Il Ruolo del Capo Catechista e le Nuove Prospettive della Catechesi

Abbiamo interpellato don Geppe Coha, assistente nazionale alla branca R/S, per fare il punto su quanto sta accadendo in Associazione sul fronte della catechesi, un tema di primaria importanza per la formazione dei giovani e degli adulti.

L'Evoluzione della Catechesi nell'Ambito Associativo: AGESCI

Scorrendo le pagine degli atti del Consiglio generale del 1993, si giunge alla mozione 23 che, pur nella sua forma complessa, rappresenta una scelta importante per coloro che sono chiamati a essere capi catechisti. È fondamentale coglierne i punti qualificanti, nonostante il testo si presenti in una forma tutt'altro che amichevole.

Il Progetto Unitario di Catechesi (PUC) nei Campi Scuola

Il Consiglio generale ha delineato una tabella che include figure conosciute come Rosea, Campo per adulti di provenienza extra associativa, Campo di formazione metodologica, Tirocinio e Campo di formazione associativa. Sebbene i nomi per certi eventi siano cambiati (con l'introduzione di nuove sigle come CFM e CFA), la realtà dei due tempi formativi (1º tempo, 2º tempo) rimane. Molte novità sono state introdotte nell'iter di formazione capi, e per chiarimenti è sempre opportuno rivolgersi al settore competente. Di fronte a queste novità, è sorta la domanda su «che fare» dal punto di vista della catechesi.

Una delle righe della tabella si intitola «Contenuti sessioni» e contiene la sigla PUC, il Progetto Unitario di Catechesi. Sono passati ormai più di dieci anni dalla sua pubblicazione, ma molte delle sue indicazioni rimangono attualissime. Tuttavia, come si evince dalla stessa tabella, il PUC è solo un aspetto di ciò che avviene nei campi scuola. L'esperienza diretta rivela che non si tratta solo di sessioni, ma di una continuità tra i diversi momenti formativi, che costituisce la vera novità.

Sintesi visiva dei diversi tempi formativi e del PUC nei campi scuola scout

Il Tirocinio: Una Sfida per le Comunità Capi

A mio parere, la sfida più affascinante è rappresentata da tutto ciò che è scritto sotto la colonna "tirocinio". Questa è una sfida che spetta alle Comunità capi e alle zone raccogliere, con il supporto della formazione capi regionale. Durante il periodo del tirocinio, si aggiungono tre obiettivi specifici. Raccogliere questa sfida significa offrire stimoli e strumenti adeguati per raggiungere tali obiettivi.

La lamentela comune tra responsabili di zona e capi gruppo - «Oltre a tutte le altre incombenze, pure questa mi devo sobbarcare?» - nasconde una grande opportunità. La fatica maggiore, in realtà, è guardarsi intorno per accorgersi che la parrocchia, la zona vicariale, la diocesi o le comunità religiose propongono splendidi percorsi di approfondimento biblico, teologico o spirituale. Accettare le proposte dalla chiesa locale può portare a una crescita in ecclesialità e, con un pizzico di orgoglio, arricchire anche gli eventi associativi. La stessa tabella offre ulteriori indicazioni che invitano a leggere gli atti del Consiglio generale, trarre spunto, lavorare di confronto e fantasia, e parlarne per far emergere splendide proposte per i tirocinanti.

I Campi Bibbia: Storia e Valorizzazione

I primi Campi Bibbia furono realizzati già nel 1971, quando si stava ancora parlando dell'unificazione tra ASCI e AGI. Con una tradizione ininterrotta, sono una proposta che l'Associazione ha continuato a rivolgere a capi, rover e scolte, e anche ad amici e parenti. Nel 1993, gli iscritti ai vari campi erano circa 150, un numero che negli anni precedenti si aggirava intorno ai 250. A fronte di circa 56 mila tra rover, scolte e capi nel Censimento del 1992, solo lo 0,4 per cento sfruttava questa possibilità.

Nonostante questi numeri, articoli di riviste specialistiche per la pastorale giovanile presentavano l'esperienza come una delle più significative proposte per avvicinare i giovani alla Bibbia nel panorama italiano. Questa discrepanza ha portato a una riflessione e alla decisione di valorizzare questi eventi, sottolineandoli come un'offerta formativa qualificata e caldamente consigliata ai capi che avevano concluso l'iter formativo "istituzionale". Per questo motivo, dal 1994, si è deciso di realizzare Campi Bibbia separati per capi e per R/S, mantenendo la possibilità di inserire esterni dell'età corrispondente. Si consiglia di tenere d'occhio la stampa associativa per date, biblisti e temi, sebbene le comunicazioni non sempre avvengano "con largo anticipo".

