L'evoluzione tecnica delle armi da fuoco subì una forte accelerazione a partire dalla seconda metà del XIX secolo. I fucili ad avancarica, che avevano dominato i campi di battaglia per almeno tre secoli, furono progressivamente sostituiti dai fucili a retrocarica. Questa innovazione permise di ridurre le operazioni necessarie per operare l'arma, migliorando significativamente la celerità di tiro. Se a ciò si aggiungeva l'introduzione della canna rigata e la sostituzione del proiettile sferico con un proiettile allungato, le nuove armi da fuoco garantivano caratteristiche balistiche nettamente superiori rispetto ai modelli precedenti.
Questa enorme differenza tecnologica fu evidente a tutti gli eserciti europei dopo la battaglia di Sadowa, dove i prussiani, seppur in inferiorità numerica, ebbero la meglio sugli austriaci grazie al fucile a retrocarica Dreyse, tecnologicamente superiore al fucile ad avancarica Lorenz. Successivamente, la Germania adottò il fucile modello 71 con cartuccia metallica, e i Turchi, appostati dietro le trincee di Plewna e armati delle carabine Winchester, affermarono in Europa la superiorità delle armi a ripetizione, una prevalenza già manifestatasi nella guerra di secessione americana.
La Nascita delle Armi Automatiche
Con la rapida evoluzione delle armi da fuoco e la crescente prevalenza negli arsenali europei dei fucili a ripetizione, si cominciò a interrogarsi su come ridurre al minimo le operazioni necessarie per l'uso dell'arma. Non era più sufficiente che il fante dovesse soltanto aprire e chiudere l'otturatore, puntare, premere il grilletto e, quando necessario, ricaricare il serbatoio. Gli inventori dell'epoca, tra cui i famosissimi Maxim e Mannlicher, iniziarono a sviluppare un nuovo tipo di armi: quelle automatiche.
Le armi automatiche sono definite tali perché tutte le operazioni per il loro funzionamento avvengono senza il concorso diretto di chi le adopera, ma solo in seguito e per effetto dello sparo. Il tiratore si dedica solamente al puntamento, al caricamento del serbatoio e alla pressione del grilletto che determina la partenza del colpo. L'idea di impiegare la forza esplosiva dello sparo per semplificare le operazioni fu espressa per la prima volta nel 1854 dall'ingegnere inglese Henry Bessemer nel campo delle artiglierie. Successivamente, l'ingegnere Hiram Stevens Maxim nel 1883 applicò questo principio alle mitragliatrici e nel 1884 creò il primo fucile automatico, utilizzando come base una carabina Winchester. Mannlicher, nel 1885, brevettò un fucile a corto rinculo di canna capace di sparare anche a raffica. In Italia, il primo fucile semiautomatico fu progettato dal colonnello Gaspare Freddi nel 1886.
Amerigo Cei-Rigotti: Il Contributo Italiano
Un altro protagonista nel campo delle armi automatiche fu l'ufficiale dei bersaglieri Amerigo Cei-Rigotti. Di origini livornesi, già nei primi anni della sua carriera militare si distinse nella progettazione e realizzazione di armi da fuoco. Nel periodo che va dal finire del XIX secolo al primo decennio del XX, Cei-Rigotti realizzò un numero considerevole di prototipi, tra cui una serie di progetti incentrati nella realizzazione di un fucile semiautomatico. Amerigo Cei-Rigotti, all'epoca capitano del Regio Esercito, iniziò lo sviluppo di questa rivoluzionaria arma nel 1890, approntando la versione definitiva nel 1900.
Primi Esperimenti e Innovazioni sul Vetterli
Nel 1886, mentre era di stanza a Palermo con il grado di Tenente, Cei-Rigotti iniziò i suoi primi esperimenti sul fucile Vetterli. Inizialmente, non si trattava di modifiche sostanziali al funzionamento dell'arma, ma di semplici accorgimenti per dotare il fucile di un caricatore efficace e sostanzialmente economico. Il sistema ideato dal giovane ufficiale fu successivamente testato ed esaminato dal Regio Esercito, suscitando un'ampia risonanza nell'opinione pubblica italiana. La rivista "La Fedeltà" riportò un estratto di questa fase:
“Il giorno 22 ottobre 1887 presso il comando del IX Corpo d’armata, il tenente Cei del 10′ bersaglieri presentò un fucile Vetterli trasformato a ripetizione col suo sistema al tenente generale Pallavicini de’ Priola, al colonnello di stato maggiore Gandolfi, capo di stato maggiore del IX Corpo d’armata, ed al deputato Palizzolo che vi si è recato espressamente a tale scopo avendo cognizione precisa delle esperienze fatte dal Cei a Palermo. Il fucile fu esaminato in tutti i suoi dettagli ed il tenente Cei dette le opportune spiegazioni dimostrando come la sua modificazione risponda alle esigenze tecniche, alle esigenze del momento, ed, essenzialmente alle esigenze finanziarie, perché non costa che una lira per arma, e la rende più leggera e di tale semplicità che potrebbe essere pure applicata al fucile Gras ed al fucile Mauser. Il sistema di trasformazione fu trovato opportunissimo e di utile applicazione sotto tutti i rapporti, specialmente poi per la spesa.”
