Nella tradizione biblica, l'atto dell'ascolto trascende la mera percezione uditiva, divenendo un fondamento essenziale per la fede, l'obbedienza e la comprensione della volontà divina. Il profeta Isaia, in particolare, offre intuizioni profonde su questo tema, mettendo in guardia contro i pericoli di un ascolto selettivo o, peggio, di un rifiuto ostinato della Parola di Dio. L'invito ad "ascoltare" risuona attraverso le Scritture, delineando un percorso che porta alla vera vita e alla connessione con il Divino.

La Voce di Isaia e l'Errore delle Alleanze Umane (Isaia 30)
Il Contesto Geopolitico e la Tentazione Egiziana
Al tempo di Isaia, verso la fine dell'VIII secolo a.C., la scena geopolitica mediorientale era dominata dall'Assiria. Gerusalemme e il regno di Giuda erano costretti a pagare un pesante tributo a questa superpotenza. Molti giudei, spinti dagli ideologi del tempo, credevano che l'unica strada per liberarsi dal giogo assiro fosse allearsi con l'Egitto, l'altra grande potenza che tentava di imporre il suo dominio sulla regione siro-palestinese.
"Guai ai Figli Ribelli": La Critica di Isaia
Isaia denunciò questa scelta come insensata. Egli pronunciava un "Guai a voi, figli ribelli - oracolo del Signore - che fate progetti senza di me, vi legate con alleanze che io non ho ispirate così da aggiungere peccato a peccato" (Isaia 30,1). La condotta dei principi di Giuda era peccaminosa perché confidavano nel faraone, facendo uso dei mezzi umani per scongiurare il pericolo che li minacciava, dimenticando che questi sono solo strumenti nelle mani di Colui che solo può renderli utili.
C'era un altro aspetto che approfondiva il loro peccato: l'Egitto era stato fin dall'inizio il nemico mortale degli Israeliti e del loro Dio, una fonte da cui ogni sorta di abominazioni idolatriche era fluita su di loro. Dio aveva liberato i loro antenati dal paese d'Egitto con mano potente e aveva proibito al Suo popolo qualsiasi rapporto con loro, temendo che si contaminassero con principi idolatri e pratiche abominevoli, o che non ripongano la loro fiducia nell'uomo e facciano della carne il loro braccio, allontanando il loro cuore dal Signore. La loro richiesta di aiuto all'Egitto era offensiva per l'onore di Dio.
Isaia coglieva l'occasione per ribadire il suo senso dell'inutilità della missione e derideva la follia di coloro che si aspettavano da essa un risultato sostanziale. Essi dicevano: «Non abbiate visioni» e ai profeti: «Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!» (Isaia 30,10). Queste parole esprimono la tendenza umana a voler ascoltare ciò che è gradito, anche a costo di falsare la realtà. L'accecamento interiore era dilagante, e non c'era chi fosse in grado di indicare la via da percorrere per preparare un futuro di pace. Agli occhi di Isaia, lo sbocco inevitabile di tale situazione sarebbe stata l'incapacità generalizzata di comprendere il senso degli avvenimenti.
La "Forza nello Stare Fermi": Una Politica Divina
La politica egiziana era così piena di spacconate e di linguaggio grosso che gli ebrei avevano un soprannome per l'Egitto: Raab, "Tempestosa", "Spaccone". Isaia la chiamò "Raab l'ozioso", perché "l'Egitto aiuta invano e invano" (Isaia 30,7). In contrasto con questa apparente ma inefficace energia, il profeta affermava: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Isaia 30,15). Questa "forza nello stare fermi" non è l'indolenza o l'inattività in relazione ai doveri quotidiani, all'apprendimento, alla resistenza alle tentazioni o alle buone opere. Piuttosto, è la quiete di una fiducia illimitata in Dio, una calma della fiducia in relazione al provvedimento redentore di Dio, alla propria storia futura e alle attuali prove provvidenziali. Essa implica essere attivi e diligenti nei campi di lavoro assegnati, ma anche essere tranquilli, rassegnati e passivi nelle questioni su cui non si ha controllo, confidando in Dio e acconsentendo alla Sua volontà in ogni cosa.

