Il concetto di "cammino" è profondamente radicato nella storia e nella spiritualità del popolo ebraico, rappresentando non solo spostamenti fisici, ma anche un percorso di crescita, fede e liberazione. Questo tema centrale viene esplorato e riproposto in vari contesti, inclusa l'animazione catechistica per preadolescenti, attraverso esperienze significative che riattualizzano la "memoria storica" dell'Esodo.
L'Esodo come Metafora del Percorso di Crescita Preadolescenziale
Una proposta di animazione catechistica esperienziale per preadolescenti, con una forte accentuazione sui "contenuti", pur inseriti in una globale esperienza vitale di riattualizzazione, recupera la dimensione della "memoria storica" degli Ebrei dell'Esodo. L'esperienza del preadolescente viene interpretata attorno alla categoria dell'«esodo», una categoria che esprime la molteplicità delle "uscite" e delle "entrate" che questi soggetti vivono sulla loro pelle, ma in solidarietà. Queste esperienze sono accompagnate dal fascino dell'avventura, del nuovo, del rischio, ma anche dalla paura e dall'insicurezza che spingono alla rinuncia del «grande sogno», poiché la preadolescenza è, per sua natura, un'età di esodo.
Questo approccio invita a riscoprire la centralità e la fecondità del «rito» nella vita dell'individuo e del gruppo, inclusi i preadolescenti, come elemento capace di connettere memoria e presente, azione e conoscenza, vita e significato celebrato nei linguaggi simbolici. Si riconosce che il viaggio, in quasi tutte le esperienze religiose, è interpretato attraverso riti o racconti, poiché riflette una parte del nostro sentire interiore ed esteriore e si presta a molteplici livelli di interpretazione.
Programma Formativo Estivo e Annuale
Un'esperienza formativa a sfondo vocazionale, nata circa sette anni fa e in continua crescita presso le opere salesiane della Liguria e della Toscana, impegna diversi momenti:
- L'estate: attraverso una "serie" di campi-scuola, distribuiti secondo l'età dei partecipanti. Si parla di Campi CCA (Campo Comunità Amicizia), CCR (Campo Comunità Ricerca) e CBA (Campo Base Animatori).
- Il corso dell'anno: con due iniziative:
- Gite mensili: I partecipanti al campo estivo si ritrovano per una giornata presso i centri giovanili/parrocchie/opere di provenienza per continuare l'itinerario formativo avviato nel campo e offrire momenti di animazione e festa con gli amici.
- Week-end: Proposte formative con passaggi graduali e progressivi attraverso campi-scuola caratterizzati da destinatari, obiettivi specifici e modalità di svolgimento diversi.
Dettagli della Scaletta Educativa
- CCA (Campo Comunità Amicizia): Riservato a ragazzi/ragazze di 12 e 13 anni (prima e seconda media).
- CCR (Campo Comunità Ricerca): Suddiviso in tre momenti:
- CCR 1: ragazzi/ragazze di 14 e 15 anni.
- CCR 2: ragazzi/ragazze di 15 e 16 anni.
- CCR 3: ragazzi/ragazze di 16 e 17 anni.
- CBA (Campo Base Animatori): Suddiviso in tre momenti (CBA 1, CBA 2, CBA 3), non legati all'età, ma al livello di "preparazione" nell'ambito dell'animazione. Questi campi sono riservati a ragazzi/ragazze dai 17 anni in poi che abbiano scelto di diventare "animatori nei gruppi" di preadolescenti o adolescenti.
L'attenzione principale in questo contesto è sul campo CCA, ma è fondamentale presentare il quadro complessivo, poiché queste esperienze sono legate e dipendenti l'una dall'altra e diventano produttive solo quando i partecipanti vivono l'intero itinerario formativo.
Requisiti per la Partecipazione ai Campi Estivi
Trattandosi di "campi-scuola" con obiettivi vocazionali inseriti in un progetto educativo più ampio, sono state considerate alcune situazioni concrete e la necessità di collegare le comunità locali:
- I campi CCA e CCR sono divisi per regioni (Toscana e Liguria hanno i propri campi).
- Solo i campi CBA sono comuni, per garantire una metodologia e motivazioni unitarie nell'animazione.
- Ogni campo estivo è strutturalmente "selettivo": ogni centro giovanile o parrocchia invia un numero limitato di ragazzi (massimo dieci), invitando a una scelta qualitativa basata sulle potenzialità individuate dagli animatori.
