Innanzitutto, ci si deve porre due domande fondamentali: chi era esattamente San Giacinto e perché un santo così imponente, sebbene prevalentemente attivo in regioni lontane dall'Italia e per questo motivo non particolarmente noto o venerato nella penisola, fu eletto patrono di un piccolo borgo come Ovada sul finire del 1500? Una recente pubblicazione curata dalla S.A.S.T.E. di Cuneo, frutto di un'accurata ricerca storica e documentaria dell'Avv. Emilio Ferrua Magliani, offre risposte esaustive alla prima domanda, arricchendo e completando le scarne biografie e agiografie di San Giacinto pubblicate in Italia in passato e più recentemente. Inoltre, con argomentazioni sagaci e pertinenti, essa aiuta a chiarire le ragioni di questa scelta operata dal popolo ovadese in quei tempi remoti.

La Vita di Giovanni Odrowąż: Da Studente a Missionario Domenicano
Giovanni, in polacco moderno Jacek, e più tardi conosciuto come Giacinto, della nobile famiglia degli Odrowąż, nacque nel 1185 a Saxse, vicino a Breslavia sull'Oder, in Polonia, nel castello che rappresentava l'antica dimora della sua casata. Sebbene alcune fonti suggeriscano Kamień Śląski, nelle vicinanze di Opole in Slesia, come luogo di nascita, l'origine nobile è certa. Non nacque con il nome di Giacinto, ma con quello di Giovanni, la cui pronuncia polacca venne successivamente latinizzata nel poetico nome floreale, Hyacinthus. È importante notare che l'affermazione dei biografi barocchi, secondo cui il santo sarebbe stato fratello dei beati Ceslao e Bronislava, è priva di fondamento; di lui si conosce solo un fratello uterino, di nome Giacomo.
Indirizzato alla vita ecclesiastica, compì i suoi studi prima a Praga e poi a Bologna, dove studiò diritto e teologia. Fu ordinato sacerdote dal Vescovo di Cracovia, che lo insignì anche del titolo di canonico di quella Cattedrale. Nel 1218 o 1221, giunto a Roma al seguito dello zio, il Vescovo Ivone di Konski (o Iwon Odrowaz), incontrò il Patriarca San Domenico di Guzmán. L'incontro lo pervase di tale zelo e fervore da spingerlo ad abbracciare la rigorosa regola domenicana. La sua preparazione teologica e filosofica era già così avanzata che, dopo appena sei mesi di noviziato nella basilica di Santa Sabina, ricevette dalle mani stesse del santo l'abito bianco e nero dei frati predicatori. La cerimonia della vestizione di San Giacinto è immortalata da un pregevole affresco dello Zuccari nella stessa chiesa patriarcale di Santa Sabina a Roma.
L'Apostolato Missionario e i Prodigi
Dopo il noviziato, probabilmente a Bologna, e dopo il secondo capitolo generale dell'Ordine tenutosi lì nel maggio 1221, San Domenico lo inviò in patria con il compagno fra Enrico di Moravia. Il suo compito era duplice: propagare e rafforzare l'Ordine con l'ammissione di nuovi membri e dedicarsi all'evangelizzazione dei pagani della Prussia, un obiettivo molto caro a San Domenico. Le sue peregrinazioni furono lunghe e faticose, toccando il Palatinato di Sandomiria, la Massovia, la Prussia Reale, la Norvegia, la Russia, la Moscovia, la Danimarca, la Tartaria, la Lituania e forse persino il leggendario Katai. I re, i principi e gli innumerevoli potentati di queste terre remote desideravano averlo come consigliere, compagno e amico. Moltissimi, lasciate le loro ricchezze e gli agi, vestirono l'umile abito di lana bianco e nero di San Domenico per seguirne l'esempio. Per la vastità delle sue peregrinazioni nell'Europa orientale e in Asia, il già citato Bargellini paragona San Giacinto a figure come Marco Polo e Giovanni da Pian del Carpine, con la significativa differenza che egli non riportò ricchezze o conquiste mercantili, ma solo segreti frutti spirituali, indelebilmente iscritti nel libro dell'eternità.
I miracoli da lui compiuti furono numerosi e così prodigiosi che, come afferma la Di Flavigny nella sua opera S. Hyacinte et ses compagnons, nessun altro santo ne fece di più, salvo forse San Vincenzo Ferreri, anch'egli domenicano. Tra i più celebri, la leggenda narra che durante l'attacco dei Tartari a Kiev, mentre fuggiva con l'ostensorio, fu richiamato da Maria per prendere con sé anche la sua statua. Un altro racconto riferisce che avrebbe camminato sull'acqua per attraversare un fiume durante una delle sue missioni, un episodio che sottolinea la sua fede incrollabile e la sua capacità di superare gli ostacoli attraverso la preghiera.
