Il seguente testo si basa sui commenti di S.Ecc. mons. Gianfranco Ravasi, pubblicati in occasione del Natale 2007, e offre un'analisi profonda delle profezie di Isaia in relazione alla nascita di Cristo. La comprensione delle Sacre Scritture, in particolare quelle ebraiche, è fondamentale per cogliere il significato della figura di Cristo, poiché le profezie dirigono la fede in Lui di chi le medita.
Interpretare le Pagine del Natale: Tra Storia e Teologia
Le pagine che narrano la natività di Gesù sono tutt'altro che semplici racconti per bambini. Per comprenderne il cuore, è necessario possedere una "mappa" e un'adeguata "attrezzatura", offerta da una sterminata bibliografia. Gli interrogativi sono molteplici, di ordine letterario, storico e teologico.
Due sono le sponde da evitare nell'interpretazione di questi testi. La prima è quella storicistica o apologetica, che cerca di dimostrare e documentare storicamente ogni asserzione, riducendo la Bibbia a una cronaca. La Bibbia non è solo storia in senso moderno, ma include generi diversi (simbolica, storia popolare, ecc.). Tuttavia, al centro delle Scritture c'è un uomo e una storia, l'antipodo del mito, segnata dalle frontiere del tempo (nascita e morte), con un'identità spaziale, culturale, temporale e linguistica precisa. Ciò ci spinge a non considerare il racconto come un mito, fantasia popolare o rielaborazione di miti antichi, né come un mero strumento per suscitare emozioni spirituali o morali, come a volte suggerito da un certo "clima natalizio" complice del consumismo.
C'è, tuttavia, un'altra sponda da evitare ed è quella mitico-allegorica, che esclude l'evento storico e lo dissolve nel mistero. Un'interpretazione corretta riconosce un "polarismo", dove le vicende di Dio (il trascendente, l'eterno) e quelle dell'uomo (l'immanente, il temporale) - come osservava Soeren Kierkegaard - sono entrate in collisione in Cristo. Riconoscere i due poli permette di sostenere e reggere il mistero.
Le profezie messianiche si sviluppano su questa scia. Il messaggio cristiano si appoggia sulle spalle di Gesù di Nazaret e della sua vicenda personale e di quella della cristianità. Ci rivolgeremo, cioè, innanzitutto alle Sacre Scritture ebraiche per comprendere che la fede in Cristo si radica nella profezia.
Il Vangelo di Matteo e il Raccordo con l'Antico Testamento
I cosiddetti "Vangeli dell'infanzia", in particolare quello di Matteo, sono stati definiti da alcuni "rabbini" cristiani che intarsiano il testo matteano dell'infanzia di Gesù con citazioni anticotestamentarie. Sorge una domanda preliminare: qual è lo scopo di questo raccordo tra il Cristo e l'alleanza di Dio con Israele? La risposta è duplice:
- Si voleva dimostrare che ciò che si attuava in Gesù Cristo era nella linea dell'attesa dei profeti e di tutta la Rivelazione biblica.
- Si intendeva testimoniare che gli eventi e la persona di Gesù entravano nel disegno divino già annunziato dalle Scritture.
Alcuni, con un'ottica non rigorosamente storica e letteraria, hanno ipotizzato che gli episodi dell'infanzia siano stati "inventati" proprio a partire dalle profezie dell'Antico Testamento per esaltare Cristo. Questa ipotesi è molto fragile. Ad esempio, si può inventare un racconto che genera l'Emmanuele e tutto il racconto dell'annunciazione a Giuseppe, solo per citare Isaia? E che dire della profezia di Michea che, come vedremo, parla solo di Betlemme? Il Vangelo testimonia del giudaismo che praticava un genere letterario, una sequenza antologica di citazioni anticotestamentarie per alimentare nei fedeli la speranza messianica.
La Profezia dell'Emmanuele (Isaia 7,14)
Il Vangelo di Matteo, narrando l'annunciazione a Giuseppe, cita la profezia di Isaia: "Tutto questo è avvenuto perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio-con-noi" (Matteo 1, 22-23). Il testo matteano esplicita anche l'origine miracolosa della gestazione: "ciò che in lei è generato viene dallo Spirito Santo" (1, 20).
Questa citazione matteana rinvia a un passo di Isaia (7, 14), collocato nella corte del re di Giuda, Acaz, nel 734 a.C. Il punto capitale è la traduzione del termine ebraico. Mentre Isaia aveva scritto in ebraico: "Ecco, la giovane donna concepirà e partorirà un figlio", il Vangelo utilizza il termine "vergine". La differenza risiede nel fatto che l'ebraico 'almah significa "giovane donna in età da marito", non necessariamente "vergine". La versione dei Settanta (III-II secolo a.C.) tradusse 'almah con "vergine" (parthènos), un'interpretazione che rafforzava l'eccezionalità dell'evento. L'Emmanuele, il "Dio-con-noi", non è solo la presenza di Dio nella storia ma il suo perfetto e definitivo irrompere nella "carne" fragile dell'uomo. Gesù stesso dirà: "Io sono con voi sino alla fine dei tempi" (28, 20), dimostrando di essere l'Emmanuele.