- I ragazzi partecipanti devono essere accompagnati e seguiti dal proprio animatore locale, per garantire continuità tra l'esperienza estiva e quella quotidiana durante l'anno.
- La provenienza dei ragazzi è varia, favorendo lo scambio di esperienze e la creazione di nuovi legami tra centri diversi, alimentando un senso di appartenenza a una comunità giovanile più vasta.
- Possono partecipare ragazzi e ragazze già attivamente inseriti in gruppi (o con il desiderio di farlo per il CCA). Il gruppo come luogo educativo è il criterio fondamentale dell'itinerario.
- La durata dei campi non supera una settimana, per non stancare e lasciare il desiderio di ritornare.
- I partecipanti al CCA sono ragazzi e ragazze di prima e seconda media (12-13 anni).
- Gli animatori devono essere almeno uno ogni 10 ragazzi.
DESTINAZIONE UMANA - Campi estivi per ragazzi e ragazze, una testimonianza
Obiettivi del Campo CCA: "Esodo"
Il titolo del CCA è «Esodo». Gli obiettivi sono creare il gusto dell'appartenenza al gruppo, sentito e compreso come un'occasione privilegiata per la propria formazione. Decidersi per il gruppo significa:
- Scoprire e valorizzare le proprie qualità.
- Capire la necessità e la gioia di metterle a servizio.
In questa età, i ragazzi, che spesso frequentano ancora il catechismo per la Cresima, vengono introdotti a passare dal gruppo di catechismo (spesso "subito" in vista del sacramento) al gruppo come ambiente ideale per incontrare amici, creare relazioni positive e soddisfare il bisogno di "fare".
Modalità di Svolgimento del CCA
- Incontri di riflessione.
- Lavoro a gruppi (approfondimento teorico e lavoro manuale).
- "Esperienze forti" (veglia, deserto, messa).
- Servizi comunitari (pulizie, falò, mensa, ecc.).
- "Riti" (gesti simbolici ricchi di vari elementi collocati in particolari momenti celebrativi).
Dimensione Religiosa: L'Esodo come Esperienza di Fede
La dimensione religiosa del CCA attinge dal titolo "Esodo". Elementi della spiritualità dell'esodo vengono fatti "vivere" affinché diventino atteggiamenti religiosi di chi partecipa alla vita di gruppo e condivide con gli altri. La dinamica del CCA scaturisce dalla preoccupazione per l'educazione religiosa dei ragazzi e dal desiderio di fare animazione catechistica. Non è un campo-scuola a finalità terapeutica, ma mira a far comprendere ai ragazzi che nell'esperienza di gruppo possono sperimentare e riconoscere il modo più congeniale e naturale di "essere chiesa", di "far parte di un popolo" che Dio si sta costruendo. Questa consapevolezza non è spontanea, ma è il risultato di esperienze concrete di appartenenza al gruppo e a una realtà comunitaria che va "oltre il gruppo" (fino alla "chiesa locale"), unita a momenti di riflessione e interiorizzazione, anche attraverso il confronto con la Scrittura e la storia della comunità cristiana.
Il campo CCA intende focalizzare il rapporto gruppo-chiesa, recuperando la dimensione "catechistica" e marcando quella "esistenziale" dei ragazzi. Si cerca di far gustare l'aspetto religioso come realtà che appartiene alla vita stessa del preadolescente, facendogli comprendere che è una dimensione quotidiana della sua esistenza da scoprire, non un surplus posticcio. I ragazzi sono stimolati a capire l'avventura storica e spirituale degli Ebrei quando lasciarono l'Egitto per incamminarsi verso la terra promessa. È un grande gioco in cui i ragazzi rivivono fasi e situazioni di quel lungo "viaggio" attraverso la ricostruzione di vestiti, linguaggio, coreografia, ambiente e usanze di vita, documentandosi sui libri della Scrittura (Esodo e Numeri).
Questa "ricostruzione" non è arbitraria, ma legata alla psicologia del preadolescente e alle sue esperienze di vita. I momenti caratteristici dell'Esodo sono riproposti in analogia con i momenti della crescita preadolescenziale. I ragazzi sono spinti a immaginare ciò che potevano sperimentare gli Ebrei invitati a "uscire" da un territorio disagevole ma conosciuto, per avventurarsi verso un paese nuovo che non conoscevano, ma legato alla memoria degli antenati e all'idea di libertà. Questa fortissima aspettativa li spinse a partire, a "lasciare" la vita che facevano, per affrontare il "rischio" di un cammino che li portava al cuore dei loro sogni. Tutto il CCA è la "storia" di questo viaggio, incentrato sull'esperienza ebraica del "camminare", dello "spostarsi lungo un sentiero", dell'"uscire da... per andare verso...". È il momento "dinamico" dell'Esodo, nei suoi eventi reali e nei suoi significati religiosi, che viene preso in particolare considerazione.
