Siddhartha Gautama: Dalle Origini alla Ricerca della Liberazione e le Storie Jātaka

La figura di Siddhartha Gautama, conosciuto come il Buddha, è al centro di una delle più antiche e influenti tradizioni spirituali del mondo. Le sue origini, la sua vita e il suo percorso verso l'illuminazione sono state tramandate attraverso innumerevoli racconti e testi sacri. Questa esplorazione dettagliata si basa su fonti antiche e interpretazioni moderne per offrire uno sguardo approfondito sulla nascita, l'educazione e gli insegnamenti di Siddhartha, con un focus particolare sulle storie Jātaka che illuminano le sue vite precedenti e quelle dei suoi discepoli.

La Nascita del Principe Siddhartha Gautama

Un Contesto Storico e Sociale

La maggior parte delle fonti attesta la nascita del principe Siddhartha intorno al 563 a.C., sebbene non vi siano certezze assolute, con alcune ipotesi che la collocano un secolo più tardi. Al neonato fu dato il nome proprio di Siddhartha, che significa ‘colui che ha raggiunto lo scopo’, e il patronimico Gautama, che indicava la linea di discendenza paterna. Suo padre, Suddhodana, appartenente al clan dei Sakya, governava un piccolo ma fiorente feudo situato nell’attuale confine tra India e Nepal, circa 200 km a nord di Benares (oggi Varanasi). Suddhodana faceva parte della casta dei guerrieri (Kshatriya) e nelle fonti gli viene attribuito l’appellativo di re, nonostante fosse principalmente un feudatario e un capo guerriero.

Le sue mogli erano due sorelle, Maya (o Mayadevi) e Prajapati, figlie di uno dei suoi zii. Dopo due decenni di matrimonio, nessuna delle due aveva ancora concepito un figlio, una condizione che provocava sconforto e frustrazione in Suddhodana e nel suo intero clan.

Un Figlio Desiderato e Necessario

Nella società indiana dell'epoca, e in parte anche oggi, la mancanza di figli, specialmente maschi, era considerata una grande disgrazia, ancor più grave per le caste elevate. Le implicazioni erano molteplici: l'estinzione del nome della famiglia e l'assenza di eredi per trasmettere potere e beni accumulati. Dal punto di vista religioso, la tradizione Hindu richiedeva la presenza di un figlio maschio come officiante alle esequie, senza il quale un defunto non avrebbe potuto accedere al paradiso.

Per Suddhodana, la questione aveva anche risvolti politici. Senza un erede, il regno rischiava di essere smembrato e diviso tra i vari signori della guerra limitrofi, indebolendo la sua posizione. La gravidanza della regina Maya risolse tutti questi problemi e fu accolta con immensa gioia. Ancor prima di nascere, Siddhartha era già visto come un salvatore. La regina prese coscienza del concepimento attraverso un sogno significativo, e Suddhodana convocò immediatamente i Brahmani per un'interpretazione, soddisfacendo sia il desiderio personale di certezza sia l'esigenza politica di rendere noto l'evento e riconfermare la solidità del suo regno.

Il Parto a Lumbini

La gravidanza procedette serenamente. Quando si avvicinò il momento del parto, Mayadevi si preparò a tornare dalla sua famiglia d'origine, una tradizione per le donne nobili dell'epoca, che venivano assistite dalle proprie congiunte sia per ragioni psicologiche che per protezione da possibili congiure di palazzo. Maya, con un grande seguito e la benedizione del consorte, si mise in viaggio. Il clima torrido e il procedere lento della carovana li portarono a fare sosta a Lumbini, un grande parco ombreggiato e adeguato. Lì, improvvise doglie la colsero, e il bimbo nacque sull’erba sotto un albero di Sal. Numerose storie miracolose circondano questa nascita, ma la scena in sé, con una donna che partorisce sorreggendosi al ramo di un albero e un bimbo posato sull'erba, l'aria limpida e la natura circostante, possiede già una bellezza assoluta.

