La basilica di Santa Maria Assunta a Torcello, nella laguna veneziana, è un importante luogo di culto e antica cattedrale, un significativo esempio di stile paleocristiano tardo. Fondata nel 639, la chiesa ospita splendidi mosaici bizantini, tra cui il Giudizio Universale e la Vergine Odigitria nell'abside, realizzati tra l'XI e il XII secolo. Accompagnata dal campanile e dai resti del battistero, la basilica fa parte di un complesso storico-religioso che include anche la chiesa di Santa Fosca e il Museo Provinciale di Torcello, ospitato nel Palazzo del Consiglio e nel Palazzo dell'Archivio.
La storia architettonica e archeologica della basilica di Santa Maria Assunta di Torcello è tra le più complesse e affascinanti del Medioevo Italiano e Mediterraneo. La sua data di fondazione, le trasformazioni antiche e i famosi apparati decorativi a mosaico la rendono uno dei massimi esempi di cultura artistica medievale in area mediterranea, indissolubilmente collegato alla storia delle origini di Venezia.
Le Origini e le Trasformazioni Architettoniche
Il Primo Edificio e le Scoperte Archeologiche
Studiare, analizzare e comprendere gli affreschi e le epigrafi dipinte del IX secolo a Santa Maria Assunta di Torcello - pitture appena svelate - ci impone di ripensare ancora una volta all’affascinante groviglio delle origini di Venezia. Lo straordinario rinvenimento è stato reso possibile durante le operazioni di restauro e controllo archeologico finanziate da Save Venice, dirette da Paolo Tocchi, in coordinamento con il Patriarcato, con l’alta supervisione della Soprintendenza e con la collaborazione scientifica per la parte archeologica di Ca’ Foscari.
Non c’è dubbio che quei segni di colore, aggrappati tenacemente a quasi 10 metri di altezza sulla superficie di uno dei più antichi frammenti di muratura conservati in laguna, rappresentino le pitture più antiche note per Venezia. Quasi miracolosamente si sono conservate al di sopra delle volte decorate a mosaico. Nel corso del restauro, eseguito per motivi statici e per permettere il rinforzo con misurate iniezioni di nuovo legante nelle murature antiche, si è deciso di svuotare gli spazi superiori alla contro-volta collocata presso l’abside sud della chiesa (il cosiddetto Diaconicon, o cappella del Santissimo Sacramento) che ospita la celebre decorazione di tardo XI secolo, a finissimo mosaico, del Cristo Pantocrator (nel catino absidale) e nello spazio antecedente, di un Agnello mistico sorretto da quattro angeli. Coperti da calcinacci medievali, collocati con funzione di distribuzione dei pesi in epoca moderna, lo scavo archeologico in quota ha permesso di scoprire tracce sbiadite ma ben leggibili di antiche pitture. Il loro studio e la loro attribuzione animeranno per lungo tempo il dibattito scientifico intorno alla formazione della cultura artistica in laguna e nell’Adriatico, lasciando ancora una volta che Torcello ci stupisca per la sua ricchezza di memorie.

La Fase Costruttiva del IX Secolo
Gli archeologi di Ca’ Foscari, guidati da Diego Calaon, non hanno dubbi. La struttura architettonica indagata e studiata nei suoi rapporti stratigrafici fin dalle fondamenta, con un saggio stratigrafico al di sotto dell’altare della cappella stessa, è sicuramente ascrivibile ad una fase costruttiva collocabile nel IX secolo, e quindi probabilmente associabile alle operazioni di restauro promosse dal vescovo Deusdedit II (†864), come la celebre cronaca del diacono Giovanni ci ha riportato. Le murature all’epoca erano decorate da pannelli di affreschi che, come nella tradizione altomedievale, si snodavano attraverso dei riquadri sovrapposti in più registri che raccontavano storie di particolare valore religioso.
