L'esclamazione del centurione romano, "Davvero quest'uomo era Figlio di Dio", ai piedi della croce di Gesù, è un momento di profondo significato teologico e umano. Questa affermazione, riportata dai Vangeli sinottici, rappresenta il culmine della rivelazione dell'identità di Gesù e un punto di svolta nella comprensione della sua passione e morte.
Il contesto della crocifissione e la reazione del centurione
Il centurione aveva assistito alla morte di Gesù in croce e aveva coordinato i soldati che dovevano crocifiggerlo. La sua affermazione è sorprendente, poiché non vi è alcuna indicazione che avesse assistito in precedenza a miracoli di guarigione compiuti da Gesù. Al contrario, i capi dei sacerdoti e gli scribi, pur conoscendo i miracoli, si facevano beffe di lui, pendente dalla croce, dicendo: "Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo" (Mc 15, 31-32). Ciò dimostra che i miracoli non furono sufficienti a scuotere la loro incredulità.
In netto contrasto, al centurione, un pagano, bastò vedere come Gesù morì in croce per arrivare a comprendere che in Lui c’era qualcosa di divino. Questa osservazione lo portò ad affermare: "Davvero quest’uomo era Figlio di Dio". Questo contrasto è sorprendente e solleva la domanda: cosa può aver visto questo centurione per giungere a una tale affermazione di fede, così vera e profonda? Cosa lo ha portato a scoprire in un crocifisso, condannato a morte, il Figlio di Dio?
L'amore e il perdono come chiave di comprensione
Certamente, qualcosa di potente colpì questo centurione, portandolo al di là delle apparenze di desolazione e di dolore. Non era la prima volta che assisteva a una crocifissione. Il modo in cui Gesù affrontò la sua passione, crocifissione e morte, momenti di cui il centurione fu testimone in prima persona, lo condusse a scoprire in quell'uomo qualcosa di infinitamente grande, qualcosa di divino in quella estrema debolezza umana. In lui si realizzò quanto Gesù aveva detto: che quando fosse stato innalzato sulla croce, si sarebbe compreso chi egli fosse veramente.
Il centurione comprese l'innocenza di Gesù, anche dal processo farsa intentato da Pilato, e che la sua condanna a morte scaturì dall'inettitudine e dalla paura dei Giudei. Lo vide portare la croce senza improperi, accettare il dolore dei chiodi senza lamentarsi, e alla fine lo sentì pronunciare parole di perdono per coloro che l'avevano crocifisso. Nessun odio nelle sue parole, ma solo amore e perdono.

Fu questo amore a scuotere le viscere del centurione, abituato a scene ben diverse di violenza, odio e rancore. Fu colpito al punto da scoprire una grandezza sovrumana sotto le apparenze di un'ignobile croce, sulla quale troneggiava un amore infinito che non poteva essere che divino. A Gesù, su quella croce, fu tolto tutto, anche l'ultimo pezzo di vestito, l'onore umano, immergendolo in una morte ignominiosa riservata ai delinquenti. Anche i suoi apostoli fuggirono per paura, e il suo cuore fu trafitto da una lancia, ultimo affronto al suo corpo immacolato. Ma quello che avrebbe voluto essere l'ultimo affronto per spegnere per sempre la sua vita, rivelò definitivamente la sua grandezza: quella di un cuore divino. Il centurione vide la divinità di un amore fedele sempre, anche nell'affronto più radicale della morte in croce.
Il centurione nei Vangeli sinottici e in Giovanni
Solo nei Vangeli sinottici si parla di un centurione che sotto la croce esprime il suo stupore davanti all'accaduto. Gli evangelisti gli attribuiscono parole che non sembrano coerenti con il personaggio e gli fanno esprimere quella fede necessaria in un simile frangente. Per chi scrive a distanza di tempo, questa affermazione serve affinché chi rilegge questa storia giunga alla medesima dichiarazione di fede. L'evento sarebbe drammatico e senza senso se fosse letto come una tragica fatalità.
Non possiamo dire che il centurione e il soldato della lancia siano la medesima persona, ma a volte nei racconti popolari si tende a creare questa simbiosi e a individuare una figura precisa a partire dal suo nome, che in realtà è molto simbolico. Giovanni, come sempre, si discosta dai sinottici, perché non fa comparire il centurione, ma parla di un soldato che mediante un colpo di lancia lacera il costato e apre il cuore di Gesù, ormai già morto. Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all'uno e all'altro che erano stati crocifissi insieme con lui. E il centurione, vedendo ciò che era accaduto, glorificò Dio, dicendo: "Quest'uomo era giusto". Longino, probabilmente un nome fittizio che deriva dal greco (lonche = lancia), non è nominato nei Vangeli canonici.
