La storia dell'evangelizzazione in Papua Nuova Guinea è profondamente radicata nel sacrificio e nella dedizione di numerosi missionari. Questo legame privilegiato è ancora oggi evidente, con la Papua Nuova Guinea che rimane un territorio di importanza cruciale per diversi istituti missionari.
L'arrivo dei primi esploratori e la colonizzazione
Il primo europeo ad arrivare in queste terre fu un navigatore olandese nel 1616. Successivamente, gli inglesi, all'inizio del XVIII secolo, chiamarono l'isola principale "Nuova Britannia". Nel 1884, i tedeschi presero il controllo dell'arcipelago, ma furono sconfitti dagli inglesi dall'Australia nel 1914. Con il Trattato di Versailles del 1919, l'arcipelago divenne parte dell'Impero britannico.
L'alba dell'evangelizzazione
I primi missionari, sia cattolici che protestanti, iniziarono a evangelizzare le isole alla fine del XVIII secolo, partendo da Sydney, in Australia. La Santa Sede istituì due vicariati apostolici nel 1844: quello della Melanesia e quello della Micronesia. Questi furono affidati ai missionari Maristi, che stabilirono la loro base sull'isola di Woodlark e da lì raggiunsero le altre isole. Nonostante il loro coraggio, pagarono un prezzo altissimo: di venti missionari inviati nella regione, sette morirono per malattie tropicali e cinque divennero totalmente invalidi.
L'arrivo dei Missionari del Sacro Cuore e il popolo Tolai
Nel settembre 1882, tre missionari francesi del Sacro Cuore sbarcarono a Vunapope. Nonostante molte difficoltà, tra cui malattie, contese per la terra, restrizioni governative e incendi delle stazioni di missione, l'opera iniziò a dare i primi frutti. I missionari furono bene accolti dai Tolai, un popolo che vive nella penisola di Gazelle, nel nord-est dell'isola della Nuova Britannia, e aprirono una stazione di missione a Rakunai, uno dei loro villaggi più importanti.
Rakunai, il cui nome deriva da "ra kunai" (campo di erba), si trova in una delle zone più fertili della regione ed era un centro di mercato per i villaggi vicini. I missionari furono sorpresi dalla rapidità con cui il popolo accolse il Vangelo. Fu qui che visse la famiglia di Peter To Rot, il cui padre, Angelo To Puia, era un leader del suo clan e capo villaggio, battezzato nel 1898 e uno dei primi cattolici tra i Tolai.

Peter To Rot: un martire della fede
Peter To Rot nacque probabilmente nel 1912 a Rakunai. La sua famiglia era già cristiana, e Peter ricevette la sua formazione cristiana soprattutto dal padre. Fu battezzato lo stesso anno della sua nascita e si distinse per il suo carattere tranquillo, gentile e obbediente. A sette anni fu ammesso nella scuola primaria di Rakunai, dimostrandosi uno studente sveglio, attento e pronto. Ricevette la prima Comunione a soli 11 anni e fu uno dei primi a offrirsi volontario per servire la messa ogni giorno, nutrendo un profondo amore per l'Eucarestia.
La formazione e il ministero di catechista
Nel 1930, a 18 anni, Peter To Rot entrò nel Saint Paul catechist training centre di Taliligap, un centro creato nel 1925 per il vicariato della Melanesia. Qui si dedicò allo studio, diventando uno degli studenti migliori e approfondendo la sua vita spirituale. Già all'inizio del 1933, a 21 anni, fu rimandato al suo villaggio, Rakunai, per assumere il ministero di catechista, dimostrando umiltà e dedizione nel collaborare con il sacerdote e nel prendersi cura della sua gente, specialmente dei più fragili.
L'11 novembre 1936, Peter si sposò in chiesa con Paula Ia Varpit, di 16 anni, rifiutando la convivenza di prova prevista dai costumi locali. Ebbero due figli: Andreas To Puia nel dicembre 1939 e Rufina Ia Mama nel 1942.
