Il Sacco di Roma del 1527: Eventi, Cause e Conseguenze

Il Sacco di Roma del 1527 ebbe inizio il 6 maggio di quell'anno, perpetrato dalle truppe imperiali al soldo di Carlo V d'Asburgo. Queste forze erano composte principalmente da circa 14.000 lanzichenecchi tedeschi, 6.000 soldati spagnoli e un numero imprecisato di italiani.

Le origini del conflitto affondano le radici nelle lunghe guerre per il predominio in Europa tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Francia, alleato con lo Stato della Chiesa. La Lega di Cognac, composta dal papa, dal re di Francia, dal Ducato di Milano, dalla Repubblica di Venezia, dalla Repubblica di Genova e dalla Firenze dei Medici, si opponeva all'imperatore.

Le Cause del Sacco

Inizialmente, una formazione di truppe imperiali, prevalentemente spagnole, era stata impegnata nella pianura padana contro la Lega di Cognac. Per rinforzare le truppe, l'imperatore fece scendere dal Tirolo i lanzichenecchi sotto la guida di Georg von Frundsberg. Nonostante l'iniziale contrasto efficace da parte di Giovanni delle Bande Nere, i possedimenti veneziani rimasero vulnerabili.

I lanzichenecchi e gli spagnoli, mal assortiti e in disaccordo tra loro, decisero di muoversi congiuntamente verso sud in cerca di bottino. La loro avanzata fu guidata parzialmente da Carlo III di Borbone, le cui truppe non vedevano la paga da mesi. Affamate e desiderose di preda, le truppe lasciarono indietro la poca artiglieria e aggirarono Firenze, considerata un obiettivo troppo difficile da espugnare.

Roma, dal canto suo, era praticamente sguarnita di difensori. Papa Clemente VII aveva licenziato le truppe per motivi economici, convinto di poter negoziare con Carlo V per cambiare alleanza. Questa decisione si rivelò fatale.

L'Avanzata Imperiale

Le truppe imperiali, guidate da Frundsberg, noto per il suo odio verso la Chiesa di Roma, lasciarono Trento nel novembre 1526. Inizialmente marciarono verso la Valle dell'Adige, per poi dirigersi verso la Valle del Chiese. Dopo aver incontrato resistenze a Lodrone e alla Rocca d'Anfo, e aver percorso difficili strade di montagna, le milizie tedesche furono fermate dalle truppe veneziane presso la Corona di Roè Volciano.

Temendo l'arrivo delle truppe della Lega stanziate nel milanese, Frundsberg ritenne impossibile sfondare verso Brescia. Le milizie imperiali superarono alcune deboli resistenze e raggiunsero Rivalta. Il 25 novembre 1526, nella battaglia di Governolo, i lanzichenecchi, con l'appoggio dei duchi di Ferrara e Mantova che fornirono artiglieria e si allearono con Carlo V, sconfissero le truppe di Giovanni dalle Bande Nere. Il condottiero italiano venne gravemente ferito e morì pochi giorni dopo.

Le truppe della Lega di Cognac dimostrarono scarsa coesione e efficienza militare. Alcuni principi italiani, come Alfonso I d'Este e Federico II Gonzaga, favorirono l'avanzata imperiale. Le forze pontificie, guidate da Francesco Guicciardini e Guido Rangoni, ripiegarono da Parma e Piacenza in direzione di Bologna.

Nonostante l'apparente inarrestabilità, anche i lanzichenecchi affrontavano difficoltà, in particolare per le gravi carenze di vettovagliamento e le condizioni climatiche avverse. Georg von Frundsberg era preoccupato e inviò una pressante richiesta di aiuto a Carlo di Borbone, che si trovava a Milano con le truppe spagnole.

Carlo di Borbone decise di muovere in soccorso con le sue truppe, che mostravano scarsa disciplina a causa del mancato pagamento del soldo. Dopo aver convinto i suoi soldati a obbedire, si mise in marcia da Milano e raggiunse l'esercito lanzichenecco a Pontenure il 7 febbraio 1527.

La Sedizione e il Malore di Frundsberg

Il 16 marzo 1527, gravi manifestazioni di indisciplina e sedizione scoppiarono tra le truppe imperiali a causa delle precarie condizioni di vita e del mancato pagamento del soldo. Dopo i tumulti tra i reparti spagnoli, anche i lanzichenecchi tedeschi si unirono alle proteste. Il tentativo di Frundsberg di sedare la rivolta fallì. Il condottiero tedesco, mentre parlava alle truppe, fu colpito da un grave malore e, affetto da ictus, dovette cedere il comando.

