Beata Benedetta Bianchi Porro: Testimonianza di Fede e Passione Evangelica

La Beata Benedetta Bianchi Porro, la cui esistenza fu segnata da un profondo calvario fisico e da una fede incrollabile, rappresenta una luminosa testimonianza di come un cristiano possa affrontare la malattia con dignità, speranza e serenità d'animo. La sua vita, breve ma intensissima, è un vero e proprio "passo del Vangelo" vissuto nella sofferenza, un percorso di ascesi e amore che l'ha portata a un'unione profonda con Dio.

Le Origini e le Prime Prove della Vita

Nata a Dovadola (FC), un paese di "bellezza dura e sinuosa" a 19 chilometri da Forlì, l’8 agosto 1936, Benedetta fu colpita da una grave emorragia appena venuta al mondo. Per questo motivo, su richiesta della madre, le venne conferito il battesimo "di necessità" con acqua di Lourdes. Cinque giorni dopo, il 13 agosto, riacquistata una certa stabilità fisica, fu solennemente battezzata e le vennero attribuiti i nomi di Benedetta Bianca Maria, Antonia, Grazia, Anna.

All'età di tre mesi, Benedetta si ammalò di poliomielite, una malattia che le lasciò la gamba destra più corta dell'altra, costringendola in seguito a portare una pesante scarpa ortopedica. Questa condizione la rese oggetto di scherno, venendo talvolta chiamata "la zoppetta", ma lei rispondeva con un sorriso: "Dicono la verità", e rincarava la dose autodefinendosi "una zoppicona". Nonostante questa prova precoce, era una bambina piena di vita, che viveva in campagna circondata dall'amore dei suoi genitori e dei cinque fratelli e sorelle, stupendosi ogni giorno del creato.

Nel maggio del 1944, nella piccola Chiesa dell'Annunziata a Dovadola, fece la sua prima Comunione, ricevendo in quell'occasione un rosario dal quale non si sarebbe più separata. Quindici giorni dopo, conseguì la Cresima. Nello stesso mese, su invito della madre a continuare una tradizione di famiglia, iniziò a scrivere il suo "Diario segreto", che divenne un modo semplice e naturale per annotare pensieri e quotidianità.

Fu un'adolescente dall'incredibile compassione, fragilità e delicatezza. Dopo aver terminato le scuole elementari dalle suore, frequentò le scuole medie a Brescia, presso l'Istituto Santa Maria degli Angeli retto dalle suore Orsoline. Questa prima esperienza scolastica fu molto positiva: Benedetta si dimostrò una ragazzina promettente, intelligente e attenta. Tuttavia, la nostalgia di casa non l'abbandonò mai, vivendo quell'esperienza in costante attesa di rivedere la sua famiglia, la cui presenza ebbe un ruolo rilevante nel suo percorso di vita. In quel periodo, nacque anche una profonda amicizia con Anna Laura Conti, che Benedetta definiva "pura, gioiosa": "Tu sei la mia prima amica; e amica per me vuol dire qualcosa di più di quello che altri intendono." Nel 1951, la famiglia si trasferì a Sirmione, sul lago di Garda.

Benedetta Bianchi Porro da giovane

La Malattia come Cammino: Dalla Sordità alla Diagnosi

A 13 anni, Benedetta si accorse che qualcosa non andava: non sentiva più come prima. A contribuire al suo stato di emarginazione fu proprio la progressiva perdita dell'udito, un problema che la costrinse a seguire numerosi incontri di riabilitazione, con scarsi risultati. L'animo religioso, intanto, si faceva sempre più evidente nella giovane, e la voglia di vivere e di aiutare gli altri diventarono per lei priorità quasi imprescindibili. Alla domanda “cosa è la vita?”, rispose: "Un sogno, un sogno bello e triste, un godimento e un dolore insieme, una prova: una prova in cui si è soli davanti all'infinito." Benedetta incentrò la sua vita prevalentemente nella figura illuminante e protettiva di Dio: mèta e Amore Puro.

