La Divina Liturgia: Significato, Rito e Tradizione Orientale

La Divina Liturgia, la celebrazione eucaristica delle Chiese di rito orientale, equivale nel valore e nel significato alla celebrazione della Santa Messa nel rito latino. Rappresenta uno dei riti con cui la Chiesa Cattolica celebra la Santa Messa, affiancandosi al rito romano e al rito ambrosiano.

La “forma” della celebrazione bizantina è molto diversa da quella latina: è interamente cantata e intervallata in tre momenti diversi dalle preghiere litaniche. La sua solennità e cadenza sottolineano, per esempio nel momento dell’offerta eucaristica, il distacco dalle cose di questo mondo. Prevede sempre una preghiera espressamente dedicata alla Madre di Dio prima del Padre nostro, e un momento iniziale di circa 10 minuti in cui i celebranti preparano le offerte che verranno poi consacrate. Per tutte queste caratteristiche, la celebrazione non dura meno di un’ora e mezza.

È proprio l’incontro con una spiritualità diversa, che tende a coinvolgere tutta la persona e in cui ogni cuore è chiamato a partecipare all’essenza dell’Essere. La Divina Liturgia, forse proprio per queste sue particolarità, viene chiamata “il cielo sulla terra” che si abbassa su di noi perché noi possiamo elevarci al cielo.

Icona della Divina Liturgia con Cristo Pantocratore e i Santi Padri

Le Origini e la Diffusione del Rito Bizantino

Il rito bizantino, derivato dalle usanze liturgiche già attestate ad Antiochia nel IV secolo, si sviluppò a Costantinopoli (Bisanzio) sotto il duplice influsso delle basiliche imperiali e dei monasteri, fino a definirsi nel X secolo. Dal patriarcato di Costantinopoli si diffuse in tutte le province ecclesiastiche dipendenti in origine da tale patriarcato, come Anatolia, Balcani, Ucraina e Russia. Dal IX secolo, sostituì i riti preesistenti nei patriarcati ortodossi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.

In tutte queste regioni, pur con piccole varianti locali, vi è una grande uniformità liturgica. La differenza più sensibile, ma puramente formale, è quella della lingua. La lingua originaria è il greco antico, ma già da epoca remota è in uso il georgiano e, nei paesi slavi, dal IX secolo lo slavo antico (staraslavo).

San Giovanni Crisostomo e la sua Liturgia

Fu proprio durante l’episcopato di San Giovanni Crisostomo che Bisanzio iniziò a diventare un punto di riferimento per la forma liturgica orientale. San Giovanni Crisostomo (Antiochia di Siria, 344/354 - Comana Pontica, 14 settembre 407), fu arcivescovo di Costantinopoli ed è noto per le sue potenti omelie, la sua capacità oratoria, la denuncia degli abusi commessi dai capi politici ed ecclesiastici del suo tempo e le sue pratiche ascetiche. Il suo zelo e rigore furono causa di forti opposizioni, costringendolo a un doppio esilio durante il quale morì. Grazie alle sue doti retoriche gli fu dato il soprannome di Crisostomo (in greco: "bocca d'oro"). Come filosofo e teologo, Giovanni riecheggia e trasferisce efficacemente nell’omiletica i temi della tradizione patristica greca e soprattutto della scuola antiochena.

La Liturgia di San Giovanni Crisostomo è il formulario consueto della Messa (detta in Oriente “Liturgia”) attribuito a questo santo. Vi è anche un altro formulario, identico quanto allo schema ma con le preghiere sacerdotali più lunghe, attribuito a San Basilio Magno.