In diretta dalla chiesa di San Giacinto
La Morte
Già settantenne, stanco e consunto dalle fatiche, nel 1257 fece ritorno al suo convento di Cracovia. Qui, il 15 agosto 1257, spirò serenamente ai piedi dell'altare, mormorando in coro con i suoi frati i versetti dell'Uffizio dell'Assunta, di cui ricorreva in quel giorno la festa: "Nunc dimittis servum tuum in pace".
Il Percorso verso la Canonizzazione
Il culto di questo grande apostolo della fede si manifestò immediatamente. La sua tomba, nella chiesa domenicana di Cracovia, divenne subito meta di devoti pellegrinaggi da parte di malati e bisognosi d'aiuto. I lavoratori polacchi lo elessero a loro patrono, e persino il grande re Sobieski, prima di marciare contro i Turchi sotto le mura di Vienna, volle recitare il rosario e servire devotamente la Messa sulla tomba del Santo.
Le Prime Fasi e i Ritardi
Già undici anni dopo la sua morte, i Domenicani istituirono una commissione per interrogare i miracolati e i testimoni, registrando per iscritto con rigorosa esattezza gli avvenimenti più straordinari. Questo lavoro, particolarmente intenso dal 1268 al 1290, culminò con la pubblicazione di un elenco ufficiale di quarantotto miracoli nel 1290. Nonostante ciò, circostanze avverse e impedimenti ritardarono il processo di canonizzazione più del previsto, sebbene la Santa Sede avesse già concesso a tutte le chiese di Polonia la straordinaria autorizzazione a commemorarne la morte. Pur non essendo ancora canonizzato, Giacinto riceveva una devozione riservata ai Santi e tutta la Polonia celebrava ogni anno la sua festività.
Gli sforzi ripresero solo alla fine del XV secolo e il processo ebbe formalmente inizio nel 1521. La commissione nominata dal papa lavorò a Cracovia tra il 1523 e il 1524. Nel 1527, Papa Clemente VII permise ai Domenicani polacchi di commemorare nel Breviario e nella Messa il giorno della morte di Giacinto, una concessione che fu estesa a tutte le chiese di Polonia nel 1530. Tuttavia, gli Atti del processo andarono smarriti durante il sacco di Roma del 1527, rendendo possibile la ripresa del processo solo dopo il loro ritrovamento nel 1580.
La Canonizzazione Definitiva
Solamente trecento anni dopo la sua morte, grazie alle pressioni del Re Sigismondo III Vasa e dell'intera chiesa polacca, Papa Clemente VIII lo proclamò santo in forma solenne il 17 aprile 1594, nella Domenica in Albis. L'inizio del processo aveva già dato avvio alla redazione di inni e Uffici in onore di Giacinto, intesi a raccontare e illustrare la sua vita, che divennero ancora più numerosi con il ritrovamento delle sue reliquie (1543) e la costruzione di una cappella. Il culto si sviluppò ulteriormente dopo la canonizzazione, favorito dalle monarchie cattoliche desiderose di mantenere buoni rapporti con il re di Polonia e da molti conventi che rivendicavano Giacinto come loro fondatore. Dal 1612, anche una provincia dell'Ordine, composta dai conventi della parte orientale della Polonia, prese il nome di "Provincia S. Hyacinthi".
Iconografia e Celebrazioni
Nell'iconografia, Giacinto appare vestito dell'abito domenicano e porta in una mano l'ostensorio e nell'altra una statua della Madonna. La sua festa ricorre il 15 agosto, anche se in passato era dapprima celebrata il 16 agosto, ma poi San Pio X la spostò al 17, data in cui è ancora ricordato dall'Ordine Domenicano.

San Giacinto Patrono di Ovada: Una Storia di Devozione
La diffusione della devozione a San Giacinto ad Ovada fu opera dei Domenicani. Questi frati predicatori erano presenti nel borgo da oltre un secolo, possedendo una chiesa e un fiorente convento con annesse scuole. Tale convento dipendeva dalla Congregazione dell'Osservanza e, pertanto, non era soggetto alle normali obbedienze provinciali liguri, lombarde o piemontesi.
