Il Natale, festa attesa da grandi e piccini, è un periodo intriso di luci, decori e, soprattutto, di un profondo spirito di attesa. In Calabria, questa celebrazione assume un sapore unico, un intreccio di storie antiche, leggende popolari e magia che avvolge borghi, montagne e coste. Il tempo sembra rallentare, le strade si riempiono di luci e profumi, e le famiglie si ritrovano attorno a tavole imbandite per celebrare non solo una festa religiosa, ma anche un momento di profonda appartenenza.

L'Importanza del Presepe e le Sue Radici
Il Natale è alle porte, come testimoniato dalle cataste di panettoni nei supermercati e dalle sfavillanti luci multicolori. In varie città italiane, inclusa Cosenza, i mercatini di Natale hanno aperto i battenti, offrendo pastori, stelle filanti, alberi artificiali, palline colorate, oggetti in ceramica artistica calabrese, oltre a frittelle, cullurielli, fichi e crocette. Nonostante la moda dell'albero di Natale, molti calabresi si schierano per la tradizione del presepe.
Il Presepe Fatto in Casa: Un Rito di Unione
Il presepe evoca ricordi di tempi lontani, quando si era felici anche nella miseria. I presepi di una volta erano costruiti con scatole di cartone, tronchi di sughero, carta da imballaggio per le montagne, ovatta per la neve, specchietti di vetro per i laghetti e muschio raccolto nei boschi. I pastori di creta, spesso fatti a mano o acquistati da figure come "U capillaru" Giorgio in cambio di capelli, erano elementi essenziali. Sebbene i risultati potessero essere goffi e commoventi, con pastori più grandi delle casette, la costruzione del presepe era un gioco bellissimo e impegnativo, che occupava parecchio tempo e univa persone di ogni età e ceto sociale: insegnanti ed alunni, nonni e nipotini, uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, eruditi ed analfabeti. Essa descriveva e descrive tuttora un evento storico inconfutabile: la venuta di Gesù sulla terra.
I moderni presepi, venduti in un unico blocco nei mercatini, sono bellissimi e perfetti, ma non offrono la stessa soddisfazione. La gioia nello srotolare i pastori avvolti nella carta di giornali, la messa in opera delle casette, la raccolta del muschio e il posizionamento dei pastori rappresentavano un rito di attesa e preparazione che oggi si è in parte perduto. Il presepe, sia piccolo che grande, bello o goffo, ci ricorda la dolcezza dell'infanzia spensierata, la mamma che friggeva "turdilli e cullurielli" e la nonna che cullava il nipotino raccontando rumanze. Ci ricorda tutta la famiglia riunita per Natale intorno a una lunga tavola apparecchiata con tredici pietanze. I calabresi, cresciuti con la tradizione del presepe, preferiscono questa usanza all'albero di Natale, lasciando quest'ultimo a chi è cresciuto con esso.
Controversie sul Presepe Contemporaneo
Ancora oggi, a Natale, davanti al presepe, si canta la famosa canzoncina "Tu scendi dalle stelle", che non evoca l'immagine di un gommone, ma di una grotta al freddo e al gelo. Questa immagine tradizionale è stata oggetto di discussione, come nel caso di un vescovo emerito di Bologna che ha criticato la scelta di sostituire la culla del Bambinello con un gommone per ricordare il dramma dei migranti, una giustificazione fornita da alcuni sindaci. Tuttavia, nella tradizione cristiana, il Natale si identifica con il presepe, con la celebrazione della novena e con i riti religiosi che accompagnano questo ciclo festivo dal 24 dicembre all'Epifania.
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Il Ciclo Natalizio Calabrese e le Sue Antiche Tradizioni
In Calabria, e in particolare a Serra, il ciclo natalizio inizia in anticipo, come testimonia una nota filastrocca popolare che pone la nascita di Gesù come culmine di una lunga catena di ricorrenze significative: «Sant’Andria porta la nova, lu quattru è di Varvara, lu sie è di Nicola, l’uottu è di Maria, lu tridici è di Lucia, lu vinticincu di lu veru Misia». A questi riti religiosi si affianca una costellazione di altre credenze e manifestazioni della cultura popolare, alcune delle quali, come segnalato da studiosi come Vincenzo Dorsa alla fine del XIX secolo, mostrano continuità con la tradizione greco-latina.
