Benedetto XVI, i Seminaristi e la Profondità del Silenzio

La figura di Benedetto XVI ha sempre suscitato riflessioni profonde, non solo per le sue parole, ma anche per il suo silenzio. Un commentatore del settimanale tedesco *Die Zeit*, Jan Ross, anni addietro scrisse: «La voce dal Papa ha dato coraggio a molti uomini e a interi popoli, è risuonata anche dura e tagliente…, ma quando tacerà sarà un istante di tremendo silenzio». Queste parole, di natura laica, riassumevano pensieri e commenti, diventando un monito dopo la cancellazione della visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma. In quel contesto, si affermava che il Papa non interrompe la comunicazione, ma il suo silenzio diventa parola, e impedirgli di parlare è contro la libertà e la cultura. Quella vicenda non poteva essere presa alla leggera né liquidata come un fatto di cronaca, richiedendo una risposta con la forza della ragione e la certezza che la libertà non può vivere di ignoranza e arroganza. Confondere laicità e laicismo, come fatto da una sparuta minoranza di contestatori, era prova di un inquietante vuoto culturale e di un segnale di assenza di futuro e speranza.

Ritratto di Papa Benedetto XVI in meditazione

La Formazione dei Seminaristi e il Ruolo Cruciale del Silenzio Interiore

Benedetto XVI ha spesso rivolto la sua attenzione alla formazione dei futuri sacerdoti, sottolineando l'importanza di un profondo percorso spirituale. Ai seminaristi, egli rivolgeva l'esortazione: «Cari amici, preparatevi ad essere apostoli con Cristo e come Cristo, per essere compagni di viaggio e servitori degli uomini». Gli anni di preparazione sono visti come un periodo fondamentale, che deve essere caratterizzato da:

  • Silenzio interiore
  • Orazione costante
  • Studio assiduo
  • Prudente inserimento nell’azione e nelle strutture pastorali della Chiesa

La Chiesa è presentata come comunità e istituzione, famiglia e missione, creata da Cristo mediante lo Spirito Santo, ma anche come risultato di quanti la costituiscono con la santità e con i peccati. La santità della Chiesa è anzitutto la santità oggettiva della persona stessa di Cristo, del suo Vangelo e dei suoi Sacramenti, la santità di quella forza dall'alto che l'anima e la sospinge. I seminaristi sono invitati a meditare bene questo mistero, vivendo gli anni della loro formazione con gioia profonda, in atteggiamento di docilità, lucidità e radicale fedeltà evangelica, e in amorevole relazione con il tempo e le persone fra le quali vivono.

Nessuno sceglie il contesto o i destinatari della propria missione. Ogni epoca ha i suoi problemi, ma Dio offre in ogni tempo la grazia opportuna per farsene carico e superarli con amore e realismo. Per i seminaristi, configurarsi a Cristo comporta identificarsi sempre di più con Colui che per noi si è fatto servo, sacerdote e vittima, un compito che ogni sacerdote deve spendere per tutta la vita. Cristo, Sommo Sacerdote, è anche il Buon Pastore che custodisce le proprie pecore sino a dar la vita per esse (cfr Gv 10,11). Per imitarlo, il cuore dei seminaristi deve maturare in seminario, rimanendo totalmente a disposizione del Maestro. Devono chiedere a Lui di concedere di imitarlo nella sua carità fino all'estremo verso tutti, senza escludere i lontani e i peccatori, affinché con il loro aiuto si convertano e ritornino sulla retta via. È importante che imparino a stare molto vicini agli infermi e ai poveri, con semplicità e generosità. Devono affrontare questa sfida senza complessi né mediocrità, ma come un modo significativo di realizzare la vita umana nella gratuità e nel servizio, quali testimoni di Dio fatto uomo, messaggeri dell'altissima dignità della persona umana e suoi incondizionati difensori.

