Nella ristrutturazione delle chiese ecclesiastiche, il design dell'altare in marmo è sempre stato l'incarnazione centrale dell'estetica architettonica e della cultura religiosa. Essendo l'anima della chiesa, il design dell'altare non solo deve trasmettere la solennità delle cerimonie religiose, ma deve anche essere coerente con lo stile generale della chiesa. Il motivo a grappoli d'uva sulla colonna richiama il rilievo dell'angelo inginocchiato, e le quattro croci sul tavolo accentuano il senso di cerimonia.
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Storia della Chiesa del Gesù Nuovo
L'edificio, originariamente un palazzo patrizio, passò dalla famiglia Sanseverino al figlio Antonello, il quale nel 1485 subì la confisca dei beni per contrasti con la Corte aragonese. Successivamente, suo figlio Roberto II ottenne il perdono dal re di Spagna, e la famiglia poté tornare nel palazzo, dove tenne celebri "accademie". Ai tempi del figlio di Roberto II, Ferrante Sanseverino, e della moglie Isabella Villamarina, il palazzo era noto per la bellezza dei suoi interni, le sale affrescate e lo splendido giardino, diventando un punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale grazie alla presenza di Bernardo Tasso.
Sotto il viceregno di don Pedro di Toledo, nel 1547, il popolo napoletano si ribellò al tentativo di introdurre l'Inquisizione spagnola, e Ferrante Sanseverino sostenne l'opposizione popolare. I beni dei Sanseverino passarono al fisco e furono messi in vendita per volontà di Filippo II. Nel 1584, il palazzo e i suoi giardini furono acquistati dai gesuiti, grazie anche all'interessamento del viceré spagnolo, don Pedro Girón, duca di Osuna.
Una volta entrati in possesso del palazzo, i gesuiti incaricarono i loro confratelli Giuseppe Valeriano e Pietro Provedi della ristrutturazione. Essi demolirono completamente il sontuoso palazzo, risparmiando solo la facciata a bugne (riadattata alla chiesa) e il portale marmoreo rinascimentale. I lavori furono finanziati da Isabella Feltria Della Rovere, principessa di Bisignano. Il nome della principessa, insieme a quello di Roberto I Sanseverino, è ricordato nell'iscrizione sul cartiglio marmoreo presente sull'architrave del portale principale, datata 1597, anno in cui la chiesa fu aperta al culto.
La consacrazione avvenne il 7 ottobre 1601, e la chiesa fu intitolata alla Madonna Immacolata. Tra il 1629 e il 1634 fu eretta una prima cupola su progetti del Valeriano e del Provedi, e nel 1635-1636 Giovanni Lanfranco affrescò la cupola con un "Paradiso". Nel 1639, un incendio portò a lavori di restauro diretti da Cosimo Fanzago. Nel 1688, un terremoto causò il crollo della cupola e danni agli interni. Nel 1695, il portale marmoreo rinascimentale fu arricchito con due colonne, un frontone spezzato, quattro angeli e lo stemma della Compagnia di Gesù. Nel 1717, l'intero complesso fu rinforzato su progetto di Ferdinando Fuga.
Paolo De Matteis affrescò nell'intradosso della cupola ricostruita una "Gloria della Vergine". Il cantiere del Gesù Nuovo si può considerare concluso nel 1725. Nel 1767, dopo l'espulsione dei gesuiti dal regno di Napoli, la chiesa passò ai francescani riformati, che le diedero il nome di Trinità Maggiore. A causa dell'incerta statica dell'edificio, nel 1774 la cupola fu totalmente abbattuta, e la chiesa rimase chiusa per circa trent'anni.
Nel 1786, Ignazio di Nardo realizzò una nuova copertura, una falsa cupola a calotta schiacciata. Nel 1804 i gesuiti furono riammessi nel Regno, ma nuovamente espulsi durante il periodo napoleonico. Rientrati i Borbone, nel 1821 la chiesa tornò in possesso della Compagnia di Gesù. L'8 dicembre 1857, fu ultimato l'altare maggiore ideato dal gesuita Ercole Giuseppe Grossi, e la chiesa fu dedicata all'Immacolata Concezione.
La chiesa subì gravi danni durante gli attacchi aerei su Napoli durante la seconda guerra mondiale. Nel 1975, la chiesa è stata nuovamente restaurata sotto la direzione di Paolo Martuscelli.