Il Rito del Ceppo: Tra Fuoco e Memoria
Un esempio è la consuetudine, presente nella società meridionale, di bruciare un grosso pezzo di legno sul fuoco la notte della vigilia. Dorsa scrive: «Un fatto assai importante ci richiama al culto antichissimo del fuoco, rappresentato dal dio Agni nella mitologia vedica, da Vesta nella greco-romana. È l’uso del ceppo, che in Calabria, come in altre regioni d’Europa, si brucia la notte di Natale; in qualche villaggio anche la notte di Capodanno». La ragione di questa consuetudine, aggiunge Dorsa, è da rintracciarsi nella credenza «che gli Dei apparissero agli uomini nel tempo dei solstizi». Il rito del ceppo bruciato ha a che fare con la vita e con la morte, con le ansie e le attese degli uomini. I calabresi spesso compiono mestamente questo rito natalizio, risvegliando nell'animo il pensiero pauroso che al ritorno della festa possa mancare qualcuno della famiglia. In caso di lutto, il ceppo non si brucia per qualche tempo, e il fuoco nel focolare si spegne; al contrario, si ritiene d'infelice augurio se il fuoco dovesse mancare.

Magia e Prodigi nella Notte di Natale
Il Natale è un tempo magico in cui si producono prodigi sconosciuti negli altri periodi dell'anno: gli animali riacquistano il linguaggio, dai fiumi scorre olio e dalle fontane miele, gli oggetti quotidiani si tramutano, per una repentina e provvisoria metamorfosi, in oro e perle. Soprattutto, l'acqua attinta dalle fontane alla mezzanotte della vigilia è un'acqua miracolosa, che porta ricchezza e felicità e tiene lontano qualsiasi malanno. Questo riflette l'idea di un tempo di salvezza per gli uomini, di salute spirituale e materiale, di profonda umanizzazione del mondo, dove anche le abitudini alimentari assumono un loro posto, come testimonia la tradizione di portare in tavola le "nove cose", avendo cura che non manchi nulla ai commensali.
La Strina: Canti e Auguri di Capodanno
Caratteristica del Capodanno e documentata in diverse parti della Calabria, inclusa Serra San Bruno, è l'usanza della strina. Nel passato a Serra, i bambini, muniti di gurzidhu (un sacchetto con funzione di salvadanaio, quasi sempre di raso bianco e legato al collo), il giorno di Capodanno dovevano prendere una grossa pietra e con questa bussare alla casa dei parenti dicendo: «Tant’uoru mu vi trasa l’annu, facitindi di strina ch’è Capudannu». Questo presupponeva che i bambini si comportassero bene, altrimenti sarebbe scesa dal camino la juovina (una vecchia simile a una befana malefica) per impadronirsi della strina. A questa tradizione, che secondo Dorsa affonda le sue radici nel mondo romano, si aggiungevano in diversi luoghi della Calabria suoni e canti di vario tipo. Tra le tante forme di messaggio augurale, primeggiava la strena, un dono speciale che traeva origine dal culto sabino, consistente in ramoscelli di alloro e di ulivo. Il calabrese, in omaggio all'antica tradizione, inaugurava il Capodanno con regali agli amici; e aveva la sua strina, che era o un donativo di denaro del padrone ai servi e del padre ai figli, o un centone di sentenze augurali che la sera della vigilia della festa cantava davanti alla casa degli amici o di persone ragguardevoli. Lo strepito prodotto dai mortai e dai tamburi percossi dagli strinari - le comitive di giovani maschi che in alcuni posti andavano a cantare la strina a Capodanno o il giorno dell’Epifania - aveva la funzione di allontanare le anime dei morti minacciosi e di celebrare, mediante questo rito, la vita.
