La storia della presenza ebraica in Sicilia è un capitolo ricco e complesso, documentato fin dall'epoca romana e attestato con certezza da Gregorio Magno all'inizio del Medioevo nelle sue Epistole. Questa lunga permanenza sull'isola, che si estende fino all'espulsione del 1492, ha lasciato un'eredità culturale, economica e religiosa profonda, le cui tracce vengono oggi riscoperte e valorizzate. La stessa Bibbia Ebraica, o Torah, e il Talmud - il complesso delle discussioni giuridiche ed esegetiche su essa e sulle Leggi Tradizionali - hanno giocato un ruolo centrale nella vita delle comunità ebraiche siciliane.
La Storia dell'Ebraismo Siciliano attraverso le Fonti
Un'opera di riferimento imprescindibile per lo studio dell'ebraismo siciliano è quella di Shlomo Simonsohn, professore emerito di storia ebraica all'Università di Tel Aviv e riconosciuto come il più accreditato conoscitore vivente delle vicende storiche dell'ebraismo siciliano. La sua monumentale opera in 18 volumi, The Jews in Sicily, pubblicata tra il 1997 e il 2010, ha trovato una sintesi in un volume di 646 pagine. Simonsohn stesso ha evidenziato le innumerevoli difficoltà incontrate nel reperimento delle fonti primarie, in particolare per l'età araba e normanno-sveva.

Questa sproporzione documentale è evidente nella struttura del suo lavoro: il primo volume di The Jews in Sicily copre tutte le carte sopravvissute del primo millennio di storia ebraico-siciliana, mentre i rimanenti diciassette volumi trattano di soli duecentocinquanta anni successivi. Analogamente, la sua edizione sintetica è divisa in due parti: una prima parte, dal capitolo I al VII, è più breve e documentariamente povera, pur ricoprendo un arco di tempo maggiore, mentre la seconda, dall'VIII al XX, pur cronologicamente più ridotta, si presenta maggiormente ricca di fonti. La storia degli ebrei in Sicilia è infatti prevalentemente una storia di carattere materiale, il che la differenzia da altre comunità ebraiche medievali di dimensioni analoghe.
Verso la fine del Medioevo, gli ebrei viventi in Sicilia erano circa 25.000, più della metà di tutti quelli complessivamente presenti all’epoca nella penisola italiana. Il lavoro di Simonsohn, pur facendo tesoro di raccolte documentarie precedenti e di studi specifici (come quelli di Menachem Ben-Sasson sull'ebraismo siciliano durante il periodo arabo), si presenta come un contributo efficace, unitario e agile. L'autore ha mantenuto un'attenzione costante sia alle vicende storiche di carattere generale, in cui inserire la Sicilia e la sua comunità ebraica, sia a figure specifiche dell'ebraismo insulare che riassumono il carattere delle vicende complessive.
Temi Specifici e Organizzazione Interna
Il volume di Simonsohn si distingue anche per l’approfondimento di temi raramente trattati da opere complessive sugli ebrei siciliani, solitamente affidati a monografie specifiche. Un esempio è l'antisemitismo siciliano, che molti studiosi avevano confinato all’ultima fase della permanenza ebraica in Sicilia (dal pogrom di Modica del 1376 fino all’espulsione del 1492). Simonsohn, invece, ne evidenzia il carattere distintivo specifico, connesso a tutta la vicenda complessiva dell'ebraismo siciliano.
Altrettanto significative sono le considerazioni sull'organizzazione delle strutture interne di autogoverno delle comunità ebraiche siciliane. Emblematico è il ruolo del diancalele, versione sicilianizzata dell'ebraico dayan kelal ("il giudice supremo"). Questa figura magistratuale, creata in epoca spagnola, rappresentava una sorta di capo supremo dell'ebraismo siciliano, direttamente responsabile dell'osservanza dei diritti e dei doveri delle comunità ebraiche dell'isola nei confronti delle autorità spagnole. Tale figura costituisce un "filo rosso" ideale che lega le vicende delle varie comunità ebraiche in Sicilia lungo tutta l’epoca medievale.
Il lavoro di Shlomo Simonsohn si configura, dunque, come un punto di riferimento imprescindibile non solo per gli studiosi dell’ebraismo siciliano o medievale, ma per tutti coloro che sono interessati ad approfondire la storia delle minoranze etnico-religiose in un contesto dimensionale mediterraneo ed europeo.
La Comunità Ebraica di Randazzo: Un Caso di Studio
A Randazzo, in Sicilia, esisteva una comunità ebraica numerosa, le cui origini precise non sono note, ma che si può desumere essere stata una delle più importanti dell'isola. La sua rilevanza è testimoniata da vari eventi storici.
