I Personaggi Biblici in Cammino: Itinerari di Fede e Vocazione

La profonda conoscenza di Carlo Maria Martini del testo biblico da una parte e della spiritualità ignaziana dall’altra ha fatto sì che egli operasse una sintesi originale e straordinaria tra la Parola e la vita. Ispirandosi alle vicende di alcuni grandi personaggi biblici dell’Antico Testamento, Martini ha guidato, dal 1978 al 1993 (e nuovamente dal 1981 al 1993, secondo quanto riportato), diversi corsi di esercizi, percorsi di ascolto della Parola, di discernimento e di rinnovamento. Questi corsi sono stati così profondi da rendere alcuni dei testi veri e propri fenomeni editoriali.

Come sottolinea Pietro Bovati nella Prefazione, i Corsi di Esercizi qui presentati hanno la particolarità di proporre itinerari di preghiera basati sulla storia di importanti personaggi dell’Antico Testamento. L’orante è chiamato a identificarsi con loro, nelle loro intriganti vicende, in modo da ripercorrere il cammino spirituale che Dio indica e promuove.

La Vocazione e la Chiamata: Fondamenti Biblici

Nell’orizzonte della rivelazione storica della Bibbia, il termine “vocazione” e, più in generale, l’atto del “chiamare” fanno riferimento ad un processo che descrive la condizione dell’uomo invitato a dialogare con il Creatore e, in conseguenza di tale relazione, a scegliere di vivere secondo un progetto di felicità e salvezza. Secondo la descrizione contestuale che emerge dai numerosi racconti biblici, l’uomo “non ha la vocazione” come fosse un bene di possesso, bensì “deve cercare e realizzare la propria vocazione” come una graduale scoperta da compiere in relazione al progetto di Dio, origine e sorgente di ogni vocazione.

Insieme al termine “vocazione”, che esprime già una connotazione teologica, si trova comunemente l’idea della “chiamata”. Con la parola “chiamata” si allude più specificatamente all’appello contestuale, all’intervento puntuale che Dio fa giungere ai suoi destinatari in modi e forme diverse, affinché conoscano e accolgano l’invito a seguirlo nel compimento della sua volontà. Nel corso dell’esistenza, intesa come “itinerario di vocazione”, si possono realizzare più “chiamate” di Dio rivolte agli uomini perché accolgano, confermino, perseverino, testimonino la verità progettuale del proprio “divenire” nella storia.

La Dinamica della Vocazione-Chiamata

Sul versante fenomenologico, la vocazione-chiamata si può descrivere come «l’intuizione fondamentale che la persona umana coglie progressivamente e in momenti successivi all’ascolto della parola rivelata, dello Spirito illuminante nell’animo, dai moti intenzionali di adesione al Signore nella comunità ecclesiale, dalla propria disponibilità in servizio degli altri, da ideali di promozione a vita adulta, da tendenze intellettive e affettive, dall’ambiente educativo, dalle idealità dell’epoca, dagli avvenimenti quotidiani, dai rapporti con le persone, luoghi e situazioni» (T. Goffi). Una tale articolazione si ritrova nei personaggi e nelle narrazioni bibliche che descrivono i dinamismi dell’appello divino e della risposta umana.

Fin dall’inizio della narrazione biblica, Dio «chiama» le cose all’esistenza (cf Bar 3,33-35; Is 40,26) e, dopo aver creato la coppia umana, le affida una missione secondo un progetto di benedizione (Gen 1,28-30). L’atto della chiamata presuppone un disegno previo sulla storia e una libertà di risposta da parte di coloro che sono stati interpellati. Per tale ragione, l’appello che l’Onnipotente fa sentire ai singoli personaggi biblici implica sempre una “elezione” previa in vista di una “missione”.

