Nell'ambito delle diocesi siciliane soppresse, la maggior parte delle quali si trovava nella Sicilia Orientale, in questa analisi ci concentriamo sulla Diocesi di Termini Imerese, situata nella parte occidentale dell'isola. La città di Termini Imerese vanta antiche origini, ampiamente documentate dagli autori del passato nei loro scritti.

Diffusione del Cristianesimo e Istituzione della Diocesi
La diffusione del cristianesimo nella città Himerese è attestata già nel VII secolo, con l'introduzione del rito greco, come riportato nel Notitiae Episcopatuum. Nel IX secolo, Termini Imerese viene annoverata tra le suffraganee di Siracusa. Nonostante l'assenza di certezze storiche assolute riguardo all'istituzione della diocesi, esiste una cronostasi di vescovi titolari ad essa collegati.
La Sede Vescovile Titolare nel XX Secolo
Dopo un lungo periodo di assenza di notizie, la Diocesi di Termini Imerese venne istituita come sede vescovile titolare nel 1968. Il primo vescovo del XX secolo fu Mons. Antonio Maria Travia. A lui seguirono Mons. Jean-Yves André Michel Nahmias, vescovo di Meaux, Mons. Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca, e infine l'attuale vescovo titolare.
I Frati Minori a Termini Imerese: Una Storia Plurisecolare
I frati minori sono stati presenti a Termini Imerese fin dai primi anni del 1300. Diverse diramazioni dell'ordine si stabilirono in città:
- I della Scarpa e poi Conventuali a San Francesco.
- I Riformati a Sant'Antonio.
- I frati del Terz'ordine secolare a Santa Maria di Porto Salvo (oggi Sant'Anna).
- I Cappuccini, prima in contrada San Girolamo, poi nell'attuale chiesa di S. Girolamo e S. Rosalia, e infine nel convento della Madonna della Catena, fuori dalle mura cittadine.
In particolare, l'ordine dei frati minori osservanti della regola di San Francesco d'Assisi, presenti in città dal 1471, sono gli unici esistenti ancora oggi, nonostante un breve periodo di assenza dovuto alla loro soppressione.
Il Convento di San Francesco: Un Centro di Storia e Arte
La storia del convento di San Francesco è ricca di mistero e fascino, legando le più grandi famiglie nobiliari di Termini Imerese e delle Madonie alla sua costruzione e manutenzione architettonica e artistica. Nobili provenienti da tutta la Sicilia, come le famiglie Bruno, Solito, Spinola, Tinaglia, Romano, Ventimiglia, Valanzone, Caro, Donato, Comitini, Statella, Speciale, Zavatteri, Ugone, Inguaggiato, Notarbartolo, La Barbera, Grimaldi, Montenegro, De Oria, Ottiaviamo, Buscattino, Bonafede e Cesari, cercavano nella chiesa monastica un luogo di sepoltura e di culto per il Santo a cui erano legati.
La chiesa fu anche sede della seconda più grande Nazione Genovese presente nell'isola, dopo quella di Palermo. Al suo interno custodisce opere d'arte di inestimabile valore artistico e culturale, tra cui:
- La più antica Pietà marmorea al mondo della scuola Gaginiana (1480).
- La statua marmorea della Vergine della Visitazione di Giorgio Da Milano, patrona della città imerese (1600).
- L'olio su tavola medievale di San Giorgio che uccide il Drago, opera di Nicolò da Voltri, commissionata dal mercante genovese Grifulsi di Palermo.
- S. Francesco che riceve le stimmate, l'unica tela del pittore napoletano Vincenzo De Oria.
- I dipinti e i primi affreschi di Vincenzo La Barbera sui misteri dell'avvento e di Maria Vergine all'interno della cappella dei Bruno.
- Gli stucchi del 1600 di scuola palermitana nella cappella dei Tinaglia.
Il convento, più volte minacciato dalla rovina, fu totalmente ricostruito nei primi del 1600 e ristrutturato e abbellito nel 1700. Nel 1903, dopo il ritorno dei frati in città (allontanati a causa della soppressione degli ordini monastici e delle corporazioni religiose nel 1866, dopo l’unificazione del Regno d’Italia), furono realizzati i lavori che portarono all'ultima drastica trasformazione del complesso.