L'Ascolto come Fondamento della Fede: Dal Deuteronomio alla Regola Benedettina
"Ascolta, Israele!": Il Cuore dello Shema'
La convinzione che ogni persona è ciò che ascolta è un dato ricorrente nella tradizione biblica. Le parole che si lasciano entrare nel cuore modellano l'individuo. Per questo ogni israelita deve porre al primo posto l'ascolto e l'adesione a Colui che è l'Origine della sua vita. Questo trova chiara espressione nel passo di Deuteronomio 6,4-9, noto come lo Shema’: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Questo cardine della spiritualità ebraica evidenzia l’atteggiamento che il credente deve fare proprio ogni giorno: ascoltare, così da accogliere nel cuore la parola dell’Altro. È significativo che nella recitazione quotidiana dello Shema’ «ogni israelita si pone una mano davanti agli occhi, per significare che il mistero di fede annunciato da queste grandi parole, è un mistero accessibile all’ascolto e non alla visione» (MELLO A., «“Ascolta, Israele!”. L’ascolto della parola nel Deuteronomio», in Parola, Spirito e Vita, 1 [1980] 27-41, qui 38).
L'Obsculta di San Benedetto: Un Ascolto che Trasforma
La Regola di San Benedetto inizia con la parola "Ascolta" (Obsculta), sottolineando un ascolto diretto, personale, che si inchina davanti al Maestro, Gesù Cristo stesso. L'ascolto è sempre un obbligo, un'istruzione da mettere in pratica, e ha delle conseguenze: porta all'obbedienza. L'obbediente ascolta ciò che Dio gli dice nel suo cuore, anche attraverso l'abate o un confratello. Tuttavia, l'ascolto che porta all'obbedienza non è sempre facile; l'obbedienza è ardua, significa fatica. Ma essa permette di tornare a Dio, riportando l'individuo all'inizio. Richiede di aprire le orecchie e ascoltare ciò che Dio dice, riconoscendo che Dio non si limita a confermare le nostre convinzioni, ma ci mette in discussione. Chi ascolta si lascia interrogare e, riconoscendo la giustizia della Parola, porta a una vera vita (Isaia 55,3).
La durezza del cuore è un tema che ostacola questo ascolto. Benedetto, come il Vangelo di Marco (Mc 3,5), evidenzia come il cuore indurito impedisca l'ascolto. La Parola di Dio, come una goccia, fora la pietra del cuore, se si apre al timore del Signore. L'ascolto genera il timore del Signore e permette alla Parola di penetrare e illuminare la nostra esistenza, rivelando il segreto della vita umana. La Sacra Scrittura stessa è luce: "Lampada ai miei piedi è la tua parola, luce sul mio sentiero" (Salmo 119, 105). L'obiettivo di questo cammino è vedere Dio, poiché siamo chiamati nel suo regno.
Benedetto richiede che l'abate ascolti i suoi fratelli e sottolinea che Dio parla anche attraverso i più giovani. L'ascolto porta all'azione: senza azione, l'ascolto non ha conseguenze. Durante i pasti monastici, la lettura a tavola deve essere ascoltata con attenzione, senza alcuna voce all'infuori di quella del lettore. È necessario il silenzio per ascoltare bene e scegliere ciò che si ascolta, evitando ciò che stimolerebbe troppo l'immaginazione o avrebbe un effetto negativo. Benedetto è quindi favorevole a una sana ascesi dell'ascolto, una disciplina contro il costante bombardamento acustico e le comunicazioni non qualificate che minacciano il nostro equilibrio interiore e l'ancoraggio a Dio.
Il Pastore Divino e la Rivelazione di Gesù: Ascoltare la Sua Voce (Ezechiele 34 e Vangeli)
La Profezia del Buon Pastore
In un'atmosfera gioiosa, durante la "festa delle luci" e "delle Capanne d'inverno" a Gerusalemme, si leggevano particolari letture bibliche, tra cui il testo di Ezechiele 34 con la celebre profezia del Messia come pastore. Ezechiele denuncia i pastori d'Israele che pascolano se stessi anziché il gregge, non curando le pecore deboli, inferme o disperse. In netto contrasto, Dio stesso promette: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia....Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore» (Ezechiele 34).