Sostenuti dall'amore di Dio, i seminaristi non devono lasciarsi intimidire da un ambiente nel quale si pretende di escludere Dio e in cui potere, possesso o piacere sono spesso i principali criteri su cui si regge l'esistenza. Potrebbe accadere che li disprezzino, come si suole fare verso coloro che richiamano mete più alte o smascherano gli idoli dinanzi ai quali oggi molti si prostrano. Con tale fiducia, devono imparare da Colui che definì se stesso come mite e umile di cuore, abbandonando ogni desiderio umano, in modo che non cerchino se stessi, ma con il loro comportamento siano di edificazione per i loro fratelli, come ha fatto san Giovanni d’Avila, patrono del clero secolare spagnolo. Animati dal suo esempio, sono invitati a guardare soprattutto la Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti, che saprà forgiare la loro anima secondo il modello di Cristo, suo divin Figlio, e insegnerà sempre a custodire i beni che Egli acquistò sul Calvario per la salvezza del mondo.

Gli anni del seminario costituiscono un tempo importante per prepararsi all'esaltante missione a cui il Signore chiama. Questi anni comportano un certo distacco dalla vita comune, un certo "deserto", perché il Signore possa parlare al cuore (cfr Os 2,16). La sua voce, infatti, non è rumorosa, ma sommessa, è voce del silenzio (cfr 1 Re 19,12). Per essere ascoltata, richiede quindi un clima di silenzio. Per questo il Seminario offre spazi e tempi di preghiera quotidiana, cura molto la liturgia, la meditazione della Parola di Dio e l'adorazione eucaristica. Durante gli anni di Seminario, i seminaristi vivono insieme; la formazione al sacerdozio comporta anche questo aspetto comunitario, di grande importanza. La loro comunione non si limita al presente, ma riguarda anche il futuro: l'azione pastorale che li attende dovrà vederli agire uniti come in un corpo, in un *ordo*, quello dei presbiteri, che col Vescovo si prendono cura della comunità cristiana.

Una giornata al seminario di Anagni

L'Analisi di Benedetto XVI sulla Crisi della Chiesa e le Difficoltà nella Formazione

Nel suo discernimento, Benedetto XVI non ha esitato ad affrontare le cause profonde delle crisi nella Chiesa. In un suo scritto, egli intende ricordare che «negli anni ‘60, si è verificato un avvenimento di ampiezza senza precedenti nella storia». Le cause profonde degli abusi sono state individuate nella «rivoluzione libertaria degli anni ’60 e la diffusione aggressiva di un’educazione sessuale sempre più sfrenata, accompagnata dall’irruzione della pornografia che ha invaso gli schermi dei cinema e, in seguito, della televisione». Questa analisi, seppur contestata da alcuni opinionisti, trova riscontro in contesti storici che vedevano l'apologia della pedofilia emergere come "attrazione sessuale accettabile" in quegli anni, specialmente dopo il 1968, in concomitanza con la cosiddetta "rivoluzione sessuale".

Critica alla Teologia Morale Post-Conciliare

Benedetto XVI ha osservato che «fino al Concilio Vaticano II, la teologia morale cattolica era largamente fondata sulla legge naturale, mentre le Sacre Scritture venivano citate solo come contesto o fondamento». È notevole l'ammissione che «proprio il Concilio viene considerato responsabile dell’abbandono della legge naturale». L'analisi di Benedetto XVI riconosce questo abbandono, ma non sembra considerarlo una rottura con la tradizione, poiché la teologia morale non potrebbe prescindere o staccarsi dalla legge naturale: la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone. Voler costruire la morale senza di essa è un puro non senso. È altresì illusorio pretendere di contrapporre la legge naturale alla Rivelazione, poiché la legge naturale è contenuta nella Sacra Scrittura, fonte della Rivelazione, come dimostra chiaramente il Decalogo. Da qui, secondo lui, le innumerevoli derive della nuova teologia, specialmente il relativismo morale giustamente denunciato da Benedetto XVI, e la rivendicazione di indipendenza da parte della teologia di fronte al Magistero, percepito come nemico della libertà e freno al progresso della teologia e dell’umanità. Egli tenta di difendersi, e Giovanni Paolo II con lui, ricordando la sua azione quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Benché egli veda in questa ipotesi «probabilmente qualcosa di giusto», Joseph Ratzinger difende l’esistenza di una «morale minima, indissolubilmente legata al principio fondatore della fede», senza la quale non potrebbe esistere l’infallibilità della Chiesa e del papa in materia di fede e di costumi. Il papa emerito risponde affermando nettamente che il fondamento di ogni morale è la rivelazione, secondo la quale l’uomo è stato creato ad immagine di Dio, la fede nel Dio unico, e la dimensione pellegrina della vita cristiana.

