La piccola scintilla della poesia può accendere un grande incendio di ispirazione, come ricordava Dante Alighieri all'inizio del suo Paradiso, auspicando che la sua opera lirica potesse stimolare la fiamma creativa in altri poeti.
Un secolo fa, nel 1912, la pubblicazione di un voluminoso studio sulla fortuna di Dante al di fuori dell'Italia confermava l'ampia risonanza poetica suscitata dai versi danteschi a livello mondiale. Nella prefazione di quest'opera, Marco Besso esprimeva il desiderio di "rendere omaggio al genio tutelare della lingua e della stirpe italiana", offrendo "il testimonio della universale diffusione delle opere di Dante, che attraverso ai secoli, con rinnovati cimenti e per le più svariate vie, ogni nazione civile ha voluto far proprie".
Marco Besso (1843-1920), figura di spicco nel campo delle assicurazioni sociali e protagonista della vita finanziaria europea, nonostante i suoi numerosi impegni, coltivò con passione la sua predilezione per i libri e un profondo amore per Dante Alighieri. La sua biblioteca, ospitata in un elegante palazzo romano, conteneva non solo volumi di economia, finanza e matematica attuariale, ma anche opere di letteratura e arte. Besso aveva raccolto una considerevole collezione dantesca, comprendente edizioni antiche e moderne, studi sul poeta, iconografie, bibliografie e traduzioni.
Con il suo lavoro "La fortuna di Dante fuori d’Italia", Besso si proponeva di catalogare tutte le traduzioni della Commedia per dimostrarne la diffusione globale. Come esempio di queste numerose versioni, scelse l'invocazione delle anime penitenti per la loro superbia, che apre il canto XI del Purgatorio. Dante aveva infatti rivestito di forma poetica la preghiera del Padre Nostro, e Besso offrì la versione dantesca di questa preghiera, già presente nel cuore e sulle labbra di gran parte dell'umanità, in ventisette lingue diverse.
Per raccogliere queste traduzioni, Besso si avvalse della collaborazione di studiosi e diplomatici, intraprendendo viaggi e consultando biblioteche. Nella sua autobiografia, pubblicata postuma nel 1925, l'assicuratore e bibliofilo narra, ad esempio, del suo viaggio a Dresda per esaminare la biblioteca dantesca del Principe Giovanni di Sassonia, riconoscendo il ruolo fondamentale di questa collezione per gli studi danteschi in Germania, e della sua proficua permanenza sulla sponda del Nilo a Luxor.
Un precedente significativo per la raccolta di preghiere in diverse lingue si trova sul Monte degli Ulivi. A metà Ottocento, Aurelia Bossie, una nobildonna italiana sposata con un francese, acquistò un terreno disseminato di rovine bizantine e pietre crociate. Lì fece costruire un chiostro, poiché si credeva che il luogo custodisse la grotta in cui Cristo aveva insegnato ai discepoli a pregare Dio chiamandolo "Padre". Sulle pareti del chiostro fece apporre decine di lapidi maiolicate con la preghiera del Padre Nostro in svariate lingue. Ancora oggi, i pellegrini in Terra Santa possono leggere questa preghiera in oltre cento lingue, con caratteri e alfabeti diversissimi, a simboleggiare l'universalità della fede, nonostante Cristo avesse insegnato la preghiera in aramaico.
Besso, che era solito memorizzare la Commedia durante le riunioni di lavoro e teneva Dante e la Bibbia sul suo comodino, adottò una strategia simile per dimostrare l'universalità del poema sacro, pubblicando la versione dantesca del Padre Nostro in molteplici lingue. È emblematico che, mentre intendeva evidenziare l'impatto mondiale dell'opera dantesca, Besso riproponesse anche l'idea di Dante come poeta nazionale, un "Padre Dante" che, sigillando l'unità della lingua, garantiva il fondamento più solido dell'unità nazionale.