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Le diverse interpretazioni evangeliche dell'affermazione del centurione
La bella notizia nella morte di Gesù sta proprio in questa affermazione del soldato: i sinottici la registrano con espressioni diverse, ma sempre nell'intento di offrire una sorta di dichiarazione di fede:
- Matteo e Marco gli fanno dire che Gesù viene riconosciuto come Figlio di Dio. Per Matteo, gli eventi naturali catastrofici che accompagnano la sua morte potrebbero aver indotto questo uomo, forse anche scrupoloso, a lasciarsi influenzare da segnali prodigiosi. Per Marco, invece, la medesima affermazione dipende dal fatto che il centurione è rimasto colpito dal modo in cui Gesù è morto, ovvero da giusto, che si dona senza disperare, senza accusare, senza inveire. Il centurione fa dunque un atto di fede, perché il modo di vivere e di morire di quest'uomo lo rivela come proveniente da Dio.
- Luca, più coerente con l'impostazione del suo vangelo, qui legge la grande umanità di quest'uomo che viene riconosciuto giusto, mentre la crocifissione dovrebbe indicare che egli è un ingiusto. Luca sottolinea anche che con queste parole il centurione dà gloria a Dio, cioè esprime un atto di fede, il riconoscimento che la croce è strumento e segno di gloria, non affatto di disonore o di infamia.
Nel vangelo, il centurione è una figura anonima, probabilmente perché il lettore, altrettanto anonimo, doveva mettersi nella sua posizione per far affiorare la propria dichiarazione di fede davanti al crocifisso. Poi però si sente il bisogno di trovare un nome, e con questo una sua precisa fisionomia, perché la fede non deve risultare generica, ma un'esperienza personale da condividere.
Il centurione come modello di adorazione e fede
Il centurione romano che controllava lo svolgimento della crocifissione può essere considerato un modello di adorazione. Probabilmente quell'ufficiale tenne d'occhio Gesù dall'arresto fino alla morte. Vedendo Gesù tradito, arrestato, accusato, umiliato, spogliato e brutalmente inchiodato alla croce, concluse sorprendentemente: "Veramente quest'uomo era giusto" (Lc 23,47), e: "Davvero costui era Figlio di Dio" (Mt 27,54; Mc 15,39). Già indurito da tante crocifissioni, deve aver visto qualcosa di nuovo in Gesù. Al termine di un'esecuzione di routine, è fiorita una professione di fede in Gesù. Non fu solo un'altra crocifissione, ma la manifestazione dell'innocenza e del Figlio di Dio. Si apprende dall'adorazione del centurione che il sacrificio della vita di Gesù non può essere apprezzato per quello che è veramente se non si affronta l'orrore della croce.
Il Vangelo secondo Marco dice che il centurione stava davanti a Gesù. Come ogni capo di guardie, sorvegliava attentamente il criminale giustiziato. Non faceva altro che guardare Gesù. E la vicinanza fisica non bastava: doveva essere vigile e attento, in modo da poter rendere conto di ogni dettaglio. Impariamo dal centurione a stare di fronte a Gesù, a tenerlo sempre d'occhio, a guardarlo fisso, a contemplarlo. All'inizio il centurione passò ore a guardare Gesù per dovere, ma poi finì per contemplarlo nella verità.
Ciò che il centurione vide
Possiamo supporre che abbia visto l'orrore della sofferenza che ha preceduto la morte di Gesù. È stato testimone oculare del dolore, dell'umiliazione e della solitudine inflitti a Gesù quando gli amici lo tradirono e lo abbandonarono. Deve essere rimasto sorpreso nel vedere Giuda scoccare un bacio apparentemente affettuoso che era in realtà un atto di tradimento. Probabilmente si è meravigliato della rapidità con cui un gruppo di discepoli potevano abbandonare il loro maestro per salvare la pelle. Ha ascoltato le bugie fabbricate nel Sinedrio e la resa di Pilato alla folla, nonostante la mancanza di un chiaro capo d'accusa contro Gesù. Ha visto la gente schernire Gesù, sputargli addosso, spogliarlo e crocifiggerlo. Ha sentito il grido di dolore: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34). Il centurione ha constatato una crudeltà incredibile da parte degli amici, delle autorità e persino della divinità lontana. Il tradimento, la disumanità e la brutalità continuano fino ad oggi nelle molte crocifissioni dei poveri e della creazione. Non possiamo fare a meno di chiederci perché gli amici, le autorità e Dio non intervengono.
