La Beatitudine dell'Ascolto e della Custodia della Parola di Dio

Al centro della nostra riflessione odierna vi è l'ascolto della Parola di Dio come momento fondamentale e indispensabile per la formazione della persona. Questo ascolto consente la trasmissione della fede, avendo Maria come punto di riferimento per riflettere su tale elemento che costituisce il credente e permette la formazione della persona.

Maria che medita e ascolta la Parola di Dio

L'Ascolto come Vera Beatitudine: L'Insegnamento di Gesù

Il punto di partenza della nostra analisi è la frase di Gesù riportata da Luca (cap. 11,28), in risposta all'esclamazione di una donna. Gesù risponde: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la custodiscono».

Il Contesto del Discorso di Gesù

Secondo l'episodio di Luca, Gesù stava predicando in risposta a discorsi fortemente provocatori. Questi seguivano la cacciata di un demonio sordo-muto. Di fronte a questo intervento di Gesù, che si presenta come colui che opera la vittoria sul male e ha la potestà di vincerlo, alcuni reagirono provocandolo. Lo accusarono di agire non per una forza di bene, ma perché coinvolto nel male stesso. Gesù rispose con una parabola sul regno diviso in se stesso che non può durare, confutando l'accusa di cacciare i demoni in virtù dei demoni. Illustrò questo concetto con la parabola del forte vinto da uno più forte (Satana vinto da Gesù), che libera dal potere del male. A ciò seguì l'invito di Gesù a prendere posizione e a schierarsi, terminando con la pericope dello spirito immondo che, cacciato, ritorna e trova la casa spazzata, introducendo la necessità dell'attenzione affinché il convertito non riapra le porte al male.

La tematica di questa pericope è estremamente forte e complessa, poiché è quella del confronto tra Gesù e Satana, tra il Regno di Dio e il male, e tra l'offerta del Regno di Dio e l'indurimento del cuore che vi si oppone. Chi ascolta è chiamato a prendere posizione e a decidere da che parte stare.

Maria, Modello di Ascolto e Fede

Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce dalla folla e disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte». Ma egli rispose: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono».

Questa risposta richiama immediatamente un altro detto di Gesù, riportato da Luca al cap. 8: «Così gli fu annunziato: tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti, ma egli rispose: mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». In entrambi i casi, Gesù precisa che la vera beatitudine e la vera parentela non derivano da legami biologici, ma da coloro che, schierandosi dalla sua parte, credendo in lui, ascoltano la parola di Dio e la custodiscono o la mettono in pratica. Dunque, i due detti hanno la stessa tematica e sottolineano l'ascolto come fatto primario, articolato nella custodia o nella messa in pratica della parola ascoltata.

Il Significato Profondo dell'Ascolto: Lo Shema Israel

Per comprendere cosa significhi "ascoltare questa parola" che, una volta ascoltata, può essere custodita e messa in pratica, partiamo dal testo fondamentale dello Shema Israel nel Deuteronomio (cap. 6,4-9): «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. Queste parole che io oggi ti comando siano sul tuo cuore; le ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te le legherai alla mano come un segno; ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte!».

La Scuola della Fede nel Deserto e nella Terra Promessa

Secondo la finzione letteraria del Deuteronomio, Mosè, alle soglie della terra promessa, dopo un lungo cammino nel deserto, tiene un lunghissimo discorso al popolo. Per quarant'anni, Dio si è preso cura del suo popolo come un padre, educandolo, insegnandogli e donandogli la sapienza - la capacità di vivere nella fede e nella libertà. Dio si è occupato della vita materiale e, soprattutto, spirituale e di fede del popolo, che in questi quarant'anni ha pazientemente educato. Questa lunga scuola di fede ha trasformato Israele nel popolo di Dio, vivendo una dipendenza radicale da Dio, che è riconoscimento e accettazione della verità di Dio come Creatore e Signore. Israele ha dovuto imparare a fidarsi, a vivere di provvidenza, a lasciarsi amare da Dio, accogliendo questa vita di dipendenza e obbedienza, ma nella assoluta libertà di chi vive tutto questo come figlio in rapporto al Padre. Questo atteggiamento tipico della fede si appella alla libertà e alla responsabilità di ciascuno, affinché possa vivere nella verità del riconoscimento di Dio e nell'accoglienza della propria libertà personale.

Mosè che parla al popolo di Israele alle porte della Terra Promessa

Ora, alle soglie della terra promessa, Mosè istruisce il suo popolo per prepararlo a una nuova vita. Il deserto significava vagabondare e vivere di ciò che Dio mandava quotidianamente; la terra di Canaan significa stabilità, costruire una casa e una famiglia, coltivare i campi e allevare il bestiame, assumendosi la responsabilità della propria vita. L'obbedienza minuta e quotidiana del deserto si trasforma in un'obbedienza adulta e libera nella terra, un'obbedienza del cuore e non solo delle cose. Mosè prepara il popolo a questo passaggio radicale, aiutandoli a capire che, nonostante tutto sia diverso, il rapporto con Dio deve rimanere uguale. Questo rappresenta anche le tappe della nostra vita spirituale di credenti: da un'obbedienza minuziosa a una responsabile gestione della "nostra terra".

