La Chiesa di San Michele Arcangelo ad Anacapri: Un Gioiello del Barocco Napoletano

La Chiesa di San Michele Arcangelo ad Anacapri, incastonata nella pittoresca Piazza San Nicola, rappresenta uno degli esempi più eleganti e armoniosi del barocco settecentesco napoletano. Oggi monumento nazionale, è definita a ragione "un gioiello d'arte" per le opere di grande valore artistico in essa contenute.

Veduta esterna della Chiesa di San Michele Arcangelo ad Anacapri

Storia e Fondazione

Le vicende del complesso di San Michele ad Anacapri rappresentano un pezzo di storia locale che si intreccia con quella internazionale. La sua edificazione, avvenuta tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo (precisamente tra il 1698 e il 1719), fu ispirata da un voto fatto da Madre Serafina di Dio, al secolo Prudenza Pisa, religiosa originaria dell’isola.

Nel 1683, Madre Serafina di Dio invocò l'Arcangelo Michele affinché liberasse Vienna dall'assedio degli ottomani, che perdurava da due mesi. Il 12 settembre 1683, il re Giovanni III Sobieski, a capo della coalizione cristiana, riuscì nell'impresa di sconfiggere l'esercito nemico, nei pressi del Kalhenberg, scacciando gli ottomani. Per ringraziare l’arcangelo, la religiosa promise di costruire un luogo sacro dedicato a San Michele qualora Vienna fosse liberata dall'assedio turco.

Per mantenere fede al voto fatto, la suora iniziò la costruzione di sette monasteri di clausura, tutti ispirati alle regole dettate da santa Teresa d'Ávila, in diversi punti della Campania: precisamente a Capri, ad Anacapri, a Vico Equense, a Fisciano, a Torre del Greco e due a Massa Lubrense. Circa un decennio dopo la fondazione del monastero, precisamente nel 1698, suor Serafina volle edificare anche una chiesa.

I lavori di costruzione iniziarono nel luogo in cui precedentemente sorgeva la chiesa di San Nicola, di cui si conserva il chiostro e il campanile. Secondo Niccolò Antonio Squillace, furono utilizzate le offerte di quindicimila ducati napoletani di Antonio Migliacci, un gentiluomo sardo. Tuttavia, i lavori si fermarono per mancanza di fondi. Fu soltanto grazie a monsignore Michele Gallo di Vandeneynde, vescovo di Capri dal 1690 al 1727, che, utilizzando interamente il suo patrimonio personale, la struttura venne portata al termine. La chiesa fu inaugurata nel 1719 dopo più di trent’anni di dura fatica: le donne anacapresi utilizzavano incessantemente la Scala Fenicia per trasportare i materiali per la costruzione, mentre gli uomini erano impegnati nei campi.

Periodi di Soppressione e Rinascita

Tra il 1806 e il 1808, durante l'occupazione inglese, il tempio venne soppresso. Con l'arrivo dei francesi, nel 1808, fu soppresso anche il monastero: l'intero complesso venne utilizzato come deposito e alloggi per i militari. Conquistata l'isola, il grande monastero di San Michele di Anacapri venne requisito dal demanio e convertito in caserma militare, una vicenda ricordata anche da un'iscrizione posta sull'Arco di Trionfo a Parigi.

Tramontata l'epoca napoleonica e restaurati i Borbone sul trono del Regno delle Due Sicilie, il complesso di San Michele continuò ad appartenere al demanio, giacendo in progressivo abbandono. La chiesa stessa, ridotta a deposito di munizioni, rimase chiusa al culto. Nel 1814, quando i militari abbandonarono la struttura, furono avviati progetti di restauri: questi iniziarono nel 1815 per terminare nel 1817, quando la chiesa venne riaperta al culto il 10 giugno, grazie a un regio decreto firmato da Ferdinando I delle Due Sicilie. Il re l'affidò alla Congregazione laica dell'Immacolata Concezione, fondata nel 1865; il convento, invece, venne venduto a privati.