Il Prestito alla Corona e il Riconoscimento Reale
Monsignor Domenico De Luca narra che gli Ebrei di Randazzo, durante il regno di Ferdinando I, dimostrarono pari attenzione e obbedienza verso il Monarca rispetto ad altri correligionari in Sicilia, tramite un prestito di venticinque onze alla Regia Corte, allora bisognosa di denaro. Per questo motivo, l’Infante D. Giovanni, secondogenito del Sovrano e suo Vicegerente in Sicilia, ordinò che la Regia Corte restituisse la somma agli Ebrei, come attestato nel Regio Cancellario libro anno 1415.
Importanza e Autogoverno nel XV Secolo
Nel 1477, la comunità ebraica di Randazzo era talmente importante da essere retta da un Giudice particolare. Un Diploma del 3 giugno 1477, in cui il Conte Sigismondo de Luna, Maestro Segreto di Sicilia, indirizzava una lettera al Governatore e al Giudice di Randazzo, forniva disposizioni tassative in una controversia tra gli Ebrei e le Monache di S. Chiara. Il documento, conservato in copia nell’Archivio di S. Chiara, riporta: “Nos D. Sigismundus de Luna miles etc. Perocché, ut informamur in frontem hospitiu di la Ecclesia di S. Clara de Randacio, Datum Panhormi die III junii Xª indictionis MCCCCLXXVII.”

L'Espulsione e la Vendita della Sinagoga
A seguito della loro espulsione, gli ebrei di Randazzo furono costretti a lasciare la città. Un atto redatto presso il Notaro Staiti il 26 novembre 1493 (IIª Indiz.) documenta la vendita alla Reverenda Suor Maria De Pidono, Badessa del Monastero di S. Giorgio, del loro tempio o mischitta (sinagoga), conosciuto anche come moschea, insieme a una casa collaterale e due altri casaleni confinanti con il tempio e con la casa del Monastero, situati nel Quartiere di S. Giorgio. I venditori erano "Manueli Servidei Medico e Benedetto suo figlio, Mastro José Paneri e Rasè Rabi Medico, Mardacchi De Panormo, Abraam Russo, Gidilu Calabrisi, Gidilu Rabi, Jacob Guadagnu e Xibiti Miseria, come Majorenti Actori e Factori di tutta la Giudaica di questa Terra di Randazzo, congregati entro il loro tempio". Questa copia di contratto fu tramandata dal Plumari, che la copiò dall’originale conservato nel monastero di S. Giorgio.
Delle altre numerose case che formavano il ghetto di Randazzo non si ha notizia; probabilmente furono distrutte al tempo della peste che infierì a Randazzo dal 1775 al 1780. In quell'occasione, i sanitari venuti da Messina, con il Capitano d’Arme per la peste, ordinarono l'incendio di tutte le case, dal punto del cordone sanitario nel piano di S. Maria fino a S. Giorgio. Solo il Monastero di S. Giorgio rimase salvo, poiché le monache si erano trasferite nel Monastero di S. Bartolomeo sin dall'inizio del morbo pestifero.
Gli Ebrei di Roma dall'emancipazione all'Età del 'consenso' (1870-1937)
Il "Ritorno della Torah" a Savoca e Nuove Scoperte
La riscoperta della presenza ebraica in Sicilia è un processo ancora in corso, come dimostrano i recenti ritrovamenti a Savoca. "Una scoperta che potrebbe riscrivere la storia", ha commentato Santo Lombardo, responsabile del museo storico etnoantropologico di Savoca, in riferimento al rinvenimento di un reperto ebraico su cui sono necessari maggiori accertamenti.
La Stele del Bar Vitelli
Nel 2014, all'interno del Bar Vitelli a Savoca, una stele di pietra di circa 20 cm in lunghezza, 15 in larghezza e 10 di spessore, è stata rinvenuta durante i lavori di smantellamento di vecchi muri. Su di essa è riportata un'incisione. Un giovane ricercatore israeliano di Tel Aviv ha decifrato il testo, affermando che sulla stele vi è la scritta "Grazie a Dio" in aramaico. Questo ritrovamento potrebbe far retrodatare la presenza degli ebrei a Savoca già a partire dal 70 d.C., molto prima rispetto ai documenti sulla comunità ebraica savocese che risalgono alla seconda metà del 1400. Durante il medioevo in Sicilia, la complessa comunità ebraica, oltre a utilizzare l'ebraico per i riti sacri, continuò sporadicamente, a seconda della contaminazione geografica, ad utilizzare anche l'aramaico per tradurre i testi della liturgia; pertanto, non è da escludere che la "stele" sia riconducibile a tale periodo.