Nonostante il prezzo irrisorio e la presunta praticità del caricatore ideato da Amerigo, il sistema non fu mai adottato dall'Arma. Tuttavia, Cei-Rigotti non si arrese, progettando negli anni successivi un modello analogo a quello del colonnello Gaspare Freddi, che sempre nel 1886 aveva ideato e realizzato il primo fucile semiautomatico di concezione italiana.

Il Fucile Semiautomatico Cei-Rigotti del 1891
Nel 1891, il tenente presentò alle alte sfere dell'esercito il suo prototipo di fucile semiautomatico, basato sul Vetterli Mod. 1870. L'arma fu esaminata attentamente al poligono delle Cascine a Firenze da un'apposita commissione. Il fucile suscitò subito un forte interesse da parte delle autorità militari, tanto da ricevere le lodi del generale Cialdini.
Il fucile sfruttava il principio dell'utilizzazione di gas per la compressione di una molla che consentiva all'arma di estrarre il bossolo e di incamerare un nuovo proiettile. Il generale R. Willie descrisse così le principali caratteristiche dell'arma:
“[…] pesa 3,8 kg. L’otturatore ha un movimento rettilineo avanti e indietro. Le cartucce non vengono messe, come al solito, in un serbatoio posto nella parte centrale del fusto, ma disposte verticalmente su due ordini, in cartucciere che si applicano sul fucile e si levano con la massima facilità e sollecitudine. In un minuto si possono cambiare 10 cartucciere.”

Il modello del 1891 non era esente da difetti, perciò il giovane progettista dedicò parecchi anni a perfezionare l'arma, apportando numerose modifiche. Il lavoro fu svolto inizialmente, su incarico del governo, presso l'arsenale di Venezia. Nel biennio 1895-1896 furono svolte numerose dimostrazioni del funzionamento dell'arma, tra cui quella di Firenze, svoltasi alla presenza del principe di Napoli e di ufficiali di varie armi. Le prove si ripeterono per ordine del Ministero della Guerra a Parma, dinanzi al Comitato delle armi di fanteria. Anche la Regia Marina condusse delle prove a bordo della nave regia Italia nelle acque di Spezia. Sebbene i risultati fossero positivi, erano ancora lontani dall'essere pienamente soddisfacenti.
Perfezionamenti e Versioni Definitive
Amerigo Cei-Rigotti modificò ulteriormente il suo progetto. Le cartucciere amovibili furono presto abbandonate in favore di un serbatoio da 6 cartucce. Egli ideò anche un modello per la marina, dotato di un serbatoio per 24 cartucce, detto fucile-mitragliera. Inizialmente, Cei-Rigotti propose un modello basato sul fucile Vetterli per poi passare a un modello che condivideva una buona parte dei componenti con il Carcano Mod. 91, il nuovo fucile d'ordinanza del Regio Esercito.
I modelli furono estensivamente testati sia dal Regio Esercito che dalla Regia Marina. Il fucile destinato alla marina aveva un rateo di fuoco di 300 colpi al minuto, considerando il suo caricatore da 25 colpi, mentre quello destinato alla fanteria vantava un rateo di fuoco fino a 100 colpi al minuto, decisamente superiore a quello dell'M91. Questi dati provengono dalle prove di tiro svoltesi a Roma il 13 giugno 1900, durante le quali il progettista sparò 300 colpi in un minuto in fuoco automatico. Tuttavia, alla fine dei 300 colpi, la canna si surriscaldò a tal punto che l'arma non poté più essere utilizzata.
Ambedue i modelli furono encomiati dalla Commissione delle armi portatili della scuola centrale di tiro di fanteria di Parma, ma non furono presi in considerazione con la seguente motivazione: “non presentano praticità d’impiego e non costituiscono un vero e sentito progresso sull’odierno fucile mod. 91”. Durante la dimostrazione, Amerigo sparò con l'arma in maniera automatica, sparando 15 colpi in un secondo, e dimostrò che azionando un selettore, poteva sparare colpi singoli. La prima versione, presentata nel 1900, funzionava a massa battente.

Caratteristiche Tecniche e Brevetti
Il Cei-Rigotti era un fucile a funzionamento automatico con selettore per tiro a colpo singolo e a raffica libera. Era camerato nel 6,5 × 52 mm Carcano d'ordinanza del Regio Esercito, ma venne presentato anche nelle versioni in 7,62 × 54 mm R e 7,92 × 57 mm (8 mm Mauser). Alcuni esemplari conservati, come quello negli Stati Uniti e il numero di serie 7 nella collezione Pattern Room nel Regno Unito, sono camerati per la cartuccia 7,65 × 53 Mauser.
