La figura del Redentore e il concetto di grazia e ringraziamento a Lui correlati hanno ispirato e continuano a ispirare un vasto repertorio di opere musicali sacre, dai canti liturgici antichi alle composizioni contemporanee. Esplorare il testo e il significato di queste opere ci permette di approfondire la comprensione teologica e spirituale della Redenzione, attraverso la lente espressiva della musica.
La Metafora della Vite e dei Tralci: Fondamento della Redenzione
La metafora della vite e dei tralci è semplice e straordinariamente significativa. Per questo, Cristo la raccoglie fedelmente dall’Antico Testamento e le dà un significato pieno e carico di ispirazione per ogni essere umano. La vigna del Signore dell’universo è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda, la sua piantagione preferita.
È possibile e frequente che l’amare gli altri che non ci comprendono o non ci apprezzano, sia qualcosa di doloroso. Ma l’immagine della vite ci sta dicendo che è anche qualcosa di naturale, che siamo fatti per amare il prossimo, per quanto duro possa essere in certe occasioni. Come scrisse il poeta irlandese William B. Yeats, (1865-1939): “Se quello che dico risuona in te, è semplicemente perché siamo rami di uno stesso albero.”
Colui che rimane in me ed io in lui, quello dà molto frutto. Cristo ci insegna che siamo già uniti a Lui. Noi cristiani sappiamo che le Persone Divine, realmente, stanno nella nostra interiorità, come dicono i teologi, inabitano in noi, siamo la loro dimora. Per questo motivo possiamo dare frutto. Per questo motivo ci sono persone che non sono battezzate, che non conoscono nulla del Vangelo, ma vivono una virtù ed una misericordia ammirevoli. Non dimentichiamo come Cristo si meraviglia davanti alla donna Cananea (Mt 15, 28) e davanti al centurione di Cafarnao.
Se fossimo attenti all’inquietudine più profonda di ogni essere umano, a quello che il nostro padre Fondatore chiama la sua Aspirazione, ci succederebbe come al Diacono Filippo, (Atti 8, 26-38), che fu ispirato ad avvicinarsi al funzionario della regina degli etiopi, proprio quando questi si stava chiedendo che senso avessero le parole di Isaia.
Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Questa non è una minaccia. Sia le persone alle quali attribuiamo azioni esemplari, come quelle che non hanno realizzato niente di spettacolare, hanno alla fine della loro vita l’impressione che avrebbero potuto fare qualcosa di più, qualcosa di meglio. Per alcuni, la vita passa molto in fretta, per altri trascorre troppo lentamente, ma sempre, per appassionante o intensa che sia stata, lascia un sapore di qualcosa di minuscolo, incompleto, faticoso e fugace. Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?
Tutto quello che facciamo nella nostra vita, se non è ispirato ed illuminato da Dio, risulta certamente vanità e ci lascia insoddisfatti, sia esso moralmente riprovevole o eccellente. Tutto è conseguenza dei nostri desideri - buoni o cattivi, ma ciechi - o delle norme che la società c’impone. Cristo parla con chiarezza di come suo Padre e nostro Padre, il padrone della vite, ci purifica. Di nuovo, l’immagine della potatura è espressiva e certa: crescere, cambiare ed accettare la correzione è sempre doloroso. Perfino accogliere una semplice osservazione che ci contraddice, produce un dolore più o meno intenso.
L’affermazione più importante che fa oggi Gesù su sé stesso è l’inizio del testo evangelico: Io sono la vera vite. Ricordiamo che nell’Antico Testamento la vite è il popolo d’Israele che, nonostante molte infedeltà e debolezze, ha dato un frutto abbondante, grazie al perdono e alla misericordia del vignaiolo. Ora Cristo, personalmente, prende il posto del popolo eletto. Per questo motivo, chi si scoraggia o si arrabbia per la mediocrità dei membri della sua comunità o della Chiesa, non è cosciente che la testimonianza più preziosa, il frutto più genuino è il conservare l’unità, come Cristo ripete.

Le Sette Ultime Parole di Cristo: Musica e Riflessione sul Redentore
Il significato profondo delle parole del Redentore, soprattutto le sue ultime espressioni sulla croce, ha dato vita a opere musicali di grande intensità. Una delle più celebri è la “Musica instrumentale sopra le 7 ultime parole del nostro Redentore sulla croce” di Joseph Haydn, composta nel 1786 per le cerimonie del Venerdì Santo a Cadice. Quest'opera, inizialmente per orchestra, fu poi trascritta da Haydn stesso per quartetto d’archi, pianoforte e una versione in cui aggiunse il coro, segno dell'importanza che il compositore le attribuiva.