Le Problematiche nei Seminari

L'ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, con la sua profonda conoscenza sull'argomento, ha evocato innanzitutto la formazione dei preti, ammettendo senza ambagi che «per quanto concerne il problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, c’è in effetti una rottura profonda con la forma precedente di tale preparazione». Questa rottura nella formazione ha permesso che «in numerosi seminari si costituissero dei clan omosessuali che hanno agito più o meno apertamente, cambiando in modo significativo l’ambiente dei seminari». Un esempio citato è quello di un seminario della Germania meridionale dove «i candidati al sacerdozio vivevano insieme ai candidati al ministero laico di assistente pastorale, mangiando insieme nella mensa comune (…). A volte i laici erano accompagnati dalle mogli e dai figli con le loro amichette». La Santa Sede era al corrente di questi problemi, diffusi specialmente negli Stati Uniti, e furono organizzate delle visite apostoliche.

Benedetto XVI ha inoltre sottolineato: «In diversi seminari si formarono 'club' omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale».La «modifica dei criteri di selezione e di nomina dei vescovi posteriore al concilio Vaticano II, ha fatto sì che anche le relazioni dei vescovi con i loro seminari cambiassero notevolmente». In particolare, un nuovo criterio per la nomina di nuovi vescovi era la loro «conciliarità», termine suscettibile di interpretazioni molto diverse. In numerose parti della Chiesa, le attitudini conciliari erano considerate come atteggiamenti critici o negativi nei confronti della tradizione esistente, che doveva essere sostituita da una nuova relazione, radicalmente aperta, con il mondo. Un vescovo, che era stato in precedenza rettore di seminario, aveva organizzato la proiezione di film pornografici per i seminaristi, pretendendo di renderli così resistenti ai comportamenti contrari alla fede. Dietro questa constatazione si cela l’autentica «epurazione» di cui furono vittime i vescovi legati alla tradizione, sistematicamente messi da parte o sostituiti da un episcopato progressista, sedotto dalle nuove idee del Concilio e dell’aggiornamento che autorizzava pressoché qualunque cosa. Qui entra in gioco l’applicazione del Vaticano II attraverso la nomina dei vescovi da parte di papa Paolo VI.

La Questione della Pedofilia e il Diritto Canonico

Benedetto XVI affronta infine direttamente la questione della pedofilia e dell’insufficienza dei mezzi di repressione forniti dal nuovo Codice di Diritto canonico. All’origine di questa debolezza deliberatamente voluta, «c’era un problema fondamentale nella percezione del diritto penale. Solo il garantismo era considerato come “conciliare”». Bisognava innanzitutto garantire i diritti dell’accusato, in una misura che escludeva ogni condanna. Il papa emerito giustifica la sua azione, spiegando il comportamento tenuto: «Un diritto canonico equilibrato (…) non deve quindi proteggere solo l’accusato (…) ma deve anche proteggere la fede (…). A causa di questo garantismo si dovette aggirare la difficoltà trasferendo la competenza della Congregazione del Clero, normalmente responsabile del trattamento dei crimini commessi dai preti, alla Congregazione per la Dottrina della fede nel Capo dedicato ai “Delitti maggiori contro la fede”». Così, con il Codice di Diritto canonico del 1983, la logica implacabile del personalismo che antepone l’individuo alla società e al bene comune, ha reso la giustizia della Chiesa praticamente inoperante. Da allora, la curia romana si è impegnata ad aggirare l’ostacolo, a prezzo di contorsioni giuridiche e con scarsi risultati.

