Il Battesimo Fascista: Storia, Rituali e Contaminazioni Contemporanee

Il battesimo fascista rappresenta un rituale simbolico che sanciva l'adesione all'ideologia del fascismo, praticato diffusamente durante il regime di Benito Mussolini in Italia. Non era soltanto un evento cerimoniale, ma una pratica volta a cementare l'identità fascista tra i giovani, infondendo un profondo senso di appartenenza e devozione al regime e alla nazione, tramite l'enfasi sulla disciplina e il patriottismo. Queste cerimonie pubbliche introducevano formalmente i giovani ai valori e ai principi del movimento.

Rituale del battesimo fascista in Italia, giovani in uniforme

Le Radici del Fascismo e l'Affermazione del Regime

Il Contesto del Primo Dopoguerra e la Nascita del Movimento

Il primo dopoguerra in Europa fu un periodo di grandi trasformazioni socio-culturali che avrebbero lasciato una traccia profonda nella vita di molte Nazioni. In Italia, la Conferenza di Parigi del 1919, successiva alla fine del primo conflitto mondiale, vide il governo italiano presentarsi con ampie pretese territoriali, scontrandosi con le potenze dell'Intesa. Sebbene all'Italia fossero state concesse le città di Trento e Trieste, la Dalmazia e Fiume rimasero escluse, portando il poeta Gabriele D'Annunzio a lanciare lo slogan della "vittoria mutilata". Nel settembre del 1919, D'Annunzio occupò Fiume con reparti ribelli dell'esercito, proclamandola italiana. La questione fu risolta da Giovanni Giolitti, ormai ottantenne, che con il Trattato di Rapallo cedette la Dalmazia alla Jugoslavia, ottenendo per l'Italia l'Istria e Zara, mentre Fiume divenne uno Stato libero.

Contemporaneamente, le idee rivoluzionarie russe si diffusero in Europa, dando vita al cosiddetto Biennio Rosso anche in Italia, un periodo di intensi scioperi da parte di contadini e operai. I proprietari delle fabbriche reagirono con la serrata, ovvero la chiusura degli stabilimenti.

In questo clima di agitazione e incertezza, la paura degli industriali e dei proprietari terrieri si rivelò fatale per lo Stato italiano. Nessuno supportò i socialisti moderati o il Partito Popolare di don Sturzo, e nemmeno Giolitti e i liberali godettero di piena fiducia. Essi riposero la loro speranza nell'estrema Destra, e fu in questo momento che emerse il nuovo movimento fascista, guidato dall'ex socialista Benito Mussolini. La carriera di Mussolini era stata rapida e fortunata; espulso nel 1904, aveva poi militato nel giornale «Avanti!», sostenendo l'intervento del Governo nel conflitto, rimanendo ferito in guerra.

I Fasci di Combattimento si configurarono come organizzazioni paramilitari, composte da civili ma con una disciplina di tipo militare, finanziate in larga parte dal patronato. Lo squadrismo iniziò a seminare il terrore in tutta Italia. Nel 1921, Benito Mussolini sciolse il suo movimento e fondò il Partito Nazionale Fascista.

La Marcia su Roma e la Presa del Potere

Nell'ottobre del 1922, Mussolini organizzò la famosa Marcia su Roma, partendo da Napoli, come minaccia e pressione politica. Ricevuto l'appoggio di Vittorio Emanuele III, gli fu conferito l'incarico di formare il nuovo governo. Così, Mussolini si impadronì dello Stato legalmente e non attraverso una rivoluzione, un evento che nella storia fu paragonato al «pronunciamento dei consoli». Con il suo nuovo governo, passò alla costruzione di uno Stato autoritario, si fece chiamare Duce e istituì il Gran Consiglio del Fascismo, ottenendo una vittoria schiacciante alle elezioni del 1924.

Il delitto Matteotti suscitò in Italia un'ondata di sdegno e i parlamentari reagirono con una protesta nota come la "Secessione dell'Aventino". Mussolini approfittò di questa occasione per riformare il Parlamento, addossandosi la colpa dell'assassinio di Matteotti il 3 gennaio 1925.

L'Affermazione di uno Stato Totalitario

Il regime fascista soppresse progressivamente le libertà di sciopero, di associazione e di stampa, sciolse i sindacati e i partiti, e istituì l'OVRA (Organizzazione di Vigilanza per la Repressione dell'Antifascismo) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Le pene per chi si opponeva al regime includevano l'esilio e la condanna a morte. Nonostante ciò, numerosi liberali continuarono le loro proteste, alcuni dal carcere, altri dall'estero.