La Facciata e il Portale
La caratteristica facciata del palazzo Sanseverino fu conservata come facciata della chiesa, caratterizzata da particolari bugne in forma di massicce piramidi aggettanti, dette "diamanti", tipiche del Rinascimento veneto. La parte centrale del portale marmoreo appartiene al vecchio palazzo Sanseverino e risale agli inizi del XVI secolo.
Nel 1695, i gesuiti apportarono modifiche aggiungendo bassorilievi barocchi, due colonne corinzie di granito rosso, un frontone spezzato sormontato dallo stemma della Compagnia di Gesù, e quattro angeli in marmo realizzati da Pietro e Bartolomeo Ghetti. L'emblema dei gesuiti, all'interno di uno scudo ovale, comprende la croce con l'abbreviazione "IHS" e i tre chiodi della crocifissione. Al centro del frontone vi è una decorazione marmorea in altorilievo raffigurante una testa di cherubino con grandi ali.
Sui due stipiti del portale furono apposti gli stemmi dei Sanseverino e dei Della Rovere. Sull'architrave fu aggiunto un fregio con cinque testine che sorreggono quattro festoni di frutta. I finestroni e le porte minori furono disegnati dall'architetto gesuita Provedi.
Giuseppe Valeriano riuscì a preservare solo la facciata a bugne, sacrificando il cortile porticato, le sale affrescate e i giardini. La leggenda narra che i segni misteriosi incisi sulle piramidi della facciata avessero a che fare con arti magiche o conoscenze alchemiche, volti a convogliare energie positive verso l'interno del palazzo. Nel 2010, storici dell'arte hanno identificato nelle lettere aramaiche incise sulle bugne le note di uno spartito musicale, intitolato "Enigma".

L'Interno e la Navata Centrale
L'interno, ricco di decorazioni marmoree realizzate da Cosimo Fanzago nel 1630, è a croce greca con un braccio longitudinale lievemente allungato. Il pavimento in marmi policromi, realizzato nella prima metà del XVIII secolo, presenta numerosi stemmi e lapidi che ricordano i benefattori della chiesa.
Lo stemma più grande, quello di Isabella Feltria Della Rovere, si trova poco dopo l'ingresso e si estende per alcuni metri, riproducendo un drappo di ermellino orlato d'oro. Sulla controfacciata, sopra il portale principale, è presente il grande affresco di Francesco Solimena con la "Cacciata di Eliodoro dal tempio", firmato e datato 1725.
Nelle semilunette del finestrone della controfacciata, sono presenti affreschi di Belisario Corenzio: "Sant'Elena ritrova la Croce" e "Conversione di San Paolo", quest'ultimo firmato e datato 1638. Sulla controfacciata, a livello delle navate laterali, si trovano due affreschi più piccoli, riconducibili alla scuola del Solimena, raffiguranti "San Luigi Gonzaga" e "San Stanislao Kostka", eseguiti probabilmente entro il 1726.
Le volte a botte della chiesa sono intervallate da cornici dorate che delimitano i vari gruppi di affreschi. La volta della navata centrale e quella del transetto furono dipinte da Belisario Corenzio tra il 1636 e il 1638. Alcuni di questi affreschi furono ridipinti da Paolo De Matteis circa cinquant'anni dopo, a causa dei danni provocati dal terremoto del 1688.
Il ciclo pittorico nella volta della navata centrale è dedicato a scene bibliche e miracoli compiuti nel nome di Gesù. I due affreschi centrali più grandi, opera di Paolo De Matteis, rappresentano "Il trionfo dell'Immacolata e di san Michele sui demoni" e "La circoncisione e l'imposizione del nome di Gesù". Negli otto riquadri laterali si trovano scene della vita di santi e episodi biblici.

La cupola, ricostruita da Ignazio di Nardo nel 1786, presenta una calotta sferica scandita da finestre lunettate. Sul primo pilastro della navata sinistra è presente l'unico monumento funebre della chiesa, dedicato al cardinale Francesco Fini. Sul primo pilastro della navata destra si trova un grande Crocifisso, attribuito a Giuseppe Picano.
