Il Nome Barabba e le Sue Profonde Risonanze con Gesù

L'Etimologia di Barabba e le Prime Interpretazioni

Il nome Barabba significa etimologicamente "figlio del padre". Questo è un nome ebraico che congiunge due sostantivi aramaici: "bar," che significa figlio, e "Abba," che significa padre. Dunque, Barabba significa letteralmente "figlio del padre".

La rilevanza di questa etimologia è stata oggetto di considerazione, specialmente in relazione a Colui che è il Figlio del Padre per eccellenza. San Tommaso, commentando il Vangelo di Matteo, liquida la questione del nome interpretando Barabba come "figlio del padre, cioè del diavolo."

Interessante è il commento di Origene riguardo alla scelta della folla di liberare Barabba. Egli scrive: "Allora la folla, come fiere che corrono sfrenate, volle che venisse messo in libertà Barabba. Ciò dimostra che quella gente era dedita alle sedizioni, agli omicidi e ai latrocini, alcuni nelle cose esteriori e a tutti nella loro anima." Origene prosegue affermando: "Dove infatti non c’è Gesù, lì ci sono liti e combattimenti. Dove invece c’è, lì ci sono tutti i beni e la pace. Inoltre tutti coloro che sono simili ai giudei, o nella dottrina o nella vita, desiderano che per loro sia liberato Barabba: infatti chi fa il male ha Barabba slegato nel suo cuore, Cristo è invece legato; chi al contrario agisce bene, ha Cristo slegato e Barabba legato."

rappresentazione antica di Barabba e Gesù davanti a Ponzio Pilato

La Controversa Identità di "Gesù Barabba" nei Manoscritti Antichi

Marie Joseph Lagrange riferisce che, secondo un'antica lettura di Matteo 27,16-17, Barabba avrebbe avuto come prenome Gesù. Questa affermazione è sostenuta anche da Origene, il quale testimonia che in molti manoscritti dei Vangeli, fino al III secolo, l'uomo in questione veniva chiamato Gesù Barabbas, ovvero "Gesù figlio del padre".

Papa Benedetto XVI, nel suo "Gesù di Nazaret," afferma che "Barabba era una figura messianica." Egli evidenzia che la scelta tra Gesù e Barabba non fu casuale, ma rappresentò un confronto tra due figure messianiche e due diverse forme di messianesimo. Il nome "Bar-Abbas" stesso è considerato una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico, simile a "Bar-Kochba" ("Figlio della stella"), il condottiero dell'ultima grande guerra messianica degli ebrei nel 132 d.C.

Il Testo Greco e le Variazioni di Significato

Un'analisi del "Novum Testamentum Graece et Latine" (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933, pagina 101) rivela dettagli significativi sul nome di Barabba. Nel Vangelo di Matteo (capitolo 27, verso 16), il testo greco usa l'espressione legomenon Barabban (leghomenon Barabban), che si traduce con "detto Barabba," "chiamato Barabba," o "soprannominato Barabba." Questo suggerisce che "Barabba" non fosse il nome proprio del prigioniero, ma un titolo o un soprannome.

Eppure, la tradizione ci ha sempre fatto pensare che il suo nome proprio fosse Barabba. La nota a piè di pagina nel *Novum Testamentum* relativa al verso 16 di Matteo è duplice. La prima parte rivela che in alcuni antichi manoscritti, al posto di legomenon Barabban, si trova l'espressione Ihsoun Barabban (Iesoun Barabban), che significa "Gesù Barabba." Questa scoperta suggerisce che il personaggio non si chiamava semplicemente Barabba, ma che questo era un titolo affiancato al suo vero nome: Gesù. Questa eccezionale omonimia potrebbe aver spinto i traduttori a omettere il prenome, presentando il prigioniero solo come Barabba, per evitare l'omonimia "Gesù Barabba" e "Gesù Cristo".

Il Ruolo di Barabba nella Rivolta

La seconda parte della nota a piè di pagina nel *Novum Testamentum* chiarisce le circostanze dell'arresto di Barabba. Da testi antichi si comprende abbastanza chiaramente che Barabba "si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio." Il verbo "avevano commesso" è coniugato al plurale, riferendosi ai ribelli e non a Barabba come singolo omicida. Le parole dia stasin tina possono essere tradotte come "in occasione di una sommossa" o "durante una sommossa," ma non come "aveva preso parte ad una sommossa" o "aveva ucciso un uomo." Questo suggerisce che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l'omicidio, ma che fosse stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili.

