La Spiegazione del Padre Nostro secondo San Cipriano

San Cipriano di Cartagine, una delle figure più autorevoli della Chiesa latina prima di Sant'Agostino, offrì un'analisi profonda e influente della preghiera del Padre Nostro. La sua spiegazione non è solo un commento teologico, ma anche una guida pratica per i fedeli, radicata nella sua esperienza pastorale in un periodo di grandi sfide per la Chiesa, tra persecuzioni, apostasia e divisioni interne. Per Cipriano, la preghiera del Signore è un "breviario dell'intero evangelo", una sintesi della dottrina celeste che insegna non solo cosa chiedere, ma anche come plasmare i nostri affetti.

San Cipriano: Vita, Contesto e L'Importanza della Preghiera

Nato probabilmente a Cartagine intorno al 200/210, Cipriano si convertì al cristianesimo verso il 246 e divenne Vescovo di Cartagine nel 248/249. La sua vita episcopale fu segnata da eventi drammatici. Durante la persecuzione di Decio (250), egli si tenne nascosto per lungo tempo fuori Cartagine, pur continuando a mantenere rapporti con la sua comunità. Di fronte alla richiesta avanzata da coloro che durante la persecuzione avevano rinnegato la fede ("lapsi"), di rientrare nella comunità, Cipriano fu inizialmente deciso nell'intransigenza. Tuttavia, tornato a Cartagine nel 251, Cipriano convocò un sinodo in cui fu stabilito un lungo periodo di penitenza proporzionato alla gravità della colpa per i "lapsi", prevedendo la loro riammissione all’Eucaristia anche prima della scadenza del termine se fosse scoppiata una nuova persecuzione. Grazie alla decisione di Cipriano, lo scisma capeggiato dal diacono Felicissimo e appoggiato da alcuni presbiteri rimase senza importanza. Durante la peste del 252/254, Cipriano si adoperò instancabilmente al fine di alleviare le pene della comunità cristiana.

Ritratto artistico di San Cipriano di Cartagine con sfondo antico

Gli ultimi anni della sua vita videro Cipriano sostenere, in contrasto con Roma (papa Stefano), una lunga disputa sulla validità del battesimo somministrato per mano di eretici. Egli, in ciò sostenuto da tre concili tenutisi a Cartagine sull’argomento, ne sostenne l’invalidità, rimanendo fermo sulle sue posizioni in polemica con papa Stefano. Cipriano morì martire, sotto la persecuzione di Valeriano, il 14 settembre 258.

Cipriano, tutto teso a privilegiare la pratica e l’azione più che il pensiero, fu uno scrittore non eccezionalmente profondo per novità di pensiero, ma influenzato da Tertulliano, seppe tuttavia evitarne le posizioni estremiste a questi proprie. Prima dell’avvento di Sant’Agostino, fu senz’altro il più autorevole tra gli scrittori ecclesiastici latini. Da segnalare l’operetta “ad Donatum” in cui, poco dopo aver ricevuto il battesimo, descrive entusiasticamente l’azione rinnovatrice che il sacramento aveva prodotto in lui, un preludio alle “Confessioni” di Sant’Agostino. La concezione di Cipriano del primato di Pietro gli attribuiva un grado preminente di onore, nel senso di “primus inter pares”, senza riconoscere a Roma una funzione primaria di mantenimento dell'unità della Chiesa a discapito dell'accordo dei vescovi.

La sua attività pastorale lo portò a riconoscere che molte opinioni disparate e intransigenti derivavano da una visione poco chiara degli argomenti religiosi e da una formazione insufficiente. Per questo, Cipriano dedicò tempo allo studio e alla riflessione, traducendoli in opere semplici e dirette, finalizzate alla comprensione operativa della fede. La sua spiegazione del Padre Nostro, basata sulla versione di Matteo (6,9-13), mira a farne comprendere il vero significato spirituale, proponendolo non solo come formula da imparare a memoria, ma come un metodo di approccio a Dio vissuto interiormente. La preghiera, secondo lui, richiede una comunicazione che non può prescindere dallo Spirito.

