Quando scende il silenzio e la morte, tutto è consegnato al Padre e la salvezza è donata agli uomini. La croce, sebbene sia uno strumento di morte e di oppressione, nel contemplare il Crocifisso ci rivela che l'amore è più forte della violenza e dell'odio. Nel Crocifisso noi vediamo il dono dell'amore come risposta all'odio degli uomini.
La Croce: Dono d'Amore e Accoglienza Incondizionata
È questa l'immagine potente evocata dalle braccia distese di Gesù, con le mani aperte e trafitte dai chiodi. Le braccia sono distese per ricevere, le mani sono aperte per donare. Le braccia distese vogliono accogliere il peccato degli uomini, mentre le mani sono aperte per donare senza misura il perdono. Il Crocifisso rende concreto ciò che Gesù stesso aveva insegnato a Pietro: perdonare all'infinito, fino a «settanta volte sette» (Mt 18, 22).
Nelle mani trafitte si compendia il dono dell'Eucaristia: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». L'Eucaristia ci riunisce come Chiesa, popolo redento dal Signore, convocato per celebrare la Pasqua. Recuperiamo in questa Pasqua l'amore per il Crocifisso, contemplando con riconoscenza il mistero che si compie sull'altare della croce, su cui Cristo offre sé stesso per noi.
Davanti al mistero del Crocifisso, se ci sentiamo debitori, ingrati o impotenti, facciamo nostre le parole di san Guido Maria Conforti: «Il Crocifisso è il gran libro sul quale si sono formati i santi e sul quale noi pure dobbiamo formarci. Tutti gli insegnamenti contenuti nel Vangelo sono compendiati nel Crocifisso. Esso ci parla con una eloquenza che non ha l'eguale: con l'eloquenza del sangue».
La croce di Cristo e le nostre croci sono intrinsecamente connesse: senza quella prima croce, il dolore di milioni di uomini non avrebbe un significato. Quale mistero profondo: Gesù condivide con noi la sua croce! Dobbiamo abbracciarla ogni giorno, nei nostri dolori, nel peso e nei doveri delle nostre giornate. La via della croce è una via controcorrente, poiché noi naturalmente fuggiamo le difficoltà, i pericoli e i dolori. Quanto diversa è la libertà di Gesù! Per amore del Padre e degli uomini, egli si consegna, non fa ricorso alla spada, non mente, si dona.
Gesù non pensa a sé, non è chiuso nel proprio dramma: sulla croce le braccia sono distese per accogliere, le mani aperte per dare. Egli offre per noi, per riconciliarci a Dio. L'uomo prendendo divide, Gesù donando, unisce cielo e terra. Non dobbiamo diventare come Giuda, figura tragica che non comprende il disegno salvifico di Dio, per cui esso diviene scandalo. Chiuso in sé stesso, nell'arrogante sicurezza delle proprie ragioni, Giuda perverte la sua libertà e la perde per sempre.
L'incontro con Gesù può avvenire, come per Pietro, attraverso un fallimento clamoroso, dopo aver dichiarato prontezza ad affrontare anche la morte con Lui. In un amaro pianto svanisce la sicurezza di Pietro, ma egli non cade nel nulla. Dall'abisso dell'amore e della misericordia di Dio rinasce, riconoscendo: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Il sepolcro di Gesù è il sigillo sacro della sua via, sigillo dell'amore vero, un annientamento e un abisso d'amore.

Le Braccia Aperte nella Tradizione della Preghiera Cristiana
Come il re Davide, anche noi - davanti alle braccia distese e alle mani aperte di Gesù - alziamo le braccia e imploriamo: «Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; porgi l'orecchio alla mia voce quando t'invoco. […] Non piegare il mio cuore al male, a compiere azioni criminose con i malfattori». Nella Sacra Scrittura abbiamo moltissimi esempi in cui si pregava con le braccia elevate.
Nella comunità dei primi albori del cristianesimo, i fedeli alzavano le mani verso il cielo con molta semplicità. Tertulliano, ad esempio, diceva: «Si statueris hominem manibus expansis, imaginem crucis feceris» (Se metti un uomo con le braccia aperte, ottieni la figura della croce -Nat. 1,12.7). L'uso di pregare con le mani levate è attestato anche da Giustino nel dialogo con Trifone e da Minucio Felice.