L'occupazione giapponese e il martirio
Dal 4 gennaio 1942, i giapponesi occuparono la Nuova Britannia, cacciando gli australiani e imprigionando tutti i missionari stranieri. La cura dei cristiani ricadde totalmente sui catechisti. Peter To Rot, pur consapevole dei rischi, si assunse la responsabilità di essere vicino ai cristiani e di sostenerne la fede. Continuò a guidare la preghiera domenicale, battezzare i bambini, formare le giovani coppie, benedire i matrimoni, aiutare i poveri, visitare gli ammalati e seppellire i morti, registrando tutto accuratamente.
Nel marzo 1943, la situazione peggiorò: l'amministrazione civile passò a quella militare e le attività dei catechisti furono ridotte. Peter fu convocato dalla polizia e gli fu proibito di tenere incontri con grandi gruppi di cristiani, ma riuscì a costruire una cappella più piccola e mimetizzata. Nel marzo 1944, tutte le attività religiose furono proibite. Nonostante ciò, Peter non si arrese: "Vogliono toglierci la preghiera, ma io continuerò con il mio lavoro". Incontrando i cristiani di notte in luoghi segreti, continuò a istruirli, battezzare e benedire, portando perfino l'Eucarestia agli ammalati e ai moribondi.
Nel giugno 1944, i giapponesi, cercando il sostegno della popolazione locale, ripristinarono la poligamia, una tradizione Tolai proibita dal cristianesimo e dai governi precedenti. Peter To Rot denunciò apertamente la poligamia come una pratica pagana inaccettabile per i cristiani, sapendo che questa posizione avrebbe potuto costargli l'arresto o la morte.
Nel maggio 1945, Peter To Rot fu arrestato dal poliziotto locale To Metapa, che lo accusò di aver celebrato matrimoni cristiani. Insieme ai suoi due fratelli, fu picchiato e la sua fattoria fu perquisita e distrutta, inclusi tutti i suoi materiali religiosi. Fu condannato a due mesi di prigione e portato al campo di prigionia di Vunaiara. Qui fu trattato con particolare durezza, tenuto in isolamento o costretto a lavorare in cucina, mentre i suoi fratelli furono rilasciati dopo un mese. Peter, però, rimase internato senza una ragione specifica, consapevole che sarebbe stato ucciso.
Due giorni prima della sua morte, sua moglie incinta lo visitò con i figli, portandogli il crocefisso che lui le aveva chiesto di nascondere. Lei lo implorò di smettere di fare il catechista, ma Peter rispose: "Non preoccuparti. È mio dovere morire per Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e per la mia gente." La notte del 7 luglio 1945, due medici giapponesi gli somministrarono un'iniezione letale e lo soffocarono. Il suo corpo fu ritrovato il giorno dopo con evidenti segni di violenza, confermando a tutti che Peter To Rot era stato ucciso "per quello che conosceva e per la sua religione".

La beatificazione e la canonizzazione
Peter To Rot fu sempre considerato un martire della fede dal popolo del suo villaggio, e la sua tomba divenne un luogo di pellegrinaggio. Papa Giovanni Paolo II lo dichiarò martire e beato il 17 gennaio 1995, senza bisogno di miracoli approvati. Papa Francesco, il 31 marzo 2025, ha autorizzato la sua canonizzazione. La data effettiva è stata decisa da Papa Leone XIV, che il 13 giugno 2025 ha annunciato che Peter To Rot, il primo Santo della Papua Nuova Guinea, sarà canonizzato il 19 ottobre 2025, in occasione della 99ª Giornata Missionaria Mondiale.
L'eredità dei missionari PIME e l'internazionalizzazione
L'Istituto del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) ha un legame storico e profondo con la Papua Nuova Guinea, che affonda le radici nella prima missione affidata all'Istituto e al martirio del Beato Giovanni Mazzucconi, ucciso sull'isola di Woodlark nel 1855. La sua memoria è tuttora viva, testimoniata dalla presenza di 13 missionari del PIME che, a quasi 170 anni di distanza, danno continuità a una missione rilanciata nel 1981 sull'isola di Goodenough e portata avanti oggi in 7 diverse località.
