Mirare la Bellezza Divina e Cantare il Vangelo: Un Profondo Percorso Spirituale

Il desiderio di "canto vangelo voglio mirar la tua bellezza" racchiude in sé una profonda aspirazione spirituale, un anelito dell'anima verso una realtà trascendente. Questo percorso non si limita a una contemplazione passiva, ma implica una trasformazione interiore che porta a una vita di autentica testimonianza e lode.

Ascoltare la Sapienza Divina: Il Richiamo alla Solitudine Interiore

In un mondo spesso distratto e superficiale, sorge la domanda: "Cosa sono tutte le cose del tempo se non vane seduzioni?". La Sapienza increata ci invita ad ascoltare, affermando: "Le mie delizie, dice, sono stare con i figli degli uomini." Tuttavia, la maggior parte delle persone non comprende la sua lingua o, temendo di udirla, si allontana per conversare con le creature. L'Apostolo ci esorta a non amare il mondo né alcuna cosa che è in esso, poiché "appartiene tutta allo spirito di malizia".

Se desideriamo attrarre in noi lo spirito di Dio, questo spirito la cui unzione insegna ogni cosa, dobbiamo separarci dal mondo. Ciò significa rinunciare alle sue massime, ai suoi piaceri e alle sue società tumultuose. Gesù, infatti, si trova solo nel deserto: la sua voce non risuona nei luoghi pubblici o nelle assemblee del secolo. È quando decide di effondere i suoi favori sull'anima fedele che "la conduce nella solitudine, e lì parla al suo cuore". Le delizie di questa conversazione celeste sono tali che "chi li ha assaggiati una volta non sopporta più i discorsi degli uomini".

Questo richiamo alla solitudine e all'ascolto è ciò che ha deliziato figure come Paolo, Antonio e Pacomio nel deserto, rivelando loro "senza oscurità i segreti della scienza divina". È questa voce che istruisce i Santi, li infiamma, li consola e li inebria con la sua celestiale dolcezza. Come nel caso dei discepoli di Emmaus, le tenebre dell'intelletto si dissipano alla voce di Gesù, accendendo un fuoco nel cuore. Noi, spesso "poveri sventurati ancora distratti dal tumulto del mondo", dobbiamo chiederci se vogliamo anche noi ascoltare Gesù. Come i discepoli, siamo in cammino verso l'eternità. Gesù si avvicina a noi come "compagno del nostro cammino", ma se ci trova poco attenti, si ritira. È fondamentale non lasciarsi sorprendere dalla notte alla fine del percorso.

rappresentazione della ricerca spirituale di Gesù in un ambiente tranquillo, con una figura in meditazione e una luce che simboleggia la presenza divina

Dal Desiderio alla Decisione: L'Incontro con la Verità Personale

Un sincero desiderio di salvezza è raro, e "niente è più raro di un sincero desiderio di salvezza". Questo dovrebbe farci riflettere, poiché "il nostro destino sarà ciascuno quello che avremo fatto". Dio ci aiuta con la sua grazia, ma non forza il libero arbitrio. Spesso, anche coloro che si definiscono discepoli di Gesù Cristo, pur volendo salvarsi, "vogliono soprattutto possedere i beni e godere dei godimenti della terra". Si concedono preghiere obbligatorie, cercano di capire il minimo indispensabile della legge divina, per poi "gettarsi nella ricerca degli onori, delle ricchezze, dei piaceri" o "addormentarsi in una vita di dolcezza permessa". In tutto questo, però, dov'è la fede che dovrebbe regolare ogni nostra azione in vista dell'eternità? Dov'è l'amore perennemente occupato dal suo oggetto, l'amore desideroso di sacrificio? Dov'è la penitenza? Dov'è la Croce? Il Vangelo è chiaro: "chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà".

Vi sono altri che, "illuminati e purificati interiormente, non cessano di aspirare ai beni eterni", e sono disgustati dalle conversazioni terrene. "Io sono Dio Onnipotente: cammina alla mia presenza e sii perfetto". Questo comando si rivolge con ancora maggiore forza ai cristiani, che hanno visto nel Figlio dell'uomo il modello di ogni perfezione: "Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste". Questo precetto sorprendente rivela non solo la nostra incomprensibile bassezza, ma anche ciò che l'uomo redento è agli occhi di Dio.

Il punto cruciale è la decisione. La "differenza maggiore tra Dio personale e un Dio impersonale è che il primo ha una volontà con cui bisogna fare i conti, a cui sottomettersi, il secondo no". La storia di Israele mostra come Dio insista sulla "capacità di decisione responsabile dell'uomo" attraverso l'alleanza. Sul monte Sinai, Dio dice: "Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodire la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli...". Dio non si impone, ma propone, fidandosi della capacità umana di rispondere e di impegnarsi. Questa decisione, per essere libera e totale, necessita di forti motivazioni, che Dio stesso fornisce ricordando le sue opere d'amore passate. "La memoria dell'esperienza d'amore del passato infonde fiducia nel futuro". Ciò che Dio ha fatto ieri è "pegno di ciò che fa oggi e di quello che farà domani", perché il suo amore e la sua fedeltà durano in eterno.

Abramo: Un Modello di Risposta alla Chiamata Divina

Un esempio eloquente di questo percorso è quello di Abramo, il padre del popolo eletto. La sua storia, narrata nella Genesi, si inserisce dopo una serie di peccati che culminano nella costruzione della torre di Babele, un simbolo dell'orgoglio umano e della dispersione. Nonostante questo sfondo cupo, "Dio, pur castigando, ha dei gesti di tenerezza sorprendente", come le tuniche di pelli per Adamo ed Eva, il segno di protezione per Caino, l'arca di Noè e l'arcobaleno. Questi sono "tutte espressioni di un amore sovrabbondante, esagerato rispetto alle misure umane", testimonianze che "tra delitto e castigo non c’è pura e semplice simmetria".

