L'opera di Charles Baudelaire, in particolare la sua raccolta "Les Fleurs du Mal", rappresenta una pietra miliare nella storia della letteratura, configurandosi come la base su cui verrà costruita la poesia moderna e la chiave di volta della poetica dall'Ottocento fino ai giorni nostri. Baudelaire è, infatti, ritenuto il padre della poesia moderna, l'ispiratore di moltitudini di nuovi poeti, di nuovi stili e nuove correnti.
La figura di Baudelaire si associa spesso a quella di un bohémien, un artista ribelle amante dei piaceri notturni e delle novità artistiche e morali, che criticava aspramente la borghesia del suo tempo. La sua vita fu effettivamente dissoluta, contrassegnata da debiti, alcol, droghe (i cosiddetti «paradisi artificiali») e numerosi piaceri. Charles Baudelaire nacque a Parigi il 9 aprile 1821 e morì il 31 agosto 1867, in preda alla paralisi e all'afasia. Tra le altre opere di gran rilievo, ci ha lasciato "Les Fleurs du Mal", inizialmente intitolata "Les lesbiennes" e pubblicata in una prima edizione nel 1857 e in una seconda, con l'aggiunta di altri componimenti e con ordine diverso, nel 1861. Questa raccolta fu oggetto di censura, destino condiviso con "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
"Les Fleurs du Mal": Struttura e Temi Centrali
L'opera, contenente 126 componimenti, è divisa in sei sezioni: "Spleen e Ideale", "Quadri parigini", "Il vino", "Fiori del male", "Rivolta" e "La morte". Secondo la concezione di Baudelaire, i Fiori dovevano essere letti in ordine, non si doveva estrapolare un componimento e leggerlo senza aver seguito l'itinerario prestabilito. Questo perché il testo è un percorso ideale, nel quale il Poeta va alla ricerca del nuovo, dell'ignoto.
La prima sezione, "Spleen et Idéal", è dove traspare una duplice vocazione: quella verso Dio - e dunque l'alto, il sublime, il bene, l'idéal - e quella verso Satana - e quindi il basso, il deplorevole, il male, lo spleen. Lo spleen è un sentimento misto di noia, tedio, dolore e disagio, capace con uno sbadiglio di ingoiare il mondo, come precisato nel componimento "Au lecteur". È uno slancio verso la divinità che è però costantemente ostacolato dalla tentazione.
Nell'introduzione, Baudelaire stesso invita il lettore a confrontarsi con la natura corrotta dell'uomo:
«La stoltezza, l'errore, il peccato, l'avarizia, / abitano i nostri spiriti e agitano i nostri corpi; / noi nutriamo amabili rimorsi come i mendicanti alimentano i loro insetti. / I nostri peccati sono testardi, vili i nostri pentimenti; / ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni / e ritorniamo gai pel sentiero melmoso, / convinti d'aver lavato con lagrime miserevoli tutte le nostre macchie. / È Satana Trismegisto che culla a lungo sul cuscino del male / il nostro spirito stregato, svaporando, dotto chimico, / il ricco metallo della nostra volontà. / Il Diavolo regge i fili che ci muovono! / Gli oggetti ripugnanti ci affascinano; / ogni giorno discendiamo d'un passo verso l'Inferno, / senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche. / Come un vizioso povero che bacia e tetta il seno martoriato / d'un'antica puttana, noi al volo rubiamo un piacere clandestino / e lo spremiamo con forza, quasi fosse una vecchia arancia. / Serrato, brulicante come un milione di vermi, / un popolo di demoni gavazza nei nostri cervelli, / e quando respiriamo, la morte ci scende nei polmoni / quale un fiume invisibile dai cupi lamenti. / Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l'incendio, / non hanno ancora ricamato con le loro forme piacevoli / il canovaccio banale dei nostri miseri destini, / è perché non abbiamo, ahimè, un'anima sufficientemente ardita. / uno ve n'è, più laido, più cattivo, più immondo. / Sebbene non faccia grandi gesti, né lanci acute strida, / ridurrebbe volentieri la terra a una rovina / e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo. / la Noia! L'occhio gravato da una lagrima involontaria, / sogna patiboli fumando la sua pipa. / Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato - / tu, ipocrita lettore - mio simile e fratello!»