All’epoca di San Giovanni Crisostomo, la Liturgia iniziava con l’ingresso del vescovo nel tempio e il dono della pace al popolo, come testimonia il suo stesso detto: “Il padre (vescovo), entrando qui (nel tempio), non sale sul suo seggio senza aver prima augurato la pace a tutti!”. Il popolo ricambiava l’augurio ricevuto dicendo: “E allo Spirito tuo”. Seguivano tre letture bibliche: una presa dai profeti, una dagli scritti apostolici e una dai Vangeli. Dopo il congedo dei catecumeni, le porte della chiesa venivano chiuse. Era il momento delle preghiere dei fedeli, il Grande Ingresso e il bacio dell’amore. Seguiva l’Anafora, con il canto dell’Inno di Vittoria, le parole di Cristo, l’invocazione (Epiclesi) nello Spirito Santo. San Giovanni Crisostomo, come San Basilio, compilando la divina liturgia ha utilizzato antiche preghiere liturgiche, sebbene alcune preghiere siano state scritte da lui sin dall’inizio. Il cuore della liturgia è formato da una sequenza di orazioni che ci sono state tramandate fondamentalmente nella forma in cui le proferiva san Giovanni Crisostomo quando era vescovo a Costantinopoli.

La liturgia di San Giovanni Crisostomo nella sua forma odierna presenta aggiunte successive: l’inizio differente (VIII secolo), il Trisagio e il Simbolo di Fede (V secolo), l’inno "O Figlio unigenito" (Ho monoheghenes), l’inno cherubico e lo Zéon (VI secolo), oltre alla soppressione della lettura tratta dai libri profetici.

Il Rito Bizantino Slavo e i Santi Cirillo e Metodio

Il rito bizantino si diffuse presso le popolazioni slave nel IX secolo grazie ai santi Cirillo e Metodio, “apostoli degli Slavi”. Essi crearono un alfabeto, detto “glagolitico” e poi sviluppato nel “cirillico”, capace di esprimere la lingua slava, consentendo la nascita e il mantenimento di un’identità culturale slava in grado di unire la propria specificità con l’eredità della grande tradizione bizantina. Questo è un fatto significativo: infatti gli Slavi, come altre popolazioni, con l’accoglienza del Vangelo videro anche uno sviluppo fondamentale della propria identità culturale.

Significativo è il famoso racconto dell’adozione del rito bizantino in Russia: la delegazione inviata dal principe Vladimir nel 987 a Costantinopoli per “esaminare la fede greca” descrisse l’incontro avvenuto con espressioni che ne sottolinearono da subito la potente connotazione estetica. Riferirono i delegati: “giacché non sapevamo se fossimo in cielo o in terra. Poiché sulla terra non esiste splendore o una tale bellezza e noi siamo del tutto inadeguati a descriverli. Sappiamo solo che il Signore si ferma lì tra gli uomini e il loro servizio è più luminoso delle cerimonie delle altre nazioni.” Un'antica cronaca russa riporta questa meraviglia: “Siamo andati dai Greci che ci condussero là dove rendono il culto al loro Dio. E non sapevamo più se eravamo in cielo o sulla terra. Poiché sulla terra non vi è un tale spettacolo o una tale bellezza; noi siamo incapaci di esprimerlo. Ma sappiamo soltanto che è là che Dio abita con gli uomini e che il loro culto supera quello degli altri paesi. No, non possiamo dimenticare questa bellezza, perché ogni uomo che ha gustato qualche cosa di dolce, in seguito non sopporta più l’amaro.”

Mappa della diffusione del cristianesimo di rito bizantino nei Balcani e in Russia

Elementi Liturgici e Oggetti Sacri

Il presbiterio (santuario) dove è collocato l’altare è separato dal resto della chiesa dall’iconostasi, una parete divisoria coperta di icone e fornita di tre porte. In alcune chiese, due leggii rivolti verso i fedeli, su cui vengono appoggiate due icone (una del Salvatore e una della Madre di Dio), possono rappresentare l’iconostasi.

Dietro l’altare è posto un grande Crocifisso dipinto; i Russi vi aggiungono un’icona della Madre di Dio ed evitano di porre candele o lampade sulla mensa, preferendo un alto candelabro a sette braccia appoggiato a terra.