La tentazione costante della fede adulta è quella di dire: «La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato tutto questo». Invece, Mosè ammonisce: i campi, le case, le vigne, il bestiame - pur essendo proprietà - devono continuare ad essere accolti come un dono, proprio come la manna nel deserto. Guai a farli diventare esclusivamente nostri.

Le Beatitudini: La Magna Charta della Vita Cristiana

Le Beatitudini, annunciate dal Signore Gesù nel discorso della montagna, sono giustamente considerate il midollo del Vangelo e la magna charta della vita cristiana. Il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte non determina l'apertura di corsie preferenziali. La vera consolazione, capace di colmare le attese del nostro cuore, non si identifica con l'assenza di problemi, ma con la presenza di una compagnia capace di rassicurare il bisogno più profondo: non essere e non rimanere mai soli nel viaggio della vita. La consolazione di Cristo è certa e abbondante, poiché attraverso il suo Spirito Egli ci raggiunge sempre, oltre il nostro desiderio e consapevolezza. La gioia di una relazione con il Figlio e, attraverso di lui, con il Padre, è la chiave per comprendere il senso profondo delle beatitudini.

Contrariamente agli slogan di una cultura ingannevole che promette felicità attraverso ruoli sociali prestigiosi, gratificazioni e possesso, le beatitudini proclamano che la strada verso una vita piena non sta fuori, ma dentro di noi. Ci assicurano che la felicità è destinata a noi, da sempre, da Dio nostro Padre. Gesù passa in rassegna quei luoghi esistenziali dove a noi non sembra esserci una vita degna, per dirci che il segreto di un'autentica gioia non si colloca in cima ai nostri desideri frustrati, ma in fondo alla consapevolezza di quello che siamo e stiamo diventando. La povertà in spirito - con tutte le sue declinazioni - è condizione per l'accesso al Regno nella misura in cui è segno di una relazione con il cuore mite e umile di Cristo.

Il Significato di "Afflizione" nelle Beatitudini

Di nuovo, ci domandiamo: come è possibile proclamare beato chi si trova nel pianto, chi è afflitto? La beatitudine non sta nell'essere nel pianto, ma nel fatto che saranno consolati. L'evangelista Matteo esprime il verbo della consolazione con il "passivo divino", indicando un'azione svolta da Dio: "Dio li consolerà".

Il termine "afflizione" (o "essere nel pianto") ha diverse sfumature:

  • Lutto e Sconfitta: Gli apostoli, prima dell'incontro con il Risorto, si trovavano in lutto e pianto per la morte di Gesù, con le loro speranze svanite. Ricorda lo stato d'animo dei discepoli diretti ad Emmaus.
  • Peccato Personale: L'afflizione per i propri peccati, come Pietro che pianse amaramente dopo aver rinnegato Gesù (Lc 22,62).
  • Peccato Comunitario: L'afflizione per i peccati che ci circondano, come Paolo scrive ai Corinti riguardo all'indifferenza per un grave peccato di un membro della comunità (1Cor 5,1-2).

Le beatitudini non sono imperativi ("dovete essere afflitti"), ma possibilità ("potete essere afflitti"). Potete stringere relazioni umane autentiche, darvi con generosità, innamorarvi senza paura di essere delusi, perché la vostra consolazione è Dio. Il verbo "consolare" è l'azione dello Spirito Santo, il Paraclito. La consolazione è la presenza di Dio che riempie la vita.

Gesù: La Legge Incarnata e il Dono del Perdono

Gesù si distingue da Mosè in modo sostanziale: Mosè riceve la legge da Dio e la consegna al popolo, mentre Gesù stesso è la Legge, in quanto è la Parola di Dio. In Gesù sono incarnate le beatitudini: è lui il vero povero in spirito, l'afflitto, colui che piange, che ha fame e sete della giustizia, il perseguitato. L'amore tenero della Madre di Gesù è corporale, perché «il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14), ma è prima spirituale, «nella fede». Gesù conferma la lode di Maria, per averlo portato in grembo e allattato, richiamando la sua fede nell'accoglienza della Parola di Dio.

Il grido della donna nella folla, che loda indirettamente la madre di Gesù, è una voce che benedice e mette in luce il bene. Essa si contrappone al mormorare e al giudizio. Chi ascolta e medita la Parola di Dio non accusa, non mormora, ma svela un cuore ben disposto, attento e umile. Come diceva San Girolamo: «Non voglio che tu sia uno che declami, che sbraiti e che cianci a vuoto, ma uno che sia esperto in teologia e molto istruito sui misteri del tuo Dio».