In occasione delle celebrazioni patriottiche del 1911 (cinquantenario della proclamazione del Regno d'Italia e quarantesimo di Roma capitale), Besso, che si sentiva un figlio adottivo di Roma, sottolineò nella prefazione come Torino, prima capitale d'Italia, avesse visto la riproduzione della prima edizione a stampa della Commedia (1472); Firenze, seconda capitale, avesse pubblicato la riproduzione della prima edizione illustrata (1491); e ora Roma, terza e definitiva capitale unitaria, dovesse rivendicare, in quanto città universale, l'universalità della poesia dantesca.
L'edizione fiorentina, dedicata al Re, era preceduta da un'introduzione di Gabriele D'Annunzio. Besso acquistò la versione più pregiata, in pergamena miniata, rilegata in pelle, con impressioni in oro e fermagli in argento sbalzato, prodotta in soli sei esemplari, per 6.000 lire (equivalenti a circa 20.000 euro odierni). D'Annunzio vi aggiunse di suo pugno una dedica speciale a Marco Besso. Per D'Annunzio e per ogni italiano, Dante rappresentava il genio della lingua e della stirpe d'Italia. Besso ambiva a dimostrare che questo genio nazionale era anche un retaggio universale.
La riflessione sul Padre Nostro si estende anche a interpretazioni letterarie e poetiche non strettamente liturgiche. Pier Paolo Pasolini e Oriana Fallaci, ad esempio, hanno proposto le loro personali versioni di questa preghiera fondamentale, così come Dante Alighieri nel suo Purgatorio.
La nuova traduzione della terza edizione del Messale Romano, in vigore dal 29 novembre, ha introdotto alcune modifiche al testo del Padre Nostro, suscitando un'ampia discussione. Ogni variazione in questa preghiera tocca corde intime, data la sua centralità e la sua capacità di esprimere il rapporto filiale tra l'uomo e il Padre.
Interpretazioni Letterarie del Padre Nostro
Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini affida una sua versione sofferta del Padre Nostro alla tragedia Affabulazione, composta nel 1966. In quest'opera, un padre di famiglia tormentato da incubi angoscianti pronuncia una versione non ortodossa della preghiera, carica di struggenti confessioni a Dio, rivelando il tormento di un uomo perbene ai limiti di un farisaismo borghese. Egli si interroga sulla vanità della sua apparente perfezione morale di fronte alla consapevolezza di aver incontrato Dio e di non aver più bisogno della paura del ridicolo, della buona educazione o della buona reputazione.
Oriana Fallaci
Oriana Fallaci, in una lettera all'amico Pasolini scritta dopo il suo assassinio, lo descrive come un uomo profondamente religioso nonostante si presentasse come ateo. La sua visione amara e disillusa della fede e dell'umanità si riflette nel Padre Nostro che affida al suo saggio sulla guerra del Vietnam, Niente e così sia (1969). La sua versione è un urlo aspro che chiede il "massacro quotidiano" e la liberazione dalla pietà, dall'amore e dalla fiducia nell'uomo, poiché l'insegnamento del Figlio di Dio sembra essere stato inutile.
Questa preghiera, pur essendo un'antitesi della preghiera tradizionale, testimonia la complessità della personalità di Oriana Fallaci, la sua vicinanza alle posizioni cattoliche su temi etici e la sua stima per figure religiose, pur dichiarandosi atea.
Le domande "Cos'è la vita? E perché la guerra?", centrali nel libro di Fallaci, sembrano riecheggiare, con stili diversi, il Padre Nostro che Dante pone sulle labbra delle anime dei superbi nel suo Purgatorio (Canto XI, vv. 1-24): "Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, / ché noi ad essa non potem da noi / s’ella non vien, con tutto nostro ingegno". Questo sottolinea l'inutilità degli sforzi umani per ottenere la pace terrena senza l'aiuto divino.