Personaggi dell'Antico Testamento e i Loro Percorsi Vocazionali

I Patriarchi: L'Esempio di Abramo

Le storie patriarcali sono fortemente rappresentative della dialettica vocazionale, in particolare l’esperienza di Abramo, che assume una posizione esemplare nei racconti genesiaci. Nella vicenda dell’Arameo errante di Ur (Dt 26,5) si inaugura la prima fondamentale “paternità vocazionale”, contrassegnata dall’obbedienza piena alla Parola divina (Gen 12,1-4) e alle sue promesse (Gen 15,1-21), e allo stesso tempo forgiata dalla prova di fedeltà (Gen 22,1-18).

La vicenda abramitica mette in luce gli aspetti focali della dialettica vocazionale:

  • l’iniziativa di Dio che elegge e chiama in modo irrevocabile;
  • la risposta di fede dell’uomo nella sua piena libertà e disponibilità (cf Rm 4);
  • l’inizio di una “storia vocazionale” il cui destino è nelle mani di un Dio che promuove i deboli e «rovescia le sorti» (cf Est 4,26).
Mappa del viaggio di Abramo dal suo paese natale alla Terra Promessa

Mosè: Un Esodo Personale e Collettivo

Nei racconti dell’Esodo la vocazione di Mosè (Es 3,1-12) anticipa profeticamente quella dei «figli di Israele», chiamati a diventare il «popolo di Jhwh» (‘am jhwh). Le pagine di Es 3-6 costituiscono il primo stadio della scoperta della vocazione, un vero «esodo personale dentro l’esodo» (R. Fabris).

Il Signore si manifesta imprevedibilmente al pastore di Madian come «Dio di tuo padre, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Es 3,6) e lo manda a liberare il suo popolo. È un Dio che chiama per nome e rivela la sua paternità all’interno delle vere relazioni familiari (non quelle della corte egiziana): «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi» (Es 3,14).

La vocazione si colloca nella memoria viva di una comunità: i patriarchi “appartengono” a Mosè e al suo popolo sofferente, perché sono “parte della sua storia” e senza di loro egli non potrà capirsi, né capire gli avvenimenti drammatici che stanno accadendo. Le parole della chiamata e dell’invio, sentite riecheggiare in un luogo di esilio e di emarginazione, rivelano a Mosè che egli “appartiene a Dio” e che la terra dove risiede non è luogo straniero e maledetto, bensì “terra santa”.

A partire dalla teofania del roveto ardente, il protagonista intuisce che non è lui ad aver visto le sofferenze del suo popolo in schiavitù, bensì Dio (Es 2,24-25). Da una parte Jhwh si rivela come solidale con i poveri e gli oppressi, partecipe delle sofferenze del suo popolo (Es 3,7-9); dall’altra Mosè, chiamato a rendere presente in mezzo al popolo questa partecipazione salvifica di Dio, entra frequentemente in crisi e oppone resistenza. Nondimeno, nello sviluppo narrativo del cammino attraverso il deserto, Mosè impara dalle sue resistenze a conoscersi e a conoscere sempre più il misterioso disegno salvifico di Jhwh. La fede del liberatore cresce in una progressiva “mediazione” caratterizzata da un rapporto intenso con Dio e nello stesso tempo dalla solidarietà con la sua gente, alla quale egli deve testimoniare la fedeltà di Jhwh. La vocazione personale di Mosè si intreccia con quella del popolo di Israele, definito il «mio figlio primogenito» (Es 4,22; cf Dt 14,1; Os 11,1ss.) e invitato da Dio a fare «alleanza» presso il Sinai. L’elezione di Israele mediante il rito del sangue, in cui si riporta l’appello di Jhwh e la risposta dell’assemblea riunita (Es 24,1-8), sancisce in modo chiaro la dialettica vocazionale tra Jhwh e l’assemblea santa, secondo la promessa di Dio: «Se ora vorrete ascoltare la mia voce e osservare la mia alleanza, sarete mia proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra.»

Rappresentazione di Mosè davanti al roveto ardente

Giudici e Re: Gedeone, Samuele e Davide

Troviamo racconti di chiamata in diversi “libri storici”, a testimonianza di come Dio interviene per sostenere il suo popolo che implora la salvezza (cf Gdc 3,9.15; 4,3; 6,6; 10,10). Tra le varie figure di giudici di Israele, la storia di Gedeone (Gdc 6,11-24) rivela con straordinaria vivacità la dialettica vocazionale, impastata di insicurezze, segni prodigiosi e prove da parte di Jhwh.