Il pezzo fu commissionato per un rituale del Venerdì Santo in cui il vescovo pronunciava e commentava una delle sette parole, e questo intervallo di meditazione era riempito dalla musica. Di conseguenza, Haydn scrisse sette sonate per ognuna delle sette parole, precedute da un brano introduttivo e da un episodio conclusivo intitolato Terremoto, ispirato al racconto evangelico della morte di Cristo.
Marcello Filotei e la Meditazione Contemporanea: "7"
Un canto contemporaneo che riprende e reinterpreta l'opera di Haydn è "7 - Meditazione su Septem verba Christi in cruce" di Marcello Filotei. Il titolo laconico "7", scritto in cifre, ha una forte valenza ecumenica, non avendo bisogno di traduzioni, e funge da sintesi per il lungo titolo di Haydn. Il sottotitolo, invece, chiarisce che l'opera è una "meditazione" non solo sul contenuto dei testi evangelici, ma anche sull'opera musicale di Haydn, creando una sorta di "musica al quadrato" che utilizza il lavoro di un altro artista come fondamento.
Sette sono le parole (o brevi frasi) che Gesù pronuncia sulla croce prima di morire, riportate dai vangeli canonici. Nel pezzo di Filotei, queste parole vengono cantate in latino da un baritono, accompagnato da un’orchestra di strumenti a percussione potenziata dall’elettronica. Questa composizione, strutturata in undici brani (nove derivati da Haydn più due intermezzi), si discosta stilisticamente dall'originale, utilizzando un vasto set di percussioni per creare un mondo sonoro inesauribile, denso, materico e complesso, tipico della nostra contemporaneità. Le melodie cantate dal baritono riprendono alla lettera la partitura di Haydn, ma si integrano con la musica totalmente nuova di Filotei, creando un dialogo tra epoche diverse.
L'opera di Filotei esplora la possibilità di progettare nuovi codici linguistici ed espressivi amplificando le valenze inesplorate della tradizione, dimostrando come la memoria sia una forza viva e attiva. Il pezzo si apre con un’Introductio, una processione cerimoniale che conduce virtualmente sotto la Croce. Il testo del secondo episodio, Pater, dimitte illis quia nesciunt quid faciunt, esprime un invito alla tolleranza reso musicalmente attraverso un contrasto tra sonorità più luminose o più cupe. Hodie mecum eris in Paradiso introduce un momento di stasi ritmica, mentre Mulier ecce filius tuus è intessuto su un’unica linea ritmico-melodica, con la stridente risposta dei piatti che esprime un’indifferenza al dolore altrui.
L’Intermezzo 1, non presente in Haydn, offre un’oasi di meditazione. L'episodio Deus meus, Deus meus ut quid dereliquisti me? è l'unico in cui interviene l’elettronica: mentre il baritono canta in latino, dalle casse affiorano voci di uomini e donne che recitano la stessa frase in diverse lingue, alcune concitate, altre passive, con i percussionisti che improvvisano soffocando o lasciando emergere le richieste d’aiuto. Il movimento successivo, Sitio, riflette sull’importanza dell’acqua, con un crotalo percosso e immerso nell'acqua. Consummatum est riporta in primo piano la riflessione spirituale sui destini dell’Uomo, con frammentazione melodica e nuove idee musicali. L'Intermezzo 2 aggiunge complessità timbrica con pattern ritmici eseguiti a diverse velocità. L'episodio In manus tuas Domine commendo spiritum meum è contraddistinto da un’atmosfera di stasi ritmica, evocando spazi indefiniti. Il movimento conclusivo, Terrae motus, è un terremoto interiore, dove il tema degli scossoni della terra è affidato alla marimba, in un rallentamento che sfocia in un colpo in fortissimo, scandendo la fine del pezzo.
Le sette parole di Cristo in croce
Il Natale del Redentore di Lorenzo Perosi: Un Oratorio per la Natività
Lorenzo Perosi (Tortona 1872 - Roma 1956) è stato un compositore la cui opera ha offerto contributi significativi alla musica sacra. Il suo oratorio “Il Natale del Redentore” è un esempio pregevole di come la fede cristiana possa essere espressa attraverso la musica. Perosi, con le sue composizioni, ha dimostrato che è possibile creare opere d’arte di contenuto apertamente religioso, cristiano, che possano toccare anche persone che non condividono quella fede. Queste opere parlano a sentimenti generalmente umani, tipici di tutti gli uomini che non hanno dismesso la propria umanità.
L'opera di Perosi è propriamente un oratorio, un genere che si avvale di solisti, coro e orchestra, ma senza messinscena teatrale. La Parte prima dell'oratorio, intitolata L’Annunciazione, funge da antefatto, raccontando gli eventi che accompagnarono il “lieto evento” per antonomasia. La narrazione procede con un’attesa vibrante dell’evento miracoloso, spesso con echi sonori che ricordano le atmosfere di Wagner, sebbene Perosi mantenesse una certa distanza dalla frequentazione di partiture teatrali.
