Se i flutti dell'orgoglio, dell'ambizione, della calunnia e dell'invidia ti spingono di qua e di là, guarda la stella, invoca Maria! Se turbato per l’enormità dei tuoi peccati, confuso per le brutture della tua coscienza, spaventato al terribile pensiero del giudizio, stai per precipitare nel baratro della tristezza e nell’abisso della disperazione, pensa a Maria! Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria! Maria sia sempre sulla tua bocca e nel tuo cuore. E per ottenere la sua intercessione, segui i suoi esempi. Se la segui non ti smarrirai, se la preghi non perderai la speranza, se pensi a lei non sbaglierai.
La vita di San Bernardo
San Bernardo nacque nel 1090 al castello di Fontaine-les-Dijon, in Borgogna, da una famiglia nobile. Era il terzo di sette figli. Suo padre Tescelin era un cavaliere al servizio del duca di Borgogna, mentre la madre, la Beata Aleth de Montbard, era imparentata con la nobiltà. La morte della madre, avvenuta quando aveva circa 16 anni, lo colpì profondamente. Dopo un breve periodo di vita mondana, nel 1112, all’età di 22 anni, decise di entrare nell’abbazia di Cîteaux, accompagnato da una trentina di giovani, tra cui tre dei suoi fratelli.
Bernardo, nonostante la sua nobiltà, si dedicò anche ai lavori più umili. La sua salute fragile gli rese difficile adattarsi, ma trovò forza nello studio delle Scritture e dei Padri. Nel 1115, l’abate Stefano Harding lo mandò a fondare una nuova abbazia nella regione della Champagne: Clairvaux (“Chiara valle”), dove Bernardo fu ordinato sacerdote e divenne abate.
I primi anni furono duri: le condizioni erano estreme e mancavano i mezzi. Un giorno, secondo la tradizione, la comunità ricevette miracolosamente una donazione esattamente pari alla somma necessaria per i loro bisogni, dopo essersi affidata alla preghiera. Questo evento contribuì alla fama di Bernardo come taumaturgo. Anche il padre e altri due fratelli diventarono monaci a Clairvaux.
Nel 1119, Bernardo partecipò al primo capitolo generale dell’Ordine cistercense, che fissò le regole comuni con la “Charte de charité”, redatta da Harding. Bernardo fu uno dei principali artefici dell’espansione dell’Ordine: a partire da Clairvaux, fondò ben 72 monasteri in tutta Europa.
Bernardo si dedicò alla scrittura di trattati e omelie, ricche di citazioni bibliche. Egli difendeva l’austerità cistercense, contrapposta allo stile più sontuoso dei monaci di Cluny, che utilizzavano arte e bellezza nelle loro liturgie. In particolare, nella sua Apologia a Guglielmo di Saint-Thierry, attaccò queste pratiche, che riteneva distraenti rispetto alla preghiera.
Bernardo mostrò sempre un profondo interesse per la riforma morale del clero. Scrisse molte lettere ai Vescovi per spronarli alla santità. Egli stesso visse in maniera estremamente austera, al punto da compromettere la propria salute. Soffrì di problemi di stomaco per tutta la vita. Per proteggerlo, il Vescovo Guglielmo di Champeaux gli fece costruire una piccola abitazione fuori dal monastero e gli impose di seguire una dieta meno rigida.
San Bernardo è una figura centrale della spiritualità medievale. Nel 1152, san Bernardo si ammalò gravemente e tutti pensarono che la sua fine fosse vicina. Tuttavia, il Vescovo di Metz lo supplicò di intervenire per porre fine a una guerra civile che devastava la sua diocesi. I suoi monaci si raccolsero intorno al suo letto, implorandolo di non lasciarli. Morì il 20 agosto 1153, all’età di 63 anni, circondato dai suoi confratelli monaci. Fu canonizzato nel 1174 da Papa Alessandro III e dichiarato Dottore della Chiesa da Papa Pio VIII nel 1830.