Nei libri di Samuele si narrano alcune importanti vocazioni, che rivelano come la storia degli uomini sia guidata dalla mano provvidente di Jhwh. Il notissimo racconto della chiamata di Samuele (1Sam 3,1-18) riassume le caratteristiche dell’incontro Dio-uomo: il profeta è presentato come un «dono di Dio» fin dalla nascita, perché generato da una donna sterile (1Sam 1,19-28), vive nel contesto templare (1Sam 2,18-21) e da bambino fa esperienza dell’incontro notturno con Jhwh, che lo chiama a fare giustizia nei riguardi di un popolo corrotto ed infedele (1Sam 3,11-14). Nella persona di Samuele s’incrociano motivi patriarcali e ruoli profetici, che rendono questo personaggio un punto di riferimento della storia di Israele e dell’istituzione monarchica. In tal senso i racconti collegati all’investitura regale possono essere intesi nell’ottica vocazionale, in quanto è Dio solo che elegge e indica chi dovrà essere consacrato re di Israele. Così accade nella scelta di Saul (1Sam 9,15-25) e nella consacrazione del suo successore, Davide (1Sam 16,1-13).

I Profeti: Voci della Chiamata Divina

Unitamente allo sviluppo dell’istituzione monarchica, Jhwh suscita profeti in Israele. È proprio nell’ambito del movimento profetico che trova uno sviluppo notevole l’evento della vocazione di Dio. Tra le costanti letterarie del genere profetico spiccano i “racconti di vocazione”, che hanno la finalità di legittimare la natura divina del ministero della Parola.

Nei cicli di Elia ed Eliseo (1Re 17-2Re 11) si descrive l’esperienza vocazionale che i due «uomini di Dio» vivono nel contesto della persecuzione e della crisi religiosa del IX secolo. In 1Re 19,19-21 si narra la chiamata di Eliseo, mediante il gesto simbolico della copertura del mantello di Elia, che indica l’appartenenza del giovane discepolo a Jhwh e la determinazione a seguire il suo progetto di salvezza. Eliseo abbandonerà la propria famiglia e il proprio lavoro per mettersi a servizio del suo maestro e succedergli quando questi «sarà rapito in cielo» (2Re 2,1-13). Va notato come la vocazione-chiamata dei profeti si contrapponga alle forme di successione al trono dei governanti e alle loro scelte politiche, spesso frutto di intrighi di corte e di compromessi iniqui. L’autore deuteronomista riporta la storia dei Regni e dei loro governanti non come “storie di chiamate”, ma come cronache politico-militari, le cui gesta vengono sottoposte al giudizio di fedeltà/infedeltà da parte del Signore (cf 1Re 13,33-34; 15,30; 16,7.13.19.26.33).

Le storie vocazionali narrate in chiave autobiografica dagli stessi protagonisti rivelano la dinamica sconvolgente della chiamata divina, che implica un cambiamento radicale della vita del profeta. Amos ricorda ad Amasia l’origine divina della sua vocazione: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori. Il Signore mi prese di dietro al bestiame e il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele» (Am 7,14-15).

L’esperienza vocazionale di Isaia viene riferita dallo stesso protagonista con maggiori particolari: stando nel contesto della liturgia templare, il profeta è avvolto in una teofania, purificato nelle labbra da un serafino e destinato da Jhwh a predicare al popolo di Israele (Is 6,1-13). Accogliendo la chiamata divina, Isaia trasforma la sua esistenza e la mette a completo servizio della Parola di Dio, affidando la sua testimonianza ai suoi discepoli (Is 8,16).