"Lu Meravigghiatu" o "L'Incantato": Il Testimone Silenzioso
C'è una figura, cara a tutti i "presepari", che sembra assistere indifferente a tali riti per concentrarsi sull'unico evento davvero prodigioso della notte di Natale: è, come si dice a Serra, lu meravigghiatu o, come dicono altrove, l’incantato. Nulla conta per questa figurina stupefatta del presepe se non la nascita di Gesù Bambino; tutto il resto svanisce: le occupazioni quotidiane, il laborioso affaccendarsi degli altri pastori, il paesaggio che lo circonda. Una pagina di Corrado Alvaro lo consegna per sempre all'eternità della letteratura: «L’Incantato è un pover’uomo che non ha nulla e non porta nulla. S’è fermato accanto alla grotta e guarda la stella che ‘è posata come una farfalla tra la neve della roccia, sulla mangiatoia dove è nato il Signore. Non si muove e non fa nulla. Sta lì a braccia aperte, a bocca spalancata, a guardare quella Stella. Tutti attorno a lui si agitano. […] Ma l’Incantato è là come uno scimunito, colpito dal segno celeste, senza poter parlare. Egli ha capito tutto, conosce il miracolo della nascita del Signore.»

Il "Bacio" di Gesù Bambino di Nicotera
A Nicotera, nella Concattedrale di Santa Maria Assunta, è custodita una statua di Gesù Bambino molto simile, anzi vera e propria gemella, di quella conservata nella Basilica della Natività di Betlemme. Le sue manine giunte e portate sotto la guancia quasi a voler fare da cuscino, i grandi occhi scuri e la bocca schiusa formano un'espressione dolcissima dipinta sul volto. Questa statua, venerata dai nicoteresi, arriva proprio dalla Terra Santa, in particolare dalla cittadina palestinese dove nacque Gesù.
La Storia dell'Arrivo a Nicotera
Per capire come sia arrivata, bisogna tornare alla prima metà degli anni Novanta, tra il 7 gennaio e il 2 febbraio del 1994, quando Nicotera ospitò una delle copie dell'originale statua del Gesù Bambino di Betlemme nell'ambito delle manifestazioni relative al Premio Mariano. Fu un mese intenso, che vide un via vai di pellegrini e la visita dei vescovi calabresi, oltre a importanti figure ecclesiastiche come padre Carlo Cecchitelli, custode emerito di Terra Santa; padre Arturo Vasaturo, parroco della Basilica della Natività di Betlemme; padre Ibrahim Faltas, parroco del Santo Sepolcro di Gerusalemme; e padre Emilio Salatino, in rappresentanza dei francescani calabresi. In riconoscenza alla cittadina per l'assegnazione del Premio Mariano alla Basilica dell'Annunciazione di Nazareth e al monastero della Madonna del Monte Carmelo di Haifa - e per la particolare vicinanza alla Custodia di Terra Santa - si decise di donare il Bambinello alla Concattedrale di Nicotera. L'unica richiesta fu la sistemazione della statua in un altare privilegiato. Fu scelto quello nella navata destra, dove ancora oggi Gesù Bambino è posto, ai piedi di un altro gioiello custodito nella Concattedrale: la statua della Madonna delle Grazie realizzata dallo scultore messinese Antonello Gagini alla fine del XV secolo. Accanto al Bambinello, sono conservati gli attestati con le motivazioni del dono da parte della Terra Santa. Negli anni successivi all'arrivo della statua a Nicotera, la stessa è stata ospitata e venerata per brevi periodi anche in altri paesi calabresi. Oggi è possibile ammirarla nella navata destra nella Concattedrale nicoterese, dalla quale si sposta nel periodo natalizio: la notte di Natale viene infatti esposto sull'altare principale, dove rimane fino alla Candelora.
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Leggende e Credenze della Notte della Vigilia in Calabria
Nella notte della Vigilia, secondo le tradizioni calabresi, il mondo invisibile si avvicina al nostro. Le montagne della Sila e del Pollino raccontano di animali che parlano, capaci di svelare verità nascoste solo ai più attenti. Si dice che nella notte di Natale, o in alcune varianti in quella dell'Epifania, nelle stalle dei borghi montani, gli animali possano parlare tra loro. Nessun umano deve ascoltarli, poiché la curiosità potrebbe portare guai o disavventure. Il grande ceppo acceso nel camino non era solo calore: era l'anima della famiglia, un simbolo di protezione. Accanto ai grandi ceppi e alle veglie solenni, esistono riti più intimi e dolci, tramandati in specifiche famiglie. Una di queste vuole che, durante la preparazione delle zeppole, un dolce tipico delle feste, se ne modelli una che richiami la forma di Gesù Bambino. Sulla costa ionica, la leggenda racconta di una Madonna che passa davanti alle case: chi lascia un lumino acceso sul davanzale riceverà protezione e benedizioni. Nell'Aspromonte, una lupa bianca veglia sui borghi e sui viandanti, non un pericolo, ma uno spirito protettore. Nelle case del Catanzarese, la Vecchia Scalza appare per testare la carità degli abitanti, mentre i bambini invisibili portano auguri e fortuna solo a chi mostra bontà e generosità.