Gesù davanti a Pilato | La scelta di Barabba e la condanna | Matteo 27:1 - 26 | Video biblico

Il Confronto Davanti a Pilato: Politica, Invidia e Scelta Messianica

L'episodio cruciale si svolse quando Gesù fu consegnato al governatore Pilato per essere interrogato. Pilato tentò senza successo di offrire a Gesù una via d’uscita, convinto che i capi dei sacerdoti glielo avessero consegnato per invidia e non per reali motivazioni politiche. Pilato interrogò Gesù dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici».

Le accuse contro Gesù, formulate dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, erano di natura politica: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, istigava a non pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re». Pilato, da "politico navigato," comprese che Gesù non era la minaccia politica che appariva e che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato più "per invidia" che per reali pericoli per Roma. Gesù, maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì bocca, come predetto dal profeta Isaia 53:7, lasciando Pilato molto meravigliato.

La Consuetudine Pasquale e la Scelta della Folla

Era usanza che ad ogni festa di Pasqua il governatore liberasse un carcerato, quello che la folla voleva. In quel momento, avevano "un noto carcerato, di nome Barabba." Essendo radunati, Pilato domandò loro: «Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?». Pilato pensò di poter liberare Gesù, facendo leva sul sentimento nazionalistico del popolo e presentandolo proprio come "Gesù detto Cristo", il loro presunto Re Messia.

La moglie di Pilato, forse influenzata da sogni, gli inviò un messaggio: «Non avere nulla a che fare con quel giusto; perché oggi ho molto sofferto in sogno a causa sua». Tuttavia, la folla, istigata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, scelse Barabba. Marco 15:7 descrive Barabba come uno che "era stato messo in carcere insieme ad alcuni rivoltosi, i quali, durante una sommossa, avevano commesso un omicidio."

È importante notare che la folla presente quella mattina non rappresentava l'intero popolo di Gerusalemme, ma principalmente persone vicine alla classe dirigente che aveva arrestato Gesù. Gesù aveva "spaccato in due l’opinione pubblica," e coloro che volevano vederlo morto erano probabilmente una minoranza istigata, ma influente.

Il Gesto di Pilato e le Sue Conseguenze

Di fronte alla scelta della folla, Pilato chiese: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?». Vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, "prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi»." Questo gesto non era una pratica romana, ma giudaica, basata sul Deuteronomio 21:7. Molti studiosi interpretano questo atto di Pilato non come un segno di bontà, ma come un "gesto di scherno" nei confronti dei giudei, una parodia delle loro usanze, per sottolineare che le motivazioni della condanna erano "poco pulite" e che lui, Pilato, ne era consapevole.

La folla rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Sebbene "Dio nella sua misericordia non avrebbe certamente fatto ricadere le conseguenze delle loro colpe sui loro figli," la scelta di condannare Gesù ebbe comunque delle conseguenze storiche nei decenni successivi. Gesù stesso aveva annunciato la distruzione di Gerusalemme e un periodo di grande sofferenza per il popolo, preannunciando che lo avrebbero rivisto solo quando lo avrebbero riconosciuto e benedetto come "colui che viene nel nome del Signore." La città di Gerusalemme fu distrutta nel 70 d.C., un epilogo tragico per una generazione che, "ancora istigata dai capi del popolo, avrebbe perseguito la medesima strada, continuando a perseguitare i discepoli di Gesù."

Le Incoerenze del Racconto e la Dualità del Messia

La narrazione evangelica del processo a Gesù presenta quelle che molti studiosi considerano "gravi anomalie" e "incoerenze inconciliabili." I tempi, i modi e il luogo del procedimento sono incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, facendo intuire che si trattò di un interrogatorio informale, non di un processo regolare. Il Sinedrio aveva pieno potere di giustiziare i colpevoli di reati religiosi autonomamente. La crocifissione, invece, era un tipo di esecuzione riservata ai reati politici, decretata esclusivamente dall'autorità romana.

Inoltre, l'usanza dei romani di liberare un prigioniero politico per la Pasqua è considerata da molti "un fatto insostenibile che non è testimoniato storicamente da nessuna parte." Gli stessi vangeli cadono in contraddizione: i sinottici la indicano come una consuetudine del prefetto romano, mentre Giovanni la presenta come una consuetudine ebraica.