Il titolo stesso della raccolta, dall'originale francese «Fleurs du mal», può essere tradotto sia come «Fiori del male» sia come «Fiori dal male». Questa duplice valenza indica sia il distillato migliore del male, sia l'estrazione dal male stesso di ciò che è dorato, bello e splendente, come Baudelaire stesso affermò: «Mi hai donato il tuo fango e io ne ho fatto dell'oro».
"Benedizione": L'Inizio dell'Avventura Poetica
Il componimento "Benedizione" apre la sezione "Spleen e Ideale" ed è considerato da Mario Richter di particolare importanza "perché è a lei che è devoluto il compito di cominciare l'avventura di un libro concepito per avere un inizio e una fine". Si pone quasi come una controprefazione de "I fiori del male", venendo subito dopo "Au lecteur". "Benedizione" rappresenta la presa di coscienza dell'insanabile frattura tra il poeta e la società borghese, una condizione già profetizzata da autori come Hölderlin e Leopardi.
Il titolo "Benedizione" è di natura antifrastica, poiché la poesia presenta una coesistenza di maledizioni, in particolare da parte della madre e della compagna del poeta, e la benedizione del poeta a se stesso, attraverso la sua "mente lucida" ("esprit lucide"). Il tema principale è l'isolamento dell'artista, una tematica non nuova nella letteratura dell'epoca (si pensi a Chatterton o a Vigny), ma che Baudelaire analizza con uno spirito particolarmente lucido. La struttura del poema è originale e ricorda una pièce teatrale, con un'alternanza di voce narrante e discorsi diretti (della madre e della compagna) e poi, dopo un trattino, la voce stessa del poeta. Nonostante l'innovazione, la poesia rispetta la tradizione formale, essendo composta da alessandrini (19 strofe) con rime alternate.

La Nascita del Poeta e il Rancore Materno
Nella prima quartina di "Benedizione", i soggetti sono tre: il narratore, il poeta e sua madre. Il poeta "appare" in questo mondo annoiato, e la madre è spaventata e arrabbiata con Dio per l'evento non desiderato. La madre riconosce lo "status" di Poeta a suo figlio sin dalla nascita, un evento eccezionale che la rende impotente e che genera il suo rancore verso Dio. Sebbene il poema presenti uno sviluppo cronologico dalla nascita all'età adulta del poeta, egli è in qualche modo presentato come un adulto fin dalla sua infanzia, anzi dalla sua nascita. L'immobilità e lo sviluppo cronologico coabitano, dunque, in questo poema.
Massimo Colesanti interpreta questo come un "decreto divino" che predestina il poeta. Richter, invece, suggerisce di leggere alla lettera il sintagma "potenze supreme", attribuendogli un valore neutro, ovvero forze che si situano al di fuori del sistema dualista Bene/Male, Cielo/Inferno, Dio/Satana. La nascita-apparizione del Poeta emana, dunque, una volontà che si situa al di sopra o al di fuori del dualismo che caratterizza la nostra cultura. L'uso della maiuscola sia per "Dio" che per "Poeta" non è casuale in Baudelaire, spesso fungendo da allegorizzazione e amplificando l'importanza del Poeta stesso.
La madre esprime la sua disperazione per aver dato la vita a un figlio che definisce "una derisione" e frutto di "piaceri effimeri":
«Ah! Perché non partorire un groviglio di vipere / Piuttosto che dar vita a questa derisione! / Maledetta sia la notte d'effimeri piaceri / in cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione! / Inghiottirà così la schiuma del suo odio / e, ignara degli eterni disegni, / preparerà essa stessa in fondo alla Geenna / i roghi consacrati ai delitti materni.»