«Ci sono ancora tante comunità inesplorate e un grande lavoro di prima evangelizzazione», afferma padre Stefano Mosca, superiore regionale, in visita alla missione di Watuluma. Questa è la più "strutturata" di tutte, con una parrocchia gestita da due missionari (padre Prakasa Rao Nallamelli, indiano, e padre Peter Saw del Myanmar), un ospedale e scuole gestiti da due comunità di missionarie dell'Immacolata, e un istituto tecnico diretto da fratel Roberto Valenti.
L'isolamento rimane una caratteristica peculiare di queste aree. L'isola di Goodenough, non tra le più remote, è raggiungibile solo con quasi 24 ore di barca, e manca di infrastrutture come corrente elettrica e telefonia. «Alcuni villaggi si raggiungono con sei ore di cammino. La gente è inevitabilmente un po' chiusa e a volte non è facile entrare nella loro cultura e nelle loro tradizioni. Ma se riesci ad adattarti ti accolgono molto bene. E poi il PIME ha fatto davvero un grande lavoro qui», conferma padre Peter.
Ad Alotau, sull'isola principale dove il PIME mantiene la casa regionale, vivono attualmente fratel Giuseppe Bertoli e l'italoamericano padre Francesco Raco. L'Istituto ha visto una progressiva internazionalizzazione, con il primo missionario africano del PIME, padre Gaudêncio Pereira (Guinea-Bissau), come rappresentante di area. Egli è stato ispirato da padre Leopoldo Pastori e dalla storia dell'Istituto, e dopo un periodo a Watuluma, ha affrontato le diverse realtà di Madang e Kayan, sulla costa orientale, e le dinamiche urbane di una grande città spesso segnata dalla violenza criminale. Nonostante le difficoltà, padre Gaudêncio visita tutti e crea legami, anche in insediamenti informali e illegali.
Simili dinamiche, ma su scala più ridotta, sono vissute a Madang da padre Silvestre Saladaga, filippino di 57 anni, conosciuto come padre Dong. Dopo 15 anni a Tokarara, ha preso in mano la parrocchia di Our Lady of Perpetual Help, dove sono presenti anche quattro Missionarie della Carità. «È una comunità molto viva, piena di bambini e giovani. Ho deciso di ricominciare da loro. Sono il mio dono», racconta, esprimendo il desiderio di offrire stimoli e opportunità di crescita, nonostante la precarietà e la violenza.
Questa sfida cruciale si estende anche a contesti più rurali e forestali come quello di Kayan, a sei ore di distanza, dove opera l'indiano padre Bala Raju Mareboiana, o sull'isola di Ferguson, dove padre Dominic Hashda del Bangladesh si occupa della parrocchia intitolata al beato Mazzucconi.
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I frati francescani nella diocesi di Aitape
I frati francescani portano il messaggio di pace e fraternità tra popoli, villaggi e culture profondamente diverse, molti dei quali vivono in villaggi rurali sparsi tra montagne, foreste e coste, spesso irraggiungibili se non con lunghi viaggi a piedi o in canoa. I francescani giunsero nella diocesi di Aitape alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prendendo il testimone dell'annuncio evangelico dai Sacerdoti del Verbo Divino. Hanno istituito anche un monastero di Sorelle Povere di Santa Chiara, inizialmente solo irlandesi e australiane, e ora anche con Sorelle locali. Oggi, come ieri, il cuore della missione rimane l'evangelizzazione delle zone più isolate dell'interno e della costa, con la nascita di numerose parrocchie.
La missione australiana: l'arrivo e le difficoltà iniziali
Nel 1944, la Provincia OFM Holy Spirit dell'Australia decise di inviare dei frati in missione all'estero. Il 6 novembre 1946, un gruppo di sei frati francescani lasciò Sydney in nave, diretti al distretto di Sepik. A Brisbane si unì a loro un altro frate, portando il loro numero a sette: Ignatius Doggett, Michael Beven, Denis Dobson, Matthew Darby, James O'Meara, Raymond Quirk, Martin Shumach e Anselm Stoner. Tutti, tranne il Superiore regolare padre Ignatius Doggett, avevano meno di 35 anni, selezionati per età, forma fisica e attitudine pragmatica, con una preparazione minima (un corso di medicina tropicale e un ritiro annuale).