Nonostante la precaria situazione di salute, nell'ottobre del 1953, a soli 17 anni, si iscrisse all'Università Statale di Milano. Inizialmente, influenzata dal padre, scelse di intraprendere gli studi di Fisica. Dopo successivi ripensamenti e con una maggiore consapevolezza delle sue aspirazioni, decise di intraprendere la facoltà di Medicina, che sentiva più congeniale. Il trasferimento a Milano, tuttavia, vide la giovane forlivese nuovamente costretta ad abbandonare la famiglia, procurando in lei un maggior senso di solitudine e di nullità, e un addio lacrimevole a Sirmione.

La sordità continuò a causarle gravi problemi relazionali e scolastici. Il prof. Ettore Brocca, assistente ordinario di Clinica Otorinolaringoiatrica, preoccupato per le condizioni di Benedetta, pensò che la sua sordità fosse di origine psichica. Durante gli esami, alcuni professori si dimostrarono poco disponibili nei suoi confronti. Il 26 aprile 1955, Benedetta chiese di essere ammessa a sostenere, nella sessione estiva, gli esami di Biochimica, Microbiologia e Anatomia umana. Ai primi due fu appena sufficiente, a quello di Anatomia venne respinta. La sua richiesta di poter ricevere le domande per iscritto, a causa dei problemi uditivi, fece infuriare il professore che le consigliò di cambiare professione, ritenendo intollerabile che un sordo potesse esercitare la professione medica.

Nel 1956, iniziarono i problemi alla congiuntiva: dopo aver consultato un oculista di Brescia, le venne diagnosticata un'ulcera corneale. Il fratello Gabriele la portò a controllo a Milano all'Ambulatorio della Clinica Oculistica, dove il professor Leo le diagnosticò una papilla da stasi, sintomo di ipertensione endocranica, spesso indice di tumore. Fu proprio grazie alle conoscenze mediche appena acquisite che Benedetta riuscì a diagnosticare a se stessa il suo male: una neurofibromatosi diffusa o sindrome di Von Recklinghausen.

Infografica sulla neurofibromatosi

Il Culmine della Sofferenza e l'Abbandono agli Studi

Il 4 agosto 1959, Benedetta venne ricoverata presso la clinica neurologica del Beretta, dove le diagnosticarono un'aracnoidite spinale. L'intervento chirurgico per neurofibromatoma all'acustico si rivelò inutile e causò la sordità totale bilaterale, con l'aggiunta di forti disturbi atassici, aggravati dagli esiti alla gamba destra di poliomielite e dalla paralisi del facciale destro dovuta all'intervento stesso. Questo non ebbe risultati positivi, anzi, a seguito di questo le si paralizzarono gli arti superiori, lo sfintere vescicale e la sordità divenne totale.

Benedetta entrò in crisi e iniziò a pensare di dover cambiare facoltà, optando in ultima analisi per Biologia. Le sue condizioni fisiche si aggravarono ulteriormente e il 30 novembre 1960 inviò al rettore la domanda di "rinuncia agli studi". Benedetta pose fine al suo futuro accademico, intrappolata in un corpo completamente distrutto dalla malattia. Il 27 giugno 1957, per cinque ore, era stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico alla testa per l'asportazione di un neurinoma del nervo acustico. Durante l’intervento, per un errore, venne reciso il nervo facciale sinistro, lasciando metà del suo volto paralizzato. Benedetta, da studentessa di medicina, notò subito il disastro, ma con incredibile forza tese la mano al chirurgo, dicendo: "Professore, lei ha fatto quanto umanamente era possibile. Mi dia la mano.".

Nel gennaio 1961, riprese a scrivere il diario, sospeso durante gli anni di studio universitari. Nel 1962, compì il primo di due pellegrinaggi a Lourdes, dal 24 al 31 maggio, dopo aver fatto domanda all'UNITALSI. Il clima di santità che vi respirò la rese ancora più forte e sicura. A metà di ottobre dello stesso anno, terminò definitivamente il Diario, e i suoi pensieri, interamente riguardanti la religione e il cammino interiore, vennero appuntati sull'Agenda della Motta.