Oggetti Sacri sull'Altare e nella Protesi

Sull'altare si trovano diversi oggetti sacri:

  • L’antiminsio: corrisponde al corporale e alla pietra sacra; è un quadrato di seta o di lino, consacrato dal vescovo e contenente reliquie; porta stampata all’interno la scena del seppellimento di Gesù. Nelle pieghe dell’antiminsio si conserva una piccola spugna, che serve a tergere le dita dei sacerdoti e il disco dalle briciole del pane consacrato.
  • L’Artoforio (tabernacolo): generalmente una piccola urna dove si conserva il Santissimo.

La Protesi è una piccola mensa posta a sinistra dell’altare centrale, dove il sacerdote compie il rito della Proscomidia (preparazione delle offerte).

Infografica degli oggetti liturgici del rito bizantino: calice, disco, asterisco, lancia, cucchiaino, prosfora, antiminsio

Gli oggetti usati nella Protesi includono:

  • Il calice, piuttosto grande.
  • Il disco, che corrisponde alla patena, ma è più grande e profondo, spesso dotato di un piedistallo.
  • L’asterisco (stella), formato da due semicerchi di metallo incrociati e uniti nel mezzo da una vite, da cui pende o dove è incisa una stella. Simboleggia la stella dei Magi.
  • La lancia, con la quale si taglia il pane da porre sul disco.
  • Il cucchiaino, serve per la Santa Comunione ai fedeli. Simboleggia le molle con cui il Serafino prese il carbone ardente e toccò le labbra di Isaia (Is. 6, 6).
  • La prosfora o pane per la messa: è pane comune fermentato, che porta un’impronta quadrata con una croce e le sigle IC XC NI KA, cioè: Gesù Cristo vince! La parte delimitata da quest’impronta, tagliata durante il rito della preparazione e collocata sul disco, corrisponde all’Ostia della Messa latina. Altre quattro prosfore servono per estrarne delle particelle in memoria della Madonna, dei Santi, dei vivi e dei morti.

Vestimenti Liturgici

Tra i vestimenti liturgici si distinguono:

  • L’Orario: è la stola del diacono, una lunga striscia ornata di croci, appuntata sulla spalla sinistra.
  • Il Felonio: corrisponde alla pianeta. I Greci hanno conservato la forma originale: a campana, quale era in uso presso i Latini fino al IX secolo. In molti paesi il Felonio è più corto sul davanti.

Gestualità e Pratiche Liturgiche

Nella Divina Liturgia, la gestualità assume un significato profondo:

  1. Benedizione: Nel benedire, il sacerdote tiene il pollice appoggiato sull’anulare, l’indice teso e le altre due dita leggermente inclinate.
  2. Il Segno della Croce: viene fatto con tre dita riunite (pollice, indice e medio) per significare la Trinità e l’unità di Dio.
  3. L’inchino (metania): accompagnato dal segno di croce, è un segno frequente di riverenza e di penitenza. Sostituisce anche la genuflessione latina. La metania grande, che si fa inginocchiandosi e toccando terra con la fronte, è riservata alla Quaresima e ai giorni di penitenza.
  4. La Santa Comunione: è distribuita ai fedeli sotto le due specie mediante un cucchiaino, con cui si prende dal calice la particella di pane consacrato imbevuta nel vino consacrato. I fedeli che si comunicano si presentano in fila in piedi, davanti al sacerdote, che resta fermo nel mezzo.

I sacerdoti della parrocchia possono naturalmente partecipare alla celebrazione. Se lo desiderano possono seguire dai posti accanto all’altare vestendo camice e stola; al momento della comunione verranno invitati dai celebranti ad accostarsi all’altare per ricevere insieme la comunione. Altre modalità di concelebrazione possono essere concordate con i celebranti nei momenti immediatamente precedenti l’inizio della celebrazione.