Il Viaggio come Esperienza Umana e Cristiana
Il viaggio è un'esperienza umana profonda, non solo poetica ma anche complessa, con "costi" e pericoli. È un modo per combattere la "malinconia" e il "novembre dell'anima". La riflessione sul viaggio ci porta a confrontarci con le nostre schiavitù e a chiederci: "Erano meglio le cipolle d'Egitto?". Questo è il punto di partenza per riflettere sul viaggio: riconoscere la schiavitù, il dolore, il conflitto da cui partire. La Bibbia è chiara: la schiavitù d'Egitto è il racconto fondante della storia di Israele, simboleggiando la "schiavitù originaria" o il peccato originale che segna ogni essere umano. Essa rappresenta il dolore di non essere pienamente simili al Figlio obbediente di Dio.

L'Ambiguità del Racconto Biblico e la Partenza del Popolo Ebraico
Il testo biblico dell'Esodo, in particolare dal capitolo 12, versetto 35 in poi, presenta un racconto ambiguo della partenza degli Israeliti dall'Egitto. Non è chiaro chi siano i "buoni" e i "cattivi", né se il popolo sia scappato o sia uscito onorato e colmato di doni. Gli Israeliti eseguirono l'ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d'argento e d'oro e vesti, poiché il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani.
Storicamente, non tutto il popolo ebraico uscì in un blocco solo dall'Egitto; vi fu una serie di migrazioni e emigrazioni successive. Alcuni gruppi uscirono pacificamente, altri guerreggiando, altri inseguiti. È interessante notare come nella nostra memoria rimanga prevalentemente il racconto delle guerre e la divisione tra "bene" e "male", con la speranza che i "buoni" vincano. Tuttavia, la Scrittura, come la vita, mostra che le cose non sono mai così nettamente chiare. C'è sempre ambiguità nelle nostre scelte e in quelle degli altri, ed è difficile capire perché ci mettiamo in viaggio. L'unità di tempo tra decisione e azione non è lineare; la nostra psiche e anima hanno i loro tempi.
Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini "capaci di camminare", senza contare i bambini. Questo evidenzia che il viaggio richiede una "capacità", non solo economica, ma interiore. Non basta "fotocopiare" informazioni; bisogna saper scegliere e comprendere il proprio percorso. "Si hanno le cose che si è capaci di avere", come scrive Jung. La difficoltà sta nell'accettare di viaggiare con "gente promiscua", con motivazioni diverse, senza per questo confondere o non distinguere. La Scrittura stessa si preoccupa di distinguere, ma riconosce la complessità della realtà.
L'Urgenza della Salvezza
Il tema dell'urgenza, della fretta, ricorre continuamente nella Scrittura. L'urgenza è l'appello della salvezza che ci coglie sempre alla sprovvista, una forma di spossessamento. La fretta, al contrario, è la volontà di onnipotenza di voler fare tutto, di controllare. L'urgenza viene da fuori, è qualcosa che capita e che ci costringe a mollare tutto per occuparci d'altro. La salvezza ci sorprende sempre come un'urgenza.
Gli Israeliti fecero cuocere la pasta non lievitata, in forma di focacce azzime, perché erano stati scacciati dall'Egitto e non avevano potuto indugiare né procurarsi provviste per il viaggio. Questo sottolinea l'urgenza. Secondo la legge ebraica, la Pasqua va mangiata in fretta, in piedi, come segno di questa urgenza che ci coglie alla sprovvista. Nonostante tutte le prescrizioni, non c'è tempo di far lievitare il pane. "Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto. Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto." Il popolo cerca il suo cammino, colto di sorpresa dalla salvezza.
La Vocazione di Mosè e la Liberazione
Mosè è un uomo senza identità: non si sente egiziano né ebreo. Questa crisi lo porta a uccidere una guardia che maltrattava schiavi ebrei, cercando di fare il bene in modo sbagliato. Fugge per paura e trova accoglienza in una comunità di pastori, dove si stabilizza. Dio lo chiama a rimettersi in discussione, a ritrovare la sua identità di ebreo e a liberare il popolo dalla schiavitù nel Suo nome, agendo nel modo voluto da Dio. Mosè, balbuziente, si sente incapace di parlare al Faraone, ma Dio lo rassicura: "Io sarò con te" e lo accompagnerà nella missione. Mosè è prezioso per Dio, ed è chiamato a cose grandi, anche se si sente piccolo e incapace.