Il 15 ottobre 1962 venne ricoverata all'Ospedale Civile di Desenzano con diagnosi di neurofibromatosi multipla e febbre da foci dentari. Presentava piaghe da decubito al sacro e alla regione glutea sinistra, e le erano impossibili le funzioni fisiologiche; le furono estratti 14 denti. Al controllo oculistico risultò che la stasi si era accentuata con edema intenso delle papille. A causa di un peggioramento della vista, il 12 dicembre fu sottoposta a un nuovo intervento chirurgico: la deviazione del liquor cerebrale nella giugulare, con una deviazione ventricolo cava superiore con valvola di Spitz-Holter, essendosi riscontrato il blocco del liquor cefalorachidiano a livello ventricolare da compressione. A seguito dell'intervento, perse completamente la vista. L'unico contatto con il mondo esterno passava attraverso il palmo della sua mano, attraverso il quale le arrivavano segni convenzionali.

Benedetta, provata fino alla fine dalla sofferenza, visse la malattia con coraggio, forza e serenità. Presso l'Hotel Meridiana*** a Sirmione, la stanza dove Benedetta visse il suo calvario e la sua morte è stata preservata.

La vita della beata Benedetta Bianchi Porro

Il Vangelo della Sofferenza: Fede, Gioia e Carità

L'animo di Benedetta si mostrò tanto più rigoglioso e limpido quanto più diminuivano le sue energie e possibilità corporali. La sua vita fu un'esistenza affascinante, in cui la grandezza umana e spirituale di una giovane straordinariamente dotata riuscì a superare coraggiosamente e a tradurre in chiave evangelica le condizioni più negative. Tutto il suo corpo, alla fine, era diventato un crocifisso vivente: sordità, cecità, paralisi, insensibilità, privazione dell’olfatto e dell’odorato, afonia, quasi l'annullamento delle comunicazioni con le persone e l'ambiente. Ma questa sequenza di sofferenze e di distruzioni fisiche la portò a un'unione profonda con Dio nella preghiera e a una grande eroicità nell’esercizio di tutte le virtù.

Il percorso biografico di Benedetta evidenzia la sua umanità, segnata da fragilità e paure, che non nascondeva. Tuttavia, trovò la grazia e la fortificazione sicura in Dio, tanto che, come asserisce un testimone, affermava di "non aver paura della sua paura". Quando si accorse di essere diventata cieca, si sentì illuminata dalla luce di Dio; e quando divenne anche sorda, vivendo in un silenzioso deserto, si riempì della presenza di Dio al quale viveva unita intimamente nella preghiera. Scoprendo in profondità il mistero della sofferenza e della Croce, si aprì all'intimità con Gesù, realizzando un'esperienza di luce e amore che la trasformò, un vero cammino di ascesi.

In questo stato, frammisto di debolezza umana e di fortezza divina, la sua principale caratteristica fu la gioia da diffondere agli altri. I suoi rapporti di amicizia divennero confidenze e messaggi di quello che lei stava vivendo internamente. Era consapevole che con la propria sofferenza accettata e offerta a Dio collaborava al Regno di Dio e perciò si dedicò a consolare gli altri. Durante la sua malattia, sia all'ospedale che a casa, fu una fonte di conforto e di edificazione. Tante persone si affidarono ai suoi consigli e alle sue preghiere, e molti che andavano a trovarla per portarle consolazione, invece, si sentivano consolati ed edificati dal suo spirito di fede sconfinata. Un suo amico testimoniò: "Benedetta è l’unica persona con cui ho avuto la sensazione di una presenza reale di Dio."