Stage di Catechesi: Nuove Metodologie per Acquisire Competenze

Un'altra innovazione, nata dalla stessa riflessione, è la proposta di eventi più brevi e agili rispetto a un campo, come un fine settimana di due giorni e mezzo. Questi "Stage di Catechesi" sono finalizzati maggiormente all'acquisizione di competenze e capacità nell'elaborazione di itinerari di catechesi con i ragazzi delle diverse branche. Una commissione è al lavoro su questo progetto. L'importanza di valorizzare i Campi Bibbia rimane prioritaria, poiché si ritiene più urgente curare la formazione personale "insieme" all'aspetto pedagogico e metodologico, piuttosto che concentrarsi eccessivamente solo su quest'ultimo.

"Nuovi" Regolamenti e l'Educazione alla Fede

Nel Consiglio generale del 1993, all'ordine del giorno vi era anche l'argomento dei "Regolamenti delle branche", con una proposta molto concreta di articolato interbranca. L'obiettivo era raccogliere ciò che è comune tra i regolamenti di branca, non solo per abbreviare il testo, ma soprattutto per far risaltare la globalità e l'unitarietà della proposta educativa dello scoutismo. Sebbene il Consiglio generale '93 non sia giunto all'approvazione del testo interbranca per mancanza di tempo, lo ha riconosciuto come "testo di riferimento e di riflessione associativa", chiedendo un approfondimento di alcuni aspetti. Questo lavoro ha implicato la riformulazione delle parti specifiche di branca per eliminare le ripetizioni.

Negli incontri periodici degli incaricati regionali alle branche con gli omologhi nazionali, si è approfittato dell'occasione per ritoccare i testi, cercando di integrare quanto elaborato, sperimentato e accolto in Associazione nei dieci anni dalla precedente stesura. Questo processo ha portato a ripensare anche gli articoli dedicati all'educazione alla fede in Associazione, in un'ottica di sviluppo da una fascia di età all'altra fino alla maturità di una scelta di vita cristiana. La cosa più importante da sottolineare di questo lavoro è la richiesta implicita ai capi: «Se toccasse a voi decidere, riscrivereste il PUC? E come? Cosa terreste di quello che abbiamo ora?» Questa non è una semplice notizia, ma una domanda che invita a una riflessione profonda sul futuro della catechesi.

La Catechesi e il Ruolo del Catechista nella Chiesa

La PROPOSIZIONE 29: CATECHESI, CATECHISTI E CATECHISMO afferma che una buona catechesi è essenziale per la nuova evangelizzazione. Il Sinodo richiama l'attenzione sull'indispensabile servizio reso dai catechisti alle comunità ecclesiali, esprimendo profonda gratitudine per la loro dedizione. Tutti i catechisti, che sono allo stesso tempo evangelizzatori, devono essere ben preparati. Ogni sforzo deve essere fatto, in funzione delle possibilità della situazione locale, per offrire ai catechisti una solida formazione ecclesiale: spirituale, biblica, dottrinale e pedagogica.

È urgente ribadire la necessità, nelle nostre comunità ecclesiali, di dare più spazio e importanza alla formazione dei catechisti, troppo spesso trascurata, sottovalutata o lasciata a un "fai-da-te" infecondo. Il Direttorio Generale della Catechesi (Congregazione del Clero, LEV 1997) al n. 234 afferma: «Qualsiasi attività pastorale, che non faccia assegnamento per la sua realizzazione su persone veramente formate e preparate, mette a rischio la sua qualità. Gli strumenti di lavoro non possono essere veramente efficaci se non saranno utilizzati da catechisti ben formati. Pertanto, l’adeguata formazione dei catechisti non può essere trascurata in favore dell’aggiornamento dei testi e di una migliore organizzazione della catechesi».

Il Direttore presenta: "Identità e missione del catechista Oggi"

Metodologie di Formazione: Il Modello Laboratorio

Molti sono i metodi possibili al servizio della formazione. Negli ultimi anni, la Chiesa italiana ha indicato un modo concreto di gestire la formazione dei catechisti dell'Iniziazione Cristiana, basato sul modello laboratorio. Il termine è entrato prepotentemente nel linguaggio formativo, e la sua caratteristica principale è quella di "produrre facendo", sperimentando e assumendo l’esistenza e il vissuto dei partecipanti come luogo di ricerca, analisi e intervento. Questo metodo si raccomanda per la sua provata efficacia e qualità formativa (cfr UCN, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana, 2006).