L'Abside e il Ciborio
Il ciclo di affreschi dell'abside è interamente dedicato alla Vergine Maria, realizzato da Massimo Stanzione tra il 1639 e il 1640. Gli affreschi sulle due semilunette della parete di fondo narrano la vita di Maria, iniziando con "Anna e Gioacchino cacciati dal tempio" e "Gioacchino riceve in sogno l'annuncio della nascita di Maria". La narrazione prosegue con otto riquadri più piccoli sulla volta, che includono la Natività di Maria, la Presentazione al Tempio, lo Sposalizio della Vergine, l'Annunciazione, la Visitazione, il Sogno di Giuseppe, la Dormitio Virginis e le Esequie della Vergine.
La parete di fondo dell'abside, realizzata tra il XVII e il XVIII secolo su progetto di Cosimo Fanzago, è caratterizzata da un'architettura in marmi policromi con sei colonne corinzie di alabastro. Al centro si apre una nicchia che ospita la grande statua della Madonna Immacolata, scolpita nel 1859 da Antonio Busciolano. La statua, in marmo bianchissimo, poggia su un globo blu in lapislazzuli, attraversato da una fascia dorata e circondato da un gruppo marmoreo di cherubini.
Il globo e il piedistallo risalgono al XVIII secolo e fanno parte di un progetto di Domenico Antonio Vaccaro, così come gli angeli e i cherubini ai lati del piedistallo, realizzati tra il 1742 e il 1743 da Matteo Bottiglieri e Francesco Pagano. I due gruppi scultorei principali, raffiguranti la Trinità e l'Immacolata, in argento e datati 1742, furono requisiti e fusi nel 1798.
Il ciborio è un elemento architettonico a forma di baldacchino che sovrasta l'altare maggiore nelle chiese. Poggia generalmente su quattro supporti verticali raccordati mediante archi e reggenti una volta piana o cupoletta, destinata a custodire la pisside contenente le ostie consacrate.
In molte lingue, la parola "ciborio" è utilizzata sia per indicare la struttura che la pisside. In italiano, generalmente, si distingue tra ciborio e pisside, dove il primo corrisponde al complesso che include anche il tabernacolo. Il ciborio è posto a protezione dell'altare, immagine dell'altare di cui parla l'Apocalisse di Giovanni.
Dal V secolo, nell'altare vengono deposte le reliquie dei martiri, o l'altare si erge sulla tomba di un martire. Il termine "ciborio" deriva dal greco ϰιβώϱιον, usato per indicare tempietti d'argento. L'origine della parola è incerta, con ipotesi che la collegano a radici semitiche o latine. Il significato primario del termine è quello di copertura.
Nelle fonti sono molti i termini con cui viene designato il ciborio d'altare, tra cui πύϱγοϚ, ϰαμελαύχιον, θόλοϚ, arcus, fastigium, tegumentum, tegurium, tiburium, tegimen, umbraculum, turris, aeducula.
Le finalità del ciborio furono molteplici: nascondere la celebrazione del rito eucaristico, dare risalto all'altare, ripararlo dalla polvere, e simboleggiare la volta del cielo. L'identificazione dell'altare cristiano con il trono di Cristo o la sua tomba può aver influito sulla scelta di ricoprirlo.
L'ipotesi di derivazione dal baldacchino pagano è affiancata da altre che rivendicano il ciborio come creazione cristiana originale, legata alla presenza del sepolcro o delle reliquie di un martire, o derivata dagli arcosoli delle tombe romane. Un possibile prototipo è stato identificato nel tabernacolo ebraico o tenda dell'arca dell'alleanza.
La diffusione del ciborio inizia a Roma nel IV secolo. Il primo ciborio di cui si ha notizia è quello fatto erigere da Costantino sull'altare maggiore della basilica Lateranense. Numerose notizie relative ai cibori eretti da imperatori e pontefici si trovano nel Liber Pontificalis.
Nei primi secoli, Roma è il centro di maggior produzione di questa struttura, ma essa non dovette essere un'esclusività romana. Per l'Italia meridionale, si cita il ciborio d'argento donato dal vescovo Vincenzo alla chiesa di San Giovanni Battista a Napoli intorno alla metà del VI secolo.
Per i secoli VIII e IX, l'uso di questa struttura è provato da numerosi frammenti di archi di ciborio scolpiti. Quasi tutte queste lastre presentano una suddivisione dell'ornato in tre zone, con motivi fitomorfi, temi a intreccio e animali affrontati.