L'Evento "Il Ritorno della Torah"
Nel 2017, Savoca ha ospitato l'evento "Il ritorno della Torah" al Centro Filarmonico, promosso dall’associazione "I Marinoti" di S. Teresa, con l’obiettivo di rievocare le tracce della presenza ebraica nel borgo. Tra gli interventi, la docente di Storia Anna Rita Fittaiolo e il rabbino Gadi Piperno, che si è soffermato sui contenuti della Torah - una delle tre parti della Bibbia ebraica, il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio). Il parroco padre Agostino Giacalone ha evidenziato i punti di contatto tra Cristianesimo ed Ebraismo. Santo Lombardo ha ripercorso la storia dei giudei di Savoca basandosi su documenti, come quello del 20 agosto 1470 sulla costruzione della sinagoga. Ospite d'onore Miriam Jaskierowicz Arman di Tiberiade (Israele), figlia di sopravvissuti all’Olocausto, ha offerto una toccante testimonianza. Sul palco era presente una copia della Torah redatta interamente a mano, tornata a Savoca dopo oltre 500 anni dalla cacciata degli ebrei del 1492. All'evento hanno partecipato anche studenti, autorità locali e rappresentanti di diverse organizzazioni, tra cui Yitzhak Ben Ayraham del "Centro sefardico siciliano".
A conclusione dell'incontro, dopo una tappa dinanzi alla sinagoga, dove è stata portata dal museo comunale la stele con incisa la Stella di David (rinvenuta nell’agosto 2014 tra le mura del luogo di culto), il rabbino ha intonato una preghiera in ricordo dei defunti, suonando lo shofar, un corno di montone utilizzato come strumento musicale in alcune funzioni religiose ebraiche.
Diversità dell'Ebraismo e le Sue Radici Italiane
La Diaspora ebraica è composta da numerosi gruppi: Ashkenaziti, Sefarditi, Mizrahim, ma anche Bukhari, Falashà e Romanioti. Spesso si distinguono due categorie principali: Ashkenaziti e Sefarditi, talvolta aggiungendo i Mizrahim per indicare gli ebrei provenienti da territori come Iraq, Siria, Yemen, Iran, Georgia e Uzbekistan.
Un secondo approccio classifica gli ebrei in base alla lingua, usando il termine "Mizrahi" per riferirsi agli ebrei che nella prima metà del 1900 parlavano (Giudeo-)Arabo. Un terzo modello li classifica in base ai riti religiosi. L’opinione più diffusa è che gli ebrei italiani siano legati ai Sefarditi, implicitamente seguendo l'ultima definizione. Tuttavia, analizzando i cognomi delle famiglie ebraiche italiane, è possibile rivelare le radici geografiche di diversi gruppi, applicando un metodo di classificazione basato sul territorio.

Ebrei "Indigeni" e Flussi Migratori
Gli antenati degli ebrei italiani erano presenti nello Stivale già molti secoli fa, alcuni sin dai tempi dei Romani. Nella letteratura ebraica non esiste un termine largamente accettato per questi ebrei "indigeni", spesso chiamati semplicemente "Italiani". La leggenda vuole che gli antenati di quattro famiglie ebraiche furono portati a Roma dall’imperatore Tito come prigionieri dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e.v. La più grande categoria di cognomi ebraici italiani è basata sui nomi di località, solitamente città vicino a Roma da cui provenivano le famiglie che andavano a vivere nella capitale dello Stato Pontificio.
Migrazioni dalla Francia e dalla Provenza
Migranti ebrei arrivarono in Italia anche dai territori dell’odierna Francia. La prima ondata si ebbe con l’espulsione degli ebrei dalla Francia nel 1394, e molti di essi si stabilirono in Piemonte. A partire dal Medioevo, il Piemonte fu parte della Contea dei Savoia, uno Stato che copriva territori oggi francesi. Il secondo grande gruppo di migranti ebrei giunse in Italia da Marsiglia e altre città della Provenza, regione annessa al regno di Francia alla fine del 1400, con l’espulsione degli ebrei dalla Provenza avvenuta nel 1501.