I figli di Giacobbe, gli Israeliti, furono costretti dalla siccità a emigrare in Egitto. Pensavano a un soggiorno temporaneo, ma durò secoli. Quando divennero numerosi, il Faraone, temendo la loro crescita, li ridusse in schiavitù. Dio ascoltò il lamento del suo popolo oppresso, si ricordò dell'alleanza con Abramo e Giacobbe e scelse Mosè per liberare il suo popolo dall'Egitto.
DESTINAZIONE UMANA - Campi estivi per ragazzi e ragazze, una testimonianza
Il Passaggio del Mar Rosso e la Prima Pasqua
Le acque del Mar Rosso si aprirono al passaggio del popolo di Israele nel suo cammino verso la salvezza. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà è la prima Pasqua. "Questo annuncerai ai figli di Israele: Voi stessi avete visto come vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete il mio popolo fra tutte le genti: sarete per me una nazione santa". Sul monte Sinai, Mosè ricevette i dieci comandamenti, parole di libertà per un popolo liberato. Il ricordo dei grandi segni e prodigi di Dio per liberare il suo popolo, e il racconto dell'alleanza del Sinai e delle tavole della legge sono raccolti nel libro dell'Esodo.
Un gruppo enorme, circa 600.000 uomini adulti, più donne e bambini, osserva tra sconcerto e gioia il mare appena attraversato e i cadaveri dei nemici. Sono salvi e liberi. L'avventura dell'esodo e della liberazione dalla schiavitù è iniziata con il fuoco del roveto che non si consuma e si concluderà con l'acqua. Paradossalmente, il fuoco è segno di luce, mentre l'acqua è segno di "morte" (per gli Egiziani). Questo percorso quaresimale ci porta da una liberazione all'altra, dalla Pesach ebraica alla Pasqua di Risurrezione.
Mosè, rassegnato a una vita in Madian, si accorge di uno strano fuoco sull'Oreb. Il roveto arso dalle fiamme non si consuma e una voce lo chiama: si manifesta il Nome senza nome, Colui che era, che è e che sarà, che gli chiede di tornare in Egitto. Mosè è l'uomo della soglia, che cammina ma non arriva mai, veicolo di cambiamento che si ferma prima della terra promessa. Guida gli altri fino al "confine" e Dio lo ferma. Altri continueranno la sua opera, insegnando che siamo chiamati a percorrere un pezzo di strada e a condurre finché ci è dato. La completezza, la "perfezione", è l'intero percorso, di cui noi siamo solo una parte.
La chiamata di Mosè genera una catena di eventi che culmina nella "decima piaga", la morte di ogni primogenitura. La morte, in questo contesto, permette la vita. Solo con la morte si accede alla vera vita. È una "realtà" e un "simbolo": la morte a noi stessi ricuce il rapporto con Dio. Questo è Pesach, che significa "passare oltre". Il sangue dell'agnello segna le porte degli ebrei, consentendo all'angelo della morte di "passare oltre". Similmente, il passaggio degli ebrei nel mare è un passare all'altra riva.
Esistono vari livelli di libertà: dal Faraone e dalla schiavitù, ma anche dalla morte reale e simbolica (il peccato e il ripiegamento su di sé). Il viaggio ha un prezzo: affrontare gli inseguitori egiziani e poi il deserto, con la sua solitudine e il confronto con sé stessi. Il mare si apre dopo l'invocazione di Mosè, momento di scelta della fiducia. Muore chi non cammina con Dio, chi impedisce il manifestarsi della novità e della vera vita. Ci sono diverse versioni del passaggio del mare, ma ciò che importa è la natura del fatto in sé: il battesimo. Sull'altra riva del Mare di Canne (Yam Suph, non Mar Rosso), Israele ringrazia e loda Dio per la libertà e la salvezza. Ma Israele non è "arrivato", come dimostra Mosè che non entra nella Terra Promessa. Ci attende il deserto, simbolo di solitudine e possibile morte, dove Israele si perderà più volte. La Pasqua, Pesach, non è un evento isolato ma un processo continuo di liberazione verso una salvezza che non è sicurezza, ma un luogo dove abitare per sempre. La conclusione della vicenda di Mosè è simbolica: Dio gli mostra una Terra che lui non calpesterà, mentre la fine della sua vita lo porta verso una Terra eterna.