Foto di sacerdoti ortodossi che distribuiscono la Comunione sotto le due specie con il cucchiaino

Struttura della Divina Liturgia

La forma normale di celebrazione comporta la presenza del diacono. Il sacerdote, ritto davanti all’altare, pronuncia a bassa voce le preghiere sacerdotali, mentre il diacono, stando fuori dall’iconostasi, canta la corrispondente litania, a cui il popolo o il coro risponde con le consuete invocazioni (Signore, pietà; concedi o Signore, ecc.). Terminata la litania, il Sacerdote conclude cantando una lode alla Trinità (dossologia trinitaria), a cui il popolo risponde “Amen”. Questo schema si ripete dieci volte in diversi punti della Liturgia e si presta molto a far pregare il popolo. Gli inservienti non devono che portare le candele nelle due piccole processioni (ingressi) e tenere pronto l’incensiere.

Dopo le preghiere stabilite e la vestizione, il sacerdote si reca all’altare della Protesi e prepara i santi doni (il pane e il vino). All’altare, tre preghiere sacerdotali, accompagnate da tre litanie, si alternano con tre antifone, che rappresentano l’attesa del Vangelo nel Vecchio Testamento. L'azione liturgica incomincia dopo la litania dei catecumeni, quando il sacerdote spiega l’antiminsio, o, praticamente, si può far incominciare al Grande Ingresso.

Il sacerdote e il diacono portano processionalmente all’altare il disco e il calice, mentre il coro canta l’inno dei cherubini, che corrisponde al canto detto dai latini “offertorio”. Questo momento simboleggia l’ingresso nel mondo di Gesù vittima e sacerdote. Quello che segue è simile a quanto avviene nella liturgia latina e in tutte le liturgie: Sursum corda, Prefazio, Sanctus, Consacrazione (le parole della Consacrazione vengono cantate), Epiclesi ed Anamnesi. A questo punto si ricordano i vivi e i morti. Una litania precede il Pater Noster. Segue la Comunione, il ringraziamento e la benedizione.

La Teologia della Divina Liturgia: Cristo il Vero Celebrante

Il vero celebrante della Divina Liturgia è Cristo stesso: Colui che ha celebrato l’Eucaristia “durante quella cena anche oggi opera lo stesso miracolo. Noi abbiamo l’ordine di ministri, ma è lui che santifica e trasforma le offerte”. Il sacerdote, come spiega San Gregorio il Teologo, si trova in compagnia degli angeli, glorifica Dio con gli arcangeli, eleva i sacrifici all’altare dal cielo, officia con Cristo.

San Gregorio prosegue: “Io so di chi siamo ministri, dove ci troviamo e dove ci dirigiamo”. Il sacerdote è sulla terra e si spinge nel cielo, sta tra terra e il cielo, tra l’uomo e Dio: “Il sacerdote sta in mezzo tra Dio e la natura umana, facendo scendere verso di noi i benefici che provengono di lì e innalzando fino a lì le suppliche che nascono da noi”. La celebrazione della Divina Liturgia pone il celebrante nel cielo: “Il trono del sacerdote è situato nei cieli”, scrive San Giovanni Crisostomo. Egli si domanda: “quando il sacerdote invoca lo Spirito Santo e compie il sacrificio tanto terribile ed è a contatto continuamente col comune Signore di tutte le cose, dimmi, in quale ordine lo porremmo? Quale purezza e quale pietà non cercheremo da lui?”. Davanti all’altare, San Giovanni Crisostomo viveva il mistero dell’Amore di Dio, accogliendo dal cielo l’Amore divino che donava ai suoi figli sulla terra.

