Nel Vangelo secondo Giovanni (10,11-18), Gesù pronuncia una delle sue affermazioni più celebri e profonde: «Io sono il buon pastore». Questa espressione non è solo un titolo di conforto, ma una dichiarazione che affonda le sue radici nella tradizione biblica e nell'immaginario universale dell'uomo antico.

La figura del pastore nelle Scritture
La metafora del pastore è un tema ricorrente fin dall'Antico Testamento, dove Dio è visto come la guida che conduce il suo popolo. Anche figure come Mosè ricevettero il compito di essere guide e custodi del gregge di Israele. Per l'uomo antico, questa figura rappresentava un padre accorto e premuroso, espressione della sollecitudine divina verso l'umanità.
Anche la cultura ellenista conosceva l'immagine del pastore, spesso associata a un giardino paradisiaco e alla nostalgia di un mondo puro. I cristiani dei primi secoli hanno integrato queste aspirazioni, vedendo in Gesù il compimento di tali aspettative. Alcuni accostavano la figura di Cristo a Orfeo, il cantore divino capace di placare la ferocia con il suo canto e di ridare vita a ciò che è spento.
Il Buon Pastore vs. il Mercenario
Gesù traccia una distinzione netta tra il "buon pastore" e il "mercenario":
- Il buon pastore: è disposto a deporre la propria vita per le pecore. Egli conosce le sue pecore una ad una, le chiama per nome e si preoccupa profondamente per loro, rischiando tutto pur di non smarrire nessuno.
- Il mercenario: non appartiene al gregge, le pecore non sono sue e, davanti al pericolo, abbandona il gregge per mettere in salvo se stesso, lasciando le pecore alla mercé dei lupi.
Il sacrificio di Gesù sulla croce rappresenta l'atto supremo del buon pastore: la croce diventa l'ostacolo insormontabile che protegge il gregge, allontanando ogni pericolo e ogni minaccia di dispersione.
Universalità e mistero della Trinità
Giovanni ambienta il discorso a Gerusalemme, rivolgendosi ai Giudei per annunciare una verità rivoluzionaria: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare». Queste parole superano i confini del "recinto ebraico" per includere il "recinto pagano", sottolineando che la Parola di Verità è destinata a tutta l'umanità, senza primati o chiusure istituzionali.
Negli ultimi versetti della pericope, emerge il profondo rapporto trinitario. A differenza dei vangeli sinottici, Giovanni mette in luce la libera volontà del Figlio: nessuno toglie la vita a Gesù, ma è lui che, in piena sintonia con il Padre, sceglie di deporla per poi riprenderla. Questo è il mistero del Figlio che si spoglia della sua pienezza per sperimentare l'incarnazione e la croce.
L'immagine della pecora smarrita
Nei Vangeli di Matteo e Luca, la sollecitudine del Pastore è illustrata dalla parabola della pecorella smarrita. Gesù non si accontenta delle novantanove che sono al sicuro; egli cerca la pecora che si è persa nel "groviglio della vita".
| Concetto | Significato simbolico |
|---|---|
| Cento pecore | Immagine della pienezza dell'essere umano. |
| Pecora smarrita | Ciò che abbiamo perso, represso o smarrito dentro noi stessi. |
| Il ritrovamento | La gioia del ritorno alla propria integrità e la festa divina. |
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Il legame intimo tra pastore e gregge si riflette anche nella melodia dell'amore. Come i canti pastorali e le musiche di Corelli, Manfredini e Torelli richiamano la tenerezza del Natale, così l'amore di Gesù tocca il cuore dei fedeli, offrendo quella pace profonda che il Salmo 23 esprime magistralmente: «Il Signore è il mio pastore, nulla mi mancherà».