La Giornata della Cultura Ebraica e i "Percorsi Ebraici"
La XXI Giornata della Cultura Ebraica, pensata nel 2000 per "aprire le porte" ai luoghi dell'ebraismo, approfondirne usanze e tradizioni, e avvicinare alle sinagoghe e al patrimonio storico-artistico di questa civiltà millenaria, coinvolge 32 Paesi europei e 90 località italiane. Lo spirito alla base della manifestazione - diffondere e condividere storia, principi fondanti, pratiche e riti, significati e valori dell’identità ebraica e, soprattutto, mostrare la vitalità di una comunità radicata in tutto il mondo - resta intatto. Conoscere la "lingua" con cui si esprime l'ebraismo aiuta ad abbattere i pregiudizi, a favorire lo scambio e l'accoglienza, e a improntare le relazioni sul rispetto delle diversità.

Il filo conduttore di quest'anno è "Percorsi ebraici", richiamando l'idea del popolo in cammino, fortemente radicata nella storia ebraica. Una storia che inizia con l'abbandono di Abramo della terra dei padri per volere di Dio, verso una destinazione ignota. Il brano invita a scoprire da dove veniamo e "quel che di non buono c'è", riflette Alfonso Arbib, rabbino capo della Comunità ebraica di Milano. Ad Abramo viene chiesto di lasciare il culto idolatra dei padri e intraprendere una strada nuova, senza conoscere la destinazione finale. Egli raggiungerà la terra di Canaan, poi terra d’Israele, ma questo si rivela solo in seguito, come in ogni percorso, la cui prerogativa è proprio quella di sapere cosa si lascia, ma non cosa si trova.
Il pensiero corre a un altro percorso fondamentale per il popolo ebraico: quello di liberazione dalla schiavitù e dall’oppressione, che dall’Egitto conduce al Sinai e ad abbracciare il dono della Torà. Prima del compimento di quella promessa - l’entrata in terra di Israele - trascorreranno quaranta anni. La lunga attesa e il percorso accidentato verso la Terra Promessa sono una metafora del cammino di ciascuno di noi, in cui si alternano cadute e ripartenze, entrambe parti integranti della nostra crescita, purché alla caduta segua la volontà di rialzarsi. Il principio cardine è Teshuvà, ovvero "ritorno", "pentimento": per quanti errori si possano commettere, la via della riconciliazione e la libertà di riprendere il giusto sentiero non sono mai impedite.
Un grande Maestro dell’Ottocento, Rabbi Chayim di Wolojin, parlava dell’esistenza di un approccio ideale all’ebraismo che implica accettare di salire i gradini di una scala di cui potremmo non raggiungere la cima. È una prospettiva simile a quella messianica, che contempla la redenzione portata dal Messia, un elemento che accomuna e unisce tutta l'umanità. Il processo di redenzione non riguarda solo il popolo ebraico, ma l’intera umanità, che sarà riscattata dalla violenza, dalle divisioni, e potrà parlare la lingua comune del perdono, della verità e della pace. Non è noto quando tutto ciò si realizzi, ma ci è chiesto di comportarci in modo da favorire la venuta del Messia.
Il senso di una giornata dedicata alla riflessione e il focus sull'Europa risiedono nel fatto che la cultura non comprende solo mostre o concerti, ma una rete di relazioni tra uomini e donne e tra popoli. La cancellazione delle manifestazioni culturali e la messa al bando dei libri, tipica dei regimi dittatoriali, dimostra la gravità delle conseguenze sull'interruzione delle attività culturali. La cultura ebraica in Europa è da secoli un veicolo importante di dialogo e avvicinamento in vari ambiti, e in tempi di crisi, non può venire meno a questa funzione aggregatrice e inclusiva, decodificando il concetto di percorso nella maniera più ampia e attuale possibile. Questo significa anche riconoscere "i giusti" della pandemia che si sono messi al servizio del prossimo e riflettere sulla forza delle idee nelle emergenze.
Infine, la testimonianza di Gadi Schonheit, assessore alla cultura della comunità ebraica di Milano, ricorda le parole del padre, sopravvissuto al lager di Buchenwald: "non si è liberi, se non lo è il nostro prossimo". Queste parole sono un tesoro oggi, di fronte a migliaia di persone in cerca di libertà, un monito a non distogliere lo sguardo per non smarrire la nostra stessa libertà.
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