Per circa duecento anni il monastero di San Michele prosperò e si ingrandì. Bisognò attendere la fine del secolo perché anche il resto dell'edificio si salvasse dalla rovina. Nel 1883, il conte Osvaldo Papengouth acquistò dal demanio l'intero edificio. Giunto ad Anacapri con la famiglia e finanziato dalla Società dei Missionari Battisti, il conte Papengouth trasformò il grande edificio in un magnifico albergo che chiamò Castello San Michele, periodo che segnò il massimo splendore per il complesso. Il conte lo ristrutturò completamente, adornando le facciate con sontuosi stucchi e arricchendo i lastrici con merlature. Internamente, le stanze e i saloni furono riccamente affrescati in stile barocco e pompeiano e arredati con mobili lussuosi. Sull'arco dello scalone, il conte fece incidere la beneaugurante frase latina "Hic manebimus optime" ("Qui staremo benissimo"). L'intenzione del conte era di impiantare sull'isola una missione battista; nell'albergo, infatti, gli ospiti dei Papengouth eseguivano i riti del culto battista. Tuttavia, le enormi spese sostenute per il restauro e il mantenimento del complesso non furono compensate da adeguati guadagni. Il conte Papengouth vendette la proprietà e per qualche anno l'edificio continuò a funzionare come pensione. Agli inizi del '900 fu messo all'asta, diviso in vari lotti acquistati da signori del paese.

Nel corso degli ultimi lavori di restauro, sono venuti alla luce affreschi ottocenteschi parzialmente conservati, coperti dall'intonaco bianco.

Architettura e Stile

La Chiesa di San Michele Arcangelo si presenta con una pianta centrale ottagonale, a forma di una croce greca, leggermente allungata in direzione dell'ingresso, dell'abside e di due altari laterali, sormontata da una cupola ariosa che illumina l’interno. L'architetto Domenico Antonio Vaccaro, importante esponente del barocco napoletano e autore di altri luoghi di culto, è accreditato per il progetto, avendo edificato l'attuale chiesa sui resti della precedente dedicata a San Nicola. L'edificio, nelle sue forme, risulta essere molto simile alla chiesa di Santa Maria della Concezione a Montecalvario a Napoli, realizzata dallo stesso Vaccaro pochi anni dopo. Inoltre, presumibilmente, l'artista era già stato sull'isola di Capri per un suo intervento durante la costruzione della chiesa di Santa Sofia.

La chiesa misura in totale ventuno metri di lunghezza per quindici di larghezza. L'interno è illuminato da alcune finestre poste ai lati dell'abside, sui fianchi della cupola e sull'ingresso: questa illuminazione è stata studiata in modo da fornire una luce intensa ma pacata. Le cappelle laterali e le nicchie contribuiscono a creare un ambiente ricco di movimento e profondità.

La facciata della chiesa è divisa in due parti da una trabeazione; la parte inferiore è suddivisa in tre scomparti da quattro colonne: al centro si trova il portale d'ingresso maggiore, sormontato da una lunetta nella quale è affrescato San Michele, con ali spiegate e una spada nella mano destra, probabilmente ispirato a un disegno di Guido Reni, mentre ai lati due ingressi più piccoli, sormontati da finestre ovali.

Tutte le decorazioni interne sono in puro stile barocco con stucchi di rosoni, festoni, cartigli, angeli, conchiglie e colonne scanalate, sormontate da capitelli in ordine corinzio e poste ai lati delle cappelle, aventi più un motivo ornamentale che strutturale.

Pianta ottagonale e dettagli architettonici della chiesa

Il Capolavoro del Pavimento Maiolicato: Il Paradiso Terrestre

Il vero tesoro della chiesa è il suo pavimento maiolicato, un capolavoro realizzato nel 1761 da Leonardo Chiaiese, uno dei più abili maestri maiolicari napoletani, su disegno ideato e studiato dal pittore italiano Francesco Solimena. In un'altra documentazione, l'opera è attribuita a Leonardo Chianese. Questo straordinario dipinto pavimentale raffigura il Paradiso Terrestre e la Cacciata di Adamo ed Eva.

Il tema raffigurato, proposto più volte nel corso del XVIII secolo, è quello del Paradiso Terrestre e della cacciata di Adamo ed Eva, arricchito da una moltitudine di animali esotici, motivi floreali e simboli religiosi. La prima scena rappresenta una natura bucolica, concepita per essere un invito, per i pastori e per i contadini, ad entrare in chiesa.

Nella scena principale è raffigurato l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, sul quale si trova un serpente, simbolo del diavolo. Poco più in basso, l’Arcangelo Michele su una nuvola, brandendo una spada infuocata, scaccia Eva dallo sguardo implorante mentre Adamo scappa spaventato. Il paesaggio circostante è rappresentato da acqua, piante, alberi da frutta, girasoli e numerosi animali che simboleggiano, non solo i vizi umani, ma gli stessi insegnamenti morali o spirituali della dottrina cristiana. Bestie dall’impressionante sguardo umano popolano il paradiso: animali domestici come il gatto, il cane e della vita contadina come la capra e la mucca. Sullo sfondo, un cielo stellato con il sole a sinistra e la luna in fase crescente a destra.