La Vergine Maria secondo San Bernardo
«E il nome della Vergine era Maria» (Lc 1, 27), dice l’Evangelista. Facciamo qualche riflessione anche su questo nome, che significa, a quanto dicono, «stella del mare», e che conviene sommamente alla Vergine Madre. Ella infatti viene paragonata con molta ragione a una stella: come questa emette il suo raggio senza corrompersi, così la Vergine partorisce il Figlio senza subire lesione. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella, né il Figlio l’integrità della Vergine. Ella è dunque quella nobile stella uscita da Giacobbe (cfr. Nm 24, 17), il cui raggio illumina l’universo intero, il cui splendore rifulge nei cieli, penetra negli inferi, percorre le terre e, riscaldando più le menti che i corpi, favorisce lo sbocciare delle virtù e brucia i vizi. Sì, è lei quella fulgida e singolare stella che doveva innalzarsi sopra questo mare spazioso e vasto (cfr. O tu che, nelle fluttuazioni di questo mondo, ti accorgi di essere sbattuto dalle burrasche e dalle tempeste piuttosto che di camminare sulla terra ferma, non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella, se non vuoi essere sommerso dalle tempeste! Se si levano i venti delle tentazioni, se ti imbatti negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sballottato dalle onde della superbia, dell’ambizione, della calunnia, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira o l’amore al denaro o i piaceri illeciti della carne scuotono la navicella del tuo cuore, guarda a Maria. Nei pericoli, nelle angosce, nei dubbi, pensa a Maria, invoca Maria. Che ella non si allontani mai dalla tua bocca, non si allontani mai dal tuo cuore, e, per ottenere il soccorso della sua preghiera, segui l’esempio della sua vita. Seguendo lei non devierai, pregando lei non ti scoraggerai, pensando a lei non sbaglierai; se lei ti tiene per mano non cadi, se lei ti protegge non temi, se lei ti fa da guida non ti affatichi, se lei ti è favorevole arrivi al porto.
San Bernardo morì il 20 agosto 1153, il giorno sesto fra l’ottava dell’Assunzione di Maria, della quale è chiamato Citaredo a motivo delle incessanti lodi che le rivolse. Nulla di più naturale dunque di riprendere nel giorno della festa del Mellifluo Dottore un suo sermone sul mistero dell’Assunta.
La Vergine Maria salendo oggi al cielo accrebbe senza dubbio i gaudii dei cittadini superni in maniera più che copiosa, perché ella è certamente colei la quale con la voce della sua salutazione fa esultare in gaudio anche quelli che ancora sono rinchiusi nel ventre della madre. Ora se l’anima del pargolo non ancora nato fu liquefatta e distrutta alla voce di Maria, pensiamo noi quale fosse l’esultazione di quei celesti quando meritarono udire la voce sua e vedere la sua faccia, e quando meritarono di fruire la beata sua presenza? Ma noi, o carissimi, che occasione abbiamo poi di solennità nella sua assunzione, che cagione abbiamo di letizia, che materia di gaudii? Per la presenza di Maria tutto il mondo è illustrato, ora che quella celestiale patria ora chiarissimamente risplende molto più che l’usato, irradiata dello splendente lustro di quella lampada verginale. Per la qual cosa degnamente in eccelso risuonano il rendimento di grazie e la voce di lode… Ecco andata c’è andata innanzi la Regina nostra, andata c’è innanzi ed è stata sì gloriosamente ricevuta, che ben possono i servi fiduciosamente seguitare la loro Madonna, gridando e dicendo: Traici, Madonna, dietro te all’odore dei tuoi unguenti, or correremo. La nostra peregrinazione oggi s’è mandata innanzi l’avvocata, la quale come colei che è Madre del Giudice e Madre di misericordia, benignamente ed efficacemente tratterà con sollecitudine gli affari della nostra salvezza. La terra nostra ha oggi mandato in cielo un prezioso dono, acciocché dando ella e ricevendo, le cose umane si congiungono alle divine, le terrene alle celesti, le infime alle somme con felice concordia e patto d’amicizia. Onde lassù è salito il frutto della terra alto e sublime, onde scendono a noi gli ottimi e perfetti doni. Salendo in alto la Vergine beata darà doni agli uomini. Or perché non ne darebbe ella? Certamente non le potrà mancare la possanza e la volontà di farlo. Essa è Regina dei cieli, ella è misericordiosa ed è ancora Madre dell’unigenito Figliuolo di Dio… Ma pur tacendomi ora tutti i benefici, i quali per sua glorificazione noi conseguiamo se noi l’amiamo, ancora pure per lei grandemente ci rallegreremo perché ella va al Figliuolo. Ci rallegreremo, dico, con lei se non ci avverrà di essere trovati del tutto ingrati alla inventrice ovvero trovatrice delle grazie. Certo oggi, entrando nella santa città, è ricevuta da colui il quale ella per prima aveva ricevuto, quando entrò nel castello di questo mondo. Ma con quanto onore pensi sia stata ricevuta, con quanta esultazione, con quanta gloria? Veramente che in terra non è luogo più degno che il tempio del ventre verginale nel quale Maria ricevette il Figliuolo di Dio, né in cielo è altro luogo più degno che quella reale sedia nella quale il Figliuolo di Maria oggi ha sublimata Maria. Felice è certamente l’un ricevimento e l’altro e l’uno e l’altro sono ineffabili, perché l’uno e l’altro sono inescogitabili ovvero incomprensibili…

L'Annunciazione e il "Sì" di Maria
«Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita. Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? perché temi? Credi all’opera del Signore, dà il tuo assenso ad essa, accoglila. Nella tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo devi ora, nella tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa sola cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se nel silenzio è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà nella parola. Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.»