L'arma era dotata di un caricatore da 25 colpi inserito inferiormente; sono state studiate diverse dimensioni, fino a 50 colpi. Tuttavia, i caricatori non erano staccabili velocemente e dovevano essere ricaricati con le clip stripper attraverso la feritoia dell’otturatore. Un'altra caratteristica insolita del Cei-Rigotti era il suo grilletto, che si estendeva verso il basso attraverso una fessura nella guardia del grilletto; lo scopo preciso di questo accessorio non è del tutto chiaro e non sembrava correlato al selettore di fuoco, posizionato sul retro sinistro del fucile.
Secondo i disegni brevettuali del 1895, il Cei-Rigotti era un dispositivo da applicare a un fucile Schmidt-Rubin 1889 (o qualsiasi altro fucile a otturatore scorrevole rettilineo), convertendolo in un'arma automatica. Il brevetto del 1899 era simile, ma si applicava a un fucile a otturatore rotante e prevedeva una modalità di fuoco semi-automatica. Un piccolo foro era praticato sull'estremità della volata della canna, e parte dei gas operavano un cilindro rotante che apriva la culatta, estraeva i bossoli spenti e chiudeva l'otturatore, rilasciando quindi il percussore e ripetendo il processo fino all'esaurimento delle munizioni. In modalità semi-automatica, un meccanismo azionato da una leva interrompeva il percussore, richiedendo al tiratore di premere il grilletto per sparare un altro colpo.
Il brevetto del 1903 rappresentava un perfezionamento dei prototipi precedenti. Presentava un piccolo foro praticato sul lato destro della canna e collegato a un cilindro dove venivano prelevati i gas, muovendo un pistone connesso al blocco della culatta. Una molla di rinculo montata nel pistone chiudeva automaticamente la culatta. Il brevetto del 1911 descriveva un'azione a presa diretta di gas con un sistema a pistone che impiegava due molle separate per aprire e chiudere la culatta. Furono prodotti prototipi sia di fucile a grandezza naturale che di carabina, entrambi in versione automatica e a fuoco selettivo.
Accoglienza, Critiche e Non Adozione
Numerosi furono gli articoli dedicati all'arma, descritta come formidabile, ma allo stesso tempo ritenuta non adatta a scopi bellici. L'ufficiale di fanteria E. Beltrami, in un suo scritto, espose lo sviluppo e il funzionamento del fucile Cei-Rigotti. Verso la fine del suo articolo, Beltrami pose enfasi sull'economicità dell'adozione della nuova arma, grazie al fatto che essa condivideva molte parti e utilizzava le stesse lastrine del fucile M91. La spesa prevista per l'adozione dell'arma non doveva superare i 4.500.000 lire, una cifra significativa ma non eccessiva, soprattutto considerando le spese future affrontate durante la Grande Guerra. Le sue considerazioni esaltavano l'arma con la seguente motivazione:
“Poiché la vittoria sta nelle mani di quella truppa che sa al momento più opportuno dirigere all’avversario il più gran numero di colpi in brevissimo tempo.”
Con questa affermazione, Beltrami comprese appieno le potenzialità dell'arma, uscendo dagli schemi dell'epoca che prediligevano le armi automatiche di reparto e non individuali. Egli smentiva anche le affermazioni del tenente de Gennar, considerando il Cei-Rigotti un'arma valida e superiore all'M91. Pur avendo lo stesso peso del Vetterli (quindi leggermente più pesante dell'M91), le dimensioni più compatte la rendevano un'arma di facile impiego in qualsiasi situazione e teatro operativo. Non era però esente da difetti, causati per la maggior parte dalla munizione da 6,5 mm.
Nonostante le potenzialità, il fucile non fu adottato, probabilmente perché la spesa fu erroneamente considerata troppo onerosa e anche a causa dell'immobilismo dello stato maggiore che considerava un'arma manuale superiore a una automatica. Il fucile fu comunque testato da diversi paesi nel decennio successivo alla sua introduzione, tra cui Russia, Austria-Ungheria (nei rispettivi calibri 7,62 × 54 mm R e 7,92 × 57 mm), Svizzera e dal "Comitato inglese per le armi leggere" per la Royal Navy. I britannici ordinarono e testarono l'arma dopo la dimostrazione privata del 1895, ma la trovarono inadatta. I malfunzionamenti registrati dagli inglesi sembrano essere stati causati dal danneggiamento delle munizioni spedite con il fucile.
La maggior parte delle fonti recenti afferma che l'arma non funzionasse regolarmente e fosse in generale inaffidabile, ma dai rapporti dell'epoca non vi è alcuna prova che confermi queste supposizioni. Non sono state trovate fonti certe sul numero di esemplari prodotti, anche se si stima un centinaio visti i numeri di serie presenti su alcuni esemplari sopravvissuti, né su un suo eventuale impiego operativo.
Fucile d'assalto leggero Cei-Rigotti
G. Madaschi, nel suo articolo scritto nel 1942 nella rivista “I quaderni di prospettive autarchiche”, parla dell’evoluzione delle armi portatili italiane, annoverando anche il Cei-Rigotti tra le tappe significative.