Il Nazareno: una Profezia Controversa
Un altro passo enigmatico di Matteo afferma: "Venne ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno" (2, 23). Tuttavia, non esiste alcun testo dell'Antico Testamento che nomini Nazaret. Si potrebbe ipotizzare un libro non canonico ("apocrifo") o un riferimento a un tema caro al giudaismo.
Una possibile interpretazione rimanda al ritratto del "nazireo", minuziosamente disegnato nel capitolo 6 del libro biblico dei Numeri. Il nazireo è un "consacrato a Dio" con tutto il suo essere, presente in figure come Sansone, Samuele e Giovanni il Battista. Gesù, sebbene non fosse un nazireo nel senso rituale, era "consacrato" al Padre nell'adesione totale alla sua volontà. Questa era un'idea abbastanza comune nel giudaismo a cui Matteo e i suoi lettori appartenevano.
Un altro collegamento, forse ancor più sottile, segnalato da alcuni studiosi, è con il termine ebraico netzer, che significa "virgulto". Questo termine nell'Antico Testamento era diventato quasi il nome del re-Messia, simboleggiando un assoluto di speranza e di grazia divina (Isaia 11,1: "Un virgulto spunterà dal tronco di Iesse, un germoglio sorgerà dalle sue radici"). In tal modo, anche in questa profezia apparentemente oscura, il Nuovo Testamento si raccorda all'attesa dell'Antico.
La Nascita a Betlemme e il Censimento
Luca narra l'evento della nascita di Gesù in rapporto con un "censimento ordinato dal governatore della Siria Quirinio" (Luca 2, 1-7). C'è, però, una difficoltà storica grave, poiché i censimenti romani implicavano un'iscrizione nella propria residenza, non nel luogo di origine della famiglia. Inoltre, Quirinio fu governatore della Siria dal 6 al 9 d.C., mentre Gesù, secondo Dionigi il Piccolo, fissò l'evento nell'anno 753 dalla fondazione di Roma, cioè nel 1 a.C. Si pone la domanda se Luca abbia confuso le date o le fasi censuarie.
È probabile che i Vangeli, non avendo rigorose preoccupazioni storiografiche, abbiano usato l'evento del censimento per sottolineare un messaggio teologico. Il censimento pone la nascita di Gesù in rapporto con tutto l'impero e la storia universale, indicando che l'attesa messianica non era solo quella dei Giudei ma di tutta la terra. La nascita di Gesù, quindi, assume un significato universale, non certo storiografico in senso stretto.
La profezia di Michea (5, 1) è invece esplicita riguardo a Betlemme: "E tu, Betlemme di Efrata così piccola per stare in mezzo ai clan di Giuda, da te mi uscirà una guida di Israele...". Betlemme, la città di Davide, luogo della presenza del Signore, ritrova i suoi figli e accoglie una folla di stranieri. Gerusalemme è luce e gloria poiché Dio è presente, e anche Gesù sarà luce e gloria, come dirà Simeone al Tempio: "luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Luca 2,29-32). Insieme, Gerusalemme e "il servo del Signore" Gesù sono luce e luogo della rivelazione della gloria di Dio.
La Strage degli Innocenti e il Pianto di Rachele
L'episodio della strage degli innocenti a Betlemme, narrato solo da Matteo (2, 16-18), è un evento oscuro. Matteo rimanda a un passo di Geremia (31, 15): "Una voce si ode da Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, non vuole essere consolata, perché non sono più". Geremia, a sua volta, suppone un episodio della Genesi, in cui Rachele, la moglie amata, giungendo a Efrata (il circondario di Betlemme), diede alla luce Beniamino. Il suo pianto è una figura che simboleggia la tragedia dei figli di Israele che si sarebbero poi incamminati per l'esilio verso i fiumi di Babilonia. Matteo applica questa immagine all'innocenza massacrata di Betlemme. Questo è un esempio del metodo tipologico, praticato dallo stesso giudaismo e caro per secoli al cristianesimo, che fa leggere eventi e personaggi biblici come appartenenti a un tessuto e a un progetto comune voluto da Dio. Ogni elemento delle Scritture diviene un messaggio aperto alla pienezza che si attua in Cristo.
Le Annunciazioni: Maria e Giuseppe
Il racconto dell'infanzia di Cristo si scompone in un trittico di scene: le annunciazioni a Maria e Giuseppe, e l'annunciazione ai pastori.
