Cristo Re, a tutti gli altri scribi e ai farisei, ma anche ai capi di Israele. Proclamavano con franchezza e con precisione la Nuova Legge, che era ebraica e cristiana perché desunta dalle parole e opere del Cristo.

Il Vangelo di Marco
Il Vangelo di Marco (simbolo: il leone alato), a sua volta, risulta essere una sintesi ben ordinata di fonti diverse. Lo dice egli stesso, all'inizio del Vangelo: «Elementi fondamentali (pare piuttosto strano che Marco, iniziando il suo Vangelo con Ἀρχὴ, intendesse "Inizio") del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio». Il vocabolario greco ci permette di tradurre così il primo versetto e di scoprirne il significato più ovvio. Marco voleva mettere a disposizione un libretto con i “fondamenti” o “basi” della Buona Notizia di Gesù Cristo, perché gli evangelizzatori la potessero annunciare con semplicità e precisione. Anche il Vangelo di Marco è originale in lingua greca. Il motivo per cui il greco di Marco segue il linguaggio popolare di Galilea è proprio che Marco ascoltava Pietro.
I Vangeli Sinottici e la Tradizione Greca
I Vangeli di Matteo, Marco e Luca sono detti sinottici, perché "vedono insieme" gli avvenimenti, sono simili e si possono confrontare l'un l'altro, brano per brano. I tre Vangeli sinottici hanno una base comune, ma in greco e non in aramaico: infatti tutti e tre usano molte frasi uguali in lingua greca, con variazioni minime. Se anche ci fosse stato un periodo di tradizione orale, prima che i Vangeli venissero scritti, questa tradizione sarebbe stata codificata in modo preciso in lingua greca. Infine ricordiamo una frase di Gesù che appare misteriosa nella traduzione corrente, ma tradotta più letteralmente si rivela di immensa portata: "In quello stesso momento esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli scaltri e le hai rivelate ai semplici. Sì, Padre, perché così è sorta benevolenza al tuo cospetto»" (Lc 10,21).

I Simboli degli Evangelisti
«In mezzo al trono e intorno al trono quattro animali pieni d'occhi davanti e di dietro. Naturalmente in Ezechiele i quattro simboli non potevano indicare gli evangelisti. Ma anche nell'Apocalisse hanno un significato diverso: rappresentano presumibilmente i capi del popolo delle quattro regioni più importanti di Israele, ossia di tutto il popolo: il leone è simbolo del capo di Giudea, il vitello (es.: Osea 8,6) di quello di Samaria, l'uomo di quello di Perea, l'aquila di quello delle due Galilee, l'inferiore e la superiore ("le due ali dell'aquila").