Tra gli animali sono presenti:

  • Un unicorno, simbolo di purezza.
  • Il coccodrillo con la bocca spalancata, simbolo delle tentazioni del diavolo.
  • Il cervo, nemico del demonio.
  • Esemplari più esotici, come il leone e l'elefante.

Il pavimento dell'abside è sempre in maioliche con la raffigurazione di un pellicano che si strappa le carni per nutrire i piccoli con il proprio sangue, contornati da ghirlande e putti. Il pellicano rappresenta Gesù Cristo che, con il sangue che sgorga dal petto, nutre i suoi figli a raffigurare simbolicamente il sacrificio dell’Eucarestia. Probabilmente il cartone preparatorio per quest'opera è stato realizzato da Giuseppe Sanmartino.

Dettaglio del pavimento maiolicato con la Cacciata di Adamo ed Eva

Piccolo documentario: Anacapri Chiesa San. Michele

L'Altare Maggiore e le Cappelle

L'altare maggiore, in stile barocco e rococò, è un altro elemento che cattura lo sguardo. Donato dal principe di San Nicandro e commissionato da Francesco Cattaneo, educatore di Ferdinando I, nel 1761, fu realizzato dall'artista napoletano Agostino Chirola, dopo che aveva realizzato dei modelli in creta, su disegno dell'ingegnere Angelo Barletta. L'altare venne realizzato a Napoli e trasportato sull'isola di Capri tramite feluche, salì ad Anacapri a dorso di mulo percorrendo la Scala Fenicia e infine assemblato sul posto. Venne consacrato l'11 ottobre 1761.

L'altare è realizzato in marmo di Carrara e pietre dure come lapislazzuli, alabastro e marmo verde antico e giallo antico; non si esclude che pezzi di marmi possano essere stati riutilizzati da alcune ville di epoca romana presenti sull'isola. Alle estremità dell'altare due angeli a tutto tondo, sempre in marmo di Carrara. Sembra che inizialmente le monache avrebbero voluto affidare la realizzazione di queste due sculture a Francesco Pagano o Giuseppe Sanmartino, ma successivamente la scelta ricadde sullo stesso Chirola e, soddisfatte del risultato finale, pagarono all'artista un compenso superiore a quanto pattuito.

Completano la zona dell'altare maggiore una pala di Nicola Malinconico raffigurante San Michele Arcangelo, con ai lati due dipinti di angeli, opera di Paolo De Matteis, e sulle pareti laterali Orazione nell'orto e Natività, entrambe di Giacomo del Pò. Nella lunetta sopra la pala è posta una statua in legno dell'Immacolata. Alle spalle dell'altare maggiore è sepolto il vescovo Michele Gallo di Vandeneynde.

Le cappelle, compreso l'altare maggiore, sono sette a simboleggiare i sette doni dello Spirito Santo. Sono disposte tre su ogni lato, con una centrale dalla forma absidale e due agli angoli dalla forma a conchiglia. Tutte le cappelle sono dedicate alla Vergine Maria e agli angeli custodi. Le cappelle presentano una pavimentazione in maioliche in colore azzurro e giallo con inserti di raffigurazioni di cesti di frutta e fiori, mentre gli altari, realizzati da artigiani capresi, sono in legno dipinto tendente a riprodurre l'effetto del marmo. Probabilmente questi dovevano essere momentanei per poi essere successivamente sostituiti da altri in vero marmo, non più realizzati a causa della soppressione del monastero.

Sul lato sinistro, la prima cappella ha una tela di Paolo De Matteis raffigurante l'Angelo custode. La seconda cappella, al centro, ha una Madonna del Carmine e santi Giuseppe e Teresa, opera del De Matteis, e ai lati Madonna che dà l'abito a san Simone Stock e Visione di san Giovanni della Croce, entrambe di Francesco Solimena. La terza cappella presenta una Addolorata, opera pittorica sempre del De Matteis. Bellissimi e di grande valore artistico i dipinti della chiesa, realizzati da artisti dello spessore di Francesco Solimena, Nicola Malinconico, Giacomo del Po e Paolo de Matteis, alcuni dei quali allievi nella bottega di Luca Giordano.

Interno della chiesa con l'altare maggiore e le cappelle laterali

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