Non sappiamo molto della vocazione di Michea di Moreset, a cui Dio «rivolge la Parola» (cf Mic 1,1) affinché possa annunciare a Giuda e a Gerusalemme il giudizio celeste e la necessità della conversione al Signore, perché tutti possano ritrovarsi in Sion (cf Mic 4,1-5).

Illustrazione di un profeta biblico che riceve una visione divina

I Profeti Esilici: Geremia, Deuteroisaia, Ezechiele

Tra le vicende dei profeti esilici spiccano tre storie vocazionali: Geremia, l’anonimo profeta indicato come Deuteroisaia ed Ezechiele. La storia di Geremia s’impone per la sua densità autobiografica e il pathos narrativo.

La Vocazione di Geremia

Sono state individuate almeno tre tipologie dei testi vocazionali riguardanti l’opera di Geremia: i racconti biografici in terza persona (cf Ger 19,1-3); le confessioni autobiografiche, molto vicine al genere delle lamentazioni e dei salmi penitenziali, in cui il profeta parla in prima persona (cf Ger 11,18-20; 20,7-18); gli oracoli, che rappresentano il modo in cui Geremia affronta concretamente la sua missione e che riguardano aspetti della vita personale e azioni simboliche (cf Ger 16,1-6; 19,1-2; 27,1-2).

Schematizzando l’esperienza del giovane chiamato, si possono indicare tre fasi della sua vocazione:

  1. In primo luogo troviamo nel profeta chiamato, ancora giovanissimo, da Dio, una risposta di tipo “ricettivo” (Ger 1,4-9).
  2. In seguito Geremia matura una “fede oblativa”, tipica dello stadio giovanile, che gli consente di mettersi a servizio di Dio e della Legge con entusiasmo e voglia di fare. Nel suo animo sensibile si riflette, pungente, il contrasto tra la ribellione del popolo incorreggibile e le ragioni di Dio, che egli deve far valere; piange per l’ostinazione della sua gente (Ger 4,19-22; 8,23; 9,17; 13,17; 15,10-18; 21,9) e intercede a favore del suo popolo (7,16; 11,14; 14,11), da cui ottiene solo persecuzione, violenza e rifiuto.
  3. Tuttavia, nel prosieguo della sua missione, il punto di arrivo dell’esperienza vocazionale è caratterizzato da un passaggio alla fede “adulta”, secondo la quale il profeta allarga la propria visuale in prospettiva universalistica e qualifica la propria relazione con Dio. Il profeta passa dalla resistenza alla “consolazione”, quando comprende che è Dio il solo a “scrivere” la storia della salvezza e della liberazione del suo popolo. Gli oracoli della consolazione (Ger 30-34) si aprono alla speranza nuova, che si realizzerà mediante la ricostruzione della comunità e il ritorno della pace tra il popolo. Geremia diventa il profeta della misericordia di Jhwh (Ger 31,3), della nuova alleanza promessa alla comunità reduce dall’esperienza dell’esilio: «Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore.»

Il Servo di Jhwh nel Deuteroisaia

La stessa speranza con cui si chiude il ministero di Geremia è cantata dal profeta della “consolazione” (naham), l’anonimo predicatore esiliato in Babilonia che viene indicato come Deuteroisaia (cf Is 40-55). Della sua personale esperienza vocazionale non sappiamo nulla, ma nel libro si presenta la storia di un personaggio messianico, il “servo di Jhwh” (hebed jhwh) che viene chiamato, consacrato e mandato da Dio ad annunciare la salvezza a tutte le genti.

La vocazione-chiamata è riportata in Is 42,1-9, il primo dei quattro carmi del servo: il Signore presenta il “servo” come un «eletto di cui si compiace» e su cui ha posto il suo spirito (v. 1). Le caratteristiche della sua missione riflettono un tempo di pace e di misericordia: il servo «proclamerà la giustizia di Jhwh» senza violenza né prevaricazione e tutti i popoli conosceranno il diritto di Dio e la sua provvidenza (vv. 4-5). La dichiarazione finale del Signore indica la natura della missione affidata al suo servo: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (vv. 6-7).