Schema della struttura della Curia Romana

Il Silenzio di Dio e la Preghiera: Insegnamenti di Benedetto XVI

Benedetto XVI ha riflettuto profondamente sulla natura di una società che esclude Dio: «Una società senza Dio - una società che non Lo conosce e Lo tratta come inesistente - è una società che perde la propria misura». Egli osserva come l'epoca attuale abbia inventato lo slogan della morte di Dio, assicurandoci che quando Dio muore in una società, essa diventa libera. In realtà, la morte di Dio in una società significa anche la fine della libertà, perché muore il fine che dà un orientamento, facendo sparire la bussola che ci indica la giusta direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio è assente dalla sfera pubblica e non ha più niente da offrirle. Rapidamente, Benedetto XVI nota che gli uomini di Chiesa non parlano a sufficienza di Dio nella sfera pubblica e sembra dolersi che la Costituzione europea ignori Dio come «principio direttore della comunità nel suo insieme». Il papa emerito prosegue: non basta ricordare l’esistenza di Dio, occorre anche vivere dell’Incarnazione, in particolare attraverso la santa Eucaristia. La «nostra celebrazione dell’Eucaristia non può che suscitare inquietudine». Il concilio Vaticano II ha voluto il ritorno di questo sacramento della Presenza del Corpo e del Sangue di Cristo, della Presenza della sua Persona, della sua Passione, della sua Morte e della sua Resurrezione, al centro della vita cristiana e dell’esistenza stessa della Chiesa. Nondimeno, egli osserva che «prevale un atteggiamento abbastanza diverso. Ciò che predomina non è una nuova riverenza per la presenza della morte e della resurrezione di Cristo, ma una maniera di trattare con Lui che distrugge la grandezza del Mistero. Il declino della partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale mostra quanto noi, cristiani di oggi, sappiamo poche cose sulla grandezza del dono che è la Sua presenza reale». L'ex Sommo Pontefice si sofferma sul mistero della Chiesa, interrogandosi e lamentandosi delle (pseudo) rinascite che, alla fine, non hanno avuto un futuro.

Nel discorso in lingua italiana che conclude il ciclo di catechesi sulla preghiera di Gesù, il Papa ha incentrato la sua meditazione sull'importanza del silenzio nel nostro rapporto con Dio. Nell'Esortazione apostolica postsinodale *Verbum Domini*, aveva fatto riferimento al ruolo che il silenzio assume nella vita di Gesù, soprattutto sul Golgota: «Qui siamo posti di fronte alla “Parola della croce” (1 Cor 1, 18). Il Verbo ammutolisce, diviene silenzio mortale, poiché si è “detto” fino a tacere, non trattenendo nulla di ciò che ci doveva comunicare» (n. 12). Davanti a questo silenzio della croce, san Massimo il Confessore mette sulle labbra della Madre di Dio l'espressione: «È senza parola la Parola del Padre, che ha fatto ogni creatura che parla; senza vita sono gli occhi spenti di colui alla cui parola e al cui cenno si muove tutto ciò che ha vita». La croce di Cristo non mostra solo il silenzio di Gesù come sua ultima parola al Padre, ma rivela anche che Dio parla per mezzo del silenzio: «Il silenzio di Dio, l'esperienza della lontananza dell'Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. Appeso al legno della croce, ha lamentato il dolore causatoGli da tale silenzio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15, 34; Mt 27, 46). Procedendo nell'obbedienza fino all'estremo alito di vita, nell'oscurità della morte, Gesù ha invocato il Padre. A Lui si è affidato nel momento del passaggio, attraverso la morte, alla vita eterna: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)» (*Verbum Domini*, 21).

Per accogliere la Parola di Dio, è necessario il silenzio interiore ed esteriore. Questo è un punto particolarmente difficile nel nostro tempo, un'epoca in cui non si favorisce il raccoglimento, e si ha quasi paura di staccarsi dal fiume di parole e immagini. Per questo, in *Verbum Domini* si ricorda la necessità di educarci al valore del silenzio: «Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore. La grande tradizione patristica ci insegna che i misteri di Cristo sono legati al silenzio e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio» (n. 66). Questo principio, secondo cui senza silenzio non si sente, non si ascolta, non si riceve una parola, vale per la preghiera personale e per le liturgie, che devono essere ricche di momenti di silenzio e accoglienza non verbale. Vale sempre l'osservazione di sant'Agostino: *Verbo crescente, verba deficiunt* - «Quando il Verbo di Dio cresce, le parole dell'uomo vengono meno».