Il principio guida dei sindacati fascisti era la collaborazione tra lavoro e manodopera. Il fascismo influenzò totalmente la vita degli italiani, organizzando anche il tempo libero attraverso le adunate del sabato. Mussolini introdusse l'educazione elementare obbligatoria e l'Opera Nazionale Balilla si incaricò della formazione fisica e morale dei giovani italiani. Per consolidare il regime, si riappacificò con la Chiesa attraverso i Patti Lateranensi del 1929.

Inizialmente, Mussolini attuò un'economia liberista e aumentò le esportazioni, ma nel 1925 ebbe inizio un periodo protezionistico, che causò un crollo delle esportazioni italiane. Il leader fascista fu costretto a garantire la rivalutazione della lira, con conseguenze negative per i contadini e un aumento della disoccupazione. L'Italia risentì della Grande Depressione e il governo fascista tagliò i salari; per far fronte alla disoccupazione, varò un programma di lavori pubblici, tra cui la bonifica delle paludi Pontine. Successivamente, la politica estera fu dedicata alla conquista di nuovi territori. Nel 1935, il Duce aggredì l'Etiopia, e la guerra impegnò 400.000 uomini dal 1935 al 1936. La Società delle Nazioni condannò l'aggressione e impose all'Italia pesanti sanzioni economiche, che posero fine ai rapporti con la Francia e la Gran Bretagna.

Il "Battesimo Patriottico Fascista": Violenza e Simbolismo

Per battesimo patriottico fascista si intendeva una pratica violenta attraverso la quale i fascisti trascinavano nelle piazze tutti coloro che si opponevano al regime, costringendoli a ingerire l'olio di ricino. Spesso, i fascisti occupavano le case degli oppositori in modo brutale per effettuare questa pratica con l'intento dimostrativo di mostrare a tutti, in un determinato paese o città, il destino di chi osava opporsi al fascismo. Questa pratica era un chiaro simbolo della "redenzione dal peccato antifascista".

Il fascismo «combatteva il terrore rosso con le sue stesse armi», come si diceva, riferendosi ai seguaci di Lenin, alzando il gagliardetto del combattimento. I fascisti, noti per le loro camicie nere, erano armati di manganello, pistola e pugnale.

Foto storica: squadristi fascisti con manganelli e camicie nere

Il Fascismo in Sardegna: Resistenza e Repressione

In Sardegna, il fascismo nelle sue fasi iniziali non ottenne grandi consensi, una realtà ben documentata. Mussolini, allarmato, decise di correre ai ripari inviando sull'isola l'onorevole Pietro Lissia come rappresentante del governo. Nonostante il grande risalto dato all'avvenimento dai giornali fascisti, all'arrivo a Cagliari l'onorevole non trovò ad accoglierlo altri che le autorità civili e militari, il solito gruppo fascista, ma soprattutto numerosi oppositori.

Dopo la seduta provinciale, si verificarono altri scontri nelle piazze della città. La polizia effettuò nuovi arresti tra gli oppositori; alcuni, aggrediti dai fascisti armati, rimasero feriti, mentre le stesse guardie regie sostenevano e davano appoggio ai fascisti. In questa occasione, Emilio Lussu fu violentemente colpito alla testa da un graduato delle guardie regie. Rimase ricoverato a lungo in un ospedale cittadino, e la sua aggressione suscitò un clamore enorme. Molti misero in relazione l'aggressione subita al suo discorso di opposizione tenuto poche ore prima di fronte all'onorevole Lissia.

La folla presente rimase ostile ma impassibile; i fascisti più intransigenti abbandonarono le file per colpire, con i manganelli, chi non si levava il cappello al loro passaggio. La folla reagì: gruppi di ragazzi accerchiarono un capo fascista e le trombe suonarono l'"all'armi". I fascisti abbandonarono i manganelli e con pugnali e pistole colpirono i presenti. Gli oppositori, senza armi, si gettarono sulla colonna che fu prontamente difesa dai carabinieri, i quali aprirono il fuoco.

Il Sacrificio di Efisio Melis

Efisio Melis era stato un combattente della Grande Guerra, decorato con la medaglia al valore militare. Smessa la divisa, si era iscritto al Partito Sardista e lavorava come operaio in officina. Durante una manifestazione fascista, si trovava in via Garibaldi tra la folla e fu uno dei tanti che, al passaggio della colonna, rifiutò di levarsi il cappello. A questo punto, un fascista, colmo di rabbia, trafisse per due volte Melis con la punta del gagliardetto. Immediatamente, la folla intorno a lui si avvicinò per soccorrerlo, ma venne fermata dai manganelli dei fascisti. Arrivato nello stesso ospedale in cui era ricoverato Lussu per la precedente aggressione, Melis chiese di incontrarlo. "La guerra, la guerra", furono le ultime parole a lui rivolte. Morì il 2 dicembre del 1922, e al suo funerale parteciparono migliaia di persone.