La Parte seconda, Il Natale propriamente detto, si apre con il canto del coro In nomine Iesu Christi, che con un impulso d’entusiasmo intona subito Gloria in altissimis Deo. Questa sezione è particolarmente ricca, con la partecipazione non solo dei solisti, ma anche del coro, spesso accompagnato da citazioni bibliche e inni liturgici. Il fluire della narrazione improvvisamente si innalza, assumendo toni di aperta celebrazione, come nel momento in cui si racconta: “dum essent ibi, impleti sunt dies ut pareret” (mentre si trovavano lì, si compirono i giorni del parto).
Un momento toccante è l'inserimento dell'invocazione Eloi, lamma sabacthani?, un richiamo sorprendente per un evento di gioia, ma che anticipa il prezzo della salvezza e il significato profondo della Redenzione. Un elemento ricorrente è il motivo “cullante” associato al Bambino, spesso ripreso dai corni, che infonde un senso di tenerezza. L’apparizione dell’Angelo ai pastori è descritta con una musica vibrante che accompagna lo splendore divino e il timore suscitato, seguito dal rassicurante Nolite timere.
La sezione include anche l'Inno dell’adorazione e l'Inno di ringraziamento, che culminano nel Te Deum laudámus, una potente espressione di lode al Redentore: “Te Dominum confitemur. Te æternum Patrem omnis terra veneratur. Te laudamus. Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth.” L'oratorio si chiude con il tema cullante e il coro che intona nuovamente Gloria, un vero e proprio amen finale che suggella la gioia del Natale.

La Vergine Madre del Redentore nelle Antifone Liturgiche
Le antifone mariane, quali Alma Redemptoris Mater, Ave Regina Cælorum e Regina Cæli, sono canti di profondo significato liturgico, in cui la Vergine Maria è invocata come Madre del Redentore. Il Regina Cæli è immediatamente associato alla Pasqua, ma la tradizione assegna all'Alma Redemptoris Mater il tempo dall'Avvento al 2 febbraio, e all'Ave Regina Cælorum dal 3 febbraio ai vespri del Mercoledì Santo. Queste antifone hanno una forma ornata, solenne, che ne sottolinea l'importanza.
Analisi dell'Alma Redemptoris Mater
L’invocazione orante è rivolta alla Vergine in quanto Madre di Cristo, come evocato sin dal primo verso: Redemptoris Mater. Segue una riflessione sulla sua divina maternità attraverso brevi incisi che narrano la vicenda pre e post-natalizia. Per comprendere ed esprimere il significato profondo di questa preghiera è essenziale osservare la sua composizione musicale.
- Il primo solenne melisma che apre l'antifona sulla "A" di Alma è caratterizzato da un alto numero di note, delineandone sin da subito l’importanza. Va cantato con eleganza, appoggiandosi al do3 e sottolineando la liquescenza tra la "l" e la "m", producendo una sonorità morbida che esprime l'esuberanza di vita significata da alma. Questo canto ci porta al concetto di bereshit, attraverso cui Dio ha dato origine al cosmo, e alla ricapitolazione in quell’Ωμέγα che è lo stesso Cristo: l’Aλφα.
- L’elegante movimento del primo melisma lascia spazio all’invocazione ascendente sulla parola Redemptoris, per poi acquietarsi dolcemente sulla parola Mater con un salto di quarta discendente, evocando la discesa del Figlio di Dio.
- Dopo il titolo materno, la Vergine è additata come speranza del popolo in preghiera, quale Porta del Cielo e Stella del mare (stella maris). Il movimento melodico ascende, dipingendo con la voce l’orazione rivolta verso il Cielo. Il fedele che invoca Maria si riconosce suo figlio e, nelle angosce, ricorre a Lei come Madre che, quale stella, conduce al porto sicuro.
- L'insistenza sul do4 sulla parola Virgo richiede che la voce indugi e goda di questa nota, con un salto di sesta minore che evidenzia il do4 come una "chiara perla", modulando il suono in maniera candida e luminosa. Il piccolo guizzo prodotto dalla terza minore sul nome Gabrielis dipinge la leggerezza e la vita scaturita dalla grazia dell'Annunciazione.
- La parola ore (bocca) si riferisce alla bocca di Gabriele che ha pronunciato il saluto angelico "Ave", ma anche alla bocca da cui sale la preghiera: ex ore orandi. Quell' "os" diviene così l'incipit di un’orazione universale rivolta a Maria, che ha avuto principio nell’Ave Maria di Gabriele e riecheggia nelle bocche e nelle preghiere dei fedeli. Quella "A" di Ave è come la "A" di Alma, di Ad te levavi: un suono-preghiera germinale che racchiude tutte le preghiere passate e future.