«Con poca esperienza individuale, ma con 700 anni di esperienza del più grande Ordine missionario della Chiesa alle nostre spalle, siamo venuti qui per partecipare alla restaurazione delle Missioni. In armonia con le nostre tradizioni secolari, non abbiamo altra ambizione che portare ogni singola anima nel cuore amorevole di Cristo», fu il commento di James O'Meara.

La guerra nella regione di Sepik e il contesto post-bellico
I giapponesi occuparono Sepik nel 1942. Nell'aprile 1944, gli aerei alleati iniziarono i bombardamenti sulle basi giapponesi. Il 25 aprile, una massiccia flotta d'invasione alleata si ancorò al largo di Aitape, lanciando la più grande invasione anfibia mai organizzata nel Pacifico sudoccidentale. L'invasione fu un successo, ma i combattimenti continuarono per 12 mesi, causando molte morti per scontri e malattie. L'isola di Ali fu trasformata in un ospedale per i nativi e, dopo il luglio 1944, molte malattie si diffusero da lì.
La Papua Nuova Guinea era allora un Territorio in Amministrazione Fiduciaria delle Nazioni Unite, amministrato dall'Australia. I frati arrivarono ad Alexishafen il 6 dicembre 1946 e seguirono sei mesi di formazione con l'SVD, per poi arrivare ad Aitape nel maggio 1947. La loro principale preoccupazione era perseguire la tradizionale vita francescana in questa remota parte della Papua Nuova Guinea. Hanno replicato l'esperienza francescana altomedievale con entusiasmo ed empatia con la gente, senza essere vincolati alla struttura rigida dell'Ordine in Australia.
L'area di Aitape era devastata dalla guerra: molti villaggi furono abbandonati e tutti gli edifici europei distrutti. Il SVD raccomandò costruzioni francescane sulla collina di Sant'Anna. «La nostra preoccupazione fondamentale era come potevamo vivere la tradizionale vita francescana in PNG…. eravamo sprovveduti, avevamo le risposte a tutto, e nella nostra ignoranza, piuttosto scioccati da quello che pensavamo fosse l'approccio molto duro degli altri Missionari. Noi francescani potremmo mostrare loro come essere missionari. Avevamo cambiato il nome “Missione Cattolica”, quindi, eravamo più francescani che cattolici!», ha scritto padre Ray Quirk.
Al loro arrivo, i frati si scontrarono con tre ostacoli fondamentali al loro francescanesimo: l'autoaffermazione della gente, l'economia quotidiana e il modo di comportarsi dei missionari protestanti. Seguendo il consiglio di Van Baar, furono scelte Malol, Sissano e Vanimo come stazioni missionarie e comunità francescane. In ogni stazione, due o tre frati intendevano avviare scuole e ambulatori medici, per la formazione dei bambini e dei giovani catechisti. I frati dovettero costruire da zero: Mat Darby fu "scaricato" a Malol a maggio con un materasso e nient'altro, e anche Ray Quirk e Martin S. a Vanimo si ritrovarono soli.
Nel settembre 1947, i frati tennero il loro primo Ritiro. Tutti erano stati colpiti da malaria e dissenteria. Dopo il Ritiro, emerse il desiderio di estendere la missione nell'area di Wapei. Il 22 ottobre, Doggett e O'Meara sorvolarono la vetta del Sumoro diretti a Lumi. La popolazione di Lumi era preoccupata per i divieti imposti dai missionari protestanti. Doggett li rassicurò con gesti semplici, e fu stabilito che un frate non sarebbe entrato in una nuova area se il popolo non lo avesse invitato.