Manuel Nin Güell OSB: La liturgia divina nella tradizione bizantina - Simposio teologico 2021

Bellezza, Canto e Valore Ecumenico

San Giovanni Paolo II richiama la partecipazione alla Divina Liturgia come esperienza di bellezza e di verità. La preghiera liturgica in Oriente mostra una grande attitudine a coinvolgere la persona umana nella sua totalità: il mistero è cantato nella sublimità dei suoi contenuti, ma anche nel calore dei sentimenti che suscita nel cuore dell’umanità salvata. Nell’azione sacra, anche la corporeità è convocata alla lode e la bellezza, che in Oriente è uno dei nomi più cari per esprimere la divina armonia e il modello dell’umanità trasfigurata [cfr. Clemente di Alessandria, Il Pedagogo, III,1,1], si mostra ovunque: nelle forme del tempio, nei suoni, nei colori, nelle luci, nei profumi. Il tempo prolungato delle celebrazioni e la ripetuta invocazione esprimono un progressivo immedesimarsi nel mistero celebrato con tutta la persona.

La bellezza liturgica deve essere il riflesso della Gloria divina che si rivela: l’orante liturgico entra in comunione intima d’amore con il nostro Dio tre volte Santo, vicino e arrivabile, in Cristo fatto carne della nostra umana natura. Canto e musica, quindi, non per “sacra” distanza ma per “santa” partecipazione a un Mistero che celebra il Dio-con-noi.

Nel contesto liturgico, il musicale non è solo trasferimento d’informazioni, ma comunicazione affettiva capace di suscitare dei legami attraverso il tono della voce, l’incontro degli sguardi, i gesti espressivi, il modulare dei comportamenti. Tutto deve rivelare quanto sta per avvenire nella santità sacramentale. Chi esercita il ministero artistico all’interno della Liturgia esprime il santo Mistero che in quel momento si rivela e si dona. La materia lavorata dall’artista liturgico deve mettere in comunione, non con la sola materia, ma con l’ineffabile divino attraverso le recondite sfumature dell’esperienza spirituale vissuta nel faticoso pellegrinaggio dell’operare artistico. La storia ci istruisce che la Chiesa, per avere musica liturgica si è sempre rivolta ai musicisti.

Nella Liturgia, la bellezza non è soltanto una decorazione aggiunta alla fede, ma l’espressione della trasformazione dell’uomo che vive con entusiasmo la sublime esperienza dell’ineffabilità di Dio.

Canti Liturgici nella Tradizione Bizantina

Il canto è una componente essenziale della Divina Liturgia. Tra i molti inni e canti, alcuni esempi sono:

  • O E BUKURA MORE: un canto tradizionale Arbëresh che esprime la nostalgia per la Morea (Peloponneso), terra d’origine abbandonata dagli Albanesi durante le migrazioni del XV secolo. Il brano racconta il dolore dell’esilio, il legame profondo con la patria perduta e il desiderio di ritorno, diventando simbolo di memoria e identità culturale.
  • APOLYTIKION di San Nicola di Myra: un canto liturgico caratterizzato da una melodia austera e meditativa, tipica del canto bizantino.
  • KONTAKION dell’Annunciazione a Maria “TI IPERMACHO”: un antico inno dedicato alla Madre di Dio (THEOTOKOS).
  • IS AGHIOS: un canto liturgico bizantino che proclama la Santità di Dio.
  • KINONIKON della Pasqua “SOMA CHRISTU”: un canto liturgico di tradizione bizantina legato al momento della Santa Comunione.
  • AGHIOS AGHIOS, AGHIOS (EPINIKIOS YMNOS - Inno di Vittoria): Durante l’Anafora (Divina Liturgia), il popolo risponde al celebrante unendosi al canto degli angeli. È il riconoscimento della Maestà Divina che unisce la Liturgia terrestre a quella celeste.
  • ESIMIOTHI EF’IMAS (KINONIKON dell’Esaltazione della Croce): Il testo è tratto dal Salmo 4,7.
  • TU DHIPNU SU TU MISTIKU: una confessione di fede e umiltà, recitata dai fedeli come preghiera preparatoria, prima di accostarsi all’Eucarestia. Viene anche usato come inno di comunione.