Il Contesto Religioso e il Ruolo dei Domenicani
Nell'epoca storica in questione (fine del XVI secolo), le condizioni della religione cattolica, delle sue pratiche e del clero erano, generalmente, piuttosto difficili. Moltissimi cattolici, per ignoranza o apatia, avevano una scarsa conoscenza della vera fede, mentre il movimento protestante incideva sulla religiosità popolare con infiltrazioni in tutti i ceti sociali. Le chiese erano spesso disadorne, la predicazione scarsa, la maggior parte del clero poco colta e alquanto corrotta, l'insegnamento della dottrina cristiana deficitario e l'amministrazione dei sacramenti irregolare, lasciando ampio spazio alla superstizione. I Domenicani, impegnati a rinsaldare la fede nelle popolazioni e a formare una particolare sensibilità verso la correttezza devozionale cattolica, cercavano di rinnovare questi sentimenti con una vasta penetrazione pastorale, specialmente nelle campagne e nei piccoli centri. Con la loro predicazione, diffusero un nuovo tipo di religiosità emotiva, fantasiosa e sognante, in cui si proiettavano tutti i bisogni e le aspirazioni dei singoli, come si constata, appunto, nel culto dei Santi. Questi predicatori si irradiavano dai loro conventi nelle campagne, sui monti e nelle valli, svolgendo un ruolo di primaria importanza per la formazione di una sensibilità religiosa tra le popolazioni. Ad Ovada, attivi nel ministero pastorale e nelle scuole, avevano già magnificato le gesta di un altro loro grande confratello: San Vincenzo Ferreri, canonizzato nel 1455, e nella loro chiesa avevano eretto un altare in suo onore. Nel frattempo, la devozione per l'apostolo domenicano della Polonia, Giacinto, si diffondeva ampiamente, favorita dalla predicazione e intensificata laddove i frati avevano un convento.
L'Elezione a Patrono di Ovada
Quando Clemente VIII elevò Giacinto agli onori degli altari, la Magnifica Comunità di Ovada, accogliendo l'invito dei Domenicani del convento locale, inviò i suoi rappresentanti a Roma per assistere alla solenne cerimonia di canonizzazione del 17 aprile 1594. In tale circostanza, i rappresentanti di Ovada fecero istanza al Papa affinché il nuovo santo fosse proclamato patrono del Borgo. La Comunità deliberò inoltre:
- di collocare nella sala maggiore del Consiglio l'immagine del Santo Patrono con sotto l'iscrizione "S. Hyacinthus Magnificae Communitatis Patronus";
- di intervenire, nel giorno della festa annuale, in forma ufficiale alle sacre funzioni nella chiesa di San Domenico;
- di partecipare alla solenne processione;
- di fare ogni anno un'offerta di ceri;
- di fissare in bilancio la somma di cento lire genovesi per la solennità patronale.
Fu in questa occasione che sullo stemma comunale fu aggiunta la stella ad otto punte, detta di San Domenico, privilegio concesso dall'Ordine Domenicano.
Gli Altari e le Tradizioni a Ovada
Per parte loro, i Domenicani eressero nella loro chiesa un altare al nuovo santo. È il primo che si trovava entrando, a sinistra, sotto la seconda arcata. La cappella, a differenza di tutte le altre, era adornata di stucchi (oggi non più presenti, anche a seguito dei lavori di riporto in vista dell'antica struttura effettuati dopo l'ultimo grave incendio). Al centro dell'arco frontale portava lo stemma di Ovada, ora scomparso, così come sono scomparse le pitture di cui si ha qualche traccia sotto l'attuale intonaco. Questa cappella era separata dalle altre laterali da un'elegante cancellata in ferro battuto con un cancello che ne chiudeva l'ingresso dalla navata centrale. L'altare era interamente in marmo, ma in seguito fu manomesso, e la cancellata scomparve, durante le varie vicissitudini a cui fu soggetta la chiesa dopo la partenza dei Domenicani nel 1810. Fu riattato con mezzi di fortuna dai Padri Scolopi che, nel 1827, erano succeduti ai Domenicani, e solo nel 1948 venne ricomposto nella forma attuale con un altare in marmo di stile e misura confacenti, proveniente da una vecchia chiesa di Genova distrutta dalle incursioni aeree. Il quadro che sovrasta l'altare risale al 1600; di autore ignoto, esso ricalca quasi fedelmente il famoso dipinto della pittrice Lavinia Fontana (1552-1614) che si trova a Roma nella patriarcale Basilica di Santa Sabina, persino nel cartiglio svolazzante che reca la scritta latina "Gaude fili Hyacinthe quia orationes tuae gratae sunt Filio meo.". In basso a destra si scorge una panoramica ben distinta dell'Ovada del tempo, con la scritta "Protector Wadae". Tutto ciò conferma che il quadro non può risalire oltre la prima metà del 1600 e che l'autore aveva visto, o conosceva, quello di Roma, a cui certamente si ispirò. L'opera, che versa in non buone condizioni di conservazione, meriterebbe un restauro.