Nonostante i frammenti scoperti nell’estate del 2020 si limitino a pochi metri quadrati di decorazione e siano fortemente compromessi dalle attività edilizie successive e dai segni di un forte sisma del XII secolo, possiamo immaginare cosa raccontavano ai fedeli di Torcello nell’altomedioevo. In un pannello pare, con ogni probabilità, distinguersi il clipeo e il velo della Vergine Maria, accompagnata da un'ancella e seduta su una sedia importante, quasi un trono. La debole traccia di un’altra aureola vicina potrebbe suggerire, ma si tratta di un’ipotesi da verificare, la presenza di un pannello che racconta l’incontro tra due figure “Sante” nella storia di Maria, ovvero l’Annunciazione. Toccanti e ben definiti sono i tratti fisiognomici della Vergine e del suo velo impreziosito da ricami. Sul lato opposto, le pitture, evidentemente eseguite dalla stessa mano e all'interno dello stesso ciclo decorativo, raccontavano invece un'altra storia, ovvero alcuni aspetti della vita di San Martino: ne siamo certi perché in questo caso si legge indubitabilmente sanctus Martinus.
Le iscrizioni, in corso di studio da parte di Flavia De Rubeis, non solo sono fra le più antiche in area veneta, ma sono sicuramente le più antiche di Venezia e del suo territorio con una cronologia riferibile, per una prima datazione, al secolo IX. L’iscrizione più conservata riguarda appunto la figura del santo: “sanctus Martinus”, con l’abbreviazione scs per sanctus, secondo la prassi consolidata dei nomina sacra. Altri testi dovevano corredare l’intero programma iconografico, come si evince dalla presenza di alcune lettere residue affiancate alle figure e, come già il ciclo pittorico, sono da riferire tutte ad una medesima mano, per le ornamentazioni e la morfologia delle lettere. Lo scavo archeologico “aereo”, al di sopra delle volte, ha permesso di tracciare la storia delle murature e dei depositi ad esse connessi, e nel processo sono stati raccolti campioni per avviare un'analisi archeometrica puntuale. Lo scavo ha permesso di conoscere anche come questi affreschi si siano conservati nel tempo, sottolineando, ad esempio, come in alcuni settori dove mancano le pitture ciò sia da attribuire a fenomeni specifici di biodeterioramento.
Nel IX secolo i pannelli erano incorniciati da festoni decorati con cornucopie contrapposte, melograni e animali simbolici. In origine i colori erano molto vividi e la rappresentazione assai naturalistica con tratti a pennello marcati, quasi a rilievo, per permettere un'ottima visione del disegno da chi le osservava dal basso. La realizzazione era indubitabilmente di alta fattura e si suppone che tutta la chiesa fosse uniformemente decorata e dipinta. Queste decorazioni si integravano con un arredo architettonico e plastico di elevata qualità (cibori, altari, stipiti, plutei) che, riusati, in molti casi risultano ancora essere all'interno della chiesa. Due nuovissimi frammenti di un ciborio di IX secolo sono emersi proprio durante questa campagna di restauri: erano utilizzati come base per due angeli scolpiti in epoca moderna per l'altare barocco dello stesso Diaconicon. Mosaici e plutei si specchiavano in un raffinato pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, conservato in pochi punti al di sotto dell'attuale pavimento. L'edificio religioso che si va delineando negli studi era una chiesa che pare avere riferimenti culturali e artistici non tanto ad Oriente, ma nel pieno dell'Italia padana e dell’Europa alpina, in una cornice politico-culturale che potremmo definire “carolingia”. Cornice che si associa adeguatissimamente alla presenza di una storia agiografica come quella di San Martino.
L'Evoluzione verso il Modello Bizantino e le Ultime Scoperte
L'intuizione della direzione dei lavori nell’associare la presenza degli archeologi e lo studio stratigrafico delle murature durante le operazioni di controllo e rinforzo dei paramenti murari è stata vincente. È stato, infatti, possibile raccogliere dettagliato materiale che ci descrive come l'abside nella cappella del Diaconicon e la stessa abside maggiore siano coeve e con ogni probabilità siano fondate nel IX secolo. La tecnica edilizia, le malte e i leganti, i materiali scavati nelle fosse di fondazione all'interno dell’edificio e i rapporti stratigrafici con le strutture a cui si addossano i mosaici datati all’XI secolo parlano chiaro. Le datazioni al C14 permetteranno di avere un'ulteriore conferma alle ipotesi avanzate. Per la prima volta si sono ritrovati elementi concordi che permettono, in maniera piuttosto definitiva, di affermare con certezza che la pianta attuale della chiesa sia in massima parte databile ad un periodo cronologico preciso, ovvero ad una fase che per molti anni è sfuggita nella sua definizione a storici dell'arte e archeologi.