Nascita di Siddhartha sotto l'albero di Sal a Lumbini

Simbiosi con la Natura

Il piccolo principe scelse di nascere nello splendore della natura anziché tra l'oro e la seta, anticipando la vocazione della sua vita: vivere nella foresta, in simbiosi con la terra, il cielo, gli elementi, gli animali, le piante e, in particolare, gli alberi, che avrebbero segnato i momenti cruciali della sua esistenza. Gli alberi di Sal, che dominano i boschi della regione, furono compagni di Siddhartha sia alla nascita che alla morte. Ricevette la sua prima illuminazione da bambino, all'ombra di un Jamboo, e quella definitiva seduto alla base di un Pipal.

Le Profezie dei Brahmani

Dopo la nascita di Siddhartha, maschio, sano, forte e bello, il regno fu pervaso da una felice frenesia. Suddhodana liberò i prigionieri, elargì donazioni, decretò feste e sgravi fiscali per condividere la sua felicità. Sette giorni dopo, per la cerimonia di attribuzione del nome, convocò un gran numero di Brahmani. In quel periodo, vi era un acceso scontro di poteri, accentuato dalla crescita delle città e di nuove professioni non contemplate nell'originaria divisione in caste. I Brahmani, che perdevano terreno, cercavano di adattarsi, mentre la casta dei Kshatriya, a cui apparteneva Suddhodana, era spalleggiata da commercianti e artigiani emergenti, i quali, pur di caste basse, avevano accumulato grandi patrimoni e non erano più disposti a essere tenuti in disparte.

I Brahmani e i Samana: Uno Scontro di Poteri

Lo scontro tra le caste si estendeva alla relazione con il sacro, di cui i Brahmani si consideravano gli unici intermediari. Questo portò alla nascita di un movimento di contestazione eterogeneo, che cresceva al di fuori della prassi religiosa ufficiale. I suoi membri, pur privi di omogeneità, condividevano il rifiuto del rito sacrificale come metodo per avvicinarsi a Dio, cercando invece vie dirette e personali. Erano i monaci erranti, i Samana e i Sadhu, persone di tutte le caste che seguivano un Guru e praticavano la ricerca spirituale in solitudine o in piccoli gruppi. Molti di loro, inclusi colti Brahmani, desideravano una maggiore autenticità nella pratica religiosa, scegliendo l'ascesi e una vita in cui il rapporto con il Divino non fosse influenzato da fattori economici e politici. Essi guadagnarono rapidamente il favore della popolazione e anche di molti potenti che erano in attrito con il potere religioso ufficiale dei Brahmani. Per Siddhartha, i Samana divennero presto un mito e un modello, in cui riconosceva valori come la libertà e una spiritualità autentica, e la possibilità di trovare una soluzione al "male di esistere".

Bharadwaja, i Vimana e l'Ayurveda nell'antica India

Tornando alla cerimonia della nascita, Suddhodana invitò i più eminenti Brahmani con un duplice scopo: era affascinato e intimorito dal loro potere e desiderava conoscere il responso degli oroscopi, ma allo stesso tempo li costringeva, blandendoli con ricchi doni, a celebrare la sua autorità, riconfermata dalla nascita del figlio maschio.

Il Potere dei Brahmani

I Brahmani rappresentavano la "testa" della società indiana, considerandosi superiori a tutti e custodi di un'antica cultura. Erano gli unici a conoscere i complessi riti per suscitare il favore degli dei, il fulcro della loro autorità. Erano anche gli unici in grado di leggere e scrivere, il che permetteva loro di approfondire diverse scienze: medicina, astronomia, filosofia, gestione contabile. Conoscevano a menadito i libri sacri, interpretavano il clima e i sogni, ed erano impareggiabili astrologi. Quando ciò non bastava, ricorrevano alla magia, lanciando o togliendo maledizioni. Inoltre, rispettavano rigorose regole igieniche, che li rendevano più sani e longevi della maggior parte della popolazione. Avevano, in sintesi, tutti gli strumenti per suscitare ammirazione o paura, possedendo le chiavi del potere.

Su invito di Suddhodana, i Brahmani scrutarono gli astri per predire il futuro di Siddhartha. Essi profetizzarono per il neonato un futuro fulgido come successore del potere paterno e governatore del mondo intero. Aggiunsero, però, che le cose avrebbero potuto andare diversamente: Siddhartha avrebbe potuto ritirarsi nella foresta e diventare un asceta, ma anche in questo caso sarebbe divenuto famoso, portando gloria al nome dei Sakya. Suddhodana non sembrò preoccuparsi per questa possibilità, poiché la tradizione prevedeva che i re più saggi dedicassero l'ultima parte della loro vita all'ascesi per purificarsi dai peccati commessi nell'esercizio del potere. Se il figlio avesse fatto tale scelta, ne sarebbe venuta altra gloria, su un piano più elevato.