Proprio in questi mesi, la Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della CEI, sta redigendo una proposta di Orientamenti condivisi sul tema della catechesi in Italia, che terrà conto anche del tema non procrastinabile della formazione. Il cambiamento avvenuto nella società civile ha reso obsoleto il “catecumenato sociale” - come sottolineato da catecheti quali E. Biemmi e A. Fossion - in cui le grandi agenzie educative (famiglia, scuola, parrocchia) proponevano i medesimi valori cristiani ed etici. Era la cosiddetta “società cristiana”, dove a catechismo si andava per mettere in ordine le idee, imparando il Credo, i sacramenti, i Comandamenti e la preghiera. In questo contesto, bastava essere mamme, o a volte nonne, per essere catechisti (cfr Michele Roselli, Dossier Catechista, LDC Aprile 2012).

La Testimonianza nella Catechesi Moderna

Oggi, l'“alleanza educativa” tra Chiesa e società civile non trova più la stessa sintonia. È cambiato il modo di vivere e pensare, e le stesse parole possono assumere significati culturali differenti. Non è più sufficiente “imparare il catechismo”, ma occorre integrare i contenuti della fede cristiana con la vita quotidiana. I padri sinodali ricordano che la testimonianza della vita cristiana è la prima e insostituibile forma di catechesi. Come già ricordava Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi (n. 41), l’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie. La prima forma di testimonianza è la vita stessa del catechista, della famiglia cristiana e della comunità ecclesiale, che rende visibile un modo nuovo di comportarsi. Il catechista che, pur con tutti i limiti umani, vive con semplicità secondo il modello di Cristo, è un segno di Dio e delle realtà trascendenti e può narrare e annunciare quanto il Signore sta compiendo nella sua vita.

Il Ministero del Catechista: Fondamenti e Riconoscimento

  1. Le Origini del Ministero di Catechista nella Chiesa

    Il ministero di Catechista nella Chiesa è molto antico. I primi esempi si ritrovano già negli scritti del Nuovo Testamento. Il servizio dell’insegnamento trova la sua prima forma germinale nei “maestri” a cui l’Apostolo Paolo fa menzione scrivendo alla comunità di Corinto: «Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi.» Lo stesso Luca apre il suo Vangelo attestando: «Ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto» (Lc 1,3-4). L’evangelista sembra essere ben consapevole che con i suoi scritti sta fornendo una forma specifica di insegnamento che permette di dare solidità e forza a quanti hanno già ricevuto il Battesimo. L’apostolo Paolo ritorna sull’argomento quando raccomanda ai Galati: «Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce» (Gal 6,6).

  2. La Ministerialità Diffusa e i Carismi

    Fin dai suoi inizi la comunità cristiana ha sperimentato una diffusa forma di ministerialità che si è resa concreta nel servizio di uomini e donne i quali, obbedienti all’azione dello Spirito Santo, hanno dedicato la loro vita per l’edificazione della Chiesa. I carismi che lo Spirito non ha mai cessato di effondere sui battezzati, trovarono in alcuni momenti una forma visibile e tangibile di servizio diretto alla comunità cristiana nelle sue molteplici espressioni, tanto da essere riconosciuto come una diaconia indispensabile. L’apostolo Paolo se ne fa interprete autorevole quando attesta: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune». All’interno della grande tradizione carismatica del Nuovo Testamento, è possibile riconoscere la fattiva presenza di battezzati che hanno esercitato il ministero di trasmettere in forma più organica, permanente e legato alle diverse circostanze della vita, l’insegnamento degli apostoli e degli evangelisti (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 8). La Chiesa ha voluto riconoscere questo servizio come espressione concreta del carisma personale che ha favorito non poco l’esercizio della sua missione evangelizzatrice.

  3. L'Efficacia della Missione dei Catechisti nel Corso della Storia

    L’intera storia dell’evangelizzazione di questi due millenni mostra con grande evidenza quanto sia stata efficace la missione dei catechisti. Vescovi, sacerdoti e diaconi, insieme a tanti uomini e donne di vita consacrata, hanno dedicato la loro vita all’istruzione catechistica perché la fede fosse un valido sostegno per l’esistenza personale di ogni essere umano. Non si può dimenticare l’innumerevole moltitudine di laici e laiche che hanno preso parte direttamente alla diffusione del Vangelo attraverso l’insegnamento catechistico. Uomini e donne animati da una grande fede e autentici testimoni di santità che, in alcuni casi, sono stati anche fondatori di Chiese, giungendo perfino a donare la loro vita. Anche ai nostri giorni, tanti catechisti capaci e tenaci sono a capo di comunità in diverse regioni e svolgono una missione insostituibile nella trasmissione e nell’approfondimento della fede.