L’analisi archeologica degli elevati, iniziata nel 2019, sta permettendo di individuarne anche i resti più antichi, riferibili al VII secolo: l’antica abside, inglobata oggi nelle murature della cripta, si lega per tecnica edilizia e quote, inequivocabilmente alle murature del battistero, oggi conservato solo nelle sue fondazioni. È chiaro oramai come il primitivo edificio religioso, molto più piccolo di quello attuale, era separato dal battistero, forse da un portico. Questo spazio, lasciato semi-aperto in una prima fase, viene occupato dalla grande chiesa del IX secolo, che si addossa al battistero tramite un nartece.
Questo complesso decorativo viene completamente reinventato circa 150 anni dopo, all’inizio dell’XI secolo, quando il vescovo Orseolo, figlio del Doge di Venezia, opera una rinnovazione architettonica e artistica dell’edificio, che coincide con una sorta di riappropriazione da parte di Rialto di un centro lagunare - ovvero Torcello - che fino ad allora aveva avuto la sua storia indipendente, protraendo nell’altomedioevo l’antica storia di Altino. Sappiamo come Orseolo abbia chiamato a Torcello mosaicisti di Bisanzio, e sappiamo come dai primissimi anni dell'XI secolo Santa Maria Assunta abbia indossato un “vestito” orientale magnifico. Un vestito fatto di mosaici e marmi che ben si addicevano alla nuova situazione politica della Serenissima che ormai guardava Costantinopoli come luogo primario di contatti commerciali e culturali. In questo momento a Venezia vengono scritte le prime cronache e le prime storie di autocelebrazione: consapevolmente o meno, si decide di non sottolineare troppo una parte delle origini degli abitati lagunari, ovvero quelle che legavano a doppio filo Rialto e gli altri insediamenti della laguna con il regno longobardo (prima) e carolingio (dopo).
Per definire lo “stile” della chiesa in passato è stato coniato un termine, che l'edificio ha condiviso con la basilica di San Marco: stile “Veneto-Bizantino”. Un luogo di culto che, dunque, fin dalle sue origini tradirebbe una forte connotazione orientale e un’adesione a canoni stilistici e artistici di tipo bizantino. Questo è ciò che impariamo dalla storia ufficiale di Venezia, quella scritta sui libri paludati del passato e mediata dalle cronache storiche celebrative, scritte proprio dalla Serenissima stessa, che ha sempre individuato in Bisanzio l’archetipo su cui modellare le proprie gloriose origini. L'archeologia ha da tempo messo in crisi questo modello raccontandoci come le origini dell'insediamento siano più complesse e profondamente legate alle trasformazioni ambientali e territoriali della costa tardo romana del Veneto (lo spostamento della linea di costa e la variazione della navigabilità dei fiumi) e allo sviluppo e ripresa dei mercati e delle relazioni commerciali con il sud del Mediterraneo (prima Alessandria) e l'oriente (poi Bisanzio/Costantinopoli).
Architettura e Decorazioni Interne
La Struttura Generale della Basilica
La basilica di Santa Maria Assunta, a Torcello, è il più importante edificio religioso dell'isola. La planimetria è tipica delle costruzioni paleocristiane: tre navate terminanti ciascuna con un'abside. Sono separate tra loro da una fila di nove colonne di marmo greco con capitello corinzio composito. L’interno di Santa Maria Assunta è molto semplice: nove colonne di marmo greco, sormontate da bellissimi capitelli veneto-bizantini, dividono le tre navate, di cui la centrale, così alta rispetto alle laterali, dà l’immagine di una nave.
La basilica è costruita in muratura ed esternamente possiamo notare che le navate laterali sono più basse di quella centrale poiché il tetto è a spiovente. Internamente, invece, la basilica è molto ricca di decorazioni. La pavimentazione dell'intera basilica è di marmi policromi posti in modo da creare motivi geometrici; nella navata centrale i disegni assumono forme ancora più complesse.

L'Iconostasi e il Presbiterio
Proseguendo verso il presbiterio, ai nostri lati sono poste le file di colonne di marmo greco con capitello corinzio composito. Si arriva successivamente all'iconostasi di sei colonne con capitello composito (escluse la seconda e la quinta che hanno il doppio capitello - pulvino). Al di sopra di queste è situata una serie di tredici icone lignee raffiguranti gli Apostoli e al centro la Madonna con il Bambino. Salendo i tre gradini al centro dell'iconostasi, si entra nel presbiterio riservato ai sacerdoti, dove troviamo l'altare.