La Resurrezione e la Prassi dell'Amore

Il Vangelo presenta la resurrezione come una pratica di vita, una prassi esistenziale: l'amore come Gesù l'ha vissuto ogni giorno fino alla fine, fino ad amare il nemico e a perdere la vita per amore. Per il credente, la fede nella resurrezione diventa prassi quando si crede che si ha veramente solo ciò che si dona, o meglio, che non è perso solo ciò che si dona. L'amore di Gesù è unilaterale, non obbedisce a una logica di reciprocità e non dipende dal comportamento altrui, ma corrisponde con amore al non amore degli altri. Che il Risorto si manifesti con le parole «Pace a voi» (v. 19), dice che il comportamento dei discepoli è coperto unilateralmente dall'amore di Gesù. Essi si scoprono perdonati.

Il primo saluto «Pace a voi» si accompagna all'ostensione delle proprie ferite da parte di Gesù: «Mostrò loro le mani e il fianco». Gesù mostra le ferite dell'amore, del suo amare fino alla fine. Chi ama non incolpa gli altri delle ferite subite, anzi Gesù abilita e incoraggia i discepoli ad amare in modo analogo, cioè a perdonare. Con il secondo saluto «Pace a voi» e il dono del soffio del suo Spirito, Gesù invita i discepoli a entrare nel suo modo di vita, ad accogliere le ferite come occasione di amore, e conferisce loro la responsabilità di rimettere i peccati. Non è un potere sulle persone, ma una responsabilità verso gli uomini. Non perdonare non è un potere spirituale, ma un peccato. Le parole di Gesù suonano come avvertimento: «a chi non rimetterete i peccati resteranno non rimessi». Sarà responsabilità dei discepoli aver tenuto il peccatore nella prigionia del male, averlo reso ostaggio del proprio passato.

Gesù mostra le sue ferite ai discepoli nella stanza chiusa

Tommaso: Dal Dubbio alla Fede Profonda

Tommaso, uno dei Dodici, non era con gli altri discepoli quando Gesù si presentò la prima volta. Non credeva alla testimonianza degli altri, dicendo: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!» (Gv 20, 25). Otto giorni dopo, Gesù ricompare e Tommaso è presente. Gesù lo interpella: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani;…» (Gv 20, 27).

La reazione di Tommaso è radicalmente diversa perché si scopre accolto anche nella sua pretesa, nella sua sfiducia e nella sua incredulità alla parola dei fratelli. Tommaso si scopre amato anche nella sua incredulità e perdonato. Questo vince le sue resistenze. Gesù non attua strategie di convinzione, ma asseconda ciò che Tommaso aveva preteso, mostrando di conoscere in profondità il cuore di questo discepolo. Tommaso non sente più il bisogno di compiere i gesti che aveva posto come condizioni, ma perviene subito alla confessione di fede in Gesù come Signore e Dio. Tommaso ora crede all'amore e si lascia vincere da esso, rinunciando a se stesso e accettando anche di smentirsi. Tommaso diviene figura di chi si pente, mostrando che, a volte, credere è anche ricredersi, accettandosi e riconoscendo di essere amato.

L'evangelista conclude attestando la potenza del Vangelo scritto, che trasmette ai lettori una potenza vitale capace di operare cambiamenti esistenziali e resurrezioni: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31). Leggere i Vangeli è un'operazione che tende alla trasformazione del cuore, a trasfondere l'energia vitale di amore che ha guidato Gesù, un amore più forte della morte.

Tommaso che tocca le ferite di Gesù dopo la Resurrezione

La Parola, la Comunità e la Fede nel Mondo Contemporaneo

Beato dunque chi crederà all'amore attraverso la mediazione del Vangelo, così come attraverso la mediazione di una comunità cristiana. La comunità riunita "otto giorni dopo" richiama la comunità che nel tempo della Chiesa si raduna settimanalmente per l'Eucaristia domenicale: ormai i luoghi che narrano sacramentalmente l'amore di Dio sono la comunità cristiana, l'Eucaristia, il Vangelo. La parola dei testimoni, dei discepoli di Gesù, annuncia la resurrezione, ma si scontra con la non fiducia e diviene impotente di fronte alla non-fede. L'ascolto può rendere efficace la parola della promessa, del Vangelo, mentre il non-ascolto può renderla impotente. Questa parola non è magica, ma coinvolge la libertà dell'uomo e la sua disponibilità a cambiare vita e ad amare fino a perdere la vita, anche il nemico. Allora sì che la resurrezione diviene in noi vittoria della vita di Cristo sulla nostra morte.

L'opera del collettivo Claire Fontaine, "Four point five out of five" (2020), con le sue stelle di led che simboleggiano le valutazioni nei servizi, ci pone di fronte alla nostra società dove tutto viene giudicato. Leggiamo i commenti degli altri, ma poi, come Tommaso, spesso diciamo: "se non vedo non credo". Le valutazioni spesso sono discordanti, e questa ambiguità può portarci a un'incredulità generale o, al contrario, a credere a tutto senza spirito critico. Come Tommaso, siamo chiamati a un atto di fede che vada oltre la mera verifica sensoriale, affidandoci all'amore che si manifesta e perdona.

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