Tradizioni e Culti dal XX Secolo
Sulla base dei racconti tramandati dai membri più anziani della fraternità francescana e di documenti consultati, è possibile ricostruire le tradizioni e i culti presenti nella chiesa a partire dal 1900:
- Il culto della Regina Pacis, nell’altare maggiore della Pace, costituito nel 1918 alla fine della Prima Guerra Mondiale, con la formazione di una confraternita femminile.
- L'antica processione dell'Ecce Homo, con la tradizionale liturgia quaresimale, nata nel 1600 con le processioni penitenziali francescane.
- Il culto della Vergine Immacolata, venerata nell'omonima cappella della Famiglia Solito (non più esistente), e continuato negli anni anche con la breve sosta della Madonna della Neve durante il novenario di dicembre.
- La festa di San Francesco (oggi festa dei Santi Francesco e Chiara d’Assisi), la cui origine risale al 1981, quando Fra Aurelio Montagna chiese alle Istituzioni e alla comunità francescana termitana di svolgere una marcia per la pace il 4 ottobre, in ricordo dell’ottavo centenario della nascita di San Francesco.
A tempi più recenti risalgono il culto di Santa Rita e della Madonna di Fatima, la rappresentazione della Passione di Cristo e i festeggiamenti in onore di San Paolino da Nola, protettore dei giardinieri, antica confraternita termitana con sede nativa nella chiesa di Santa Lucia.
La "Febbre Maligna" del 1623 e la Peste del 1624 in Sicilia
Agli inizi del 1622, il pittore Vincenzo La Barbera si trasferì definitivamente con la famiglia a Palermo. Attorno al 1623, si diffuse un'epidemia di «febbre maligna» che colpiva le vie respiratorie e rendeva difficile la deglutizione. Questa malattia, contagiosa «per inspirationem & expirationem», fu descritta negli scritti del medico Giambattista Cortesi (Bologna, 1553/1554 - Reggio Calabria, 1633/1634), professore di anatomia e medicina pratica all'Università di Messina. Cortesi collegò l'epidemia alla variabilità climatica del biennio precedente, caratterizzata da venti meridionali prevalenti e dall'incostanza delle stagioni e degli etèsi (venti periodici da N-NE, tardo primaverili ed estivi).
L'autunno del 1622 fu mutevole, freddo, da secco ad umido. L'inverno fu molto instabile con dominanti venti meridionali. La primavera, invece di essere temperata, fu insolitamente fredda ed umida. Recenti studi hanno postulato un'interdipendenza tra epidemie e fluttuazioni climatiche, e questi dati costituiscono un primo contributo alla ricerca nell'ambito della cosiddetta "Piccola Età Glaciale" (Little Ice Age, LIA).

L'Epidemia di Peste del 1624
Purtroppo, alla «febbre maligna» del 1623, che aveva già mietuto vittime e debilitato la popolazione, seguì un'epidemia ancora più devastatrice: la famigerata «peste», scoppiata nel 1624. Anche oggi, la peste rimane una malattia ad elevata patogenicità e possibile rapida diffusione, costituendo una minaccia in molte aree del mondo, in particolare africane, e non può essere eradicata a causa della fauna selvatica che funge da serbatoio.
La malattia, favorita dalla mancanza di igiene, è causata dal batterio Yersinia pestis, trasmessa nella forma bubbonica dalle pulci dei ratti, mentre nelle forme polmonari e setticemiche il contagio è interpersonale, tramite goccioline respiratorie diffuse dalla tosse. Dopo un periodo di incubazione di 3-7 giorni, si manifestano sintomi come rialzo termico improvviso, brividi, mal di testa, dolori muscolari, debolezza, vomito e nausea. Nella forma bubbonica, le ghiandole si ingrossano e si infiammano.