Gesù, il Messia Contestato
In questo contesto festivo, i Giudei si fecero attorno a Gesù chiedendogli: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (Vangelo). Di fatto, lo "circondano" non certo con rispetto, ma manifestando minaccia e rabbia per quello che Gesù insegna e fa. Essi sanno già che egli si rivela Messia, discendente di quel Davide di cui parla Ezechiele. Gesù li richiama nella loro incapacità di capire: non accettano le sue parole e quindi non sanno interpretare le opere che Lui fa. Questa mancanza di intelligenza dipende dal fatto che non sono del suo gregge. Ascoltare la voce di Gesù significa avere attenzione coraggiosa e fedele alla volontà del Padre senza pregiudizi, senza interessi di parte, senza difese o paure. Seguire Gesù apre gli orizzonti sulla moltitudine, sul mondo dei lontani e dei disperati, sugli esclusi e disprezzati. A chi lo segue, Gesù offre la sua vita che è la vita eterna, quella del Padre, indistruttibile, piena e definitiva.
La Rivelazione Drammatica: "Io e il Padre siamo una cosa sola"
Gesù, mentre parla, continua ad utilizzare l'immagine del gregge, sempre in riferimento ad Ezechiele. Egli si gioca la vita sulle pecore che il Padre gli ha consegnato, le difende e le sostiene, ricordando che sono proprietà del Padre. E proprio nel tempio, luogo del mistero della presenza di Dio, pronuncia la drammatica rivelazione: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Questa affermazione viene immediatamente intesa correttamente dai Giudei, che ne rimangono scandalizzati. Essi porteranno nel cuore la consapevolezza di aver sentito una terribile bestemmia e si sentiranno in dovere di eliminare Gesù, dicendo: "Poiché tu che sei uomo ti fai Dio" (Lc 22,71). Si passa dal tempio come luogo di Dio a Gesù pastore, luogo della comunione e dell'amore totale e gratuito di Dio tra noi.

Gli Inviti Profetici di Consolazione e Testimonianza (Isaia 40)
Il "Libro della Consolazione": Una Nuova Speranza
Il capitolo 40 apre una nuova sezione del libro di Isaia, chiamata il "libro della consolazione" (capitoli 40-55), dove il profeta annuncia la speranza che il popolo di Dio può nutrire nell’intervento di Dio stesso tramite il suo "servo". Dopo 700 anni dalla scrittura di questo testo, Gesù si sarebbe identificato con quel servo venuto a consolare, a salvare e a prendersi cura del suo popolo. Noi che viviamo dopo la venuta di Gesù, il servo di Dio, il Messia, possiamo ascoltare i doppi inviti di Dio sapendo che si sono realizzati in Gesù e che sono attuali ed efficaci per tutti quelli che li ascoltano con fede.
"Consola, Consola": La Consolazione Divina
Il primo invito ripetuto è "consolate, consolate" (Isaia 40,1). È arrivato il tempo della consolazione profonda dopo il giudizio e il dolore del peccato. La Bibbia dice che Dio è il "Dio di ogni consolazione" (2 Corinzi 1,3). La consolazione divina è decisiva perché tratta il guaio radicale della vita: non la malattia o la sofferenza, ma il peccato contro Dio. Cristo ha fatto finire il tempo della schiavitù, ha pagato il debito del nostro peccato, e con la sua grazia abbondante ha coperto le buche pericolose della vita. La consolazione divina è profonda perché tocca il cuore della nostra vita. Se i nostri peccati sono perdonati da Cristo, questa è una consolazione profonda e possiamo essere consolati su tutto. Se cerchiamo consolazione fuori da Cristo, le consolazioni saranno effimere e inefficaci.
"Grida, Grida": La Brevità della Vita e la Parola Eterna
Il secondo invito, anch'esso ripetuto, è a "gridare" (Isaia 40,6). È un avvertimento a non sovraccaricare la vita di aspettative e a fondarla non su ciò che passa ma su ciò che è eterno. Come l’erba, la vita è bella ma fragile; come il fiore, colorata e profumata, ma appassisce. Solo la Parola di Dio dura per sempre. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno (Ebrei 13,8). Tutto passa, la Parola no. È necessario coltivare ciò che è eterno e vivere con sobrietà e generosità ciò che passa, avendo lo sguardo non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono, che sono eterne (2 Corinzi 4,18).