Tertulliano, nel De oratione, paragona il volo degli uccelli, che stendono le loro ali a formare il segno della croce, al modo di pregare degli uomini con le braccia aperte. Anche i Padri della Chiesa come San Cipriano (nel De domenica oratione), San Giovanni Crisostomo e Sant’Ambrogio testimoniano la preghiera fatta con le braccia alzate.
L'alzare le mani è anche segno di resa nei confronti del Signore. Alzando le mani verso l'alto, le palme sono aperte, simbolo opposto al pugno violento e alle mani chiuse dall'egoismo. Gesù, nel mistero della Trinità, è pura accoglienza dell'amore: se il Padre è l'eternamente donante, il Figlio è l'eternamente ricevente quel dono. La preghiera di un “popolo unito”, la preghiera della Chiesa, con le mani rivolte al cielo, esprime e favorisce i sentimenti dell'animo dei partecipanti in un momento di liturgia divina. Questo “rivolgersi in alto” è il fondamento della comunione, unendo la dimensione “verticale” della fede che nasce dall'alto con la dimensione “orizzontale” della relazione fraterna.

Il Corpo nella Preghiera: Un Linguaggio Dimenticato e Riscoperto
La persona umana matura ed equilibrata usa sia il linguaggio verbale (numerico) che quello corporeo (analogico) in radicale armonia, poiché entrambi sono necessari affinché la comunicazione sia veramente e profondamente «umana». Riflettere su questi principi e sulle loro conseguenze è fondamentale oggi, anche nel campo della pedagogia della fede e della preghiera.
Il progressivo sviluppo dei mass-media ha portato una moltiplicazione degli stimoli visivi e sonori, rendendo difficile la conquista di quella quiete e concentrazione interiore della persona, che sono il presupposto di qualsiasi forma di preghiera. Nel campo della preghiera, si è verificata una progressiva marginalizzazione del linguaggio corporeo, mentre è proprio in questo campo che esso ha trovato le sue espressioni più spontanee e più sublimi, come dimostrano le manifestazioni presenti in tutte le religioni.
Nel cattolicesimo, ha nuociuto molto una certa sfiducia, ereditata da secoli di rigorismo, nei confronti del corpo, spesso considerato solo come uno strumento temporaneo da cui ci si libera. Troppo spesso si pensava al «corpo che ho» e non al «corpo che io sono». Dimenticando, soprattutto a livello pedagogico, che gesti e segni corporei esercitano un'impressione e riflettono la loro azione su noi stessi. Si può influenzare l'anima con il corpo, rivivere e approfondire un sentimento, uno stato d'animo. La realtà entra in contatto con noi solo attraverso il corpo; pregare anche con il corpo significa quindi pregare con tutta la realtà umana.
Come afferma Garaudy: «Il corpo non è una parte dell'uomo... Il corpo è l'uomo che si esteriorizza, è ciò che mi collega agli altri e al mondo, ciò attraverso cui mi esprimo e prendo coscienza di me stesso». La liturgia, la Messa e i riti sacramentali avevano ben compreso tutto questo, ma secoli di stilizzazioni hanno spesso cancellato questa consapevolezza, lasciando solo monconi incomprensibili di espressività corporea. Oggi, un versetto come quello del Salmo 84 «Il mio cuore e la mia carne gridano al Dio vivente» viene spesso recitato senza un'adeguata risonanza interiore. Un atteggiamento corporeo appropriato in un contesto adeguato potrebbe portare a una radicale interiorizzazione del sentimento del versetto.
Cristo è parola di Dio, ma non puro verbalismo. Egli ha trasmesso la salvezza non solo con le parole, ma anche con gesti sensibili e corporali, con tutta la sua persona. Erede di una ricchissima tradizione veterotestamentaria, Gesù lasciò un rito largamente espressivo (Fate questo in memoria di me). Nella sua vita per pregare «alzava gli occhi al cielo», «si prostrava», «si ritirava nel deserto».
È necessario ottenere dal corpo un apporto positivo alla preghiera, che faccia beneficiare lo spirito della sua vitalità, del suo equilibrio e della sua pace. È attraverso il corpo che si inizia lo spirito alla distensione, allo slancio, all'abbandono e all'offerta a Dio. Il corpo è ricco di energie che, se captate e canalizzate, fortificano lo spirito e lo sostengono nella sua attività di preghiera. La vocazione più alta del corpo è di trasformarsi in un linguaggio. Saper plasmare il proprio corpo per esprimere la propria vita profonda è una grande arte, vera nelle relazioni umane e non meno nei rapporti con Dio.