Il "Battesimo Fascista" di Cagliari

Nei giorni successivi, gli arresti di oppositori continuarono, e nel frattempo, molti industriali, agrari e commercianti si iscrissero al fascio. Duecento fascisti armati presero il piroscafo da Civitavecchia. Una volta arrivati, guidati dai capi locali, accerchiarono le case degli oppositori e le assaltarono. In molti riuscirono a scappare per la campagna, ma una trentina vennero catturati e portati nella piazza della città. Nella piazza centrale avvenne il “battesimo fascista”, non con l'acqua, ma con l'olio di ricino, simbolo della redenzione dal peccato antifascista. Era la prima volta che in Sardegna si usava un simile trattamento. Solo un prigioniero, un contadino ex combattente, si rifiutò di bere e venne così percosso.

Resistenza e la "Cronaca di una Disfatta"

In un primo tempo, la resistenza antifascista fu tenace e largamente diffusa in tutta l'Isola, come dimostrato durante i festeggiamenti per il quarto anniversario della Vittoria del 4 novembre 1922. L'opposizione al fascismo era così forte e radicata che, come sottolinea lo stesso Lussu in Marcia su Roma e dintorni, si arrivò a ipotizzare un'insurrezione generale in tutta l'Isola, cosa che allarmò il governo centrale. «L’ostilità al fascismo era espressa in modo così generale e palese che, per qualche giorno, in Italia e anche nella stampa estera, corse voce di un movimento insurrezionale in Sardegna. Mussolini se ne allarmò e annunziò subito provvedimenti urgenti e speciali per l’Isola».

Nonostante ciò, la tregua, seppur breve, diede i suoi frutti: le condizioni poste dagli azionisti furono accettate (scarcerazione dei detenuti politici, ritiro in caserma delle guardie regie). Tuttavia, durò poco: il 27 novembre, i fascisti di tutta la provincia di Cagliari, oltre trecento, organizzarono una cerimonia di inaugurazione dei gagliardetti. Erano armati e in tenuta da combattimento. Le squadre delle camicie nere iniziarono le sfilate per le vie davanti a una popolazione indifferente e ostile che si rifiutava di salutare i gagliardetti fascisti. Poi avvenne la tragedia, l'uccisione da parte dei fascisti di Efisio Melis, il primo martire sardista.

Le violenze degli squadristi non si arrestarono: il 3 dicembre, su chiamata degli spedizionieri in lotta contro i lavoratori portuali, una colonna fascista di 118 uomini provenienti da Civitavecchia sbarcò a Terranova (l'odierna Olbia) per una spedizione punitiva, armati di tutto punto. Alla fine di dicembre del 1922, a Portoscuso, si verificò un altro fatto di sangue: furono assassinati a sangue freddo i fratelli Salvatore e Luigi Fois, dirigenti dell'organizzazione sindacale dei battellieri. L'epilogo di questa spedizione fascista rivela la totale mancanza di umanità di questi barbari squadristi. La madre e la sorella dei fratelli Fois, avvisate dell'accaduto, si recarono al porto per prelevare i corpi dei due assassinati, ma i miliziani fascisti glielo impedirono e cercarono di cacciarle via. Le due donne resistettero: «Esse rimasero accanto ai loro cari. Immobili, a terra, anch’esse sembravano morte. Al calar della sera, i fascisti consentirono la rimozione dei cadaveri. I due fratelli furono composti nella casa paterna, uno accanto all’altro, e la pietà delle donne li coperse di fiori. Il pianto si levò disperato attorno ai catafalchi e l’eco ne arrivò fino alle vie. I fascisti si considerarono offesi. Di nuovo intervennero tutti, con le pistole in mano. Gli estranei furono dispersi e alle donne fu vietato persino lo sfogo del pianto».

