Nella vita ci manca sempre qualcosa, ma il modo in cui viviamo questa mancanza e il modo in cui cerchiamo ciò che ci manca fanno la differenza. Siamo viandanti che ogni tanto sono costretti anche ad attraversare il deserto: sono i tempi della vita in cui il cammino diventa più faticoso.
Il Cammino di Israele nel Deserto: Un'Esperienza Emblematica
Il cammino di Israele nel deserto diventa emblematico di questo viaggio che ogni essere umano deve percorrere. Era un cammino di libertà che doveva passare inevitabilmente attraverso un’esperienza di perdita e di essenzialità. Nel deserto, Israele viene messo nella condizione di poter contare solo su Dio e di scoprire quale sia la vera fonte della sua vita.
Così anche a noi può capitare di attraversare situazioni in cui non abbiamo più niente, siamo spogliati di tutto e ci sembra di non avere più sicurezze su cui appoggiarci. Molte volte però, proprio come è accaduto per Israele, quello diventa purtroppo il momento del lamento: ci concentriamo su quello che manca e sulle nostre paure.
Attraverso questa lente oscura rileggiamo tutta la nostra storia. Per accentuare la negatività del presente, tendiamo a idealizzare il passato, ma si tratta spesso di una rilettura distorta di una storia che in realtà non c’è mai stata: Israele esprime una nostalgia per un cibo misero che viene interpretato come qualcosa di succulento. In realtà Israele ha lasciato la schiavitù, lo sfruttamento e l’umiliazione.
Il lamento nasce molte volte anche dalla percezione di un’assenza di Dio. Ci sembra di camminare da soli, inermi davanti ai pericoli della vita. Per questo avremmo voglia di barattare le piccole sicurezze del passato, con la possibilità di trovare una terra promessa. Questa distorsione della realtà dipende molte volte dalla fame: la mancanza di cibo altera la nostra percezione della realtà. Ma il cibo è anche un simbolo di quello che sentiamo come un nutrimento necessario per noi. Alcuni si nutrono di lusinghe, altri sono alla ricerca spasmodica di affetto, altri hanno bisogno continuamente di sentirsi considerati.

La Ricerca di Gesù e le Nostre Motivazioni
Nel Vangelo di Giovanni proposto nella XVIII Domenica del Tempo Ordinario Anno B, la gente si è messa alla ricerca di Gesù. Anche se le motivazioni non sono del tutto oneste, è comunque un punto di partenza. Questa ricerca andrà certamente purificata, ma almeno si sono messi in movimento. La domanda successiva che Gesù ci pone è infatti quella sul perché lo stiamo cercando.
Si tratta di una domanda fondamentale per chi ha intrapreso un cammino spirituale. A un certo punto siamo messi davanti alle nostre motivazioni: cerco un Dio che risponda ai miei bisogni? Cerco un Dio che possa risolvere i miei problemi? Molte volte infatti i nostri bisogni, spesso inconfessati e occultati, prevalgono sul desiderio di una relazione vera con il Signore. Forse anche noi stiamo cercando il pane, indipendentemente dal fatto che quel pane è la via per stare con Gesù.
Il pane, il dono, quello che riempie la mia vita, mi porta a Dio solo se comprendo che il cibo non è una conquista. Il pane è un dono, lo si riceve. Il pane non è né una pretesa, né un furto. Solo chi si mette nella vita con questo atteggiamento di accoglienza, vede nel pane un segno della bontà di Dio. Anche Israele nel deserto non conquista il pane. Quando il pane non c’è, suscitando il lamento, Israele farà l’esperienza di ricevere la manna dal cielo. È un cibo che Israele non gestisce e non controlla, proprio perché è un dono. A maggior ragione possiamo lasciarci abitare da Dio che per mezzo del Figlio viene in noi per darci la vita.
Un Dio "Utile" o Essenziale?
Gesù chiede: «voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani…». Cosa spinge a ‘cercare Dio’? Forse il desiderio che ci garantisca il ‘pane’, un po’ di salute, magari una sicurezza lavorativa, il benessere famigliare? Abbiamo ridotto il cristianesimo ad un ‘self service’ religioso, dove ciascuno può trovare ciò che desidera, dai miracoli in qualche improbabile santuario mariano, a madonne in grado di ‘sciogliere i nodi’ della propria vita sgangherata, a polizze assicurative sulla salute, a santoni capaci di far miracoli.
Dio però non mi sta dinanzi come un dispensatore di grazie, doni e miracoli, ma ‘dentro’; non sta fuori di me, ma è parte di me. Per questo la vita spirituale è infinitamente più grande e alta della vita religiosa; quest’ultima vive di prestazioni per un compenso, la vita spirituale è esperienza di un’unione nell’amore, da cui scaturisce lo stile di vita.