L'Eremita Asita

Congedati i Brahmani, arrivò Asita, il saggio eremita. Attirato al palazzo da un'intensa luce mistica, come i Magi dalla stella cometa, Asita era dotato di poteri occulti e del dono dell'intuizione spirituale, non necessitando di consultare astri. Vedendo il piccolo Siddhartha, Asita non ebbe dubbi: era un predestinato, colui che avrebbe sconfitto nascita e morte. Affermò chiaramente a Suddhodana che suo figlio avrebbe abbandonato il palazzo per la foresta, diventando il più grande ricercatore della verità e che la sua fama avrebbe brillato imperitura. Suddhodana, colpito dalla promessa di tanta fama per la stirpe, non chiese ulteriori dettagli, convinto che l'ingresso nella vita ascetica sarebbe avvenuto in età avanzata, dopo aver assolto tutti gli impegni terreni. La questione sembrava risolta.

La Giovinezza di Siddhartha e i Suoi Insegnamenti

La Morte della Madre e l'Educazione di Prajapati

Pochi giorni dopo la cerimonia del nome, si verificò un dramma: Mayadevi morì, forse a causa delle fatiche del parto. In punto di morte, raccomandò il figlio alla sorella Prajapati, che era anche la seconda moglie di Suddhodana, e ottenne da lei un solenne giuramento. Così, il piccolo principe rimase orfano e fu allevato dalla zia. Molti testi attestano che fu curato amorevolmente. Prajapati, pur essendo rimasta incinta due volte, trascurò i suoi stessi figli per dedicarsi a Siddhartha. Questa cura "troppo amorevole", unita al senso di colpa per essere sopravvissuta alla sorella e al desiderio di compiacere il marito, potrebbe aver soffocato il figliastro di attenzioni. È probabile che gli parlasse della madre morta per averlo messo al mondo, attivando in lui un terrore reverenziale per la nascita, causa di questa disgrazia. Attraverso Prajapati, Siddhartha sperimentò il primo eccesso della sua vita, a cui ne sarebbero seguiti molti altri, sia subiti che provocati.

Una Vita da Principe e le Prime Preoccupazioni del Padre

Crescendo, Siddhartha divenne sempre più bello, sano, forte e intelligente, ma anche estremamente sensibile. Non sopportava di vedere animali maltrattati, litigava con il cugino Devadatta per salvare un cigno ferito durante la caccia, si commuoveva per la sorte dei lombrichi e provava orrore per i sacrifici rituali. Compiangeva anche i contadini costretti al duro lavoro dei campi. Questo atteggiamento, sebbene suscitasse spontanea simpatia, era un "brutto colpo" per suo padre e il suo entourage, poiché non era ciò che ci si aspettava da un principe guerriero. Sebbene addestrato nelle arti marziali, non risulta che abbia mai partecipato a veri scontri o partite di caccia. Era un ragazzo ipersensibile e introverso, spesso perso nella contemplazione di fiori e alberi, con una tendenza a raggiungere facilmente stati estatici e una maggiore socievolezza con gli animali che con i suoi simili.

Siddhartha giovane in contemplazione nella natura

Sulla base di queste premesse, i pronostici degli astrologi e di Asita acquisirono un significato differente, e Suddhodana iniziò a preoccuparsi, un'ansia che si trasformò in ossessione, riflettendo anche la sua tendenza patologica all'eccesso. Da uomo pratico, cercò di individuare i fattori che potessero favorire o inibire la vocazione del figlio per la vita ascetica. Giunse alla conclusione che fosse necessario distrarlo con ogni sorta di piacere e mantenerlo in un ambiente protetto, lontano da elementi perturbanti. Gli trovò una moglie all'interno del clan, Yasodhara, sua cugina, e stabilì che i coniugi dovessero vivere in tre palazzi diversi per garantirgli ogni comodità e distrazione.