La Preghiera del Padre Nostro: Rivelazione della Figliolanza Divina e Fraternità Cristiana

Il "Padre Nostro": Riconoscere Dio come Padre

La prima parola del Padre Nostro, "Padre", è la più importante, poiché insegna a rivolgersi a Dio come Padre. Gesù ci ha rivelato questo nome, che non era mai stato manifestato prima: «Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale Figlio ce lo ha rivelato». Insegnando il Padre Nostro, Gesù rivela ai suoi discepoli una loro speciale partecipazione alla figliolanza divina, dando loro «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Gesù Cristo distingue sempre tra "Padre mio" e "Padre vostro", non dicendo mai "Padre nostro" quando prega, a indicare l'esclusività della sua relazione con Dio. Con la preghiera del Padre Nostro, Gesù vuole rendere i suoi discepoli consapevoli della loro condizione di figli di Dio, ribadendo la differenza tra la filiazione naturale e la nostra filiazione divina adottiva, che si riceve come un dono gratuito di Dio. La preghiera del cristiano è la preghiera di un figlio di Dio che si rivolge al suo Padre Dio con fiducia filiale, espressa dalla parrhēsia, «vale a dire semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati».

Cipriano afferma che l'uomo nuovo, rinato per mezzo della grazia santificante, invoca Dio come Padre, riconoscendo la sua paternità e, con essa, rinunciando al "padre terreno e carnale della sua prima nascita per riconoscere un solo Padre che è nei cieli". Egli interpreta l'esortazione di Gesù a non chiamare nessuno sulla terra "Padre" (Mt 23,9) come un richiamo all'unicità del Padre celeste.

La Filiazione Divina e la Fraternità Cristiana

Quando chiamiamo Dio "Padre Nostro", riconosciamo che la filiazione divina ci unisce a Cristo, «primogenito fra molti fratelli», in una vera e propria fraternità soprannaturale, di cui la Chiesa è la nuova comunione tra Dio e gli uomini. La santità cristiana, pur essendo personale e individuale, non è mai individualista: «se preghiamo in verità il “Padre nostro”, usciamo dall'individualismo, perché ne siamo liberati dall'Amore che accogliamo». Il “nostro” dell'inizio e il «noi» delle ultime quattro domande non escludono nessuno, richiedendo il superamento delle divisioni e degli antagonismi.

Immagine simbolica di mani unite in preghiera, rappresentando la fraternità

Questa fraternità, che proviene dalla filiazione divina, si estende pure a tutti gli uomini, poiché tutti sono in qualche modo figli di Dio in quanto sue creature e sono chiamati alla santità: «Sulla terra non c'è che una razza: quella dei figli di Dio». Il cristiano deve quindi sentirsi partecipe del compito di avvicinare l'intera umanità a Dio. La filiazione divina sprona all'apostolato, che è una manifestazione necessaria della filiazione e della fraternità: bisogna pensare agli altri come figli di Dio, amandoli con abnegazione, comprensione, sacrificio silenzioso e donazione nascosta.

Cipriano, da "dottore della pace e maestro dell’unità", non volle che la preghiera fosse esclusivamente individuale e privata, cioè egoistica: «Non diciamo «Padre mio, che sei nei cieli», né: «Dammi oggi il mio pane», né ciascuno chiede che sia rimesso soltanto il suo debito, o implora per sé solo di non essere indotto in tentazione o di essere liberato dal male. Per noi la preghiera è pubblica e universale, e quando preghiamo, non imploriamo per uno solo, ma per tutto il popolo, poiché tutto il popolo forma una cosa sola.»

Il Vescovo di Cartagine interpreta la critica del Signore verso i giudei (Gv 8,44; Is 1,2-4) come una prova che essi non possono più chiamare Dio loro Padre a causa della loro infedeltà e della condanna a morte di Cristo. Per Cipriano, Dio «ha cominciato a diventare nostro Padre da quando ha cessato di essere il “loro” che l’hanno abbandonato». Il popolo traditore non può essere figlio; solo coloro a cui furono rimessi i peccati meritano questo titolo e ricevono la promessa dell’eternità, poiché «Colui che commette il peccato è schiavo del peccato». La grande misericordia di Dio ci permette di chiamarlo "Padre", e come figli dobbiamo comportarci di conseguenza, compiendo opere di Dio se abbiamo lo Spirito di Dio.