"Porta, Porta": L'Annuncio della Buona Notizia
Infine, il terzo invito ripetuto è a "portare la buona notizia" (Isaia 40,9). Dove? Dappertutto: "Sopra un alto monte; alle città". La buona notizia è Dio stesso: "Ecco il vostro Dio, ecco il Signore" (Isaia 40,9-10). Dio che è giusto ed esegue il suo giudizio, e Dio che è pastore e si prende cura di noi (Isaia 40,11). Questa è una buona notizia perché c’è ancora tempo per credere e ricevere il perdono dei peccati in Cristo, il Buon Pastore che cura, prende in braccio e porta al petto chi ha creduto. Dobbiamo portare questa buona notizia intorno a noi, senza stancarci, parlando di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ostacoli all'Ascolto Genuino: Orgoglio, Paura e Illusioni Contemporanee
Il Rifiuto della Verità Incomoda
Le parole «Non parlateci chiaro; diteci cose piacevoli, propinateci illusioni» (Isaia 30,10b), esprimono una tendenza radicata nell'animo umano: la propensione a prestare ascolto a ciò che si vuole sentirsi dire, a dare credito a chi promette soluzioni facili, che non mettono in discussione le proprie idee e il proprio comportamento, con esiti spesso fatali. Questo è il segreto del successo di chi vende illusioni: fornire un alibi per evitare di fare responsabilmente i conti con i problemi storici.
"Sordi per Orgoglio e per Paura"
Ciò che ha impedito - e continua a impedire ancora oggi - un atteggiamento di ascolto scevro da difese è certamente il rumore esterno, ma «soprattutto il rifiuto interiore, spesso inconscio, di aprirsi all’altro, di accoglierlo. Non c’è silenzio dentro il cuore quando esso è “pre-occupato”, già abitato cioè da mille ansie, da una legione di padroni che imperano e promettono, dalle tante voci della propria vanità» (BOVATI P., Il libro del Deuteronomio [1-11], Città Nuova, Roma 1994, 80). Tali voci sono fondamentalmente quelle dell’orgoglio e della paura. Questi sentimenti, opposti ma ugualmente devastanti, rischiano di invadere la nostra esistenza e di assordarci. La paura ci mette sulla difensiva, paralizza e rende ricattabili; l’orgoglio ci fa presumere di noi stessi. Ambedue deformano la percezione della realtà e ci rendono sordi agli appelli che non cessano di risuonare intorno a noi, chiudendoci inevitabilmente all’ascolto dell’Altro e degli altri.
Il Libro Sigillato: Incapacità di Comprendere
L'accecamento interiore è illustrato attraverso l'immagine di un libro sigillato (Isaia 29,11-12), in cui è scritto il progetto salvifico di Dio sulla storia. Non si troverà nessuno capace non solo di aprire il libro, ma soprattutto di leggerlo e di interpretarlo. Da questa analisi emerge un dato ricorrente nella tradizione biblica: la storia è costantemente attraversata da una lotta tra veri e falsi profeti, cioè tra parola vera e menzogna. La voce degli ideologi al servizio del potere si fa sentire in ogni tempo, con la funzione di giustificare mentalità e comportamenti dominanti. Il profeta, come Isaia, è colui che sa leggere in profondità il momento storico, operando uno smascheramento del male che si cela sotto le sembianze del bene, discernendo ciò che fa vivere e ciò che uccide.
La Disinformazione Oggi: Un Eco Antico
Quanto accaduto al tempo di Isaia si ripropone di continuo. Anche oggi, di fronte alla crisi perdurante, si avverte la stessa sensazione di accerchiamento che provarono i giudei, e si rischia di adeguare acriticamente il proprio giudizio a forme di ideologia (falsamente) rassicuranti. Si finisce per convincersi che l’unica soluzione sia ricorrere al "faraone di turno", sposando letture semplicistiche della realtà e appoggiando soluzioni basate sulla mera logica della forza. La follia, denunciata dal profeta, si ripresenta puntualmente. Basti pensare all’assurdità delle spese per gli armamenti, che sottraggono risorse vitali per la ricerca, l'istruzione e la sanità. Come afferma papa Francesco, la corsa agli armamenti «serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (Evangelii gaudium, n. 60). Dunque, anche per il nostro tempo vale il monito di Isaia a non comportarsi da ubriachi e a tornare a ragionare, invece di replicare: «Non parlateci chiaro; diteci cose piacevoli, propinateci illusioni».