San Bernardo di Chiaravalle, in una celebre omelia, contempla l’attimo di sospensione fra chiamata e risposta. Immaginando d’essere presente, con la preghiera implora il “sì” di Maria: «Perché tardi? Perché temi? Credi all’opera del Signore, dà il tuo assenso ad essa, accoglila. […] Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. […] Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. “Ecco”, dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”» (Lc 1, 38).
Col suo “sì” Maria introdurrà nel mondo colui che risana, che dà luce, che fa nuovi: Gesù Salvatore! Dio ha chiesto la collaborazione di Maria. L’angelo ha dato l’annuncio, ha recato a Nazaret il desiderio di Dio. A volte ci chiediamo come fu l’Annunciazione. Fu una visione interiore che scosse la fanciulla di Nazaret? Fu irruzione di luce in quel “tugurio” (una povera casa palestinese)? Il racconto evangelico, da questo punto di vista, è assai laconico. Una cosa è certa: dopo quell’annuncio non ci sarà svolazzo di angeli su quella casa, né sul quotidiano di Maria. «E l’angelo partì da lei». L’incarico è adempiuto. Ma questa è soltanto cronaca?
Il commiato dell’angelo impone una particolare attenzione. «L’angelo partì da lei», ma lo Spirito continuò ad agire in lei: la spinse ad attraversare le montagne, a raggiungere la “città di Giuda”, per soccorrere la cugina Elisabetta, per cantare la lode alle grandi opere di Dio. Anche noi siamo, almeno qualche volta nella nostra vita, sfiorati dall’angelo. Riceviamo un incarico, una chiamata, una missione, un dono della grazia, una luce, ma non possiamo fermare il momento che fluisce. Ci accade spesso di non riuscire a vivere “il passaggio”, ci chiudiamo nella “grande ora”, mentre esteriormente la vita continua. Corriamo il pericolo di fermarci su ciò che è avvenuto, come in un sogno, come in un nostalgico incanto, sorvolando sul presente. A Maria riuscì “il passaggio”.

La Vergine Maria: modello di umiltà e fede
«L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una vergine promessa sposa ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e il nome della vergine era Maria ecc.». Perché mai l’Evangelista ha voluto indicare tante cose con il loro nome in questo passo? Credo che l’abbia fatto perché noi non trascurassimo nulla di quanto egli con tanta diligenza si è studiato di raccontare. Nomina infatti il Nunzio che viene inviato e il Signore da cui fu mandato, la Vergine alla quale è mandato, e anche lo Sposo della Vergine, la discendenza di entrambi, la loro città e la loro regione. E questo perché? Pensi forse che siano indicazioni superflue? No, certamente.
«Fu mandato da Dio l’Angelo Gabriele (Lc 1, 26). Dove? In una città della Galilea chiamata Nazaret. Vediamo se da Nazaret, come dirà Natanaele (Gv 1, 46), può venire qualcosa di buono. Nazaret significa fiore. A me sembra che le parole e le promesse fatte da Dio ai Padri, Abramo cioè, Isacco e Giacobbe siano state come un seme della rivelazione divina gettato dal cielo sulla terra, del quale seme è scritto: Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato un seme, saremmo diventati come Sodoma e simili a Gomorra (Is 1, 9). Questo seme fiorì nelle meraviglie operate da Dio quando Israele uscì dall’Egitto, nelle figure e simboli misteriosi che lo accompagnarono durante tutto il viaggio per il deserto fino alla terra promessa, e in seguito nelle visioni e nei vaticini dei Profeti e nell’ordinamento del regno e del sacerdozio fino all’avvento di Cristo. Non a torto Cristo è considerato come frutto di questo seme e di questi fiori, secondo le parole di Davide: Il Signore elargirà il suo bene, e la nostra terra darà il suo frutto (Sal 84, 13) ; e ancora: Un frutto delle tue viscere io porrò sul tuo trono (Sal 131, 11). In Nazaret dunque viene annunziata la nascita di Cristo, perché nel fiore c’è la speranza del frutto. Ma, spuntato il frutto, il fiore cadde, perché apparendo la verità nella carne, la figura scomparve.