La vipera, animale immondo che tentò Eva e schiacciato dalla Madonna, è scelta da Baudelaire per sottolineare il disgusto della donna verso il figlio. Il poeta è definito un "Mostro", una rottura di un ordine, e sua madre lo rifiuta con tutte le sue forze. Anche il padre naturale lo rifiuta, rendendo la nascita del poeta un evento drammatico, una ferita inguaribile e una frattura violenta e profonda che dà il via all'avventura dei "Fiori del male". Dio, tuttavia, prova pietà per la madre, comprendendo il suo dolore e il malessere scaturito da un evento che sfugge alla sua volontà. Richter suggerisce che questa nascita singolare richiami il mistero dell'incarnazione cristiana, ma sconvolto dalla reazione della madre che impreca contro Dio e medita una vendetta demoniaca contro il figlio.
L'Ostilità della Compagna e la Resilienza del Poeta
Anche la compagna del poeta mostra una profonda ostilità. Sebbene il poeta sia assistito da un "Angelo invisibile" e si inebri di sole, trovando in tutto ciò che mangia e beve "ambrosia e nettare vermiglio" (richiamo pagano alla mitologia greca, ponendo il poeta quasi come una divinità in un quadro più vasto di quello cristiano), la sua compagna è pronta a fargli del male. Il poeta è come un "Enfant" (con la E maiuscola per amplificarne l'importanza, indicando che non è figlio del sistema dualista ma deriva da "potenze supreme") che "gioca col vento, discorre con la nuvola", vive un calvario "gioioso" trasfigurato attraverso il canto, in un contesto di leggerezza e irresponsabilità.
Nonostante la sua natura quasi divina e la sua capacità di trasformare la sofferenza, egli è incompreso e deriso, come l'albatro che, re dell'azzurro in volo, diventa goffo e ridicolo una volta a terra. La società, e persino chi gli è più vicino, lo tormenta:
«Tutti coloro che egli vuole amare l'osservano intimoriti / o, rassicurati dalla sua tranquillità, / fanno a gara a chi gli caverà un sospiro, / sperimentando su di lui la propria ferocia. / Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca / cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano / quanto egli tocca, s'incolpano d'aver posto il piede sulle sue orme.»
La compagna, con una crudeltà che evoca quella delle arpie, si propone di usurpare gli omaggi destinati alla divinità:
«m'ubbriacherò di nardo, di incenso e di mirra, / di genuflessioni, di carne e di vino, / per sapere se io possa, in un cuore che m'ammira, / usurpare, ridendo, gli omaggi destinati alla divinità. / E, stanca di queste farse empie, / poserò su di lui la mia forte e fragile mano; / le mie unghie, come quelle delle arpie, / sapranno farsi strada sino in fondo al suo cuore.»

La Benedizione del Poeta: Sofferenza come Redenzione Artistica
Di fronte a tale ostilità e sofferenza, il poeta si rivolge a Dio in un atto di autentica benedizione, accettando il dolore come via di redenzione e sublimazione:
«Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza / come un rimedio divino alle nostre vergogne / e come l'essenza più pura ed efficace / per preparare i forti a sante voluttà. / So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle tue Legioni, / e che tu l'inviti all'eterna festa di Troni, Virtù e Dominazioni. / So che il dolore è la sola nobiltà / cui mai potranno mordere e terra e inferno; / e che per intrecciare la mia mistica corona / si dovranno tassare tutti i tempi e tutti gli universi. / esso sarà pura luce attinta al focolare santo / dei raggi primigeni, di cui gli occhi mortali, / al massimo del loro splendore, / non sono che specchi oscuri e lagrimosi.»
Per il poeta, la sofferenza non è solo una punizione, ma un rimedio divino, l'essenza più pura per preparare i forti alle "sante voluttà" dell'arte. Il dolore è l'unica nobiltà che resiste a terra e inferno, e la sua "mistica corona" sarà intessuta con gli elementi di tutti i tempi e gli universi. Questa luce pura è attinta direttamente dalla fonte divina, di cui gli occhi mortali non sono che pallidi riflessi.