I Vangeli presentano spesso Gesù che si ritira solo in un luogo appartato per pregare nel silenzio e vivere il suo rapporto filiale con Dio. Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l'amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita.

Una giornata al seminario di Anagni

Il Silenzio di Dio e la Fiducia nella Preghiera

Non c'è solo il nostro silenzio per disporci all'ascolto della Parola di Dio; spesso, nella preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, provando quasi un senso di abbandono. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine. Gesù rassicura i discepoli che Dio conosce bene le nostre necessità prima ancora che gliele chiediamo (Mt 6, 7-8): un cuore attento, silenzioso, aperto è più importante di tante parole. L'esperienza di Giobbe è particolarmente significativa al riguardo: pur perdendo tutto e sperimentando il silenzio totale di Dio, egli conserva intatta la sua fede e scopre il valore del silenzio divino, concludendo: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42, 5). Questa estrema fiducia si matura nel silenzio, come dimostra anche la preghiera di San Francesco Saverio: «io ti amo non perché puoi darmi il paradiso o condannarmi all'inferno, ma perché sei il mio Dio».

Gesù ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro, ma anche quando Egli stesso prega, mostrando le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione. La preghiera di Gesù indica che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, «staccandoci» dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla «radice» che sostiene e alimenta la vita. Uno dei momenti più belli è quando Gesù, per affrontare le difficoltà, si rivolge al Padre in orazione, come alla tomba di Lazzaro (Gv 11, 41-43). Ma il punto più alto di profondità nella preghiera al Padre, Gesù lo raggiunge al momento della Passione e della Morte, in cui pronuncia l'estremo «sì» al progetto di Dio, mostrando come la volontà umana trova il suo compimento nell'adesione piena alla volontà divina.

La Rinuncia di Benedetto XVI: Un Atto di Profondo Silenzio e Amore

Il 10 febbraio del 2013, la rinuncia di Papa Benedetto XVI è stata un evento che, per alcuni, ha avuto la risonanza di un "tremendo silenzio", quasi un "Hiroshima in Vaticano". Lo stesso Benedetto XVI, in un libro pubblicato postumo, ha spiegato: «Quando l'11 febbraio 2013 annunciai le mie dimissioni ero troppo esausto». Questa scelta, interpretata da alcuni come non celante motivi 'di salute', ma di salvezza, è stata vista come un atto mistico più che politico. Marco Politi, noto vaticanista, ha suggerito che «il papa emerito avrebbe dovuto scegliere il silenzio» poiché «nei momenti più gravi al vertice deve sentirsi una sola voce, altrimenti si semina la confusione». Al contrario, la rinuncia è stata descritta come un atto che «esalta l’amore», una scelta che si compie solo per ciò che si ama profondamente, più della propria vita. È come se un uomo ammettesse di amare a tal punto da scoprirsi incapace, debole, in difetto.

«La rinuncia non è una sconfitta, un’assenza, un abbandono, ma, al contrario, la forma più alta di amore. Un sacrificio necessario perché questo amore diventi indimenticabile». In questo senso, la rinuncia di Benedetto XVI è stata intesa come un atto di amore estremo, simile alla scelta della verginità che, sacrificando il corpo, esprime l'estrema importanza dell'amore. Allo stesso modo, per ottenere una personalità propria l'unica strada è rinunciare ad essa, devolvendola a Dio. «Le cose grandi accadono nella solitudine, nel nascondimento». Questa visione si riflette anche nella sua percezione di San Pietro, che in passato considerava come «le fauci di un lupo bianco», un luogo che «divora, che espropria l’anima». Ma ora, da lontano, San Pietro gli appare come una culla e la Chiesa un bambino, con i lupi che sono i papi stessi, che «con continua avidità divorano il bambino». Eppure, la forza della Chiesa è in questa «secolare strage dell’innocente», che forse è una «ostinata ricerca di Cristo».

Nei suoi scritti postumi, Ratzinger attacca gli «scismi» interni alla Chiesa, spiegando come «vescovi, e non solo negli Stati Uniti, che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna cattolicità». E ha rivelato come «in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio». Questa "furia dei circoli a me contrari in Germania" era tale che "l'apparizione di ogni mia parola subito provoca da parte loro un vociare assassino".

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