Il Natale a Vibo Valentia negli Anni Quaranta e Cinquanta
A Vibo Valentia, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, il Natale era una storia di altri tempi. Case basse e umide, vicoli fumanti e olezzanti, bambini che ancora non conoscevano Babbo Natale e che i regali li ricevevano dal Bambino Gesù, case in cui non risuonava Jingle Bells ma tutt'al più "Tu scendi dalle stelle", e dove "u presepi" non mancava mai. In quel periodo, panettone e pandoro non erano conosciuti al Sud e non c'era neanche l'idea sulle tavole "accunzate".
Giochi e Pietanze Tradizionali
In quell'epoca, i bambini giocavano ai nucij (alle nocciole), al casteju o a scivulata, usando le nocciole come biglie per colpire le altre e aumentare il proprio bottino, con tre nocciole alla base e una poggiata sopra a torre. Il sacchetto allacciato ai pantaloni era il tesoro. Un gioco antico, ereditato dagli antichi romani, di cui parla anche Publio Ovidio Nasone nel poemetto "La Noce" e raffigurato in alcuni bassorilievi. Avevano anche una piccola trottola di legno, "u pirrocciolu". Dalle cucine arrivava un odore forte, e si preparavano tredici portate. Nelle case della Terravecchia, un quartiere che vive da oltre mille anni, la tradizione voleva una cena a base di stocco e baccalà, in diverse pietanze. I fichi secchi erano ottimi, e un trito di noci, pinoli, mandorle, cioccolato fondente, cannella, chiodi di garofano, scorze di limone e mandarino era una bella tradizione. Per chiudere, si beveva vino casarolu. Gli zampognari, con le ciaramelle, allietavano e invadevano le strade, i vicoli, le case, ricordando a tutti che era Natale e che stava per nascere il Bambinello, che di lì a poco sarebbe stato messo nel presepio con una piccola processione per la casa, prima di andare a Messa.
Il Natale Moderno in Calabria: Un Equilibrio tra Antico e Nuovo
Negli ultimi decenni, anche in Calabria il Natale ha assunto un volto nuovo. Accanto alle usanze antiche, sono nate nuove tradizioni, figlie del nostro tempo. Babbo Natale, un tempo figura quasi estranea alla cultura del Sud, è diventato ormai un ospite fisso nelle case e nelle piazze. I mercatini di Natale, ispirati a quelli del Nord Europa, si sono moltiplicati anche in Calabria: nelle piazze addobbate con luci colorate si vendono prodotti tipici, artigianato locale e decorazioni fatte a mano. È un modo moderno di vivere lo spirito natalizio, che unisce la tradizione all'atmosfera di festa contemporanea. Oggi il Natale è anche un po’ più "digitale": si condividono gli auguri sui social, si mostrano le tavole imbandite su Instagram, si fanno videochiamate per sentirsi più vicini anche a chilometri di distanza.
In una parrocchia, quest'anno, l'attesa di Gesù è stata vissuta con varie iniziative per far rivivere nei ragazzi la bellezza del Natale. Per ogni domenica di Avvento, un ragazzo/a insieme a uno dei genitori, ha portato una corona con la candela sull’altare, poi accesa insieme al sacerdote. Sabato 16 dicembre, in un clima festoso, accompagnati dal suono di organetto e tamburello, si è celebrata la "benedizione dei bambinelli", con consegna ai presenti di una raffigurazione di Gesù Bambino. La festa è continuata sul sagrato della Chiesa, con i bambini che hanno intonato canti natalizi e ricevuto regali. Il Natale in Calabria, e in Italia in generale, resta un momento di calore, di famiglia, di ritorno alle origini. È una festa che unisce passato e presente, dove il profumo del miele e del mosto cotto si mescola alle luci dei centri cittadini, dove il suono delle zampogne convive con le playlist di canzoni natalizie. Perché, in fondo, che si tratti di un presepe fatto a mano o di un albero illuminato a LED, ciò che conta è lo spirito con cui si vive il Natale.