L'Udienza Generale di Benedetto XVI del 14 Aprile 2010: Il Ministero Sacerdotale e il Munus Docendi

L’Udienza Generale di mercoledì 14 aprile 2010 si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro. Il Santo Padre Benedetto XVI, rientrato il pomeriggio precedente dalla residenza pontificia di Castel Gandolfo dopo alcuni giorni di riposo, ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Benedetto XVI durante un'udienza generale in Piazza San Pietro

Il Ministero Sacerdotale: Agire "In Persona Christi Capitis"

Nel suo discorso in lingua italiana, in prossimità della conclusione dell’Anno Sacerdotale, il Papa ha incentrato la sua meditazione sul tema del Ministero ordinato. Benedetto XVI ha dedicato alcune riflessioni alla realtà feconda della configurazione del sacerdote a Cristo Capo, nell’esercizio dei tria munera che riceve: insegnare, santificare e governare.

La Rappresentanza di Cristo nel Sacerdote

Per comprendere appieno il significato di agire in persona Christi Capitis - in persona di Cristo Capo - da parte del sacerdote, e le conseguenze derivanti dal compito di rappresentare il Signore, specialmente nell’esercizio di questi tre uffici, è fondamentale chiarire cosa si intenda per "rappresentanza".

Nel linguaggio comune, rappresentare significa generalmente ricevere una delega da una persona per essere presente, parlare e agire al suo posto, perché la persona rappresentata è assente dall’azione concreta. Tuttavia, il sacerdote non rappresenta il Signore nello stesso modo. La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è mai assente; la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è Lui, presente ed operante in essa.

Schema concettuale della relazione sacerdote-Cristo nell'agire

Cristo è presente in un modo totalmente libero dai limiti dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione, che viene contemplato in modo speciale nel tempo di Pasqua. Pertanto, il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace. Il sacerdote agisce realmente e realizza ciò che lui da solo non potrebbe fare: la consacrazione del vino e del pane perché siano realmente presenza del Signore, e l’assoluzione dei peccati. Il Signore rende presente la sua propria azione nella persona che compie tali gesti.

I Tre Compiti del Sacerdote: Insegnare, Santificare, Governare

Questi tre compiti del sacerdote - che la Tradizione ha identificato nelle diverse parole di missione del Signore: insegnare, santificare e governare - nella loro distinzione e profonda unità, sono una specificazione di questa rappresentazione efficace. Essi sono, in realtà, le tre azioni del Cristo Risorto, lo stesso che oggi nella Chiesa e nel mondo insegna e così crea fede, riunisce il suo popolo, crea presenza della verità e costruisce realmente la comunione della Chiesa universale; e santifica e guida.

Il Munus Docendi: L'Ufficio di Insegnare

Il primo compito affrontato dal Papa è il munus docendi, cioè quello di insegnare. In un periodo di "piena emergenza educativa", l'ufficio di insegnamento della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il ministero di ciascun sacerdote, assume un’importanza cruciale. Benedetto XVI ha sottolineato come viviamo in una grande confusione circa le scelte fondamentali della nostra vita, e sugli interrogativi essenziali riguardanti l'origine e il destino del mondo, il bene da compiere, il modo di vivere e i valori realmente pertinenti.

Francesco: Benedetto XVI, grande maestro di catechesi "acuto e garbato"

Di fronte a tante filosofie contrastanti, che nascono e scompaiono, si crea una confusione riguardo alle decisioni fondamentali su come vivere, poiché non sappiamo più, comunemente, da cosa e per cosa siamo fatti e dove andiamo. In questa situazione si compie la parola del Signore, che ebbe compassione della folla perché erano come pecore senza pastore (cfr Mc 6, 34). Il Signore, mosso da compassione, interpretò la parola di Dio - egli stesso è la parola di Dio - e diede così un orientamento.

Il Sacerdote come Voce di Cristo

Questa è la funzione in persona Christi del sacerdote: rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo. Il sacerdote non insegna le proprie idee, né una filosofia inventata o che gli piace; non parla da sé, non parla per sé per crearsi ammiratori o un proprio partito. Egli non dice cose proprie, bensì, nella confusione di tutte le filosofie, insegna nel nome di Cristo presente, proponendo la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti.

Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: "La mia dottrina non è mia" (Gv 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre agire e dire: "la mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e che crea vita eterna".

Identificazione del Sacerdote con la Verità di Cristo

Il fatto che il sacerdote non inventi, non crei e non proclami proprie idee, poiché la dottrina che annuncia non è sua ma di Cristo, non significa che egli sia neutro, quasi come un portavoce che legge un testo di cui forse non si appropria. Anche in questo caso vale il modello di Cristo, il quale ha detto: "Io non sono da me e non vivo per me, ma vengo dal Padre e vivo per il Padre". Perciò, in questa profonda identificazione, la dottrina di Cristo è quella del Padre e Lui stesso è uno col Padre.