Il Ritorno del Buddha e l'Educazione di Rahula

Come noto a molti praticanti buddhisti, il principe Siddhartha lasciò la famiglia per intraprendere il suo viaggio spirituale alla ricerca della Liberazione nel giorno della nascita di suo figlio Rahula. Questo atto, che per molti appare irresponsabile, è meno conosciuto per il suo seguito: dopo il suo Risveglio, il Buddha divenne il principale tutore del ragazzo. A partire dal suo settimo compleanno, Rahula fu posto sotto la tutela del padre, che si dimostrò un genitore molto capace, tanto che Rahula ottenne la piena illuminazione una volta raggiunta l'età adulta.

L'Approccio Educativo del Buddha

Le scritture non forniscono molti dettagli sul rapporto tra il Buddha e Rahula, ma offrono elementi per comprendere come il maestro guidò il figlio verso la maturazione spirituale. La storia di come Rahula iniziò a praticare sotto la guida del padre è magistralmente descritta. Sei anni dopo aver intrapreso il suo viaggio e un anno dopo aver raggiunto l'illuminazione, il Buddha tornò nella sua città natale. Sollecitato dalla madre, il ragazzo, che aveva appena compiuto sette anni, si presentò al padre reclamando la sua eredità. Se Siddhartha non avesse lasciato la famiglia, Rahula sarebbe stato l'erede al trono, ma avendo abbracciato la via della rinuncia, cosa aveva il Buddha da dare? In risposta, il Buddha ordinò a Shariputra, il suo assistente, di conferirgli l'ordinazione monastica. Anziché il trono, Rahula ereditò lo stile di vita del padre, una vita dedicata alla liberazione.

I tre discorsi (sutra) che seguono lo schema dei tre insegnamenti per l'illuminazione rivelano l'approccio educativo del Buddha:

  1. Quando Rahula aveva sette anni, il Buddha gli insegnò la moralità.
  2. Quando era un adolescente, lo istruì nella meditazione.
  3. Quando compì vent'anni, ricevette gli insegnamenti sulla Saggezza che porta alla liberazione.

Insegnamenti sulla Moralità: La "Prima Lezione a Rahula"

Il primo racconto, descritto nel sutra "Prima Lezione a Rahula" (Majjima Nikaya, nr. 61), spiega come Rahula fu educato a vivere una vita virtuosa. Quando Rahula, all'età di otto anni, raccontò una bugia, il Buddha affrontò la questione con calma e saggezza. Dopo aver meditato, il Buddha andò dal figlio. Rahula gli preparò il cuscino e una ciotola d'acqua per lavarsi i piedi. Dopo che il padre ebbe terminato, rimase un po' d'acqua nella ciotola, e il Buddha chiese: "Rahula, riesci a vedere la poca acqua rimasta?" "Sì" replicò il figlio. "Così misera è la vita spirituale di chi non ha pudore di mentire consapevolmente." E gettata l'acqua, riprese: "Così gettata via è la vita spirituale di chi non ha pudore a mentire consapevolmente." Poi, capovolta la ciotola, continuò: "Capovolta è la vita spirituale di chi non ha pudore a mentire consapevolmente." Infine, raddrizzò la ciotola e disse: "Vedi come questa ciotola è completamente vuota? Proprio come è vuota la vita spirituale di quelli che non hanno pudore di mentire consapevolmente." Poi aggiunse: "Quando qualcuno non ha pudore di mentire consapevolmente, non c’è malvagità che egli o ella non saranno in grado di compiere. Pertanto, Rahula addestrati a non mentire neanche per scherzo."

Questo episodio evidenzia l'importanza di insegnare ai bambini a riflettere sul danno e sul beneficio delle proprie azioni, ancorando le decisioni morali a ciò che è dannoso o benefico, una pratica che richiede consapevolezza ed empatia. Il Buddha istruì Rahula a osservare se un'azione fosse stata dannosa, e in tal caso a confessarla a una persona saggia come parte di una strategia per migliorarsi, sottolineando l'importanza di ammettere i propri errori e la reazione dei genitori a essi.