I Wapei erano molto preoccupati per la conservazione della loro stabilità culturale. Quando padre Denis D. arrivò a Sumoro, notò questa preoccupazione: contò sei grandi villaggi e fu portato a Miwaute in una "haus pater" con una grande chiesa, sorprendendosi perché solo pochi giovani erano cattolici. Tuttavia, alla Messa del mattino, si riversò in chiesa quasi un migliaio di persone che iniziarono un canto comunitario. Il catechista aveva insegnato loro tutto, ed erano stati addestrati prima della guerra a Wewak, a Kairiru. Questo viaggio divenne quasi una processione trionfale, attraversando più di 12 villaggi, alcuni con chiese.
Lumi era un luogo logico per i frati per iniziare i lavori nei Torricelli, ma presentava limiti come l'isolamento dei villaggi e l'alta mortalità infantile. Quando James O'Meara viaggiò per la prima volta nell'area di Lumi nel maggio 1947, si assicurò un piccolo tratto di terra da Maui per una stazione di missione, circa 100 metri dalla pista di atterraggio. Questo terreno era considerato abitato dagli spiriti, e gli abitanti del villaggio credevano che lavorarlo avrebbe provocato una tempesta. O'Meara non lavorò la terra finché non vi asperse Acqua Santa, contrastando così il potere del "towa". Non avendo mostrato effetti negativi, fu avvicinato da molte persone che desideravano l'Acqua Santa.
I Maui erano diversi dai Sumoro, più interessati ai benefici e alle opportunità offerte dai frati. Nei primi 12 mesi a Wapei, i frati registrarono non tanto le loro funzioni sacerdotali, ma quante iniezioni somministravano ogni giorno e quanti bambini frequentavano la scuola. Nel gennaio 1949, padre Ferdinand Parer e Denis Dobson stabilirono una stazione di missione a Miwaute. Nel 1952, i frati spostarono la loro sede nella frazione vuota di Inibe, e aprirono nuove stazioni a Yemnu (1951), Yili (1952), Wati (1953), Karaitem (1954), Kafle, Yanungen, Monandin e Wassisi (1956/58), Ningil (1959) e Mukili (1962).
Dopo cinque anni, i primi frati a Wapei erano sfiniti e tornarono in Australia per nove mesi, lasciando un solo frate per stazione in zona Wapei e Sissano. L'enfasi sul vivere la vita francescana nel Sepik fu gradualmente disattesa, e l'approccio divenne più orientato allo sviluppo di relazioni con gli abitanti del villaggio basate sui loro bisogni, richieste e preferenze.
L'autonomia della missione e il contributo alla cura della lebbra
Nel 1952, la missione francescana ottenne l'autonomia dal vicariato del Verbo Divino della Nuova Guinea Centrale, con l'elevazione a Prefettura Apostolica di Aitape, grazie a una vigorosa campagna di padre Ignatius Doggett dal 1947. Nello stesso anno, arrivò un gruppo di francescani italiani espulsi dalla Cina. Nel 1952 c'erano 12 frati e 7 suore francescane; nel 1954, erano 26 frati che servivano 20 stazioni. Nel 1956, Doggett divenne Vescovo di Aitape.
San Francesco, nel suo Testamento, scrive: «Mentre ero nel mondo, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». I francescani di Aitape iniziarono la loro missione mostrando misericordia ai lebbrosi. La Provvidenza portò in aiuto un gruppo di cinque frati italiani espulsi dalla Cina nel 1952, due dei quali, padre Stanislao Rossato e padre Antonine Magnani, avevano lavorato in un lebbrosario in Cina. Insieme a un fratello australiano, fr. Jerome Sweeney, iniziarono a costruire case indigene per i lebbrosi. Poiché la Papua Nuova Guinea era nota per avere un numero elevato di lebbrosi, il Dipartimento della Salute decise di utilizzare l'Aitape Leprosarium per la ricerca, ottenendo il supporto del Governo per migliorare la struttura. Padre Ignatius Doggett richiedeva che il lebbrosario fosse gestito "su base familiare", con tutta la famiglia del lebbroso residente nella struttura. Il numero più alto raggiunto fu di 750 persone, incluso il personale.