L'Abbandono Filiale e l'Infanzia Spirituale

Conseguenze importanti del senso della filiazione divina sono la fiducia e l'abbandono filiale nelle mani di Dio. San Josemaría Escrivá insegnava che «un figlio si può comportare con suo padre in diverse maniere. Bisogna rendersi conto che il Signore, volendoci suoi figli, ci ha ammessi a vivere nella sua casa... che lo trattassimo con tanta familiarità e fiducia da chiedergli, come fa il bambino, la luna!». L'abbandono filiale è un abbandono attivo, libero e consapevole di un figlio che si lascia guidare da Dio. Da questo atteggiamento può scaturire un modo di vivere la filiazione divina chiamato "infanzia spirituale", che consiste nel riconoscersi non solo come un figlio, ma come un bambino piccolo, totalmente dipendente da Dio. San Francesco di Sales la spiega: «L'anima perfettamente semplice non ha che un unico amore, Dio; e in questo unico amore, un'unica aspirazione, quella di riposare nel seno del Padre celeste, e qui stabilire il suo riposo, come un figlio amoroso, lasciando ogni cura interamente a Lui, non cercando altro che di rimanere in questa santa fiducia». San Josemaría consigliava questo cammino: «Se sarete bambini non avrete dispiaceri: i bambini dimenticano subito i loro guai per tornare ai giochi abituali. -Pertanto, abbandonandovi, non avrete di che preoccuparvi, giacché riposerete nel Padre».

Le Sette Domande del Padre Nostro: Spiegazione e Significato

Nel Padre Nostro, l'invocazione iniziale «Padre nostro che sei nei cieli» è seguita da sette richieste. «Le prime tre domande hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l'avvento del Regno e il compimento della Volontà divina. Le altre quattro presentano a lui i nostri desideri: queste domande riguardano la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato, e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male». San Tommaso d'Aquino definì il Padre Nostro la preghiera perfettissima, poiché «in essa non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell‘ordine in cuivanno desiderate: per cui questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma altresì plasma tutti i nostri affetti».

Infografica schematica delle sette petizioni del Padre Nostro

1. Sia santificato il tuo nome

Nessuna creatura può accrescere la santità di Dio, quindi «il termine “santificare” qui va non già nel suo senso causativo (Dio solo santifica, rende santo), ma piuttosto nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera santa». Chiedere che il Nome di Dio sia santificato ci coinvolge nel suo disegno di essere «santi e immacolati al suo cospetto nella carità». Pertanto, nella prima domanda si chiede che la santità divina risplenda e aumenti nella nostra vita: «Chi potrebbe santificare Dio, dato che è lui che santifica? Ma ispirandoci a quelle parole: ”Siate santi perché io sono santo” (Lv 20, 26), chiediamo che santificati dal battesimo noi perseveriamo in quello che abbiamo cominciato ad essere. E questo, lo chiediamo ogni giorno. È necessario santificarci ogni giorno, perché ogni giorno cadiamo; dobbiamo purificare i nostri peccati con una santificazione continuamente rinnovellata... Ricorriamo dunque alla preghiera affinché resti in noi tale santità».

2. Venga il tuo regno

La seconda domanda esprime la speranza che giunga un tempo nuovo in cui Dio sarà riconosciuto da tutti come un Re. Questa richiesta è il «Marana tha», il grido dello Spirito e della Sposa: «Vieni, Signore Gesù». Si tratta principalmente della venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo. D'altra parte, il Regno di Dio è già stato inaugurato in questo mondo con la prima venuta di Cristo e l'invio dello Spirito Santo, e «è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo». Cipriano aggiunge che il "regno di Dio" si identifica con Gesù Cristo in persona, poiché Lui è la nostra resurrezione e in Lui un giorno regneremo. Solo un cuore puro può dire «Venga il tuo Regno» senza timore, dopo essere stato alla scuola di Paolo per dire: «Non regni più dunque il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6,12). In definitiva, esprimiamo il desiderio che Dio possa effettivamente regnare in noi con la grazia, che il suo Regno si estenda ogni giorno di più sulla terra e che alla fine dei tempi Egli possa regnare pienamente su tutti in Cielo.

3. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra

La volontà di Dio è che «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Gesù ci insegna che non si entra nel Regno dei cieli con le parole, ma «facendo la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Con questa domanda, «chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua Volontà, il suo Disegno di salvezza per la vita del mondo». Noi siamo incapaci di ciò da soli, ma «uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito, possiamo consegnare a lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre» (Gv 8,29). Quando diciamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», non intendiamo «che Dio farà ciò che vuole, ma che noi saremo in grado di fare ciò che Dio vuole», poiché chi può impedire a Dio di fare ciò che vuole? Siamo noi, invece, che possiamo opporci alla sua volontà. L'espressione «come in cielo così in terra» esprime il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi, che siamo ancora sulla terra, così come si è compiuta negli angeli e nei beati in Cielo. Cipriano estende questo significato, affermando che "cielo" e "terra" possono riferirsi ai fedeli (che sono "dal cielo") e a coloro che ancora non credono ("terra"), per i quali preghiamo affinché anch'essi diventino "celesti" nascendo dall'acqua e dallo Spirito. Egli sottolinea che fare la volontà di Dio significa vivere come Cristo, con umiltà, fede, giustizia, misericordia e amore, abbracciando anche la Croce e testimoniando il suo amore al mondo.

4. Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Questa domanda esprime l'abbandono filiale dei figli di Dio, perché «il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni “convenienti”, materiali e spirituali». Il senso cristiano di questa richiesta «riguarda il Pane di Vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia» (Gv 6,26-58). L’espressione quotidiano, intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di "oggi" per confermarci in una confidenza «senza riserve». In senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento. Cipriano interpreta il "pane quotidiano" sia come l'Eucaristia, nutrimento della nostra salvezza, sia come il cibo necessario per il giorno, esortando a non preoccuparsi del domani, fiduciosi nella provvidenza divina: il Signore «non permette che il giusto soffra di fame» (Pr 10,3).

5. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

In questa domanda, prima di tutto riconosciamo il nostro peccato: «torniamo a lui, come il figlio prodigo (Lc 15,11-32), e ci riconosciamo peccatori davanti a lui, come il pubblicano (Lc 18,13). La nostra richiesta inizia con una “confessione”». Ma questa richiesta non sarà accolta se prima non avremo perdonato chi ci offende, poiché «questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. L'Amore, come il Corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo (1 Gv 4,20)». Il rifiuto di perdonare chiude il nostro cuore e lo rende impermeabile all'amore misericordioso del Padre. Cipriano enfatizza che, se chiediamo il perdono dei peccati, dobbiamo agire nello stesso modo nei riguardi dei nostri debitori, perché saremo trattati come abbiamo trattato gli altri. Per questo, l'unità e la pace tra fratelli sono essenziali prima di presentare le nostre offerte.

6. Non abbandonarci alla tentazione

Questa domanda si collega alla precedente, poiché il peccato è una conseguenza del libero consenso alla tentazione. Pertanto, «chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa […] (di) “non permettere di entrare in” (Mt 26,41) (di) “non lasciarci soccombere alla tentazione”». Gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta «tra la carne e lo Spirito», e questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza. Dio è fedele e «non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare» (1 Cor 10,13), ma per vincere la tentazione è sempre necessario pregare. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore e nell'ultimo combattimento della sua agonia. Questa richiesta acquista il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale, implorando la perseveranza finale. Cipriano chiarisce che questa petizione non implica che Dio ci induca in tentazione, ma che ci dia la forza di superarla, esortando a «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mt 26,41).