Confessare la fede che l'antifona esprime non è solo necessario, ma conoscerla e liberarla nel canto, per dare significato alla fede di chi l'ha scritta, è indispensabile. Queste poche note di un'antifona così comune sanno raccontare misteri così grandi che solo il canto può dischiudere.

Marco Frisina: Canzoni di Lode e Speranza al Redentore
Le composizioni di Marco Frisina sono un punto di riferimento nella musica sacra contemporanea, offrendo testi e melodie che esplorano il profondo significato della fede e della relazione con il Redentore. Frisina stesso racconta il significato dei suoi brani, rivelando la chiave di lettura della sua arte.
Le parole Non temere sono un'espressione chiave nella storia della salvezza. Ogni volta che il Signore chiama l'uomo a collaborare al progetto salvifico, Egli lo incoraggia con queste parole. I testi delle sue canzoni spesso riflettono questa chiamata, come nel salmo 39 che ci porta nel mistero della chiamata di Dio, in cui la risposta di Maria, di Abramo, di Mosè, di Giuseppe, di Pietro e di tutti gli altri amici di Dio è sempre la stessa: Eccomi. Anche Gesù fa sua questa parola entrando nel mondo per compiere la volontà del Padre e indicarci la via dell'obbedienza.
La voce di Dio chiama ogni uomo alla speranza e fa esultare di gioia la terra. Le profezie dell'Antico Testamento prendono vita e si realizzano in Cristo, trasformando il deserto del mondo in un giardino fiorito, come canta il testo di Isaia 35 ne Il deserto fiorirà, o come grida la voce del Battista nel canto Giovanni. La Chiesa invoca l'avvento del Signore affinché venga a illuminare le tenebre del mondo in Maranathà.
La speranza del mondo trova nella Vergine Maria la sua icona più bella. Salve, dolce Vergine, Ave Maria, sono il saluto dell'angelo e della Chiesa a colei che ci dona il Salvatore, la donna che apre la porta della salvezza e fa entrare il Signore nella storia del mondo con la dolcezza della madre e la grazia della misericordia di Dio che in lei risplende. È Maria che a nome di tutta la Chiesa esulta in Dio Salvatore nel Magnificat, il cantico dei poveri e dei salvati che sgorga dal cuore puro di colei che per prima è stata ricolmata di quella grazia che vede riversarsi sul mondo.
Gli angeli esultano con il loro Gloria per la redenzione che si rivela nel mondo alla nascita del Redentore, mentre i salmi ci ricordano la bellezza del mistero di Dio che si rivela a noi. Lo stesso stupore prende il cuore di ogni credente che contempla l'opera salvifica di Dio e canta la sua fede in Credo in te.
Frisina attinge ampiamente dai Salmi per esprimere i sentimenti umani che diventano preghiera. Il salmo 8 canta la bellezza dell'uomo fatto a immagine e somiglianza del suo Creatore. Il salmo 130 ci ricorda la via della povertà e della semplicità come l'unica strada verso l'intimità con Dio, facendoci diventare Come un bambino nelle braccia del Signore. Il salmo 44 è il canto gioioso delle nozze del Re, Effonde il mio cuore..., un inno poetico che contempla la realizzazione delle nozze dell'Agnello con la Chiesa sposa, compimento mistico della redenzione.
I salmi rappresentano l'antologia di ogni sentimento del cuore umano che diventa preghiera. Il salmo 26 ci invita ad avere fiducia in Dio perché Il Signore è mia luce e salvezza. Anche la sofferenza, come quella espressa dal salmo 21 pregato da Gesù sulla croce (Dio mio perché mi hai abbandonato?), termina nella speranza e nella luce, perché il Signore ascolta il lamento del giusto. Nella liturgia pasquale, il salmo 113 (Quando Israele uscì dall'Egitto) è la memoria viva dell'esodo, del passaggio dalla schiavitù alla libertà, dal dolore alla gioia. Nel Canto del mare, Israele e la Chiesa celebrano il passaggio dalla morte alla vita nuova: è il canto di gioia dei redenti che affermano la grandezza di Dio nostro Redentore.
Il salmo 135 fa memoria della misericordia di Dio nella storia della salvezza (Perché eterna è la sua misericordia). L'esperienza del peccato è anche esperienza di misericordia, e da questo sgorga il ringraziamento a Dio per il suo immenso amore. Così il salmista ci invita a rendere grazie al Signore nel salmo 137 (Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore), a fare "eucaristia" per l'amore rivelato. L'uomo deve riconoscere che è il Signore che compie la sua opera con autentica efficacia, come canta il salmo 126 (Se il Signore non costruisce la casa...). Dal cuore dell'uomo deve sgorgare la preghiera di benedizione a Dio, riconoscendo che tutti i nostri benefici vengono dal Signore, a Lui rivolgendo la nostra preghiera piena di pace e gratitudine: Benedetto sei tu Signore.