Nel secondo canto (Is 49,1-6) viene delineata la missione universale del servo, chiamato fin «dal grembo materno» (vv. 1.5) ad essere «luce delle nazioni» (le´ôr gôyìm), per recare la salvezza fino all’estremità della terra (v. 6). Nel corso della sua predicazione il servo sarà provato (v. 7) e nel successivo terzo canto il servo viene presentato come un testimone sofferente di fronte ai suoi nemici (Is 50,4-11): egli oppone resistenza e riceve persecuzione, mostra fedeltà alla Parola di Dio e subisce violenza. La vocazione-missione del consacrato di Jhwh culmina nella sua morte vicaria, descritta con toni lirici nel quarto canto (Is 52,13-53,12): sfigurato, disprezzato, maltrattato «fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte» (Is 53,8). Questa vocazione è contrassegnata da una dimensione mistica.

I Personaggi Biblici nel Tempo Ordinario della Chiesa

Durante l’anno liturgico, la chiesa si premura di dischiudere ai fedeli «i molteplici tesori dell’unica Parola di Dio». Anche nel corso del Tempo ordinario «la chiesa si edifica e cresce nell’ascolto della Scrittura e i fatti mirabili che un tempo Dio ha compiuto nella storia della salvezza vengono in mistica verità ripresentati» di fronte ai nostri occhi. Le monache clarisse di Cortona, ad esempio, hanno approntato il commento a quindici testi liturgici letti nel periodo iniziale del Tempo ordinario dell’anno pari.

Ecco allora che vengono ripresentati i progenitori Adamo ed Eva, i contrasti fra Caino e Abele, l’esilio di Noè e della sua famiglia sull’arca sotto il diluvio; di nuovo Abramo e Sara, ma anche la schiava Agar, riprendono il cammino verso la Terra promessa; Giacobbe e i suoi figli danno inizio - in Giuseppe - all’epopea del popolo in Egitto. Con Mosè, e con il suo successore Giosuè, Israele viene liberato e si installa in Canaan; con Gedeone è ripresentata la fase dei giudici, mentre il re Davide è anticipato in Rut. Ma non mancano il rientro e la ricostruzione dopo l’esilio, con Esdra e Neemia, il racconto edificante del viaggio di Tobia insieme con l’angelo e la dura vicenda dell’ellenizzazione forzata, con l’episodio dei fratelli ‘martiri’ Maccabei.

Si prosegue quindi con Samuele, donato a YHWH da Anna come ringraziamento della fecondità ricevuta. Il profeta Amos, spedito dalla tranquilla Tekòa al santuario del re del Nord, a Betel, è testimone di un infuocato confronto col prezzolato sacerdote Amasia, venduto al potere. Abramo, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Samuele, Davide, Elia, Geremia e Giobbe: questi personaggi cosa possono ancora rappresentare per le donne e gli uomini di oggi?

La Chiamata di Paolo: L'Iniziativa Gratuita di Dio

Il racconto che Paolo fa della propria chiamata-rivelazione-missione profetica nella lettera autoriale di Galati mette in luce l’iniziativa gratuita di Dio e la natura apocalittica dell’evangelo, testimoniata dalla vita apocalittica dell’apostolo e dalle prove bibliche da lui addotte.

La conversione di san Paolo

"Come una Bussola": I Personaggi Biblici per i Giovani di Oggi

Il bisogno oggettivo è quello di una fede rigenerata, rinata, e non riciclata, insomma un secondo Battesimo, o meglio il primo ripreso da capo. Si può intuire che la fede dei giovani, fragile e bellissima, collochi la Bibbia ai margini dei loro interessi esistenziali. La Bibbia non gli appare popolata di persone significative, se si sottrae forse la persona di Gesù. Vi è una ragione sostanziale, che determina questo atteggiamento di indifferenza: è il profondo rimescolamento di tutti i valori ricevuti, anche religiosi, che il giovane prova, come per un vestito inadatto, e dunque il suo dire no al dato religioso può voler dire “voglio cose in altro modo”. Il suo essere “bastian contrario” (= contrario per principio) che tanto irrita (lui stesso per primo) è di chi non rifiuta il cammino, ma vuole avere un’altra strada. Questo vale anche per l’incontro con il Libro Sacro.