Proprio durante i giorni della sedizione, giunsero inviati del viceré di Napoli per informare Carlo di Borbone che era stata stabilita una tregua con papa Clemente VII sulla base di un versamento di sessantamila ducati all'esercito imperiale. Il papa, preoccupato per l'invasione, aveva deciso di negoziare e rompere la solidarietà tra le potenze della Lega di Cognac.

L'Attacco a Roma

Gli imperiali, circa 35.000 soldati spagnoli, tedeschi e italiani, superarono Forlì e l'Appennino, portandosi ad Arezzo. Le truppe a difesa di Roma erano poco numerose, ma potevano contare sulle solide mura e sull'artiglieria, di cui gli assedianti erano sprovvisti.

La mattina del 6 maggio, gli Imperiali iniziarono l'attacco, concentrandosi tra il Gianicolo e il Vaticano. Carlo di Borbone fu tra i primi ad attaccare, ma fu ferito gravemente da una palla d'archibugio e morì nel pomeriggio nella chiesa di Sant'Onofrio. La sua morte accrebbe l'impeto degli assalitori.

A prezzo di gravi perdite, le truppe imperiali riuscirono a entrare nel quartiere del Borgo. Mentre le truppe spagnole assaltavano le mura, i lanzichenecchi, guidati da Konrad von Boyneburg-Bemelberg, incominciarono la scalata ai bastioni. Un reparto di soldati spagnoli scoprì una finestra malamente mimetizzata di una cantina nel palazzo Armellini, che permise loro di infiltrarsi all'interno delle mura.

Privi di comando, i lanzichenecchi si diedero al saccheggio e alla violenza sugli abitanti della città, con una brutalità inaudita. Furono profanate chiese, rubati tesori e distrutti arredi sacri. Monache e donne furono violentate, palazzi di prelati e nobili devastati, ad eccezione di quelli fedeli all'imperatore. La popolazione fu sottoposta a ogni tipo di violenza.

Papa Clemente VII si rifugiò nell'imprendibile Castel Sant'Angelo. Il 5 giugno, dopo aver accettato il pagamento di una forte somma, si arrese e fu imprigionato. Tuttavia, la sua resa fu uno stratagemma per fuggire dalla Città Eterna. Il 7 dicembre, con l'aiuto di Luigi Gonzaga "Rodomonte", Clemente VII riuscì a fuggire, travestito da ortolano, e fu scortato a Orvieto.

Le Conseguenze del Sacco

Il saccheggio vero e proprio durò otto giorni, ma la città rimase occupata dalle truppe imperiali, che continuarono a esigere riscatti per i prigionieri. Il sacco causò danni incalcolabili al patrimonio artistico della città. Le violenze e le malattie, tra cui la peste portata dai lanzichenecchi, ridussero la popolazione di Roma di circa la metà, con circa 20.000 morti.

Illustrazione del Sacco di Roma del 1527 con lanzichenecchi e spagnoli che devastano la città

L'evento segnò un momento cruciale delle guerre per il predominio in Europa, confermando simbolicamente il declino dell'Italia in balia degli eserciti stranieri e l'umiliazione della Chiesa cattolica, impegnata anche a contrastare la Riforma luterana.

Molte chiese furono profanate, i tesori rubati e gli arredi sacri distrutti. Le monache e le donne furono violentate, i palazzi dei prelati e dei nobili devastati, ad eccezione di quelli fedeli all'imperatore. La popolazione fu sottoposta a ogni tipo di violenza e angheria.

Alcune famiglie romane, schierate con i lanzichenecchi, riuscirono a salvare i propri beni, tra cui i Colonna, i Gonzaga e i Farnese. Pier Luigi Farnese, infatti, era comandante tra i lanzichenecchi, mentre il fratello Ranuccio era schierato con il papa.

Le secolari carenze manutentive all'antica rete fognaria avevano trasformato Roma in una città insalubre, infestata dalla malaria e dalla peste bubbonica. Alla fine di quell'anno tremendo, la cittadinanza di Roma fu ridotta quasi alla metà.

Nei primi anni successivi al sacco, la Controriforma segnò un nuovo stile artistico, più didascalico e comprensibile, talvolta venato di gravità e imponenza celebrativa verso la Chiesa cattolica.

1527: il sacco di Roma - Alessandro Barbero - Passato e Presente (Rai3, 12 marzo 2018)

Nel 2016, la band svedese Sabaton pubblicò una canzone intitolata "The Last Stand" dedicata a questo evento.

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