Ma credo anche che in Gesù il centurione abbia visto un amore incredibile: amore per il Dio che non gli aveva tolto quel calice di sofferenza, e amore per ogni suo prossimo. Per i suoi nemici chiese il perdono del Padre (Lc 23,34). A un bandito promise il paradiso (Lc 23,43). Alla madre assicurò una nuova famiglia (Gv 19,26-27). E al Dio che lo aveva abbandonato, Gesù si abbandonò: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46). Il centurione ha visto l'amore fiorire nel deserto della disumanità. In mezzo al chiasso degli insulti e delle menzogne, quell'uomo, Gesù, pronunciava parole di fedeltà e di verità. Dappertutto la gente gridava "no" a Gesù, ma il centurione ha udito da Gesù solo "sì" al Padre, "sì" al prossimo, "sì" alla missione. In quella orribile croce di odio e di violenza il centurione ha riconosciuto l'amore, un amore incrollabile che si rifiuta di morire, che è forte come l'acciaio contro il male, ma tenero di fronte all'amato. Gesù è rimasto fedele alla sua missione. Così la sua morte è stata trasformata in vita.
Quando adoriamo il Dio-Trinità in lode del sacrificio di Gesù, siamo chiamati a piangere per le vittime dell'indifferenza dell'umanità peccatrice e dell'impotenza di Dio. Ma piangiamo anche di gratitudine per la speranza dell'amore puro che va dispiegandosi in un mondo lacerato. La croce, emblema della colpa dei criminali, ha confermato l'innocenza di Gesù, il vero adoratore di Dio. Il culto sacrificale che egli ha celebrato era il suo amore senza macchia per il Padre e la profonda compassione per i peccatori. Gesù, che è sopravvissuto a tale orrore con la speranza e ha vinto un così grande male con la tenerezza e l'amore, non era solo innocente. Ha anche mostrato che veniva dall'alto.
La croce: scandalo e stoltezza, ma anche rivelazione
Alla vigilia del Triduo pasquale, centro della fede cristiana, monsignor Antonio Di Donna indica le parole del centurione come "la professione più matura di fede" in quel momento in cui "tutti sono uniti nel non comprendere la croce". Il racconto della passione del Signore è il cuore di tutto il vangelo: noi annunciamo Gesù Cristo crocifisso e risorto.
È difficile comprendere la croce del Signore, e ancor più viverla. Non la compresero le autorità religiose e politiche, che condannarono Gesù come bestemmiatore e sovversivo. Non compresero la croce neppure gli intellettuali del tempo, il mondo della giustizia, che imbastì un processo basato su falsi testimoni, cercando il consenso della folla più che la verità. Non compresero neppure le folle, che cercavano lo spettacolo e i miracoli: "Scenda dalla croce e gli crederemo". Ognuno si scarica della responsabilità delegandola agli altri, e nessuno si sente responsabile in prima persona, ma tutti sono uniti nel non comprendere la croce.

Nel vangelo di Marco, "anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano". Almeno loro avrebbero dovuto essere solidali con Gesù, condannato alla stessa pena. Ma evidentemente, anche per la malavita la croce di Gesù non ha senso, è debolezza. Paolo dice bene che "la croce di Gesù è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani". I Giudei attendono i miracoli, ma Gesù crocifisso non fa miracoli; i pagani attendono la sapienza, una vita ordinata, intelligente, ma la croce è stoltezza. Non compresero allora, e neppure oggi la comprendiamo pienamente. L'annuncio del Cristo crocifisso è un annuncio difficile, lontano dal modo di pensare comune. Non la comprende una certa cultura che mette al primo posto l'efficienza e il profitto, emarginando i deboli, i poveri, i malati, gli anziani, i giovani alla ricerca del lavoro, considerandoli semplicemente uno scarto, sconfitti, i crocifissi del nostro tempo. Ma anche tanta gente religiosa riduce la croce a un simbolo di sofferenza, a un annuncio di consolazione, presentando un Dio che ama la sofferenza e la morte.