L'Importanza dell'Espressione Corporea nella Pedagogia della Fede
La moderna pedagogia dei preadolescenti ha riscoperto l'importanza dell'espressione corporea e delle sue tecniche. Molti animatori di pastorale e catechisti ne hanno percepito l'enorme importanza nel campo della pedagogia della fede e della preghiera, pur con la cautela di evitare eccessi che trasformino le riunioni in «sacre rappresentazioni» o esercizi esoterici.
È fondamentale integrare la pedagogia della «preghiera anche con il corpo» con l'educazione alla corporeità e all'espressione come crescita personale e comunitaria, e con l'educazione dei sensi e dei sentimenti. Una corretta pedagogia della preghiera diviene così una corretta iniziazione all'essere pienamente «uomini», figli di Dio. Una preghiera così richiede una lunga preparazione, inevitabile se crediamo che la preghiera sia una cosa seria.
Attraverso il corpo entriamo in relazione con la realtà esterna, materiale e umana. Il corpo ha una funzione «collettiva»: attraverso di esso le realtà esterne entrano in noi e ci influenzano, e attraverso di esso noi influenziamo e operiamo tra le persone che ci circondano e nell'ambiente in cui ci troviamo.
L'Ambiente della Preghiera: Materiale, Umano e Comunitario
Questa considerazione riveste grande importanza per la preghiera. Negativamente, il contesto materiale e umano può impedire la preghiera, soprattutto se le parole e i sentimenti espressi non corrispondono al contesto. Sfruttare positivamente l'ambiente, soprattutto quello umano, per la preghiera è fondamentale: non è la cornice, ma la tela su cui si dipinge. È assolutamente necessario raggiungere l'armonia tra l'ambiente e la preghiera. Ad esempio, ammassare un gruppo di ragazzi in chiesa e proporre una serie di preghiere formali con un ordine sommario non può aiutare una vera pedagogia della preghiera. Nella preghiera dei ragazzi devono entrare le loro esperienze quotidiane, il loro ambiente e le loro curiosità.
Molta più attenzione è necessaria per l'ambiente «umano». L'atteggiamento corporeo della preghiera ha una funzione collettiva molto accentuata: trasforma una riunione di preghiera in «celebrazione» e in pregare «insieme», perché la preghiera di ciascuno diviene stimolo, aiuto e testimonianza per l'altro.
Esistono due forme differenti di vivere e celebrare la fede:
- Una forma che mira a mantenere una situazione stabile e percepita come definitiva.
- Una forma che intende creare personalità spontanee, in grado di cercare un cammino proprio per esprimere la fede.
Le differenze principali tra queste due forme sono:
- Celebrazioni con una minoranza che dirige o celebrazioni comunitarie: La celebrazione autentica deve riuscire a creare condizioni di libertà, rendendo possibile un ambiente in cui il gruppo si senta creatore di nuovi modi di espressione della propria fede.
- Celebrazioni per uomini-oggetto o per uomini-soggetto: Molti animatori cercano tecniche perfette a livello psicologico e pedagogico solo per rinforzare le proprie posizioni, usando il gruppo come «uomini-oggetto». Un secondo modo, più autentico, è usare la tecnica per creare un ambiente in cui la persona sia protagonista e soggetto, in grado di sviluppare creatività, critica e originalità. Ogni ragazzo deve essere capace e libero di esprimere la propria parola per creare nuove espressioni di fede.
- Celebrazioni che dividono o che solidarizzano: Una forma di intendere le espressioni della fede può automaticamente stabilire una divisione tra una élite che pianifica e dirige e una massa che recepisce in forma impersonale. Occorre invece creare forme di celebrazione che pongano tutto il gruppo (ragazzi, giovani e adulti) in un cammino di fede tracciato insieme da tutti.
Quando un gruppo è molto grande, non si possono usare i canoni della preghiera meditativa e spontanea che danno grandi risultati in un piccolo gruppo. Il silenzio imposto è la cosa che fa il maggior fracasso interiore. I ragazzi devono convincersi che il silenzio è la sola porta alla preghiera, necessario per fare attenzione a Colui che mai nessuno ha visto, Colui che si rivela dentro di noi. Occorre spiegare che il silenzio non è mancanza di tutto, ma concentrazione e occasione per la scoperta di voci e suoni di cui non si erano forse mai accorti.