Quest'atto ignobile e disumano di negare ai parenti il rito funebre colpì lo stesso pubblico ministero del processo, che fino ad allora si era mostrato indulgente verso gli imputati: «Quando il delitto assume queste forme, non si può sollevare più alcuna giustificazione politica. La politica è estranea. È un puro atto criminale, la lotta politica non c’entra». I fascisti assassini dei fratelli Fois furono condannati dal Tribunale di Cagliari, con il loro capo De Filippi a vent'anni di reclusione. Di fronte a tali efferatezze, all'interno del Partito Sardo d'Azione (PSd'A) ci si interrogò se rispondere militarmente all'offensiva fascista, se combattere o arrendersi. Alla fine prevalse la prima opzione, ma alla prova dei fatti i sardisti persero la sfida. Era una lotta impari, molto realisticamente...

Mappa storica della Sardegna con indicazione dei luoghi degli scontri fascisti

"Marcia su Roma e dintorni" di Emilio Lussu: Testimonianza di una Società in Disfacimento

Il libro Marcia su Roma e dintorni, scritto da Emilio Lussu nel 1931 quando era esule in Francia, offre una lettura interessante di un avvenimento cruciale della storia d'Italia, la Marcia su Roma, vista attraverso un luogo privilegiato: la Sardegna (i "dintorni" menzionati nel titolo), ultima regione d'Italia a capitolare a seguito delle violenze delle camicie nere e soprattutto di subdole manovre politiche. Benedetto Croce opportunamente precisò che Lussu non aveva voluto «fare la storia e la critica del fascismo, ma ha individuato con chiarezza le forze che resero possibile la vittoria del fascismo e gli dettero sostegno». La Marcia è un racconto avvincente di notevole valore artistico, come attestato dai giudizi entusiastici, tra gli altri, di due autorevoli "lettori": Luigi Russo e Antonio Tabucchi. Dal punto di vista stilistico, Lussu adotta un tono narrativo quasi scanzonato, servendosi di una prosa umoristica (secondo il critico Russo, Lussu avrebbe inventato «una nuova forma di umorismo politico»), ma il suo sarcasmo è amaro, la sua ironia sofferta.

Marcia su Roma e dintorni appartiene al genere della memorialistica, autobiografica e soggettiva, ma nella prefazione Lussu tiene a precisare che gli avvenimenti raccontati non sono frutto di alcuna manipolazione: «Poiché questo libro può suscitare critiche nel campo italiano, io mi sono preoccupato di non inserirvi un solo episodio che non possa essere documentato. 27 luglio 1929». Il libro di Lussu venne tradotto in francese, inglese, tedesco, spagnolo e portoghese. Dopo il folgorante esordio, la fortuna critica della Marcia calerà, ma negli anni Sessanta vivrà una seconda stagione di interesse e di studio. Gli storici chiameranno questa fase «sardo-fascismo»: una larga parte del movimento sardista si iscrisse in massa al PNF nella speranza di trasformare il fascismo dall'interno, imponendo la sua linea politica. Le pagine di Marcia su Roma e dintorni sono una puntuale «cronaca di una disfatta» (Montale) e quella di Lussu è in definitiva una sconsolata contemplazione di una società in disfacimento.

“La marcia su Roma e dintorni”: il libro che smonta il fascismo dall’interno

Il Crollo delle Coscienze: Esempi di Voltagabbana

Esemplare è il caso di un avvocato, ex amico di Lussu, che senza alcuna vergogna ammette l'assenza di qualunque fede. L'avvocato è tra i più recalcitranti a passare al fascismo ma in soli cinque minuti prende la decisione ottenendo in cambio un posto come gerarca. Eclatante è la "conversione" del prefetto di Cagliari che in men che non si dica cede alle minacce delle camicie nere: «Dopo vane trattative, il prefetto, finalmente, apparve ad un balcone. Aveva il cappello in testa. Giù il cappello! Levati il cappello, svergognato! Saluta la rivoluzione fascista! Il prefetto si levò il cappello e, con un sorriso ospitale, incominciò: Signori fascisti! …Canaglia! - risposero in coro i fascisti. [….] Signori fascisti!… Becco! interruppe ancora una voce. Seguì una risata generale. La polizia assisteva allibita. Il prefetto non batté ciglio e riprese, tutto d’un fiato: Signori fascisti! fedele sostenitore dello Stato, io sono con voi con tutto il mio cuore. Viva il fascismo! Viva Sua Eccellenza Benito Mussolini! I fascisti non si aspettavano tanto, sicché si trovarono in grande imbarazzo. Qualcuno applaudì. Il prefetto si ritenne soddisfatto e si ritirò dal balcone».