Il sacerdote che annuncia la parola di Cristo, la fede della Chiesa e non le proprie idee, deve anche dire: "Io non vivo da me e per me, ma vivo con Cristo e da Cristo". Pertanto, quanto Cristo ci ha detto diventa la sua parola, anche se non è propria. La vita del sacerdote deve identificarsi con Cristo e, in questo modo, la parola non propria diventa, tuttavia, una parola profondamente personale.

Sant’Agostino, su questo tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: "E noi che cosa siamo? Ministri (di Cristo), suoi servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è cosa nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua dispensa. E anche noi viviamo di essa, perché siamo servi come voi" (Discorso 229/E, 4). L’insegnamento che il sacerdote è chiamato ad offrire, le verità della fede, devono essere interiorizzate e vissute in un intenso cammino spirituale personale, così che il sacerdote entri realmente in una profonda, interiore comunione con Cristo stesso.

Il sacerdote crede, accoglie e cerca di vivere, prima di tutto come proprio, quanto il Signore ha insegnato e la Chiesa ha trasmesso, in quel percorso di immedesimazione con il proprio ministero di cui san Giovanni Maria Vianney è testimone esemplare. Ancora Sant’Agostino afferma: "Uniti nella medesima carità, siamo tutti uditori di colui che è per noi nel cielo l’unico Maestro" (Enarr. in Ps. 131, 1, 7).

La Forza Profetica del Sacerdote "Docente"

La voce del sacerdote, di conseguenza, non di rado potrebbe sembrare "voce di uno che grida nel deserto" (Mc 1,3), ma è proprio in questo che consiste la sua forza profetica. Egli non deve mai essere omologato né omologabile ad alcuna cultura o mentalità dominante, ma deve mostrare l’unica novità capace di operare un autentico e profondo rinnovamento dell’uomo: che Cristo è il Vivente, è il Dio vicino, il Dio che opera nella vita e per la vita del mondo e ci dona la verità, il modo di vivere.

Nella preparazione attenta della predicazione festiva e feriale, nello sforzo di formazione catechetica nelle scuole, nelle istituzioni accademiche e, in modo speciale, attraverso quel "libro non scritto che è la sua stessa vita", il sacerdote è sempre "docente". Insegna non con la presunzione di chi impone proprie verità, bensì con l’umile e lieta certezza di chi ha incontrato la Verità, ne è stato afferrato e trasformato, e perciò non può fare a meno di annunciarla.

Il sacerdozio, infatti, nessuno lo può scegliere da sé; non è un modo per raggiungere una sicurezza nella vita o per conquistare una posizione sociale. Nessuno può darselo, né cercarlo da sé. Il sacerdozio è risposta alla chiamata del Signore, alla sua volontà, per diventare annunciatori non di una verità personale, ma della sua verità.

Il Popolo cristiano domanda di ascoltare dagli insegnamenti dei sacerdoti la genuina dottrina ecclesiale, attraverso la quale poter rinnovare l’incontro con Cristo che dona la gioia, la pace e la salvezza. La Sacra Scrittura, gli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, il Catechismo della Chiesa Cattolica costituiscono punti di riferimento imprescindibili nell’esercizio del munus docendi, essenziale per la conversione, il cammino di fede e la salvezza degli uomini.

"Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi [...] nella Verità" (Omelia per la Messa Crismale, 9 aprile 2009), quella Verità che non è semplicemente un concetto o un insieme di idee da trasmettere e assimilare, ma che è la Persona di Cristo. Con la quale, per la quale e nella quale vivere e così, necessariamente, nasce anche l’attualità e la comprensibilità dell’annuncio. Solo questa consapevolezza di una Verità fatta Persona nell’Incarnazione del Figlio giustifica il mandato missionario: "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). Solo se è la Verità è destinato ad ogni creatura, non è un’imposizione, ma l’apertura del cuore a ciò per cui è creato.

Il Signore ha affidato ai Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori della Sua Parola, della Verità che salva; essere sua voce nel mondo per portare ciò che giova al vero bene delle anime e all’autentico cammino di fede (cfr 1Cor 6,12). San Giovanni Maria Vianney sia di esempio per tutti i Sacerdoti. Egli era uomo di grande sapienza ed eroica forza nel resistere alle pressioni culturali e sociali del suo tempo per poter condurre le anime a Dio: semplicità, fedeltà ed immediatezza erano le caratteristiche essenziali della sua predicazione, trasparenza della sua fede e della sua santità. Il Popolo cristiano ne era edificato e, come accade per gli autentici maestri di ogni tempo, vi riconosceva la luce della Verità. Vi riconosceva, in definitiva, ciò che si dovrebbe sempre riconoscere in un sacerdote: la voce del Buon Pastore.