Il Padre Nostro nella Divina Commedia
Dante, nel Canto XI del Purgatorio, affronta la questione dell'invocazione a non essere indotti in tentazione con notevole maestria. Le anime penitenti pregano:
"Nostra virtù che di legger s’adona,non spermentar con l’antico avversaro,ma libera da lui che sì la sprona.Quest’ultima preghiera, Segnor caro,già non si fa per noi, ché non bisogna,ma per color che dietro a noi restaro"
Questa preghiera non è formulata per sé stesse, poiché ritengono di non averne più bisogno, ma per coloro che hanno lasciato sulla terra. La loro virtù, facilmente suscettibile di cedimento, non deve essere messa alla prova dal demonio, ma liberata da colui che la spinge.
È importante sottolineare che Dante non intendeva gareggiare con il Vangelo, ma piuttosto sperimentare un genere letterario in voga all'epoca: la parafrasi e l'elaborazione di testi sacri. La preghiera del Padre Nostro nel canto dantesco è considerata una parafrasi dei corrispondenti versetti evangelici di Matteo (VI, 9-13) e Luca (XI, 2-4), arricchita da amplificazioni e aggiunte teologico-dottrinarie per attualizzare il testo e prevenire possibili fraintendimenti.
Dante dimostra una profonda consapevolezza della pericolosità di una traduzione letterale di Matteo VI, 13 ("et ne nos inducas in tentationem"), un pericolo già evidenziato nella Lettera di Giacomo (1,13) che afferma: "Nessuno quando è tentato dica: 'Sono tentato da Dio'; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male".

Analisi Linguistica e Teologica delle Traduzioni del Padre Nostro
La recente traduzione ufficiale dei Vangeli pubblicata dalla CEI nel 2008 ha introdotto modifiche al testo del Padre Nostro, sollevando un dibattito sulla resa dei termini originali greci. L'obiettivo è stato quello di riflettere più fedelmente il testo greco, pur riconoscendo la legittimità di diverse traduzioni a causa dell'evoluzione linguistica e degli studi esegetici.
Il "Pane Quotidiano"
Il termine greco epiousios (6,11) è stato oggetto di discussione. Le interpretazioni variano da "necessario" a "soprannaturale". Tuttavia, studi recenti suggeriscono che l'aggettivo derivi da hemèra, "l'indomani". La traduzione più letterale sarebbe quindi "dacci oggi il nostro pane di domani", indicando la richiesta quotidiana del necessario per vivere, senza accumulare beni per il futuro.
"Rimetti a noi i nostri debiti"
La nuova versione CEI aggiunge la congiunzione "anche" ("come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori"), ritenuta corretta per il greco kài hemèis. Tuttavia, il verbo greco nel contesto del perdono è al passato ("li abbiamo rimessi"), suggerendo che la riconciliazione con il prossimo debba precedere quella con Dio, come indicato anche in Matteo 5,23-24.
"Non ci indurre in tentazione" vs. "Non abbandonarci alla tentazione"
La modifica più dibattuta riguarda il versetto 13. La versione del 1971 recitava "non ci indurre in tentazione", mentre la nuova versione ufficiale propone "non abbandonarci alla tentazione". Questa scelta mira a chiarire che la tentazione non proviene da Dio, evitando l'idea di un Dio tentatore. Sebbene la traduzione "non abbandonarci" sia comprensibile nell'intento di evitare fraintendimenti, alcuni studiosi ritengono che la resa con "non ci indurre" sia una forzatura rispetto al testo greco. Il cristianesimo e l'ebraismo attribuiscono a Dio la permissività del male, ma non la sua origine. Dio non induce al male, ma può permettere che l'uomo sia messo alla prova.
"Liberaci dal male"
La conclusione della preghiera, "ma liberaci dal male", è stata oggetto di analisi riguardo al sostantivo greco tù ponerù. Questo termine può essere inteso sia come neutro ("dal male" in senso astratto) sia come maschile ("dal Maligno", ovvero il tentatore, il Diavolo). L'interpretazione di "dal Maligno" è considerata più probabile in base ad altri passi evangelici in cui il demonio è chiamato hò poneròs.
L'analisi delle diverse traduzioni e interpretazioni del Padre Nostro evidenzia la ricchezza e la profondità di questa preghiera fondamentale, sia nella sua dimensione letteraria e poetica sia nel suo significato teologico e spirituale.