Manuel Nin Güell OSB: La liturgia divina nella tradizione bizantina - Simposio teologico 2021

La Divina Liturgia e l'Impegno Ecumenico

Diversi richiami all’unità sono nati all’interno della Chiesa Cattolica a partire dal Concilio Vaticano II. La celebrazione della Divina Liturgia, offerta ai fedeli come momento di conoscenza e di amore alla tradizione bizantino-slava, è uno dei gesti che il Concilio invita a riscoprire nel suo valore ecumenico e missionario: “caldamente si raccomanda che i cattolici con maggior frequenza accedano a queste ricchezze dei Padri orientali, che elevano tutto l’uomo alla contemplazione delle cose divine.”

San Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ut Unum Sint, ricorda: “Gesù stesso nell’ora della sua Passione ha pregato « perché tutti siano una sola cosa » (Gv 17, 21). Questa unità, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e nella quale egli vuole abbracciare tutti, non è un accessorio, ma sta al centro stesso della sua opera. Né essa equivale ad un attributo secondario della comunità dei suoi discepoli. Appartiene invece all’essere stesso di questa comunità. Dio vuole la Chiesa, perché egli vuole l’unità e nell’unità si esprime tutta la profondità della sua agape.”

La partecipazione a questo gesto consente di conoscere più da vicino la tradizione, la sensibilità della spiritualità cristiana orientale e quindi di cominciare ad amare questa tradizione come parte della grande tradizione cristiana da cui è nata l’Europa. La celebrazione della liturgia secondo il rito bizantino-slavo introduce al Mistero divino ed è di grande significato ecumenico. Riscoperta del tesoro comune della tradizione ecclesiale, è un gesto di memoria e di comunione con la Chiesa d'Oriente.

Per rispondere all’invito di San Giovanni Paolo II espresso nella Orientale Lumen: «conoscere la liturgia delle Chiese d'Oriente; approfondire la conoscenza delle tradizioni spirituali dei Padri e dei Dottori dell'Oriente cristiano; prendere esempio dalle Chiese d'Oriente per l'inculturazione del messaggio del Vangelo; combattere le tensioni fra Latini e Orientali e stimolare il dialogo fra Cattolici e Ortodossi», da alcuni anni in diverse basiliche e chiese la festa della Natività di Maria viene particolarmente solennizzata con la celebrazione della Divina Liturgia in uno dei riti orientali, come ad esempio nella Basilica di S. Maria Maggiore di Bergamo.

Iniziative e Ruolo di Russia Cristiana

La celebrazione di riti orientali è spesso frutto della collaborazione con enti dedicati, come la Fondazione Russia Cristiana di Seriate. Questa fondazione è stata istituita nel 1957 da padre Romano Scalfi con lo scopo di far conoscere in Occidente le ricchezze della tradizione spirituale, culturale e liturgica dell'ortodossia russa; di favorire il dialogo ecumenico attraverso il contatto fra esperienze vive; di contribuire alla presenza cristiana in Russia. Questi obiettivi sono stati perseguiti con strumenti diversi durante il regime sovietico, durante la perestrojka, e nel nuovo contesto sociale ed economico del post comunismo, segnato dai postumi dell'ateismo militante e dalle forti suggestioni del consumismo.

Negli anni, Russia Cristiana si è configurata secondo diversi ambiti: dal punto di vista ecclesiale è un’Associazione pubblica di fedeli; per l’attività culturale e scientifica è Fondazione Russia Cristiana. Il suo strumento editoriale è RC Edizioni “La Casa di Matriona”. Nel campo dell’iconografia ha dato vita all’Associazione “La Scuola di Seriate”.

Tra le espressioni creative di Russia Cristiana ha un posto rilevante il Coro che, grazie anche all'esperienza del prof. Ludwig Pikler del Collegio Russicum di Roma, studia e ripropone la tradizione del canto bizantino attraverso concerti e Divine Liturgie. Il Coro è disponibile per concerti di musica russa sacra e popolare, e in particolare ha allestito un’interessante presentazione delle icone attraverso il commento di canti liturgici bizantini. Il Coro ha inoltre inciso due edizioni della Divina Liturgia con armonizzazioni di Pikler e di Grečaninov.

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