Baudelaire riprende la tematica del disagio del poeta nella società in "L'Albatro", dove il grande uccello marino, maestoso in volo, diventa goffo e ridicolo quando deposto sulle tavole di una nave, mira di scherno per i marinai:
«Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, / grandi uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, / il bastimento scivolante sopra gli abissi amari. / Appena li hanno deposti sulle tavole, / questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi, / miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi, candide ali, / quasi fossero remi. / Com'è intrigato, incapace, questo viaggiatore alato! / Lui, poco addietro così bello, com'è brutto e ridicolo. / Qualcuno irrita il suo becco con una pipa / mentre un altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava. / E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell'arciere, / assomiglia in tutto al principe delle nubi: / esiliato in terra, fra gli scherni, / non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.»

Il poeta, come il principe delle nubi, è esiliato in terra, reso incapace dalle sue stesse ali di gigante, simbolo della sua grandezza spirituale che lo rende disadatto al mondo terreno. Questa è la condizione dell'artista, isolato e incompreso, ma capace di trovare nella sofferenza la sua benedizione e la sua arte.
Corrispondenze e la Visione Baudelairiana del Mondo
Un elemento fondamentale della poetica baudelairiana è la concezione delle "Corrispondenze", presentata nell'omonimo componimento. Secondo Baudelaire, il mondo è una fitta ragnatela di corrispondenze tra sfere sensoriali differenti (profumi, colori, suoni) e il poeta è colui che può leggere e capire questo mondo fatto di simboli. La natura stessa è un tempio:
«La Natura è un tempio ove pilastri viventi / lasciano sfuggire a tratti confuse parole; / l'uomo vi attraversa foreste di simboli, / che l'osservano con sguardi familiari. / Come lunghi echi che da lungi si confondono / in una tenebrosa e profonda unità, / vasta come la notte e il chiarore del giorno, / profumi, colori e suoni si rispondono. / che posseggono il respiro delle cose infinite: / come l'ambra, il muschio, il benzoino e l'incenso; / e cantano i moti dell'anima e dei sensi.»

Questa visione sinestetica del mondo è la base del Simbolismo, di cui Baudelaire fu precursore. In questo contesto, il poeta è l'unico in grado di decifrare il linguaggio segreto delle cose, trascendendo la superficialità del reale per cogliere l'idéal al di là dello spleen.
Un altro esempio significativo della poetica di Baudelaire è il componimento "Bellezza", dove una figura misteriosa, imponente e immortale regna da despota sull'Uomo, che viene annientato se tenta di raggiungerla:
«Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra / e il mio seno, cui volta a volta ciascuno s'è scontrato, / è fatto per ispirare al poeta un amore eterno e muto come la materia. / Troneggio nell'azzurro quale Sfinge incompresa, / unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni, / odio il movimento che scompone le linee / e mai piango, mai rido. / I poeti, di fronte alle mie grandi pose, / che ho l'aria di imitare dai più fieri monumenti, / consumeranno i giorni in studi severi, / perché, onde affascinare quei docili amanti, / ho degli specchi puri che fanno più bella ogni cosa: / sono i miei occhi, i miei grandi occhi dalla luce immortale.»

L'Eredità di Baudelaire
L'opera di Baudelaire è nuova e innovativa, portando alla nascita del Decadentismo e alle sue tendenze del Simbolismo e dell'Estetismo. Molti sono i componimenti importanti, tra cui, oltre a "Benedizione", "L'Albatro" e "Corrispondenze", si possono citare "Rimorso postumo" con i suoi toni foschi e cimiteriali; "Spleen" (componimento numero 78), una delle quattro poesie con lo stesso titolo, con la sua atmosfera soffocante e disperata; "Le Litanie di Satana", una vera ode al Principe delle Tenebre, capolavoro di blasfemia; e infine "Il viaggio", che incarna il testamento spirituale di Baudelaire: la necessità di andare alla scoperta dell'Ignoto ("l'Inconnu").
Baudelaire, con la sua vita da "bohémien" e la sua opera, ha alimentato il mito del poeta "maledetto", ribelle e amante dei piaceri, non come problema sociale ma come portatore di novità e artista innovativo. La sua figura è diventata simbolo della critica alla borghesia e del rifiuto delle convenzioni. L'autore de "I Fiori del male" ha influenzato generazioni di studenti e poeti, gettando le basi per la poesia moderna e aprendo nuove strade all'esplorazione dell'animo umano e della società.
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