Il 25 Giugno 1624, il viceré di Sicilia, il principe Filiberto di Savoia, proclamò ufficialmente la propagazione dell'epidemia che si stava inesorabilmente diffondendo a Trapani e Palermo. Il morbo era arrivato in Sicilia attraverso un vascello proveniente dall'attuale Tunisia, con un carico di merci, la cui avidità di molti aveva favorito la diffusione. La propagazione dell'epidemia pestilenziale, che si diffuse poi nell'isola, si sarebbe potuta evitare se non ci fossero state colpevoli incompetenze nell'entourage del viceré, primo fra tutti il segretario Antonio Navarra, che pagò la sua cupidigia e malvagità con la vita, vittima della stessa infezione che aveva dolosamente celato.
L'8 luglio, fu conferita ampia potestà alla deputazione sanitaria di quartiere, creata per l'occasione, di procedere senza preavviso «come se si fosse in stato di guerra», comminando punizioni come la prigione, la tortura, le frustate, l'esilio o fino a cinque anni di lavori forzati nelle galere.
Il Cardinale Giannettino Doria e la Scoperta di Santa Rosalia
Giannettino Doria (Genova, 1573 - 1642), cardinale e arcivescovo di Palermo, si trovava a Termini Imerese per cure termali «a cagione di malattia» quando apprese della pestilenza. Nonostante i tentativi di amici e medici di trattenerlo, decise di trasferirsi immediatamente alla propria residenza, temendo una sicura morte qualora fosse rimasto esposto al contagio.
Il 15 Luglio 1624, mentre a Palermo l'epidemia imperversava gravemente, in una grotta del Monte Pellegrino furono rinvenuti dei resti mortali. Il sito era stato indicato da Geronima la Gattuta, una ricamatrice di Ciminna di 47 anni, che raccontò gli avvenimenti nella sua deposizione verbale del 19 Luglio 1624, conservata nella Biblioteca Comunale di Palermo.
Il racconto di Geronima inizia nell'autunno del 1623, quando era affetta dalla «febbre maligna» e ricoverata nell'Ospedale Grande di Palermo, in fin di vita. Le apparve una monaca vestita di bianco che la guarì, chiedendole in cambio di fare voto di andare a Monte Pellegrino. Nonostante la guarigione, Gerolama indugiò per mesi. Il 26 Maggio 1624, giorno di Pentecoste, decise finalmente di salire sul monte Pellegrino, accompagnata dal marito Beneditto Lo Gattuto e da Vito di Amodeo, un marinaio trapanese, per sciogliere il voto e iniziare la ricerca dei resti mortali della Santa.
Giordano Cascini S. J. (Palermo, 1565 - 1635), rettore del Collegio Massimo palermitano, nella sua opera dedicata a Santa Rosalia, ricorda che Gerolama, dopo aver pregato nella grotta, si addormentò e le apparve la Vergine Maria con il Bambino, e poi la monaca già vista in ospedale, che le indicò un luogo dove scavare per trovare delle «sante Reliquie». Le ricerche, proseguite con l'aiuto di Vito di Amodeo, portarono il 15 Luglio 1624 alla scoperta di alcuni resti umani, fortemente inviluppati dalle concrezioni di carbonato di calcio.
Il 27 Luglio 1624, Vincenzo La Barbera, la cui madre Domenica de Michele era venuta a mancare sedici giorni prima a Termini Imerese, fece procura al cognato per espletare le disposizioni testamentarie. Il 14 Settembre 1624, La Barbera ricevette un compenso di cinquanta onze per un dipinto di Santa Rosalia, commissionato il 27 Luglio e consegnato il 24 Agosto. Questo incarico fu dato a ridosso del rinvenimento nella grotta e prima del placet ufficiale del culto della Santa come patrona di Palermo. Il dipinto, dal costo totale di 67 onze e 6 tarì, era già stato portato solennemente in processione il 4 Settembre. Cascini descrive il dipinto: «l’imagine di S. Rosalia divisata à foggia di Romita con rigido vestire e colle chiome sparse, la quale inginocchiata in atto supplichevole verso il Signore, che hà il volto d’ira dipinto, e la mano saettante, studia di placarlo».