  4. Il Concilio Vaticano II e il Coinvolgimento del Laicato

    A partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa ha sentito con rinnovata coscienza l’importanza dell’impegno del laicato nell’opera di evangelizzazione. I Padri conciliari hanno ribadito più volte quanto sia necessario per la “plantatio Ecclesiae” e lo sviluppo della comunità cristiana il coinvolgimento diretto dei fedeli laici nelle varie forme in cui può esprimersi il loro carisma. «Degna di lode è anche quella schiera, tanto benemerita dell’opera missionaria tra i pagani, che è costituita dai catechisti, sia uomini che donne. Essi, animati da spirito apostolico e facendo grandi sacrifici, danno un contributo singolare ed insostituibile alla propagazione della fede e della Chiesa…Nel nostro tempo poi, in cui il clero è insufficiente per l’evangelizzazione di tante moltitudini e per l’esercizio del ministero pastorale, il compito del Catechista è della massima importanza» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad Gentes). Insieme al ricco insegnamento conciliare è necessario far riferimento al costante interesse dei Sommi Pontefici, del Sinodo dei Vescovi, delle Conferenze Episcopali e dei singoli Pastori che nel corso di questi decenni hanno impresso un notevole rinnovamento alla catechesi.

  5. La Riconoscenza del Ruolo dei Laici nella Catechesi

    Senza nulla togliere alla missione propria del Vescovo di essere il primo Catechista nella sua Diocesi insieme al presbiterio che con lui condivide la stessa cura pastorale, e alla responsabilità peculiare dei genitori riguardo la formazione cristiana dei loro figli (cfr CIC can. 774 §2; CCEO can. 618), è necessario riconoscere la presenza di laici e laiche che in forza del proprio Battesimo si sentono chiamati a collaborare nel servizio della catechesi (cfr CIC can. 225; CCEO cann. 401 e 406). Questa presenza si rende ancora più urgente ai nostri giorni per la rinnovata consapevolezza dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo (cfr Esort. Ap. Evangelii gaudium, 163-168), e per l’imporsi di una cultura globalizzata (cfr Lett. enc. Fratelli tutti, 100.138), che richiede un incontro autentico con le giovani generazioni, senza dimenticare l’esigenza di metodologie e strumenti creativi che rendano l’annuncio del Vangelo coerente con la trasformazione missionaria che la Chiesa ha intrapreso. Risvegliare l’entusiasmo personale di ogni battezzato e ravvivare la consapevolezza di essere chiamato a svolgere la propria missione nella comunità, richiede l’ascolto alla voce dello Spirito che non fa mai mancare la sua presenza feconda (cfr CIC can. 774 §1; CCEO can. 617). Lo Spirito chiama anche oggi uomini e donne perché si mettano in cammino per andare incontro ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana.

  6. La Specificità della Funzione del Catechista

    L’apostolato laicale possiede una indiscussa valenza secolare. Esso chiede di «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen Gentium, 31). La loro vita quotidiana è intessuta di rapporti e relazioni familiari e sociali che permette di verificare quanto «sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo» (Lumen Gentium, 33). La funzione peculiare svolta dal Catechista, comunque, si specifica all’interno di altri servizi presenti nella comunità cristiana. Il Catechista, infatti, è chiamato in primo luogo a esprimere la sua competenza nel servizio pastorale della trasmissione della fede che si sviluppa nelle sue diverse tappe: dal primo annuncio che introduce al kerygma, all’istruzione che rende consapevoli della vita nuova in Cristo e prepara in particolare ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, fino alla formazione permanente che consente ad ogni battezzato di essere sempre pronto «a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza» (1 Pt 3,15). Il Catechista è nello stesso tempo testimone della fede, maestro e mistagogo, accompagnatore e pedagogo che istruisce a nome della Chiesa.