L'unico che ha visto giusto secondo il vangelo di Marco è una figura che balza all'improvviso al termine del racconto della passione: il centurione, il soldato pagano che "vistolo morire in quel modo dice: 'Davvero quest'uomo era figlio di Dio'". Un soldato, un centurione che ha l'incarico di portare a termine l'esecuzione dei condannati, pronuncia questa parola. Non deve essere la prima volta che assolve un compito del genere. Non deve essere nemmeno uno dal cuore tenero o facilmente impressionabile: ha imparato la dura legge della guerra, ha conosciuto l'ostilità dei popoli dominati. Chissà quanti condannati a morte alla croce ha visto e accompagnato, quanti disperati, quante scene raccapriccianti, agonie interminabili. È uno che ha udito certamente ingiurie, insulti, invocazioni di vendetta da parte dei condannati alla croce. A pronunciare questa frase è dunque un pagano, uno che non conosce niente della storia d'Israele con il suo Dio. Uno straniero, uno che appartiene a un'altra cultura e forse fa fatica a districarsi in quello strano mondo che è la Palestina all'epoca di Gesù.
Per tutte queste ragioni, la frase che il centurione pronuncia appare del tutto strana sulla sua bocca: "Davvero quest'uomo era figlio di Dio". Come fa a dire questo? Cosa lo ha convinto? Cosa gli ha fatto ravvisare nel volto sfigurato del Cristo, nel suo corpo martoriato, straziato dai flagelli, percosso dall'agonia, denudato e insanguinato, qualcosa che abbia a che fare con Dio? Cosa c'entra tutto questo con il figlio di Dio? Può essere Dio così? Hanno forse qualcosa di divino la sete che tormenta Gesù, la sofferenza inaudita che sta provando, gli insulti dei capi del popolo? Cosa hanno di divino queste cose? Come è possibile? Cosa spinge, allora, questo soldato avvezzo a quelle scene a fare una dichiarazione del genere, la professione di fede più matura del vangelo secondo Marco, la più alta, la più profonda? Il vangelo lo dice: "Avendolo visto spirare in quel modo". E cosa ha visto? Cosa significa: "Avendolo visto spirare in quel modo"?
Il centurione ha visto un uomo condannato a morte, che a differenza di tutti i condannati alla morte di croce non sbraita, non si dispera, non invoca vendetta, non si rivolge contro Dio, non dà bestemmie agli altri, non li condanna, ma anzi dice: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Ecco quello che ha visto il centurione! A convincerlo non sono i segni della forza, della potenza, ma proprio il contrario. Il centurione non dice "quest'uomo è figlio di Dio" di fronte ai miracoli, quando moltiplica il pane, quando resuscita Lazzaro, quando guarisce i malati. Sarebbe stato facile dire allora "quest'uomo è figlio di Dio". Ma lo dice in una situazione assurda, esattamente opposta ai segni della potenza e della divinità. Chi più di lui, chi più di questo crocifisso avrebbe il diritto di cedere alla disperazione, di lanciare insulti, di gridare tutta la sua rabbia per l'ingiustizia che si sta accanendo su di lui? E invece quest'uomo, Gesù di Nazareth, continua ad amare e a donare misericordia e perdono. Ecco cosa colpisce il centurione: non è normale morire così, un uomo non muore così; un terrorista crocifisso non muore così, un condannato alla croce - il più grande supplizio che l'umanità abbia inventato - non muore in questo modo.
Ecco cosa colpisce il centurione, ecco cosa lo convince di trovarsi di fronte al figlio di Dio, ecco che cosa lo porta ad andare al di là delle apparenze e cogliere ciò che è divino. C'è qualcosa di non umano, di diverso, di eccezionale e anomalo, nella morte di questo crocifisso. E questa cosa è che l'amore muore così! Un amore così grande che nulla lo può fermare, una misericordia così smisurata che continua anche quando l'ingiustizia devasta e umilia. Ecco, così è divino e non umano! Un amore così, un perdono sconfinato, una misericordia, un affidarsi, un abbandonarsi nelle mani del Padre.
Il cantautore Fabrizio De Andrè - nel brano "Il testamento di Tito" contenuto nell'album "La buona novella" - commentando la passione di Gesù mette sulle labbra del buon ladrone queste parole: "Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore". Lo scettico e ateo De Andrè ha detto bene: "Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore". Questo è divino: "Davvero quest'uomo era figlio di Dio". Per questo siamo qui ancora una volta quest'anno ad ascoltare questo racconto della passione del Signore, e siamo qui di nuovo ancora oggi per ripetere tra qualche minuto anche noi la professione di fede del centurione, e riconoscere nel Cristo umiliato, annientato fino alla morte di croce, il figlio di Dio che vince il male con la potenza divina dell'amore.
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