Questo solleva un interrogativo cruciale: come avrebbe potuto Pilato liberare Barabba, condannato per un reato politico (di sua competenza), e mandare alla crocifissione Gesù Nazareno, accusato di un reato religioso (di competenza del Sinedrio e non punibile con la crocifissione secondo la legge romana)? Molti studiosi ritengono "molto probabile invece che le cose siano andate al contrario, ossia che l’accusato del reato politico fosse quel Gesù Cristo Nazireo che poi effettivamente è andato al patibolo. Mentre Gesù il figlio di Dio (Bar-Abba) sia stato rilasciato."

confronto tra le due visioni di Gesù: leader politico zelota e maestro spirituale

Il Doppio Messia: Politico e Spirituale

Queste discrepanze hanno portato a una teoria che vede nella figura di Gesù una fusione di due personaggi o ruoli distinti, le cui identità sono state intrecciate nel racconto evangelico. Si ipotizza l'esistenza di:

  • Il rivoluzionario zelota, Yeshua il Nazireo: Pretendente al trono di Israele, con l'obiettivo di liberare il popolo ebraico dall'oppressione romana e restaurare il regno d'Israele in Palestina. Questo Messia o Cristo (l'unto, il consacrato sia in senso regale che sacerdotale) aveva un carattere terreno.
  • L'uomo di alta cultura, Yeshua Barabba (Figlio del Padre): Forse di formazione sacerdotale, probabilmente collegato agli Esseni, che aveva elaborato e divulgava un percorso di salvezza interiore. Si proclamava "figlio di Dio" non in senso di unicità, ma perché ogni uomo è figlio di Dio. Costui dunque era conosciuto come Yeshua Barabba.

La scelta tra "Gesù e Barabba" diventa così una scelta tra "due figure messianiche diverse, ma complementari." La scelta è "tra un Gesù Cristo Nazireo a capo di una lotta armata contro il sistema, che promette la libertà (in Terra) al suo popolo attraverso la restaurazione del suo regno (in Terra), il Salvatore del popolo ebraico, e un secondo Gesù figlio del Padre che divulga la via di accesso al regno del Padre (nei Cieli o dentro di noi), come strada verso la libertà interiore: il Salvatore dell’essere umano."

Nei vangeli canonici, queste due figure sembrano essere invertite: "Gesù Cristo Nazireo viene mostrato nell’attuale traduzione del Nuovo Testamento come il predicatore ingiustamente condannato alla crocifissione (pena riservata esclusivamente ai reati politici), e Gesù Barabba è lo Zelota, “brigante”, sovversivo politico, salvato dalla condanna dal volere popolare."

Questa lettura è supportata dal fatto che nei vangeli apocrifi e nelle scritture gnostiche, Gesù non è descritto come Cristo, Messia, figlio di Davide o ribelle, ma sempre come "un maestro sapienziale che divulga la via della salvezza interiore." Inoltre, nelle testimonianze storiche latine, la figura del Cristo Nazareno è spesso quella di un ribelle che provoca tumulti. Tutte queste "incoerenze inconciliabili" suggeriscono che la narrazione evangelica possa essere interpretata come "una parabola dottrinale in cui il protagonista doveva risultare estraneo alla lotta politica contro l’Impero."

L'Umiliazione e il Sacrificio del Messia

Dopo la scelta della folla, Pilato "liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso." I soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio, e, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto. Intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: «Salve, re dei Giudei!». E gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percotevano il capo.

Questa scena dimostra che Pilato fu tutt'altro che "buono" con Gesù, non impedendo queste atrocità. L'umiliazione, gli sputi, le percosse e gli scherni erano tutti collegati all'appellativo di "Re dei Giudei." Era un modo per "sottolineare la forza di Roma ed evidenziare che fine facevano coloro che vi si opponevano."

Nonostante l'umiliazione e il rifiuto, il racconto cristiano vede in questi eventi il compimento di un piano divino: "Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti." Tutti gli attori coinvolti, dai capi dei sacerdoti alla folla, da Pilato ai soldati romani, contribuirono inconsapevolmente a realizzare "il piano di Dio per la salvezza di Israele e del resto dell’umanità." Gesù, "nonostante fosse davvero il Re dei Giudei, il Messia, lasciò che gli uomini facessero di lui ciò che volevano."

È importante ribadire che su questi temi non ci sono certezze assolute e le discussioni si basano su teorie e indizi, alimentando un dibattito continuo sulla vera identità e il ruolo storico di Barabba in relazione a Gesù.

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