L'Annunciazione a Maria (Luca)
A Nazaret, l'angelo Gabriele saluta Maria con le parole: "Chàire Maria", che significa "Rallegrati, ricolma di grazia". Questa è l'avventura umana e spirituale unica di Maria. Le parole dell'angelo a Maria (Luca 1, 31-33.35) annunciano la nascita di Gesù: "Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine... lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra; colui che da te nascerà sarà Santo e chiamato Figlio di Dio". L'identità dell'Uomo-Dio Gesù è espressa da Giovanni nella frase essenziale: "Il Logos si è fatto carne" (1, 14).

L'Annunciazione a Giuseppe (Matteo)
L'annunciazione a Giuseppe, spesso accantonata dall'attenzione popolare, è il primo atto del matrimonio tra Maria e Giuseppe. Il Vangelo di Matteo (1, 18-21) narra che, prima che andassero a vivere insieme, Maria "si trovò incinta per opera dello Spirito Santo". Giuseppe, "uomo giusto" e non volendo ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Ma un angelo in sogno gli rivela: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che in lei è generato viene dallo Spirito Santo. Darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati". Il sogno è il simbolo della comunicazione di un mistero che si sottrae ai puri e semplici meccanismi biologici di una generazione creaturale.
I Pastori e i Magi: Prime Testimonianze
Dopo le annunciazioni a Maria e a Giuseppe, possiamo parlare di un'annunciazione ai pastori e, successivamente, ai Magi.
L'Annunciazione ai Pastori
È Luca che colloca i pastori attorno al bambino Gesù. Essi sono figure umili e marginali, che Luca però vede come la prefigurazione della Chiesa di Cristo. Il messaggio angelico è chiaro: "Oggi, nella città di Davide, è nato un salvatore, che è il Cristo Signore" (2, 11). Qui Gesù è presentato con i titoli più alti della teologia cristiana: Cristo (cioè Messia) e Signore (cioè Dio).

L'Adorazione dei Magi: Segno Cosmico e Ricerca Spirituale
Matteo (2, 1-12) colloca attorno al bambino Gesù i misteriosi Magi "venuti dall'Oriente". La loro vicenda è teologica più che storica. La domanda "Dov'è il re dei Giudei che è nato?" turba Gerusalemme e soprattutto Erode. I Magi, guidati dalla stella, trovano il bambino e "aprirono i loro scrigni" per offrire tre doni: oro, incenso e mirra. I Padri e gli scrittori biblici hanno interpretato questi doni simbolicamente come la regalità (oro), la divinità (incenso) e la passione (mirra) di Cristo.
L'Identità dei Magi
Il Vangelo di Matteo li definisce con la parola greca Màgoi, che indicava astrologi, astronomi, incantatori, aruspici, personaggi quindi di varia attendibilità. La provenienza "da Oriente" abbraccia un orizzonte culturale molto variegato. L'Antico Testamento, nel Libro di Daniele, parla di "magi" babilonesi (Daniele 1,20; 2,2.10.26). Babilonia aveva il primato negli studi astronomici e astrologici. Oppure, "i figli d'Oriente" possono essere gli Arabi del deserto o i Nabatei, le cui carovane commerciavano incenso e oro. Alcuni studiosi hanno persino ipotizzato che fossero membri degli Esseni, una comunità giudaica nota per l'interesse verso gli "oroscopi" messianici.
L'identità dei Magi rimane un enigma irrisolto, forse perché l'evangelista vuole sorpassare il fatto storico per far brillare significati ulteriori. La loro storia è un viaggio rischioso, un emblema della vita cristiana intesa come sequela, discepolato, ricerca. Il viaggio esige distacco, coraggio, ricerca, speranza. Chi è legato ai pesi delle cose o ha il monopolio della verità non ha l'ansia della ricerca, al contrario dei sacerdoti di Gerusalemme che, pur conoscendo la Parola, non ne sono coinvolti.
La Stella di Betlemme: Tra Astronomia e Teologia
Il secondo attore del racconto dei Magi è il segno cosmico della stella. Molte sono le ipotesi astronomiche: una supernova (Keplero), una cometa (quella di Halley), o una congiunzione di pianeti (Giove e Saturno). Tuttavia, l'identificazione concreta della stella resta sospesa. È più profondo il consiglio del padre Lagrange: "Sulla stella di Betlemme ci può dire molto di più la teologia che non l'astronomia".
Nella tradizione biblica e giudaica, la stella è un segno messianico. Un esempio lampante si trova nel Libro dei Numeri (24, 17): "Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele". La versione aramaica della Bibbia (il Targum) traduce senza esitazioni: "Il Messia spunta da Giacobbe e il Re sorge da Israele".

