Il Santo è un inno, un canto e un grido di proclamazione, persino un fragore di ali secondo Ezechiele. È il canto vigoroso e potente innalzato dalle schiere celesti che invitano la comunità terrestre ad unirsi al coro incessante della lode al Signore di tutte le cose. Le parole del Santo, così come quelle dell’Alleluia, non si recitano, ma si possono solo cantare.
L’inno del Santo è cantato dall’assemblea e dal celebrante all’interno della preghiera eucaristica, al termine del prefazio. Trae origine nella preghiera di Israele ed è uno dei più antichi canti cristiani, risalente al II secolo circa. Esso celebra la santità di Dio nella maniera più perfetta: adoperando il superlativo, dicendo cioè per tre volte di seguito che Dio è veramente santo. Da qui il titolo Sanctus, parola latina ripetuta tre volte, o Trisagio, tre volte aghios, tre volte santo.
Il Testo del Canto
Il testo del Santo è profondamente radicato nelle Sacre Scritture e si articola in espressioni di lode e acclamazione:
Santo Santo Santo il Signore Dio dell’universo
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria
Osanna osanna nell’alto dei cieli dei cieli
Benedetto colui che viene nel nome del Signore
Benedetto colui che viene nel nome del Signore
Osanna osanna nell’alto dei cieli dei cieli
Spiegazione e Origini Bibliche del Canto
Il Santo si compone di due parti principali: il Sanctus e il Benedictus, ciascuna con le sue specifiche radici bibliche e significato teologico.
Il "Sanctus": Santità Divina e Visioni Profetiche
La prima parte, il Sanctus, è costituita dalle parole dell’inno dei serafini, udito nel tempio di Gerusalemme dal profeta Isaia 6,3 nella visione inaugurale del suo ministero, dove descrive il trono di Dio circondato dai serafini a sei ali. Questa frase riprende alla lettera Isaia 6,3: «L’uno gridava all’altro e diceva: Santo, santo, santo è il Signore-YHWH delle schiere. Tutta la terra è piena della sua gloria».
La stessa ispirazione si ritrova in Apocalisse 4,8, nella visione di Giovanni evangelista: «E le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano coperte di occhi tutt’intorno e di dentro, e non cessavano mai di ripetere giorno e notte: Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene».
La triplice ripetizione di "Santo" (Trisaghion) vale a dire «Santissimo», un superlativo che la lingua ebraica non possiede e che riesce ad esprimere solo ripetendo tre volte l’aggettivo, considerato un numero perfetto. L'espressione «Dio dell’universo» traduce il «Signore degli eserciti» isaiano (Yahwé sabaoth), ossia il Signore delle schiere armate (quelle del suo popolo e quelle celesti, gli angeli). Con questa espressione si vuole indicare il dominio di Dio su tutto l’universo, non tanto come quello di un generale dell’esercito, ma di un Padre buono e provvidente. Questa prima parte è stata introdotta nella liturgia alla fine del IV secolo.

Il "Benedictus": Acclamazione Messianica e Invocazione di Salvezza
La seconda parte, il Benedictus, è costituita dalle parole del vangelo secondo Matteo 21,9: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli», nel contesto del racconto dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme la domenica delle palme. Questa parte si riferisce anche al Salmo 118,26-27: «O Signore-YHWH, dacci la salvezza (hoshi῾a na), Signore-YHWH, facci prosperare! Benedetto colui che viene nel nome del Signore-YHWH», che era recitato durante la festa ebraica delle capanne. Risuonano in questa seconda parte anche le parole di Ezechiele 3,12: «Allora uno spirito mi sollevò e dietro a me udii un grande fragore: Benedetta la gloria del Signore dal luogo della sua dimora».
Il termine Osanna (dall’ebraico hoshiana - “salvaci”) è una doppia espressione: è giubilo e invocazione insieme. È la voce del popolo che accoglie il Messia a Gerusalemme. Hoshi῾a na era un’invocazione ripetuta così frequentemente che venne abbreviata in hosanna. Il termine, normalmente tradotto con "salvami, Signore" (in greco hosannà), è un adattamento dell’ebraico hoshi῾a na, letteralmente: “salva, orsù” oppure “salva, di grazia”. Deriva dalla radice verbale ysh‛, “salvare, sanare, liberare, soccorrere”, radice costitutiva del nome stesso di Gesù - Yeshua‛ (contrazione di Yehoshua‛) - che significa appunto “il Signore sana-salva”. Con l’ingresso in Gerusalemme, nel grido dell’osanna, Gesù viene veramente riconosciuto Gesù. Osanna, l’antico grido rivolto a un re di carne e sangue, si trasforma nel vangelo in invocazione messianica, nel grido di richiesta della salvezza del Messia, Gesù. Questa seconda parte è attestata nel rito della Messa romana solo nel VII secolo.

Aspetti Teologici e Liturgici
Questa affermazione della santità di Dio è teologicamente densissima: tutta la creazione riflette la gloria di Dio. Il mondo diventa tempio cosmico, altare universale, come nella visione dei Salmi e del profeta Isaia. Con l’acclamazione del Santo, che addirittura costituisce un rito a sé stante all’interno della Preghiera eucaristica e funge da ponte tra il Prefazio (di cui ne costituisce il culmine) e la discesa dello Spirito Santo (epiclesi), tutto il Popolo di Dio (in terra e in Paradiso!) loda la Santissima Trinità per l’opera della salvezza compiuta, realizzata in Cristo.
Sì, al canto del Trisaghion o Epinikion (canto di vittoria), Cielo e terra si incontrano e si spalancano l’uno all’altro; Chiesa celeste e Chiesa terrestre celebrano l’unica Liturgia! «Nella liturgia terrena - ci insegna infatti il Concilio - noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste, che viene celebrata nella santa Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini» (Sacrosanctum Concilium, 8). Quel Cristo che venne da Betlemme fino a Gerusalemme, ora sta per venire anche sull’altare e un giorno verrà nella gloria, come canta la Chiesa celeste: «Santo, santo, santo, il Signore Dio, l’Onnipotente».
Che cos'è la liturgia?
Il "Santo di Bonfitto": Un Esempio Musicale e Didattico
Il Santo di Bonfitto è un canto che, nella sua semplicità, educa alla liturgia: non solo invita a cantare, ma insegna a contemplare, ad accogliere la presenza viva di Dio nella celebrazione. La tonalità di MI maggiore, con progressioni armoniche semplici e solenni (MI - DO#m - FA#m - SI), rende questo canto fortemente lirico e maestoso. L’uso insistito dell’“Osanna” in forma cantilenante crea un senso di elevazione spirituale, adatto a favorire il raccoglimento e la partecipazione corale.
L'Importanza della Partecipazione Corale
L'acclamazione del Santo ha la sua origine biblica nel canto dei serafini durante la visione che Isaia ebbe nel tempio: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria» (Is 6,3). Questa affermazione è teologicamente densissima: tutta la creazione riflette la gloria di Dio. A volte capita che in certe Messe il coro intoni un Santo così complicato che è difficile per l'assemblea parteciparvi; d'altro canto, si incontrano anche assemblee mute al “solito” Santo. La vera celebrazione dovrebbe favorire l'unità e la partecipazione piena, attiva e consapevole, affinché non vi siano muri tra Cielo e terra nelle nostre Liturgie.