«Ad una Vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe (Lc 1, 27). Chi è questa Vergine così venerabile da essere salutata da un Angelo, e così umile da essere sposa di un falegname? Bel connubio della verginità con l’umiltà; molto piace a Dio quell’anima in cui l’umiltà dà pregio alla verginità, e la verginità adorna l’umiltà. Ma di quanta venerazione pensi che sia degna colei nella quale l’umiltà è esaltata dalla fecondità, e la maternità consacra la verginità? La senti proclamare vergine, la senti umile; se non puoi imitare la verginità dell’umile, imita l’umiltà della vergine. È virtù lodevole la verginità, ma è più necessaria l’umiltà. La prima è consigliata, l’altra è comandata. Alla prima sei invitato, alla seconda sei obbligato. Della verginità è detto: Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19, 12); dell’umiltà è detto: Se non diventerete come questo bambino non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3); alla prima è promessa una ricompensa, la seconda è di stretta necessità. Insomma, puoi salvarti senza verginità; senza umiltà non lo puoi.
Può, dico, piacere l’umiltà che rimpiange la verginità perduta; ma senza umiltà oso dire che neppure la verginità di Maria sarebbe stata gradita a Dio: Su chi, dice, si poserà il mio Spirito, se non sull’umile e compunto di cuore? (Is 66, 2). Sull’umile, ha detto, non sul vergine. Se dunque Maria non fosse stata umile, non sarebbe disceso in lei lo Spirito Santo. E se non fosse disceso in lei lo Spirito Santo, neppure avrebbe concepito per opera di Lui. Come infatti avrebbe concepito da Lui senza di Lui? È dunque chiaro che, perché essa concepisse per opera dello Spirito Santo, Dio, come essa confessa, ha riguardato l’umiltà della sua serva (Lc 1, 48), piuttosto che la sua verginità, concepì però per la sua umiltà.
Che ne dici tu che ti insuperbisci della tua verginità? Maria, dimentica di sé, si gloria della sua umiltà; e tu, trascurando l’umiltà ti vanti della tua verginità? Dio, dice Maria, ha guardato l’umiltà della sua serva. E chi è questa serva? Una vergine santa, sobria, devota. Sei forse tu più casto di lei? più devoto? O forse la tua pudicizia è più gradita della castità di Maria, di modo che per renderti accetto a Dio senza umiltà ti basti la tua, mentre a Maria non bastò la sua? Infine, quanto più sei degno di onore per il singolare dono della castità, tanto maggior danno fai a te stesso per il fatto che ne deturpi lo splendore mescolandola con la superbia. Al punto che ti converrebbe piuttosto non essere vergine che insolentire a causa della tua verginità. Non è di tutti la verginità; molto di meno sono quelli che con essa hanno l’umiltà. Se dunque non puoi se non ammirare la verginità in Maria, studiati di imitarne l’umiltà, e per te è sufficiente.

La dignità e la maternità di Maria
Ma c’è ancora una cosa da ammirare in Maria, la verginità unita alla fecondità. Non si è mai sentito dire che una donna fosse insieme madre e vergine. Oh, se riflettessi anche di chi è madre, fin dove salirebbe la tua ammirazione per la sua grandezza? Non ne concluderesti che la tua ammirazione non potrà mai essere adeguata? Non la giudicherai forse, anzi la Verità stessa non la giudicherà degna di essere esaltata al di sopra degli stessi cori Angelici, lei che ha avuto Dio per figlio? Non osa forse Maria chiamare figlio colui che è Dio, e Signore degli Angeli? Dice infatti: Figlio, perché ci hai fatto così? (Lc 2, 48) Quale degli Angeli oserebbe fare questo? È sufficiente per essi, e lo considerano già un grande onore, il fatto che, essendo spiriti per natura, li abbia Dio gratificati col farli e chiamarli Angeli, come dice Davide: Fa degli Spiriti i suoi Angeli (Sal 103, 4). Invece Maria, riconoscendosi Madre, chiama con fiducia figlio suo quella Maestà a cui gli Angeli servono.