Insegnamenti sulla Meditazione: La "Seconda Lezione a Rahula"

Il secondo sutra, la "Seconda Lezione a Rahula" (Majjima Nikaya, nr. 62), narra come il Buddha insegnò a Rahula le tecniche di meditazione per sviluppare il benessere interiore. Questo avvenne quando Rahula era un adolescente e confessò al padre pensieri presuntuosi ed egocentrici. Il Buddha disse: "Se osservato con saggezza, il corpo fisico non dovrebbe essere considerato come 'me', 'me stesso' o 'mio'. Di fatto, non si dovrebbe applicare la nozione di mio anche agli altri aggregati di sensazione, percezione, fattori mentali o coscienza." Rahula si sentì rimproverato e tornò al monastero senza aver raccolto cibo.

La sera, Rahula chiese istruzioni sulla pratica della meditazione sul respiro. Il Buddha usò analogie con gli elementi naturali - terra, acqua, fuoco, aria e spazio - per illustrare come meditare con equanimità, rimanendo imperturbabili di fronte a esperienze piacevoli o spiacevoli. Questi stadi miravano a portare mente e corpo in quiete, sviluppare benessere e consapevolezza, fino a che anche gli ultimi respiri cessassero consapevolmente. Questa meditazione offre un'alternativa allo sviluppo di una forte concezione del sé, aiutando gli adolescenti a trovare stabilità e serenità in mezzo alle turbolenze.

Bharadwaja, i Vimana e l'Ayurveda nell'antica India

Insegnamenti sulla Saggezza: "Istruzione a Rahula"

Nel terzo e ultimo sutra, "Istruzione a Rahula" (Majjima Nikaya, nr. 147), il Buddha guidò Rahula attraverso una serie di domande per condurlo alla liberazione. Rahula aveva ormai dedicato buona parte dell'adolescenza all'addestramento sulla via del risveglio. Quando compì vent'anni, il padre riconobbe che era prossimo all'ottenimento della liberazione. Il Buddha lo accompagnò in una selva di maestosi alberi di Sal e, sedutosi ai piedi di uno di essi, lo sottopose a un'interrogazione scrupolosa sulle basi utilizzate per aggrapparsi all'idea del sé. Il metodo del Buddha mirava a fargli allentare progressivamente "l'incantesimo dell'esistenza del sé". Per qualcuno così ben addestrato come Rahula, la tendenza ad aggrapparsi a un'idea di sé autonomo poteva rappresentare l'ultimo ostacolo alla liberazione. Questi insegnamenti, pur sembrando astratti, sono in realtà istruzioni pratiche su come trovare la felicità attraverso il "lasciar andare". L'ambiente naturale scelto dal Buddha per impartire questo insegnamento è significativo, poiché la natura facilita l'abbandono della mente egocentrica e promuove un senso di pace e beatitudine.

All'età di sette anni, Rahula non poteva immaginare che, tredici anni dopo, avrebbe ricevuto dal padre il più grande dono che un genitore possa trasmettere: il risveglio, considerato nel buddhismo la felicità suprema.

Le Storie Jātaka e la Morale Animale

Il Jātakatthavaṇṇanā: Riflessioni su Karma e Rinascita

Le storie Jātaka, narrazioni delle vite precedenti del Buddha, contenute nel grande Jātakatthavaṇṇanā, sono ricche di insegnamenti e riflessioni sul karma e la rinascita. Sebbene a una prima lettura gli animali in queste storie sembrino spesso comportarsi come esseri umani, parlando un linguaggio umano e rispecchiando aspetti del comportamento sociale, rivelano anche elementi interessanti sulle facoltà degli animali. La ricorrente rinascita del Buddha in una serie di animali virtuosi e saggi dice molto sul Buddha stesso, ma meno sugli animali "reali". Tuttavia, come osservato da Reiko Ohnuma, l'animalità degli animali rimane significativa anche quando essi si ispirano al comportamento umano o sono stati/saranno esseri umani. Essi possono essere "strumenti immaginativi" per la riflessione umana e insegnare lezioni importanti.

