Benedetto XVI e la Sinagoga di Nazaret: Un Percorso Biblico e Teologico

La Predicazione di Gesù nella Sinagoga di Nazaret (Luca 4,14-30)

I Vangeli sinottici attestano che Gesù, dopo le tentazioni nel deserto, inizia il suo ministero pubblico in Galilea predicando il Regno di Dio. Mentre Matteo e Marco raccontano la chiamata dei primi discepoli tra i pescatori del lago (Mt 4, 17-23 e Mc 1, 16-20), Luca invece inizia con la grande scena della predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret. Questa scena viene inquadrata da una breve informazione su Gesù che insegna nelle sinagoghe ed è lodato da tutti, per poi raccontare in dettaglio la predicazione a Nazaret. Questa scena diventa come la sintesi, l’icona di tutto il vangelo nei suoi tre movimenti: predicazione, rigetto da parte dei Giudei e apertura universale.

Gesù legge il rotolo del profeta Isaia nella sinagoga di Nazaret

Il Rito e la Proclamazione della Scrittura

Nel Vangelo di Luca (Lc 4,14-30), si legge: «14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. 16Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18 Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: "Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato"».

Particolarità Narrative e Interpretative di Luca

Luca non è il solo tra gli evangelisti ad aver raccontato la visita di Gesù a Nazaret, "dove era stato allevato" (Lc 4,16). Anche Marco e Matteo riferiscono questo episodio (Mc 6,1; Mt 13,54), senza tuttavia fare il nome della città, designata semplicemente come "la sua patria". Esistono, tuttavia, notevoli differenze tra il racconto di Luca e quelli di Marco e Matteo. Luca, infatti, è il solo a dare un contenuto alla predicazione di Gesù. Gli altri due evangelisti si limitano a riferire che Gesù "incominciò a insegnare nella sinagoga" (Mc 6,2; Cf Mt 13,54), senza precisare cosa avesse insegnato. Luca, invece, ci informa che Gesù era solito partecipare alla riunione sinagogale del sabato e descrive il rito della lettura di un testo biblico che poi veniva commentato.

L'Aggiunta: "Rimettere in Libertà gli Oppressi"

Il modo in cui Luca cita Isaia presenta alcune particolarità che rivelano una certa maniera di interpretare l’anno giubilare. Dopo aver parlato di "proclamare […] ai ciechi il recupero della vista", Luca ha aggiunto: "rimettere in libertà gli oppressi", espressione che si ispira a un altro passo di Isaia, cioè Is 58,6. Qui serve a definire il "digiuno" che piace a Dio, un digiuno autentico che non consiste in osservanze rituali, ma in iniziative di liberazione («sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo»). L’effetto dell’aggiunta fatta da Luca è dunque di insistere maggiormente sul fatto che l’anno giubilare deve essere un anno di liberazione. Questa è la missione di Gesù, e la parola "liberazione" torna cinque volte in quattro versetti. Questa liberazione era anzitutto per gli schiavi ebrei, ma comprendeva anche la remissione dei debiti ed era prescritta per ogni settimo anno (cf Dt 15,1-3,12 ; Ger 34,13-14), ma in modo speciale dopo sette volte sette anni, cioè nell’anno del giubileo. Il Vangelo riprende con insistenza questa prospettiva per caratterizzare la missione di Gesù.

L'Omissione: "Un Giorno di Vendetta"

Un’altra particolarità della citazione di Isaia in Lc 4,18-19 completa la prospettiva: si tratta di un’omissione. Luca, infatti, non cita completamente la frase di Isaia, la quale comprende due complementi oggetto dopo il verbo "proclamare" di Is 61,2. Il Vangelo cita soltanto il primo ("un anno di grazia del Signore") e tralascia il secondo che è: "un giorno di vendetta per nostro Dio". L’oracolo di Isaia prevede due aspetti dell’intervento divino: il primo di liberazione per il popolo ebreo, l’altro di castigo per i suoi nemici. Il Vangelo di Luca non ha ritenuto questa contrapposizione, e l’omissione fatta ha due conseguenze: il messaggio non ha niente di negativo e ha implicitamente un’apertura universale, non suggerendo nessuna distinzione tra Ebrei e non-Ebrei.

La Reazione: Dall'Ammirazione al Rigetto

Ascoltando Gesù, la prima reazione della gente è positiva: erano pieni di ammirazione "per le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (Lc 4,22). Ma in un secondo tempo le parole di Gesù suscitano meraviglia, gelosia e dubbi: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» e «Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao fallo anche qui nella tua patria» (Lc 4,23). Gesù avrebbe dovuto compiere nel suo paese tutti i miracoli che aveva operato altrove. A tale atteggiamento possessivo e campanilista Gesù resiste decisamente. Citando un proverbio popolare “nessun profeta è bene accetto nella sua patria” e rievocando l’esempio di Elia ed Eliseo che operarono in favore di stranieri, Gesù “profetizza” sia l’apertura universale della sua missione sia il rigetto da parte dei suoi concittadini. «All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4,28-29).