  7. L'Appello di San Paolo VI per Nuovi Ministeri

    Con lungimiranza, San Paolo VI emanò la Lettera apostolica Ministeria quaedam con l’intento non solo di adattare al cambiato momento storico il ministero del Lettore e dell’Accolito (cfr Lett. ap. Spiritus Domini), ma anche di sollecitare le Conferenze Episcopali perché si facessero promotrici per altri ministeri tra cui quello di Catechista: “Oltre questi uffici comuni della Chiesa Latina, nulla impedisce che le Conferenze Episcopali ne chiedano altri alla Sede Apostolica, se ne giudicheranno, per particolari motivi, la istituzione necessaria o molto utile nella propria regione. Di questo genere sono, ad esempio, gli uffici di Ostiario, di Esorcista e di Catechista”. Lo stesso invito pressante ritornò nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi quando, chiedendo di saper leggere le esigenze attuali della comunità cristiana in fedele continuità con le origini, esortava a trovare nuove forme ministeriali per una rinnovata pastorale: «Tali ministeri, nuovi in apparenza ma molto legati ad esperienze vissute dalla Chiesa nel corso della sua esistenza, - per esempio quelli di Catechista… sono preziosi per la «plantatio», la vita e la crescita della Chiesa e per una capacità di irradiazione intorno a se stessa e verso coloro che sono lontani». Non si può negare, dunque, che «è cresciuta la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa. Disponiamo di un numeroso laicato, benché non sufficiente, con un radicato senso comunitario e una grande fedeltà all’impegno della carità, della catechesi, della celebrazione della fede» (Evangelii gaudium, 102).

  8. Valenza Vocazionale e Requisiti per il Ministero Istituito

    Questo ministero possiede una forte valenza vocazionale che richiede il dovuto discernimento da parte del Vescovo e si evidenzia con il Rito di istituzione. Esso, infatti, è un servizio stabile reso alla Chiesa locale secondo le esigenze pastorali individuate dall’Ordinario del luogo, ma svolto in maniera laicale come richiesto dalla natura stessa del ministero. È bene che al ministero istituito di Catechista siano chiamati uomini e donne di profonda fede e maturità umana, che abbiano un’attiva partecipazione alla vita della comunità cristiana, che siano capaci di accoglienza, generosità e vita di comunione fraterna, che ricevano la dovuta formazione biblica, teologica, pastorale e pedagogica per essere comunicatori attenti della verità della fede, e che abbiano già maturato una previa esperienza di catechesi (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Christus Dominus, 14; CIC can. 231 §1; CCEO can. 409 §1).

Il Catechista: Condotta di Vita e Insegnamento della Fede

I Pastori non cessino di fare propria l’esortazione dei Padri conciliari quando ricordavano: «Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune» (Lumen Gentium, 30).

La domanda sulla relazione tra la propria condotta di vita e il ruolo di catechista, nonché l'incidenza dell'opinione personale nella catechesi, porta l'attenzione non tanto sull’ambito pratico, ma su quello dell'essere del catechista. Qualche incongruenza di vita è comune a tutti, parte del nostro peccato, e si affronta unendo l'impegno alla misericordia di Dio e alla sua grazia purificante. Per tali "incongruenze", è necessario seguire il consiglio di Gesù sulla vigilanza e quello di San Paolo sull'essere attenti a non cadere, confortati dalla fedeltà di Dio che assicura di non essere tentati al di sopra delle proprie forze (cfr 1Cor 10, 12-13).

Le divergenze diventano importanti quando differiscono in temi di fede e morale, sia a livello ideologico che di condotta, superando il semplice pensiero o dubbio e cominciando a cozzare con la Rivelazione e il Magistero. Il catechista è un collaboratore di Cristo e della Chiesa e non predica sé stesso, ma Cristo e la fede della Chiesa confermata dallo Spirito Santo. Anche senza entrare nel tema del carisma dell’infallibilità, si consiglia di rifugiarsi nell’umiltà di riconoscere che la fede deriva da Dio, si basa su 2000 anni di esperienza ed è corroborata da grandi pensatori che non hanno mai rifiutato la ragione: la nostra non è una fede cieca.

È bene ricordare che per le verità rivelate e riconosciute tali si chiede l’adesione di fede teologale; per le verità di fede e costumi insegnate con “atto definito” si chiede il fermo assenso; e per gli insegnamenti non definiti si richiede l’ossequio religioso (fiducia fondata sulla fede). Questo fornisce una guida per superare i momenti personali di smarrimento, che devono essere affrontati nella preghiera. Fermo restando che è il parroco colui che conferma il catechista nella sua missione, sarà opportuno rivalutare l’idoneità del catechista la cui vita diventa una contro-testimonianza del Vangelo e della Dottrina.

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