Né Dio disdegnò di essere chiamato quello che si degnò di farsi. Infatti poco appresso soggiunge l’Evangelista: Ed era sottomesso a loro (Lc 2, 51). Chi? A chi? Dio agli uomini: Dio, dico, al quale stanno sottomessi gli Angeli, al quale obbediscono i Principati e le Potestà, era sottomesso a Maria; e non solo a Maria, ma per Maria anche a Giuseppe. Ammira dunque l’una e l’altra cosa, e vedi tu cosa sia più degna di stupore, o la benignissima degnazione del Figlio, o l’eccellentissima dignità della Madre. Doppio motivo di meraviglia, doppio miracolo, e che Dio si faccia obbediente a una donna, umiltà senza esempio, e che una donna comandi a Dio, eccellenza senza uguale.
A lode delle vergini si canta come di un loro privilegio che seguono l’agnello ovunque vada (Ap 14, 4). Impara, uomo, ad obbedire; impara, terra, a sottometterti; impara o polvere a ottemperare. Parlando del tuo Creatore l’Evangelista dice: Era loro sottomesso (Lc 2, 51) , a Maria cioè e a Giuseppe. Arrossisci, superba cenere! Dio si umilia, e tu ti esalti? Dio si sottomette agli uomini, e tu, bramoso di dominarli, ti metti avanti al tuo Creatore? Dio volesse che, quando penso tali cose, Egli si degnasse di rispondermi come quando sgridò l’Apostolo Pietro: Vattene da me, Satana, perché non pensi secondo Dio (Mt 16, 23). Perché tutte le volte che desidero di comandare agli uomini, mi sforzo di precedere il mio Dio, e allora veramente non penso secondo Dio. Di lui è detto infatti: Era loro sottomesso. Se non disdegni, o uomo, di imitare l’esempio di un uomo, certamente non sarà cosa indegna di te seguire il tuo Creatore. Forse non potrai seguirlo dovunque vada: accetta per lo meno di seguirlo mentre Egli scende a te. Cioè, se non puoi praticare la via sublime della verginità, segui Dio almeno per la via sicurissima dell’umiltà. Anche le vergini, se dovessero deviare da questa via retta, neppure esse, a dir vero, seguirebbero l’Agnello dovunque va. Segue l’Agnello colui che è umile, ma è impuro, lo segue chi è vergine, ma superbo, ma nessuno dei due può dire di seguirlo dovunque va, perché il primo non può seguire nel suo candore l’Agnello senza macchia, né il secondo si degna di scendere alla mansuetudine del medesimo Agnello che restò muto non solo davanti ai tosatori, ma ai suoi uccisori.
Ma felice Maria, cui non mancò né l’umiltà, né la verginità. E una verginità singolare, a cui la maternità non portò offesa, ma onore; e pure una umiltà speciale che non fu tolta, ma elevata dalla verginità feconda; una fecondità del tutto incomparabile, accompagnata dalla verginità e dall’umiltà. Quale di tutte queste cose non è meravigliosa? Quale non incomparabile? Quale non singolare? Farebbe meravigliare se tu non esitassi nell’esprimere il tuo pensiero, se cioè stimi più degna di ammirazione la stupenda fecondità in una vergine, o l’integrità in una madre, o la sublimità della Prole, o l’umiltà in una persona così eccelsa. Ma senza dubbio alle singole qualità è da preferirsi l’insieme di tutte, ed è incomparabilmente più bello e più felice il considerarle tutte riunite nella medesima persona di Maria. Venerate dunque, o coniugi, l’integrità in una carne corruttibile; ammirate anche voi, sacre vergini, la fecondità nella vergine; imitate, uomini tutti, l’umiltà della Madre di Dio. Onorate, Angeli santi, la Madre del vostro Re, voi che adorate la Prole della nostra Vergine, che è nostro e vostro Re, riparatore del nostro genere umano, restauratore della vostra città. A Lui, così sublime tra di voi, fattosi così umile tra noi, salga da voi e da noi la riverenza.