Restiamo ammirati dal suo vivo desiderio di donare alle tante persone che la visitavano una briciola dell'amore del Signore, che lei incessantemente sperimentava nella preghiera e nei Sacramenti. In particolare, l'Eucaristia era il suo nutrimento spirituale indispensabile. Ella credeva che la vita fosse “una cosa meravigliosa anche nei suoi aspetti più terribili” e che “la vita è una passerella da attraversare tenendo stretta la mano di Gesù”. Il suo dolore fu riempito d'amore, scoprendo con immenso stupore che l'amore vince il dolore, conducendo dal Venerdì Santo alla Pasqua. A un sacerdote gesuita, padre Gabriele Casolari, dettò nell'estate del 1963: "Vivere lasciando che tutto il senso della nostra vita lo sappia e lo conosca Lui solo, e ce lo faccia a volte intravvedere, se così a Lui piace... Per questo solo io trovo sincerità, umiltà e mi sento docile nelle sue mani. Ed ho la certezza, che se anche Lei ha scelto la via del Sacerdozio, io dell’apostolato, è perché lo abbiamo “incontrato” per un attimo sulla nostra strada... È per questo, don Gabriele, che anche se sono sorda, cieca, forse fra poco, più mutilata ancora, io sento che in Lui devo essere serena: perché Lui è Luce, è promessa più eloquente, più vibrante che la parola umana. Io so, che lo seguo..."

Morì serenamente nel Signore, all'età di 27 anni, il 23 gennaio 1964 a Sirmione. Si racconta che la mattina della sua morte, quella rosa bianca che aveva visto in visione fiorì nel giardino di casa mentre Benedetta, che ormai non parlava più, intonava con la sua nuova voce celeste una vecchia canzone. Le sue spoglie mortali sono custodite nel sarcofago con figura in bronzo, opera di Biancini Angelo, nella chiesa di Sant'Andrea in Badia a Dovadola, dove sono state trasferite il 22 marzo 1969.

Foto della tomba di Benedetta Bianchi Porro

La Beatificazione e il Miracolo Riconosciuto

La Beata Benedetta Bianchi Porro fu dichiarata Venerabile nel dicembre 1993, in riconoscimento dell'eroicità delle sue virtù, ispirate al Vangelo e mantenute in vita attraverso le sofferenze. L'8 novembre 2018 è stata proclamata beata da Papa Francesco.

Per ottenere la sua beatificazione, la Chiesa cattolica ha considerato miracolosa la guarigione di un giovane genovese, Stefano Anerdi. Il 21 agosto 1986, Stefano, studente universitario di vent'anni, fu vittima di un incidente stradale mentre guidava la sua motocicletta. Arrivato in ospedale in coma, i medici ne dichiararono la morte cerebrale, concedendo ai genitori l'autorizzazione per l'espiantazione degli organi.

A partire dal giorno del drammatico incidente, la madre di Stefano, venuta a conoscenza della vita di Benedetta pochi giorni prima, avviò una crociata di preghiera per la guarigione del figlio, chiedendo l'intercessione della Venerabile Serva di Dio. Parenti e amici si unirono a lei, svolgendo una novena con invocazioni personali e corali. Al termine dei nove giorni di preghiera, il 3 settembre seguente, Stefano uscì dal coma e guarì completamente.

La guarigione, ritenuta miracolosa, fu oggetto di un'Inchiesta diocesana presso la Curia ecclesiastica di Genova, istruita dal 20 novembre 2013 al 14 marzo 2014, la cui validità giuridica fu riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 20 giugno 2014. La Consulta Medica del Dicastero, nella seduta del 25 gennaio 2018, riconobbe che la guarigione fu rapida, completa e duratura, e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche. Il 26 aprile 2018 si tenne il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, con esito positivo. Il 3 luglio 2018 ebbe luogo la Sessione Ordinaria dei Padri Cardinali e Vescovi. Infine, dopo un'accurata relazione al Sommo Pontefice Francesco, Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, dichiarò il 7 novembre 2018: "Constare de miraculo a Deo patrato per intercessionem Ven. Servae Dei Benedictae Bianchi Porro".

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