7. E liberaci dal male

L'ultima domanda si trova nella preghiera sacerdotale di Gesù al Padre: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno» (Gv 17,15). In questa petizione, «il Male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l'angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” [dia-bolos, colui che “si getta di traverso”] è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo». Inoltre, «chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore», soprattutto dal peccato - l'unico vero male - e dalla sua pena, la dannazione eterna. Gli altri mali e tribolazioni possono essere trasformati in beni, se li accettiamo unendoci alle sofferenze di Cristo sulla croce. Cipriano vede in questa domanda una sintesi che ci fortifica contro tutte le macchinazioni del demonio e del mondo.

La Dimensione della Preghiera nel Pensiero di Cipriano

La Preghiera come Atto Spirituale e Sincero

Cipriano enfatizza che la preghiera del Padre Nostro è un dono di Cristo stesso, una preghiera più vera e spirituale di ogni altra, dettata dallo Spirito Santo. Pregare diversamente da quanto insegnato da Gesù sarebbe ignoranza e colpa. «Riconosca il Padre le parole del Figlio suo quando preghiamo; egli che abita dentro il nostro cuore, sia anche nella nostra voce. E poiché è nostro avvocato presso il Padre (1 Gv 2,1), usiamo le parole del nostro avvocato, quando, come peccatori, supplichiamo per i nostri peccati». Per Cipriano, la preghiera non si limita a formalità, ma impegna in maniera seria, richiedendo una comunicazione dello Spirito, un atteggiamento interiore che comunica un cuore e non solo parole. È una preghiera «de intimo corde et de tota mente».

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L'Importanza della Preghiera Comunitaria e dell'Unità

Il "dottore della pace e maestro dell'unità" non volle che la preghiera fosse esclusivamente individuale e privata, ma «pubblica e universale», un'invocazione per tutto il popolo che forma una cosa sola. Questa dimensione sociale della preghiera era già presente nell'esempio dei tre giovani nella fornace, che lodavano Dio «a una sola voce» (Dn 3,51), e negli apostoli che erano «tutti assidui e concordi nella preghiera» (At 1,14). Questa "concordia" esprime ardore e unità. Cipriano ribadisce con forza la necessità della concordia coi fratelli: una preghiera fatta senza pace con gli altri non è gradita a Dio, poiché l'Amore di Cristo è indivisibile. «Il Padre non ascolta la preghiera di un peccatore senza pace. Il Signore non benedice» chi non è in armonia con i fratelli. L'unità della Chiesa si manifesta e si rafforza nella preghiera concorde, che è «la legge della preghiera del Nuovo Testamento».

Umiltà e Compostezza nella Preghiera

Cipriano esorta i fedeli a pregare con silenzio e timore, pensando di trovarsi al cospetto di Dio. L'atteggiamento esteriore, la posizione del corpo e il tono della voce devono essere graditi agli occhi divini, con riserbo e raccoglimento, lontano da schiamazzi o rumorosa loquacità. «Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore». L'immagine di Anna, madre di Samuele, che prega muovendo le labbra senza emettere voce (1 Sam 1,13), è evocata per sottolineare la preghiera vissuta interiormente. Anche il pubblicano, che si batteva il petto riconoscendo i suoi peccati, fu giustificato più del fariseo che ostentava la sua presunta innocenza (Lc 18,10-14). La preghiera deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno, poiché «Dio non ascolta la voce, ma il cuore».

Quando e Dove Pregare

Cipriano indica che Dio è presente ovunque, penetrando anche nei luoghi nascosti e segreti: «Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l’uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra?» (Ger 23,23-24). Egli insegnò a pregare in segreto, in luoghi appartati e nelle proprie abitazioni, ma al tempo stesso valorizzava la preghiera nelle assemblee con i fratelli e il sacerdote. La preghiera cristiana è legata alla vita quotidiana, con riferimenti alle ore canoniche: al mattino per celebrare la resurrezione del Signore, e alla sera per implorarne l'avvento. Questo integra la preghiera nella vita del credente, facendo del luogo della preghiera il mondo intero, ovunque egli si trovi.

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