Le Tradizioni Apocrife sui Magi
Il racconto di Matteo sui Magi è sobrio, ma la tradizione artistica e popolare successiva si è lasciata conquistare dalle sue componenti narrative. I Vangeli apocrifi, nati dalla pietà popolare, hanno arricchito la storia con dettagli fantastici. Alcuni testi li descrivono come "indovini dal colorito scuro e dai calzoni alle gambe", guidati da capi come Melco, Caspare e Fadizarda. Lo Pseudo Matteo (VI-VII secolo), fonte privilegiata per gli artisti medievali, fissa i tre doni (oro, incenso, mirra) e attribuisce ai Magi nomi precisi (Gaspare, Melchiorre, Baldassarre) e dignità regale, riassumendo in essi tutto lo spettro dei colori razziali. La fantasia pirotecnica degli apocrifi e delle tradizioni popolari ha spesso superato la sobrietà dei dati evangelici. Tuttavia, come per ogni parola della Bibbia, anche questo racconto ha "settanta volti": è denso di simbolismi, riferimenti teologici e citazioni dell'Antico Testamento. Non è una favola, ma una vera e propria sintesi cristologica. Dobbiamo guardare oltre la superficie colorata del racconto per coglierne il significato ultimo, senza perdere di vista Cristo stesso, che è il vero protagonista.
I Primi Riti: Circoncisione e Presentazione al Tempio
Nei giorni successivi alla nascita, il Figlio di Maria fu protagonista dei riti prescritti dalla tradizione ebraica: l’imposizione del nome, la circoncisione e l’offerta di animali nel Tempio di Gerusalemme. Egli fa il suo ingresso ufficiale nella comunità d’origine attraverso il rito fondamentale d’aggregazione dell’essere circonciso al prepuzio e, quindi, alla sorgente della vita. Come ribadirà l’apostolo Paolo, Gesù «è nato dal seme di Davide secondo la carne… e dagli Israeliti proviene Cristo secondo la carne» (Romani 1,3; 9,5). Per questo, Gesù Cristo è e rimane ebreo per sempre.
La Circoncisione e il Nome Gesù
Luca (2,21) afferma: «Quando furono compiuti gli otto giorni per circonciderlo, fu chiamato col suo nome Gesù». Matteo (1,25) è ancora più sbrigativo: dopo la nascita, Giuseppe, padre legale, «chiamò il suo nome Gesù». Questo è il primo atto civico pubblico del figlio di Maria, donna ebrea, e quindi lui pure ebreo.
La Presentazione al Tempio
Luca (2,22-40) narra un altro evento rituale: a quaranta giorni, Gesù viene portato a Gerusalemme per «fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo». Maria e Giuseppe, coppia modesta, offrono una coppia di tortore o colombe. Qui incontrano il vecchio Simeone, che pronuncia parole di salvezza: «i miei occhi han visto la tua salvezza che hai preparato davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele» (Luca 2,29-32). Ma Simeone rivolge a Maria un oracolo severo: «Ecco, egli [Gesù] è qui per la caduta e la risurrezioni di molti in Israele e come segno di contraddizione - a anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2,34-35). Questa profezia anticipa il destino di Cristo, «segno di contraddizione», e il dolore di Maria.
Dopo Simeone, appare Anna, una tenera e serena vecchietta di 84 anni, della tribù settentrionale di Asher, che ringrazia Dio e parla del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Conclude Luca: «il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui» (2,40).
Gesù nel Tempio a Dodici Anni
Luca continua a seguire l'infanzia di Gesù, in attesa del bar-mitzvah, la "cresima" giudaica che segnava la maggiore età (12 anni allora, 13 oggi). L'episodio di Gesù nel Tempio a dodici anni (Luca 2, 41-52) è un colpo di scena inatteso. I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la Pasqua. A dodici anni, Gesù rimane nel Tempio, ascoltando e interrogando i maestri, stupendo tutti con la sua intelligenza. Alla madre angosciata che lo cerca, egli risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Luca conclude: «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
La Natura della Profezia Biblica Secondo Ravasi
Il card. Gianfranco Ravasi offre un percorso di lettura del libro di Isaia attraverso le immagini del "tempio" e della "strada", metafore della fede e della vita. Il profeta è l’uomo della parola, portavoce della parola di Dio; egli è un uomo del presente, che parla delle vicende politiche e della società del suo tempo agli uomini del suo tempo. Il profeta è anche il messaggero dei sogni di Dio per l’umanità, colui che ha grandi visioni, che osserva non solo il fluire della storia, ma vede in profondità, scava, trova il senso. Quando risuona, il profeta "incide ferite" negli spazi delle abitudini e delle consuetudini, perché per sua natura è contro la banalità e detesta la superficialità, che sono le vere malattie della nostra era. La profezia biblica intreccia le realtà del "tempio" (con i suoi incensi, le sue preghiere, i suoi silenzi) e della "strada" (la piazza con i suoi rumori, odori, sapori, urla), a ricordare la necessità di unire fede ed esistenza, culto e opere, preghiera e giustizia.