Appello per il Qinghai e Saluti Finali

Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Quindi ha pronunciato un appello alla solidarietà nei confronti delle popolazioni cinesi della provincia del Qinghai, colpite quel giorno da un forte terremoto. L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

La Profondità Teologica di Benedetto XVI: Riflessioni sui Dottori della Chiesa

Il pensiero teologico di Benedetto XVI ha sempre mostrato una profonda ammirazione e conoscenza delle figure che la Chiesa ha insignito del titolo di Dottore della Chiesa. Sino a oggi, in duemila anni di Storia, la Chiesa ha riconosciuto questo titolo a 37 figure. Tra queste, si ricordano Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Tommaso D'Aquino, San Giovanni Crisostomo; e fra le figure femminili, Santa Teresa di Lisieux, Santa Teresa d’Avila e Santa Caterina da Siena.

Santa Caterina da Siena: Il Ponte tra Cielo e Terra

Una delle figure più autorevoli per Benedetto XVI è stata la domenicana Santa Caterina da Siena, teologa e mistica, proclamata Dottore della Chiesa da Papa Paolo VI nel 1970. Riguardo a lei, Benedetto XVI, durante l’udienza di mercoledì 24 novembre 2010, si era pronunciato con queste parole: "Da santa Caterina noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, con un’immagine singolare, descrive Cristo come un ponte lanciato tra il cielo e la terra".

Ritratto artistico di Santa Caterina da Siena in meditazione

Le Figure Carmelitane: Santa Teresa di Lisieux e Santa Teresa d’Avila

Di Santa Teresa di Lisieux, Dottore della Chiesa dal 1997 grazie a Papa Giovanni Paolo II, Benedetto XVI dirà: "Teresa è uno dei “piccoli” del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Mistero. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l'umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continuamente nel cuore della Sacra Scrittura che racchiude il Mistero di Cristo" (Udienza generale del 6 aprile 2011).

Completando la triade delle figure femminili, si annovera la carmelitana Santa Teresa d’Avila, la prima donna a essere proclamata Dottore della Chiesa da Papa Paolo VI il 27 settembre 1970. Benedetto XVI, grande estimatore della santa spagnola, dirà nel 2011: "Per Teresa la vita cristiana è relazione personale con Gesù, che culmina nell'unione con Lui per grazia, per amore e per imitazione. Da ciò l'importanza che ella attribuisce alla meditazione della Passione e all'Eucaristia, come presenza di Cristo, nella Chiesa, per la vita di ogni credente e come cuore della liturgia".

San Tommaso d'Aquino, San Giovanni Crisostomo e Sant'Agostino

Benedetto XVI ha dedicato attenzione anche a grandi teologi come San Tommaso d’Aquino, proclamato Dottore della Chiesa nel 1567. In un discorso pronunciato durante l’udienza generale del 2 giugno 2010, il teologo bavarese lo ritrasse così: "Oltre che allo studio e all’insegnamento, Tommaso si dedicò pure alla predicazione al popolo. E anche il popolo volentieri andava ad ascoltarlo. Direi che è veramente una grande grazia quando i teologi sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli. Il ministero della predicazione, d’altra parte, aiuta gli stessi studiosi di teologia a un sano realismo pastorale, e arricchisce di vivaci stimoli la loro ricerca".

A San Giovanni Crisostomo, Dottore della Chiesa nel 1568, Benedetto XVI ha dedicato due catechesi e una lettera in occasione del XVI centenario della morte del santo (10 agosto 2007). In tale documento si trova la riflessione: "Per il Crisostomo, l’unità ecclesiale che si realizza in Cristo è testimoniata in modo del tutto peculiare nell’Eucaristia".

Una vera e propria predilezione è sempre stata riservata a Sant’Agostino, fin dai tempi dell’università a Monaco. Fu proprio con una dissertazione sul rapporto fra popolo di Dio e corpo di Cristo in Agostino che nel 1953 Ratzinger conseguì il titolo accademico in teologia. E sarà sempre il Santo d’Ippona a ispirare la sua prima Lettera Enciclica, la Deus caritas est (2005), dedicata all’amore cristiano.

Stemma pontificio di Benedetto XVI con la conchiglia che simboleggia Sant'Agostino

Il suo stemma pontificio stesso conteneva un riferimento alla leggenda dell’incontro tra un giovane e il Santo d’Ippona: una conchiglia, chiara allusione al giovane che cercava di mettere tutta l’acqua del mare in una conchiglia. Sant’Agostino grazie a questo episodio comprese il suo inutile sforzo di tentare di far entrare l'infinità di Dio nella limitata mente umana. Al Santo d’Ippona, Benedetto XVI, dedicherà quattro udienze generali oltre a diversi riferimenti in tante omelie e discorsi.

Del Santo d’Ippona dirà: "Tutto l'itinerario intellettuale e spirituale di sant'Agostino costituisce un modello valido anche oggi nel rapporto tra fede e ragione, tema non solo per uomini credenti ma per ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per l'equilibrio e il destino di ogni essere umano. Queste due dimensioni, fede e ragione, non sono da separare né da contrapporre, ma piuttosto devono sempre andare insieme".

tags: #benedetto #xvi #udienza #generale #14 #aprile