Importanti e altamente simbolici sono i quattro plutei di origine bizantina, risalenti all’XI secolo, che racchiudono appunto il presbiterio, di cui due di particolare interesse: quello con due pavoni che si abbeverano ad una fonte, simboli cristiani di grazia, ma che hanno anche un corrispondente alchemico, essendo “distruttori di serpenti”, e i colori cangianti delle code avevano il doppio significato di tramutare il veleno in sostanza solare, e gli “occhi” erano simbolo dell’onniscenza di Dio. Vi era inoltre un riferimento all’“albedo” (dal bianco, che è la somma di tutti i colori), segno visibile nel “processo alchemico” di un’altra tappa della “grande opera”: le sostanze vili che vengono trasformate in sostanze superiori.
Il secondo pluteo, particolarmente interessante, raffigura due leoni, uno a destra e l’altro a sinistra di una pianta, che si fronteggiano: i Leoni simboleggiano la luce, la regalità, la conoscenza, la forza e il coraggio. Dal punto di vista esoterico essi erano posti dagli antichi egizi a guardia della nave del faraone defunto, e in base al “fisiologus” (testo gnostico del II° secolo d.C.) erano i guardiani delle soglie dei templi e dei luoghi sacri.

I Mosaici Absidali e le Navate Laterali
Alle spalle dell'altare, un altro mosaico occupa l'abside maggiore semicircolare. Qui è raffigurata la Vergine Odigitria tra due serafini e gli Apostoli. I mosaici del diakonikon, con la loro rappresentazione dell'Apoteosi del Cristo, vanno assegnati alla fine dell'XI secolo. A maestranze italiane vanno senz'altro attribuiti i quattro Dottori della Chiesa, mentre all'influenza bizantina è attribuita l'Annunciazione raffigurata sull'arco trionfale. L'avorio è stato datato al XII secolo ed identificato come manufatto prodotto in area veneto-bizantina, definendo la basilica come il primo tempio di riferimento bizantino che in qualche modo trova dei punti in comune con quella di San Marco.
Anche le navate laterali sono decorate. Sulle pareti sono poste delle raffigurazioni in semplici e piccoli quadri della Passione di Cristo o di Santi. Le absidi laterali invece contengono un altare in quella di sinistra e un mosaico in quella di destra. Quest'ultimo raffigura: sulla volta quattro angeli che raccolgono l'anello mistico; nella parte frontale Gesù tra gli Arcangeli; nella fascia inferiore Ambrogio, Martino, Agostino e Gregorio.

Il Mosaico del Giudizio Universale
Importante ed imperdibile è infine il mosaico del Giudizio Universale, sulla parete d’ingresso della chiesa; esso fu fatto e rielaborato dal XII al XIII secolo. L'anti-facciata è interamente occupata dal mosaico del Giudizio Universale, un'immensa pagina apocalittica per la lettura immediata per tutti i credenti. Il dramma inizia dalla crocifissione tra la Madonna e San Giovanni, poi Cristo risorto scende al Limbo, spezza le antiche catene e libera le anime di coloro che l’attendevano, per poi sedere tra la Madonna, San Giovanni ed i Santi per giudicare.
Al livello 5, la parte centrale è occupata dalla raffigurazione dell'Arcangelo Michele e dal Diavolo che pesano le anime con la bilancia. Ai lati di questo, vengono rappresentati il Paradiso (a sinistra) e l'Inferno (a destra). In questa scena, la raffigurazione dei dannati include il ricco Epulone nell'atto di chiedere dell'acqua e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura; il ricco, vestito di porpora e di bisso, banchettava lautamente ogni giorno, mentre Lazzaro giaceva alle sue porte, con i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Vengono suonate le trombe del giudizio e risvegliano i morti dal mare e dalla terra. Il cielo si arrotola come una pergamena, simbolo dell'Apocalisse (VI,14), rivelando la fine di tutta l’umanità. Questa parte del mosaico risale alla fine dell'XI secolo o al massimo all'inizio del XII.

I mosaici di San Marco a Venezia e di Torcello
tags: #cattedrale #di #torcelo #abside