Su questo altare aveva il patronato il Municipio. La festività si celebrava ogni anno il 17 agosto nella stessa chiesa domenicana, con la partecipazione del clero parrocchiale al completo e di tutta la Magnifica Comunità, che faceva le rituali offerte di ceri. Al termine della funzione, il popolo si attardava sulla piazza antistante per le attrattive dei pubblici divertimenti e per la fiera annuale, appositamente decretata dal Senato di Genova nel 1665 per la durata di ben dieci giorni. Non si svolgeva la processione in questa occasione; questa era invece consuetudine farsela dalla Parrocchia nel mese di maggio, in modo solennissimo, e si snodava per tutte le strade del vecchio borgo.
Quando fu terminata la costruzione della nuova parrocchiale, fu ritenuto giusto e doveroso che uno degli altari minori fosse dedicato a San Giacinto. Il pittore ovadese Tommaso Cereseto dipinse il quadro che rappresenta il Santo con gli altri compatroni della Città, San Sebastiano e San Rocco, adornati ai lati dalla Madonna. È da notare che attualmente ad Ovada c'è una certa confusione sui santi patroni: San Sebastiano è caduto in disuso, e San Rocco ha subito una sorte simile. Altri considerano San Paolo della Croce o San Giovanni Battista come patroni, pur non essendo formalmente designati come tali. L'altare della nuova parrocchiale fu inaugurato nel 1814 e il Municipio, che aveva largamente contribuito alla sua costruzione, vi trasferì il patronato da quello della chiesa di San Domenico, esercitandone i diritti e soddisfacendo agli obblighi fino all'anno 1882. Nel 1898, la Municipalità, con deliberazione consiliare del 10 settembre, rinunziò definitivamente al diritto municipale di patronato sull'altare parrocchiale di San Giacinto. Ancora oggi, sull'alto frontone di questo altare, che è il secondo a sinistra entrando, si legge, molto sbiadita, la scritta "Divis Patronis Civitatis Uvadae".
La Devozione Attuale
Nel secondo dopoguerra, verso gli anni Cinquanta, per iniziativa del parroco Mons. Fiorello Cavanna, furono sostituite due vetrate colorate absidali, distrutte dai bombardamenti aerei; una di esse raffigura il Santo nell'atto di attraversare un grande fiume russo. L'iconografia ovadese giacintiana era completata da un affresco murale posto sulla facciata esterna dell'antica sede comunale, nell'attuale Piazza Mazzini, sottostante lo stemma di Ovada. In questo affresco erano effigiati San Giacinto e un altro santo domenicano (forse San Vincenzo Ferreri), che pregavano ai piedi della Madonna. Questa pittura dovrebbe risalire ai primi anni del 1600, essendo stata restaurata nel 1763 come da annotazione ancora oggi visibile; purtroppo, oggi nulla resta più di tale affresco.
La venerazione per il Santo ad Ovada è stata sempre profondamente sentita e si è manifestata anche con la devota usanza di assegnare ai neonati il nome di Giacinto; infatti, nell'Ovadese si incontrano ancora oggi moltissime persone che portano questo nome che, di solito, viene dialettizzato con diminutivi femminili e maschili quali Centina, Centèin, Centulu, Centula, Centéina, Giaséintu, Giaséinta. La statua del santo è custodita presso l'Oratorio di San Giovanni Battista. Tuttavia, la processione non si svolge più da qualche decennio e, da diversi anni, non si celebra più la festa di San Giacinto il 17 agosto. Solo nel 1995 qualcuno si è ricordato di questo Santo e si è voluto celebrarne la ricorrenza spostandola al mese di ottobre. In concomitanza sono state organizzate mostre e conferenze e una solenne celebrazione nella Parrocchia officiata dagli attuali confratelli di San Giacinto, i Padri Domenicani, appositamente giunti dal Convento di Cracovia dove San Giacinto aveva vissuto. Fu, pare, la prima volta che Padri Domenicani ritornavano ad Ovada dopo il 1810. C'è la speranza che, dopo anni di oblio, San Giacinto torni a essere considerato e celebrato per quello che a tutti gli effetti è: il Patrono della Magnifica Comunità di Ovada.
tags: #canonizzazione #san #giacinto