Il cane, compagno fedele dell'uomo e sentinella vigilante, assume nella Bibbia una pluralità di significati, oscillando tra ruoli positivi di protezione e guida e connotazioni negative legate all'impurità, alla falsità e, in modo cruciale, alla negligenza spirituale simboleggiata dal "cane che non abbaia".
Il Cane come Simbolo Positivo: Fedeltà e Vigilanza
Nella tradizione cristiana, il cane è spesso associato a qualità ammirabili. La Chiesa, ancora oggi, dispone di "cani" che vigilano, custodiscono e sanno dare l'allarme, richiamando la domanda: "Guardiano, che cosa accade nella notte?". Questi "cani" rappresentano i servitori di Dio, a cui è stato detto: "Io non vi chiamerò servitori, ma amici". Sono i frequentatori della sua casa e di loro è scritto che hanno la loro parte del dolce cibo della sua tavola.
Il cane, con la sua incondizionata dedizione, custodisce il padrone quando è in casa e, se quest'ultimo viaggia, lo accompagna, precedendo i suoi passi come a illuminargli il cammino, ma senza perderlo mai di vista. Va, ritorna, lo precede e lo segue, partecipando alle fatiche della strada e addolcendole. Quando il padrone, assente per lungo tempo, ritorna felice al focolare domestico, è il cane a portare la buona notizia.
Questa immagine del cane è metafora dei missionari e degli apostoli che precedono il Signore come nei giorni della vita mortale, andando fino alle estremità del mondo, ma preoccupandosi di non allontanarsi mai dalla presenza del loro divino Maestro. Essi uniscono la prudenza allo zelo, correndo se necessario e fermandosi quando occorre. Con le loro preghiere, conversazioni ed esempi, sanno circuire le anime e le preparano a ricevere i dolci colpi della grazia di Dio.
L'istinto del cane è ammirabile e generoso quando caccia per il suo padrone e non per se stesso, fiutando la selvaggina da lontano e fermandosi prudentemente per non farla sfuggire, permettendo al cacciatore di raggiungerla facilmente.
La carità e l'umiltà sono altre qualità evocate. Gesù stesso elogiò i cani pietosi che leccavano le piaghe del povero Lazzaro, come narrato nella parabola. San Paolo insegna che la carità è umile e deve accondiscendere a tutte le miserie, suggerendo di essere simili ai cani che assistono Lazzaro piuttosto che ai cattivi ricchi che gli negano le briciole della loro tavola.
Anche il Libro di Tobia menziona un cane fedele: "Il giovane partì insieme con l'angelo e anche il cane li seguì e s'avviò con loro." Questo evidenzia il ruolo del cane come fedele compagno di viaggio.

Il Cane come Animale Impuro e Termine di Biasimo
Nonostante le accezioni positive, nella cultura mediorientale dei tempi biblici, il cane era prevalentemente considerato un animale impuro, e quindi non commestibile. Di conseguenza, i termini "cane" o "testa di cane" erano usati come espressioni di riprovazione e umiliazione (1 Samuele 24:14; 2 Samuele 3:8; 9:8; 16:9). Questa percezione derivava probabilmente dal fatto che i cani randagi si nutrivano di carogne contaminate.
Nell'antica Palestina, vi erano numerosi branchi di cani selvatici che vagavano nelle campagne e per le strade delle città. Non appartenendo a nessuno, questi animali fungevano da spazzini (simili agli sciacalli) e mantenevano probabilmente molto del materiale genetico del lupo. Sebbene scacciati, tornavano sempre e vivevano prevalentemente presso i depositi di spazzatura fuori dalle mura delle città. Erano così feroci e selvaggi che i nemici di Israele venivano spesso paragonati a dei cani, pericolosi e dannosi. Fu proprio a causa di questo tipo di cani che gli autori della Bibbia avevano in generale una così bassa opinione di questi animali.
L'Apostolo Paolo chiama "cani" (riprovevoli) i falsi apostoli (Filippesi 3:2), e coloro che saranno esclusi dal regno dei cieli sono anch'essi designati "cani" (Apocalisse 22:15). Anche i persecutori sono chiamati in questo modo (Salmo 22:16).
Nel libro dell'Apocalisse, il Gesù glorificato dichiara: "Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna" (Apocalisse 22:15). In questo contesto, i "cani" sono i primi a essere cacciati fuori dalla Città di Dio, rappresentando coloro che non hanno dignità, il rimasuglio impuro e immondo, distinti da maghi, immorali, omicidi e idolatri. Il cane è dunque figura dell'impurità abbinata al disordine morale, all'irrazionalità e alla violenza.
Un esempio emblematico dell'oltraggio associato ai cani è la sorte di Iezebel. Il giudizio anticipato da Elia si compì: "I cani divoreranno la carne di Izebel... e il cadavere di Izebel sarà... come letame sulla superficie del suolo, in modo che non si potrà dire «Questa è Izebel»". Ciò avvenne quando di lei non furono trovati altro che il cranio, i piedi e le mani dopo che fu gettata e calpestata.