Benedetto XVI: Echi di Nazaret nel Dialogo Ebraico-Cristiano

Benedetto XVI ha sempre promosso un dialogo profondo tra cattolici ed ebrei, omaggiando i «fratelli maggiori» sulla scia di Papa Wojtyla. La visita del Pontefice alla Comunità ebraica di Roma il 17 gennaio 2010, quasi 24 anni dopo quella storica di Giovanni Paolo II, aveva il senso di un gesto concreto per rinsaldare l’amicizia e superare incomprensioni. In tale occasione, il Papa ha riaffermato la volontà di continuare a percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità, inserendosi nel cammino già tracciato per confermarlo e rafforzarlo.

Benedetto XVI durante un incontro di dialogo con esponenti ebraici

Nelle sue parole, non è mancata un’esplicita sottolineatura della validità della Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare che ha ridefinito e rinnovato irreversibilmente i rapporti tra Chiesa cattolica e fede ebraica dopo gli odi del passato. La dottrina del Concilio Vaticano II ha rappresentato per i cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. Il Pontefice ha inoltre riconosciuto e deplorato le mancanze dei figli e delle figlie della Chiesa, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire l’antisemitismo e l’antigiudaismo, auspicando che queste piaghe possano essere sanate per sempre.

Significativo è stato l’omaggio alla lapide che ricorda la tragica deportazione del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, quando 1.021 ebrei romani furono mandati dai nazisti verso i campi di sterminio. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Il Papa ha ricordato che, purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, soccorrendo gli ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.

Tavole dei Dieci Comandamenti, simbolo del patrimonio spirituale comune

Il Decalogo come Patrimonio Comune

Nel suo discorso, Benedetto XVI ha riflettuto sui Dieci Comandamenti rivelati da Dio e comuni a ebrei e cristiani. Il Decalogo è «la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio», e illumina e guida anche il cammino dei cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un "grande codice" etico per tutta l’umanità. Sul piano etico, le "Dieci Parole" chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli. Risvegliare nella società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire assieme. Chiedono inoltre il rispetto e la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace. Infine, chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il "sì" personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro e si apre al dono di una nuova vita.

Misericordia e Redenzione nel Pensiero di Ratzinger

La riflessione di Ratzinger si estende anche all'interpretazione della Scrittura, in particolare al passo di Isaia letto da Gesù a Nazaret. Benedetto XVI ha notato come Gesù, nella sua lettura del testo profetico, non pronunciò le parole "un giorno di vendetta per il nostro Dio", annunciando solo l'anno della misericordia. Questa omissione è stata oggetto di profonda analisi teologica. Il Papa ha spiegato che la misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, né suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e nella sua anima tutto il peso del male, bruciando e trasformando il male nella sofferenza e nel fuoco del suo amore sofferente. Così, il giorno della vendetta e l'anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto.

Come insegna Mosè nello Shemà (Dt 6,5; Lv 19,34) e Gesù riafferma nel Vangelo (Mc 12,19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Cristiani ed ebrei, condividendo una grande parte del loro patrimonio spirituale, pregano lo stesso Signore e hanno le stesse radici, che attestano la loro unione fondamentale, pur rimanendo spesso sconosciuti l'uno all'altro. Questa unione porta a riconoscere che tutti gli esseri umani sono legati uno con l'altro, poiché devono la loro esistenza a un'unica fonte e sono indirizzati verso un fine comune, chiamati a promuovere la solidarietà umana.

La Missione Universale di Gesù: Una Prospettiva Programmatica

La scena della predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret, posta da Luca all’inizio del ministero pubblico, è programmatica e caratterizza l’essenza della missione di Gesù: venuto per realizzare il giubileo, la liberazione non solo per Israele ma per tutti i popoli. La sua missione, come raccontato nel Vangelo, incontrerà l’opposizione e il rigetto dei suoi fratelli d’Israele. Non solo la prima parte del racconto evangelico si è rivelata programmatica (la predicazione di Gesù, Lc 4,16-21), ma ugualmente la seconda (la reazione negativa dei suoi concittadini, Lc 4,23-30).

Gesù è stato oggetto di critiche aspre, perché aveva un’immensa apertura di cuore, in particolare verso "i pubblicani ed i peccatori". Questo suo atteggiamento gli suscitò un’opposizione crescente, che lo condusse sino alla croce. Come ha osservato il Cardinale Martini, è sorprendente che Luca inizi la presentazione dell’attività pubblica di Gesù con un episodio che si potrebbe intitolare: "Gesù evangelizzatore mancato". Questa è la prima immagine di Gesù evangelizzatore che viene presentata: sconfitto, scacciato, non ascoltato, non gradito. Eppure, in questo paradosso risiede il dinamismo dell’esistenza cristiana: portare a tutti il dono della fede e l’amicizia con Cristo, un frutto che rimane per l'eternità nelle anime umane.

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