La vocazione di Abramo e la promessa divina
Fra le pagine più solenni del Primo Testamento vi è la vocazione di Abramo e la promessa, da parte di Dio, di una discendenza estesa quanto le stelle del cielo e la sabbia del mare. La fede è capace di generatività. Da questa chiamata, e dalla risposta di Abramo, nascerà il popolo ebreo, voluto da Dio come custode di un’alleanza che preparerà l’Incarnazione del Verbo nel seno verginale di Maria di Nazaret.

Diventando “padre di una moltitudine di nazioni”, Abramo, come capostipite, genera questo popolo; ma in realtà è Dio stesso a generarlo come suo popolo. Così lo mostrano importanti particolari della narrazione: l’età di Abramo, simbolicamente stabilita a 99 anni, l’età avanzata e non più feconda della moglie, Sara, per giunta anche sterile. Il popolo di Israele, che troverà il suo prolungamento nel popolo della nuova alleanza, quello dei credenti in Cristo, Verbo fatto carne, è risultato di una generazione spirituale, potente, che ha Dio per Autore.
La tenerezza materna di Dio in Isaia
Le immagini del parto, della generazione di una nuova vita, vengono impiegate da Dio per mostrare la sua tenerezza verso il suo popolo. Con sentimenti propri di una madre, Dio nutre il suo popolo, lo accarezza, lo porta in braccio e lo fa sedere sulle sue ginocchia. Il profeta Isaia predica questa tenerezza per incoraggiare e consolare gli esuli ebrei, deportati a Babilonia, in vista di una loro futura reintegrazione nella terra promessa.
Frequente, nei profeti, è l’attribuzione a Dio dei sentimenti propri della tenerezza di una madre. Ugualmente chiari, in varie altre pagine, i sentimenti e i caratteri propri di un padre. Quando si parla dell’amore di Dio, maternità e paternità sembrano nel linguaggio biblico quasi indistinguibili, a testimonianza del fatto che entrambe procedono da Dio ed entrambe sono riflessi di una forza generativa che spetta in primo luogo a Dio stesso, come Vita eterna e fonte della Vita.
Il dovere filiale nel Siracide
Il libro del Siracide, una raccolta di sentenze che il popolo ebreo impiegava per l’istruzione dei giovani, commenta i doveri derivanti dalla relazione filiale nei confronti di coloro che ci hanno generato. Questa pagina è una lunga, toccante e motivata esortazione a vivere il quarto comandamento del Decalogo: Onora il padre e la madre. Questo onore, che impegna per tutta la vita, si fa specialmente importante nell’epoca della vecchiaia dei genitori, quando le forze vengono meno e la differenza fra le generazioni si fa più sensibile.
Agli occhi di Dio, i doveri filiali appaiono come qualcosa di sacro, un legame che non può essere spezzato. Il rapporto fra genitori e figli, e quello dei figli che onorano i genitori, si trasmette ad ogni nuova generazione: dallo stile con cui viene vissuto dai figli dipenderà come i figli di questi sapranno viverlo a loro volta. Esso assicura la stabilità di una casa, di una famiglia e di una società.
La genealogia nel Nuovo Testamento
Il Nuovo Testamento presenta due genealogie, una all’inizio del vangelo di Matteo e l’altra nel Vangelo di Luca. Si tratta di pagine con un certo valore simbolico, che non devono essere prese in modo letterale. Esse hanno la funzione di “ancorare” Gesù di Nazaret alla storia del suo popolo, disponendo i destinatari dei vangeli a prestare attenzione alle sue opere e insegnamenti.

Queste pagine mostrano in sostanza come la “generazione” e le “origini” venissero considerate elementi importanti nella cultura antica. Entrambe le genealogie conducono la discendenza fino a Giuseppe, “sposo di Maria”, lasciando chiaro che si tratta di una paternità legale nei confronti di Gesù, in quanto entrambe le fonti informano circa il concepimento verginale di Maria di Nazaret.
Il Prologo di Giovanni e la generazione spirituale
Il solenne Prologo del vangelo di Giovanni ci offre due ritmi centrali, entrambi collegati alla descrizione di una “generazione”: la generazione dell’intero cosmo e la generazione dei credenti. Coloro che hanno accolto la Parola di Dio entrata nel mondo, “non da sangue, non da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.
L’ordine di questa generazione è più alto, perché destinata a non finire mai. A sua volta, chi predica il Vangelo genera altri alla fede e alla vita eterna, perché trasmette con senso di paternità e maternità la vita stessa di Dio. Così fa la Chiesa, con i suoi sacramenti, al punto da diventare madre feconda di figli.
Interpretazioni teologiche e contemporanee
Il concetto di “generato” ha suscitato dibattiti storici, come nel Concilio di Nicea, dove si discusse se Gesù fosse della stessa sostanza (homoousios) del Padre. Anche in contesti moderni, come nel movimento unificazionista, la distinzione tra termini come "generare" e "creare" rimane centrale. Generare significa diventare padre di qualcuno della stessa natura, mentre creare significa produrre qualcosa di diverso da sé.
In ambito teologico contemporaneo, l’attribuzione di due caratteri differenti a Gesù e a Cristo non è una questione estetica, ma di contenuto. Il fatto che il Padre scelga di “generare” il Figlio significa che attinge a ciò che è proprio del generare umano: il desiderio, la libertà, la volontà e la decisione. Questo inizio pone le basi per l’atto conclusivo della missione di Cristo, che si compie nella risurrezione e nella Pentecoste, dove la Chiesa, generata dallo Spirito, riceve la voce per annunciare l'opera di Dio.