Il Significato del "Cane che Non Abbaia": Pastori Infedeli e Falsi Profeti
Poiché il dovere primario del cane è difendere il proprio padrone e abbaiare quando viene attaccato, è biasimevole quando rimane muto. Questo concetto è cruciale per comprendere una delle più forti condanne bibliche.
I pastori infedeli sono citati nei libri sacri come sentinelle cieche che dimorano nell'ignoranza, "cani che non sanno abbaiare e che si addormentano" (Isaia 56:10). La loro inerzia e il loro silenzio sono visti come una grave colpa. Ogni volta che l'eresia e lo scisma hanno separato intere contrade dalla Chiesa, si può ritenere che molti pastori abbiano imitato la condotta degli scribi e dei farisei, e le truppe si siano disperse perché "i cani sono rimasti muti".
Il mutismo dei pastori è tra i mali più temibili che possono desolare la Chiesa di Gesù Cristo, poiché solo la loro parola mantiene la sana dottrina ed è l'unica forza che resiste alle potenze del secolo quando si levano contro il Signore.
Il profeta Isaia non solo nomina i pastori colpevoli di Israele come "cani muti", ma li chiama anche "cani che hanno perso ogni vergogna, che non si saziano mai, che non comprendono più la verità" (Isaia 56:11-12). Essi "non amano che le menzogne... e le menzogne non li saziano mai", come continua San Girolamo. Questo comportamento è uno dei caratteri distintivi dell'eresia e dello scisma, applicabile a coloro che si separano dalla Chiesa, i quali "soffrono la fame come i cani e gironzolano attorno alla città" (Salmo 59:14), senza più asilo né padrone, muti per la verità ma non cessando di spingere contro di essa interminabili latrati.
L'Apostolo Paolo in Filippesi 3:2 esorta: "Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare", invitando a diffidare dei profani e degli impuri.

"Non Dare Ciò che è Santo ai Cani e le Perle ai Porci"
Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo (7:6), ammonisce: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con i loro piedi e poi, voltandosi, vi sbranino." Questo monito era immediatamente compreso dagli uditori, poiché si rifaceva ai sacerdoti, ai quali spettava ciò che rimaneva dei sacrifici, come stabilito in Numeri 18:8-10.
"Dare ciò che è santo ai cani" significa per un credente sapersi fermare nella sua testimonianza e valutare attentamente le persone a cui essa si indirizza. Le istruzioni di Gesù ai dodici apostoli prima di inviarli a predicare furono molto chiare: entrare solo nelle case degne e, se non accolti, scuotere la polvere dai piedi (Matteo 10:11-15).
Se "ciò che è santo" si riferisce alla dottrina e ai misteri di Dio rivelati, le "perle" rappresentano la saggezza a essa collegata, figura della sofferenza e dello sforzo personale di chi vuole rimanere unito a Dio. La proibizione di dare le "nostre perle" ai porci ribadisce che "ciò che è santo" e le "perle" sono elementi preziosi e sacri che non devono essere offerti a chi è incapace di apprezzarli, pena il loro disprezzo e la conseguente reazione violenta. Il "calpestio" è indice di profondo disprezzo, l'affondare una cosa fino a farla scomparire, e qui richiamano le parole dell'autore della Lettera agli Ebrei sul castigo di chi "avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza".
