Il contesto storico e il significato della "pace fredda"
Nel sedicesimo Natale del proprio pontificato, il mondo viveva una fase di transizione definita, non senza ironia, pace fredda. A seguito della morte di Stalin nel 1953, si era assistito a una prima, timida distensione internazionale dopo gli anni più rigidi della guerra fredda. Tuttavia, per Papa Pio XII, questa condizione rappresentava soltanto un breve passo nella faticosa maturazione della pace, non potendo la semplice coesistenza essere equiparata a una pace vera e stabile.

Le tre dimensioni della coesistenza secondo Pio XII
Nel suo radiomessaggio, il Pontefice analizzò in profondità la natura dei rapporti tra i due blocchi contrapposti, individuando tre declinazioni della coesistenza:
La coesistenza nel timore
Il fondamento su cui poggiava lo stato di relativa calma era il timore. Ciascuno dei gruppi nei quali era diviso il mondo tollerava l'altro esclusivamente per evitare la propria distruzione. Non si trattava di una convivenza, ma di una mera esistenza in cui l'assurdo risiedeva nel fatto che la prassi politica, pur paventando il conflitto, concedeva alla guerra tutto il credito, considerandola l'unica regolatrice dei rapporti internazionali.
La coesistenza nell'errore
Pio XII criticò la fiducia eccessiva riposta nella moderna economia e nel libero scambio come uniche soluzioni per la pace. Entrambe le parti contrapposte condividevano l'errore di credere che il progresso tecnico-economico potesse da solo liberare l'umanità da ogni male o privazione. Per il Papa, queste dottrine erano infondate e ingannevoli, poiché il corso degli eventi aveva dimostrato l'illusorietà di confidare la stabilità mondiale al solo meccanismo economico.
La coesistenza nella verità
Il Pontefice auspicava che la coesistenza potesse evolvere verso una coesistenza nella verità, unica base per costruire un ponte spirituale tra le due sponde dell'Europa. Egli sottolineò che tale unità non poteva essere edificata dai regimi o dai sistemi sociali, ma dagli uomini stessi. Sostenne con forza che non fossero qualificati per questa opera gli scettici, i cinici o coloro che, aderendo a un materialismo velato, negavano l'esistenza di verità assolute e obblighi morali.

Il monito pasquale del 1953
Oltre alle riflessioni natalizie, il magistero di Pio XII trovò espressione nel messaggio Urbi et Orbi del 5 aprile 1953. In tale occasione, il Papa esortò i fedeli a non cedere alla stanchezza dei buoni, invitandoli a scuotere ogni torpore e a riprendere l'usata virtù. Il mistero della Pasqua divenne l'occasione per ribadire che la vita, per essere autentica, deve trarre da Dio la propria norma e il proprio destino, agendo come fermento di pace in un mondo ancora ferito dall'odio.
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