Non è il no a cosa sentita negativa, ma a cosa che appare non significativa, dentro un mondo religioso e di valori diventato poco o per nulla attraente e convincente. Ed infatti, si nota in tanti di questi ragazzi una sorprendente disponibilità verso la Bibbia dove la sintonia si raggiunge, meno, almeno all’inizio, per l’autorevolezza di una pagina biblica detta Parola di Dio, ma per degli adulti che li accostano come educatori pazienti e testimoni credibili del personaggio più grande che è la figura di Gesù, di persone insomma che quando dicono Parola di Dio, la mostrano nella loro vita. È quanto dimostra proprio l’esperienza per esempio delle GMG: il Papa mentre consegna la Bibbia ai giovani, integra con la propria personale credibilità il bisogno di orientamento e di certezze di costoro.

Percorsi di Fede e Discernimento

Attingere la fede alla sorgente, nell'esperienza personale di Gesù Cristo e della prima comunità e del popolo di Dio dell’Antico Testamento, implica il riconoscimento della memoria come dimensione costitutiva dell’esistenza cristiana. È fondamentale la coscienza del “non possesso” da parte nostra della Parola: gratuità, trascendenza, dono.

Per i giovani, è un processo che implica imparare ciò che è il contenuto tramite la modalità della comunicazione, come mediazione non accidentale, ma costitutiva del messaggio stesso. Questo conduce alla scoperta di Gesù Cristo nel suo “diario dell’anima”. Così, infatti, è stato pensato e voluto dalla prima chiesa, il Vangelo. La lettura dei vangeli diventa scoperta e incontro con una persona nella sua dimensione corporea, spirituale, affettiva, religiosa, sottolineando le tante domande che altre persone fanno su di lui e che Gesù stesso fa a gli altri. Grazie alla scoperta di Gesù e del suo mondo di relazioni, si può ritrovare tra le righe del Vangelo, un invito, e anzi traccia suggestiva per un proprio “diario dell’anima”.

Una scoperta di Gesù e di se stesso avviene all’interno di una comunità. La Bibbia ha un luogo vitale di rilettura nella comunità, e nella Scrittura il giovane è chiamato a ritrovarsi come nella sua famiglia. Dall’interno del testo biblico, si può cogliere la Parola nel suo continuo intreccio, talora drammatico, di domanda e risposta a riguardo degli aspetti esistenziali della persona, quelli in particolare più connotati dalla stessa esperienza giovanile (aspirazione alla libertà e alla gioia, la vita come progetto, ricerca di sicurezza, fiducia e solidarietà…).

Un incontro personale (amicizia e dialogo, empatia) tra giovane/i ed educatore è cruciale. È impossibile per un adolescente accogliere come valore credibile e positivo la Parola di Dio, se di queste qualità facesse difetto la figura di riferimento (genitore, insegnante, animatore), chiamati ad una relazione di generazione. Ad una domanda ”perché i giovani non sembrano amare Gesù Cristo, tanto meno la Bibbia, diffidano della Chiesa…?”, un illustre vescovo ha risposto: “Perché adulti, genitori, animatori, catechisti, insegnanti, anche i preti e i vescovi, non amano veramente i giovani, o meglio questi non si accorgono di essere amati nel loro vero bisogno e secondo uno stile che essi attendono.”

Il discernimento “cosa voglio fare della mia vita?”, di cui un primo lineamento è la scelta del volontariato, una decisione di aiuto concreto verso il mondo dei poveri, è un passaggio fondamentale. Se la Bibbia non aiuta i giovani a riscoprire le risorse (il carisma) della carità che è in loro, carità che è cura per la giustizia, aiuto alla persona fragile, ricerca della pace… rischiamo di rendere la Bibbia “bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 13,1).

Foto di un gruppo di giovani che leggono e discutono la Bibbia con un educatore

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