Negli studi sul ruolo degli animali nelle narrazioni buddhiste e giainiste, emerge che gli animali hanno accesso a opportunità limitate per agire moralmente e conseguire un buon karma. Ai testi buddhisti sembra trasparire che agli animali manchi una certa forma di saggezza e capacità morale, limitando le loro possibilità di sfuggire al ciclo delle rinascite. Sono spesso ritratti come inclini al male, a divorarsi reciprocamente e a commettere incesto, riducendo le loro opportunità di migliorare la propria situazione. Possono fare affidamento unicamente su un'esperienza di prasāda (sanscrito) / pasāda (pāli), ovvero la "fede" suscitata dall'incontro con un Buddha.

Devadatta: L'Avversario del Buddha Nelle Vite Animali

Un caso di studio particolarmente interessante per esplorare le possibilità morali attribuite agli animali è la figura di Devadatta, l'avversario del Buddha. Mentre il Buddha incarna quasi sempre un animale di straordinaria virtù, Devadatta è quasi sempre l'animale peggiore che si possa immaginare. Il suo comportamento, quindi, dovrebbe mostrare i limiti delle possibilità attribuite agli animali di compiere il male. Poiché Devadatta si manifesta sia come animale sia come essere umano, la sua figura permette di confrontare direttamente esempi di male umano e male animale.

Devadatta compare in forma animale in ventotto delle storie del Jātakatthavaṇṇanā, e come essere umano in quarantasei storie, oltre a due apparizioni come essere divino. Le sue rinascite animali rappresentano poco più di un terzo delle sue apparizioni, ma includono alcune delle caratterizzazioni più note e popolari.

Illustrazione di Devadatta in forma animale da un Jātaka

Esempi di Vite Animali Virtuose e Malvagie

  • La Lepre Gentile: Molto tempo fa, una lepre gentile viveva in una foresta, famosa per offrire rifugio ad asceti e saggi. Era considerata quasi un re dai suoi amici e superiore a ogni altro animale. Il Bodhisattva insegnava a lei e agli altri animali più piccoli, vivendo come un asceta.
  • Il Coccodrillo e la Scimmia: Una Scimmia viveva su un grande albero su una sponda del fiume. Nel fiume c'erano molti coccodrilli. Un Coccodrillo (spesso identificato come Devadatta) un giorno disse a suo figlio: "Figlio mio, prendi una di quelle Scimmie per me. Io voglio il cuore di una Scimmia per mangiarlo." Il piccolo Coccodrillo chiese come fare, e la madre gli rispose: "Usa la tua intelligenza e troverai un modo."
  • La Tartaruga Volante: Una tartaruga viveva in uno stagno ai piedi di una collina. Due oche (amici del Bodhisattva) la trovarono e divennero amici. Quando le Oche decisero di volare verso la loro casa lontana, proposero alla tartaruga di portarla con sé, a patto che tenesse la bocca chiusa. La tartaruga accettò.
  • Il Bue e il Carro: C'era una volta un Bue chiamato Grande Rosso, che con il suo fratello più giovane, Piccolo Rosso, faceva tutto il lavoro di trasporto in una grande fattoria. Quando il maiale per la festa di matrimonio della figlia del coltivatore fu ingrassato con cibo di prima qualità, Piccolo Rosso si lamentò della loro dieta di paglia ed erba. In un'altra storia, un uomo scommise che il suo bue avrebbe potuto tirare cento carri, ma umiliò l'animale con insulti, facendolo rimanere immobile e costringendolo a pagare la scommessa.
  • Le Quaglie e il Cacciatore: Molte quaglie vivevano insieme in una foresta, guidate dalla più saggia di esse (il Bodhisattva). Un cacciatore di uccelli imparò a imitare il richiamo del leader per catturare le quaglie, che pensavano fosse il loro capo a chiamarle. Il saggio leader capì il piano del cacciatore.
  • Il Coniglio e il Crollo della Terra: Un Coniglio si addormentò sotto un albero di palme. Sentendo una noce di cocco cadere e il rumore, urlò: "La terra sta crollando!" e fuggì. Altri conigli lo seguirono, e un Leone (spesso il Bodhisattva) dovette intervenire per svelare l'illusione.

Attraverso queste narrazioni, i jātaka ci offrono una ricca tapestry di vite, insegnando lezioni profonde sulla moralità, il karma, la rinuncia e il percorso verso la liberazione, sia attraverso le azioni del Buddha in varie incarnazioni che quelle dei personaggi a lui vicini o opposti come Devadatta.

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