Nel racconto della vocazione di Abramo, Dio prende l'iniziativa. Mentre gli uomini di Babele dicevano: "Venite, costruiamo una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo", Dio dice ad Abramo: "Vàttene... verso il paese che io ti indicherò". Il motivo della torre era "facciamoci un nome per non disperderci", mentre Dio promette ad Abramo: "renderò grande il tuo nome,... in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra". Dio si presenta "senza tanti preamboli", non imponendosi come Signore potente, ma come "una presenza misteriosa, una forza attraente, un’apertura affascinante, una sfida che risveglia le energie, le risorse e gli aneliti dentro l’uomo".

Abramo parte. La sua risposta non lo trasforma automaticamente in santo, ma la sua vita "assume un nuovo spessore, un nuovo senso, una nuova determinazione e s’impregna di una nuova presenza". I suoi desideri umani, come una vita sicura e una discendenza numerosa, vengono "dilatati" e "elevati" dalla promessa divina: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle". L'invito a "guardare in alto" ci ricorda che "siamo creature fatte per guardare in alto, ma purtroppo non sviluppiamo a sufficienza questo dono". La fiducia di Dio nell'uomo "suscita la fiducia dell’uomo in Dio e in se stesso", portando a generosità, gratitudine e alla disponibilità al sacrificio, come nel caso di Isacco. Dio non solo promette beni, ma "Egli si compromette personalmente, entra in una relazione più profonda, stabilisce legami di prossimità e di comunione, stringe un’alleanza con l’uomo", dichiarando: "Sarò il vostro Dio". Il nome di Abramo diventa grande perché "assunto da Dio stesso nel momento della sua autopresentazione": "il Dio di Abramo". Questa è la grandezza di un Dio che "non si vergogna di legarsi al nome, al volto, alla vita e alla storia delle sue creature".

illustrazione di Abramo che guarda il cielo stellato, simboleggiando la promessa divina e la vastità della fede

Il Sentiero della Perfezione: Umiltà, Sacrificio e Amore

Il percorso spirituale culmina nell'umiltà e nell'amore, elementi essenziali per "mirare la bellezza divina". "Riconosci la tua miseria e non perderla mai di vista; abbandonarsi senza riserve nelle mani di Dio, con fede viva e amore obbediente: questa è tutta la vita spirituale, di cui l'umiltà è il primo fondamento". Chi si riconosce debole e bisognoso "non cerca sostegno in se stesso, e ripone in Gesù la sua unica speranza". Segue con semplicità la grazia divina, senza orgoglio nel fervore né scoraggiamento nella siccità, sempre soddisfatto che "in lui si compia la volontà divina".

Dio, nella Scrittura, mostra "immensa compassione per le colpe... puramente umane, ma è senza pietà per l'orgoglio, principio di ogni male". L'orgoglio, che tende a eguagliarsi a Dio, è un "disordine tale che non solo non possiamo concepirne uno più grande, ma esiteremmo a crederlo possibile". Al contrario, "chi si umilia è subito giustificato". L'umiltà si manifesta nel pentimento e nella fiducia nella grazia, riconoscendo che "ogni bene scaturisce da Dio" e che "l'unica cosa che ci appartiene è il peccato".

L'amore è il culmine di questo percorso: "L'amore è una cosa grande, ed è un bene sopra ogni bene". È "obbediente e sottomesso ai superiori", "devoto a Dio senza riserve e sempre pieno di gratitudine", confidando e sperando in Lui "anche quando sembra abbandonato". "Dio è amore, e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio in lui". Tuttavia, l'amore ha i suoi "tempi di prova" e di godimento. "Tutta questa vita non deve essere altro che un continuo esercizio d'amore, o la consumazione di un grande sacrificio". L'amore infinito di Dio si è manifestato attraverso un "sacrificio infinito" nel dono del Figlio unigenito. Il nostro amore per Dio si manifesta con un "sacrificio non uguale... ma simile mediante il dono di tutto il nostro essere o una perfetta obbedienza della nostra mente, del nostro cuore e dei nostri sensi, alla volontà di Colui che ci ha amato così tanto".

Questa è l'ineffabile unione che Gesù Cristo ha supplicato suo Padre di realizzare tra Lui e la sua creatura redenta. "Chi ama fortemente resta saldo nella tentazione e non cede alle astute suggestioni del nemico". L'amore vero è sempre pronto ad obbedire, non si rilassa né si scoraggia, lodando Colui che colpisce e che guarisce. Nella lotta contro la tentazione, "non conta sulle proprie forze" e aspetta la vittoria dall'alto. Anche se a volte soccombe, si rialza "senza turbamento, umiliato ma non sconfitto". Il suo pentimento è calmo, libero dall'irritazione dell'orgoglio. Distaccato dalle vanità terrene, l'anima che ama "vuole ciò che Dio vuole: non ha altra volontà né altro desiderio". Quando l'Amato si ritira, lungi dal lamentarsi, l'anima si riconosce indegna e la privazione "purifica ulteriormente [il suo] ardore". Attraverso queste prove, le anime elette si liberano dai loro legami, corrono verso Dio, e "un ultimo sforzo d'amore li porta ai piedi del trono dove appari senza velo". In questo mirare la bellezza divina, il canto del vangelo diventa la risonanza autentica di un cuore trasformato dall'amore.

scena stilizzata di una mano umana che si unisce a una mano divina, simboleggiando l'unione e il sacrificio

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