Gli Ashkenaziti
Gli Ashkenaziti rappresentano il terzo maggior gruppo di ebrei italiani. Giunsero tra il 1200 e il 1600, principalmente da province germanofone (oggi corrispondenti alla Baviera e all’Austria), in fuga da pogrom (violente azioni persecutorie) e legislazioni anti-ebraiche. Si stanziarono principalmente nelle regioni settentrionali e nord-orientali della penisola: nella Repubblica di Venezia (Venezia, Padova e Verona), nei Ducati di Milano e Mantova e nell’area di Trieste. Tuttavia, ashkenaziti si stabilirono anche in Piemonte e in Italia centrale e meridionale. Ad esempio, fonti romane della metà del 1500 menzionano una congregazione ashkenazita a parte, con una propria sinagoga, chiamata Scola Tedesca. Durante questo periodo i cognomi erano rari tra gli ashkenaziti, portando molte famiglie ad acquistarli una volta arrivati in Italia. Molte famiglie ashkenazite finirono per assumere i nomi delle città italiane dove risiedevano, come i Bassano, i Colorno, i Conegliano, i Pescarolo e i Soncino (poi modificato in Sonsino). Gradualmente, il cognome Tedesco (e le sue varianti Tedeschi e Todesco) divenne uno dei cognomi più diffusi tra gli ebrei italiani.
I Sefarditi e i "Portoghesi"
Gli Ebrei sefarditi apparvero in Italia in momenti diversi. Individui e famiglie erano già presenti tra il XIII e il XV secolo. Dopo la cacciata dalla Spagna del 1492, molti ebrei spagnoli si stabilirono a Roma, portando cognomi come Almosnino, Corcos, Gategno e Sarfati. Nella seconda metà del XVI secolo si registrò l’arrivo di nuovi migranti ebrei: i cosiddetti Ebrei “portoghesi”. Questi provenivano non solo dal Portogallo, ma anche dalla Spagna e dai territori sottomessi alla Corona spagnola (come Anversa). Queste persone, i cui antenati erano principalmente ebrei convertiti a forza al Cristianesimo alla fine del 1400, sono solitamente chiamati “Marranos”. Inizialmente, questo flusso si concentrò a Ferrara e Ancona; ma alla fine del XVI secolo, Venezia e Livorno divennero le principali destinazioni. Numerosi gruppi di ebrei portoghesi (ex-marrani) si stabilirono a Genova e in Piemonte tra il 1500 e il 1700. Alcune famiglie recuperarono i cognomi dei loro antenati ebrei che avevano vissuto nella Spagna medievale: Aboab, Attias, Mazaod e Namias. Altri presero cognomi che indicavano l'appartenenza alle caste sacerdotali: Cohen, Levi e Israel. Questa complessità di origini e migrazioni ha plasmato profondamente la storia delle comunità ebraiche in ogni area geografica italiana, inclusa la Sicilia.
L'Importanza Economica e Culturale degli Ebrei in Sicilia
La perdita dei giudei di Sicilia fu riconosciuta come un fatto grave per l’economia dell’isola. La componente ebraica mantenne nel tempo contatti sia economici che culturali con i paesi di provenienza, sviluppando così una notevole economia a favore delle loro comunità e di tutta la Sicilia. Un aspetto sorprendente della loro presenza era il numero di ebrei nella professione medica, con una notevole presenza anche di donne, non solo specializzate in ginecologia. Questo diffuso interesse per gli ebrei fa leva sulla circostanza che essi fungevano da lievito per lo sviluppo economico di un territorio.

Le Tracce e la Loro Conservazione
Dopo cinque secoli dalla cacciata, sono poche le tracce rimaste degli ebrei in Sicilia. L'architetto Piero Arrigo, ad esempio, ha denunciato le difficoltà che a volte riscontra nel restauro e nella valorizzazione dei reperti in cui si imbatte. Un esempio è fornito dal reperto raffigurante la Stella di David ritrovato all’interno di un rudere nel centro storico di Savoca, luogo che si ritiene sia stato adibito a sinagoga. Queste difficoltà sottolineano la necessità di un impegno maggiore nella tutela di un patrimonio storico così prezioso.
Conferenze e Sensibilizzazione
Presso il museo dei Pupi di Randazzo si è tenuta una conferenza sul tema "La presenza ebraica e la cacciata da Randazzo". Erano presenti, tra gli altri, il sindaco, il presidente del consiglio comunale, il vice sindaco, Yitzhak Ben Ayraham del “Centro sefardico siciliano” e il rabbino cardiologo dott. Stefano Di Mauro. Il rabbino Di Mauro ha ripercorso la storia delle persecuzioni e dei martirii perpetrati nei secoli contro l'ebraismo, parlando delle radici in comune tra le tre religioni monoteiste ma anche della loro inconciliabilità teologica. Ha esortato a tutelare le diversità e a operare per costruire una pacifica convivenza, evitando che vi sia spazio per soggetti che fomentino odio. Il popolo ebraico, l'unico sopravvissuto in questi ultimi duemila anni, è stato da sempre perseguitato.