Un altro "voltagabbana" è l'onorevole Beneduce. Di fronte alla minaccia dei fascisti di marciare su Roma, si recò dal presidente del Consiglio Facta per sollecitarlo a intervenire militarmente. «Bisogna preparare una contromarcia», sosteneva con fredda calma l'onorevole Beneduce, democratico irriducibile, ex ministro del Lavoro col governo Bonomi: «Ogni veleno reclama il suo antidoto. A insurrezione, insurrezione; a colpo di stato, colpo di stato. E faceva la spoletta fra generali e uomini politici, fra industriali e banchieri e organizzazioni proletarie, reclamando mezzi, denari e uomini per l’impresa. E, sempre facendo la spoletta, non si è mai perduto d’animo. Adesso è fascista, e di grande autorità».

Figura apicale delle tante evoluzioni politiche registrate da Lussu è l'onorevole Pietro Lissia, ex deputato gallurese ed ex combattente, nominato da Mussolini sottosegretario alle Finanze e inviato dal Duce in Sardegna nel novembre del 1922, con l'obiettivo, fallito, di negoziare una pace con i sardisti. Un mese prima dell'incarico affidatogli, Lissia aveva incontrato Lussu a Roma e molto enfaticamente aveva manifestato la sua netta avversione a Mussolini, sostenendo persino la legittimità del tirannicidio. Lussu descrive Lissia come «nettamente avverso al fascismo fin dalla sua prima ora», parte di comitati parlamentari che avevano tentato di costituire un fronte unico contro il fascismo. Tuttavia, in Sardegna, Lissia cambia completamente rotta. Su di lui Lussu in Marcia su Roma e dintorni articola la sua vendetta, ridicolizzandolo, dipingendolo come «un burattino senza dignità» e mettendolo alla berlina in varie occasioni, come nella celebre «danza del sigaro». La vicenda di Lissia è esposta con tono leggero e divertente, ma il motivo di fondo si rivela ugualmente serio e grave: con l'esempio di Lissia e di quanti percorreranno la sua identica parabola del cambiare casacca, lo scrittore vuole invitarci a riflettere sul triste fenomeno del voltafaccia politico, del «crollo delle coscienze».

Il "Battesimo Fascista" Oggi: Un Eco Controverso

A distanza di decenni, l'espressione "battesimo fascista" ha trovato un'eco controversa in un recente episodio. "Auguroni piccole balilla" è lo striscione di stampo fascista con cui sono state festeggiate, all'uscita della chiesa San Bernardo di Cassina Nuova, frazione di Bollate, due bambine appena battezzate. L'evento è accaduto domenica pomeriggio. A reggere lo striscione, che terminava con un hashtag #intimità, c'era un gruppo di ingenui ragazzini immortalati dalle fotocamere dei telefoni. A quell'ora erano in piazza a giocare e fare merenda quando sarebbero stati "reclutati" da un invitato al ricevimento che li ha sistemati in prima fila, davanti alla chiesa, con in mano lo striscione. E loro hanno ubbidito, ignari del significato della scritta e delle conseguenze.

Le loro mamme, oltre a difenderli sui social, si sono già rivolte ai carabinieri e hanno presentato una denuncia contro ignoti. La polemica è stata inevitabile. In poche ore quello scatto è diventato virale, con decine di condivisioni, centinaia di commenti e qualche "lezione di storia". C'è chi ha ricordato che nel regime fascista "balilla" erano solo i maschi dagli 8 ai 14 anni, mentre le femmine erano "figlie della lupa". Altri hanno puntato il dito contro i genitori dei ragazzi che reggevano lo striscione, chiedendosi perché "non ci sono mai assistenti sociali quando servono". Ma c'è anche chi ha spiegato che i ragazzini non sapevano cosa significasse, pensando che Balilla fosse il cognome delle bambine, e ha messo sotto accusa sia chi li ha "tratti in inganno", sia chi ha pubblicato la foto. Una delle loro mamme ha spiegato: "Prima di parlare e di scrivere pensateci, i ragazzi erano nella piazza a mangiare un gelato e si sono fidati di queste persone che gli hanno chiesto di tenere in mano lo striscione, essendo in seconda media il fascismo non lo hanno ancora studiato". E ancora: "Ma non sarà mica colpa di bambini una scritta simile! Qualche genitore intelligente fascista avrà voluto fare una goliardata, pazzesco, in una situazione come questa". Tra i commenti, c'è anche chi ha pubblicato un video di pochi secondi in cui, oltre allo striscione sotto accusa, si vedono fumogeni da stadio accesi, si sentono applausi e cori di auguri, al momento dell'uscita dei genitori con le bambine in braccio dalla chiesa. Un battesimo difficile da dimenticare ma che potrebbe avere strascichi molto pesanti per chi ha organizzato quell'accoglienza in piazza.

Striscione

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