- «Tu pretendi di cercare Dio; in verità fai di Dio una candela, con la quale cerchi qualcos’altro, e quando l’hai trovato, getti via la candela. Tu abbassi Dio al ruolo di una vacca da latte, che l’uomo custodisce per il proprio profitto, per il latte e il formaggio. Tu fai come quelli che, quando loro va bene, lodano Dio e confidano in lui, come alcuni che dicono: ho dieci moggi di grano e altrettanto abbondante vino quest’anno, confido saldamente in Dio! Davvero hai grande fede dico io, ma nel grano e nel vino. Tu mercanteggi con il tuo Dio, dai e fai perché ti restituisca il centuplo, ma questo dare è piuttosto da chiamarsi un chiedere. Finché operi le tue opere per moventi esteriori, per il regno dei cieli, o per Dio, o per la tua beatitudine, non ti comporti rettamente. “Dio allevia molte pene, non ci fosse bisognerebbe inventarlo”.»
Ognuno risponda nel segreto del proprio cuore; personalmente ci si convince sempre più che un Dio utile è semplicemente inutile. Il grande pastore luterano, Dietrich Bonhoeffer scrive: «Io vorrei parlare di Dio non ai confini, ma al centro; come parlare di cristianesimo al margine di ogni linguaggio religioso? Come parlare di Dio senza religione?». Per il teologo tedesco le religioni e i loro apologeti hanno trasformato Dio in un “tappabuchi”, in un ‘deus ex machina’, come quelle divinità che apparivano sulla scena del teatro greco mediante un apposito meccanismo e intervenivano per risolvere una situazione difficile.
Bonhoeffer afferma: «Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo (…), ma significa essere uomini. Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto religioso con un essere, il più alto, il più potente, il migliore che si possa pensare - questa non è autentica trascendenza - bensì una nuova vita nell’“esserci per gli altri”, nel partecipare all’essere di Gesù. Il trascendente non è l’impegno infinito, irraggiungibile, ma il prossimo che è dato di volta in volta che è raggiungibile».
Il Padre e il Figlio si uniscono nella nostra anima - Commento al vangelo - 30.4.2020 - Gv 6,44-51
Il Discorso sul Pane di Vita a Cafarnao
Inizia con questa domenica il grande discorso sul pane di vita a Cafarnao, che ci accompagnerà per varie domeniche. È un discorso ampio e articolato. In questa prima parte domina chiaramente il tema della fede: «Questa è l’opera di dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29).
La risposta di Gesù pone subito al centro la questione decisiva: la ricerca della folla si basa su un profondo equivoco, e denota soprattutto l’incapacità di ‘vedere i segni’, fermandosi alla semplice fruizione del pane. ‘Vedere i segni’ nel vangelo di Giovanni ha il significato di afferrare il senso divino degli atti di Gesù, è la capacità di andare oltre, evitando di fermarsi all’involucro. I presenti si sono saziati, ma non hanno capito. È l’equivoco di sempre: l’uomo cerca Dio perché in fondo pensa che sarà una facile assicurazione sulla vita. Occorre fare un salto di qualità.
È la folla ora che chiede a Gesù un ‘segno’ che giustifichi la sua pretesa di essere l’inviato di Dio. La prima lettura di questa domenica, tratta dal libro dell’Esodo (Es 16, 2-4. 12-15), si collega indubbiamente al vangelo. Il riferimento è alla manna e alle quaglie, ma anche alla figura di Mosè. L’autore sacro scrive che la liberazione dall’Egitto è stata grandiosa, ma il viaggio nel deserto si fa difficile e gli Ebrei si lamentano con Mosè e Aronne, che chiedono pane e carne.
Manna e Quaglie: Segni della Protezione Divina
Secondo alcuni biblisti, quaglie e manna potrebbero essere fenomeni naturali, essendo presenti ancora al giorno d’oggi. Le quaglie emigrano a stormi fra l’Africa, l’Arabia e i paesi del Mediterraneo e sostano anche nella penisola del Sinai. Quanto alla manna, sarebbe la secrezione biancastra di un arbusto che cresce nel deserto del Sinai, la Tamarix mannifera. Dio avrebbe dunque nutrito il suo popolo, affermano i biblisti, facendogli trovare questi alimenti lungo il cammino; divennero il segno della sua protezione e del suo amore.
Ebbene, nel vangelo abbiamo ascoltato che la folla va in cerca di Gesù. Lo cercano perché hanno mangiato e si sono saziati. Sono semplicemente curiosi e soprattutto interessati al pane materiale, al miracolo sensazionale. Non vanno oltre nei significati possibili del clamoroso prodigio a cui hanno assistito e partecipato. Sono perfino disposti a riconoscere che Gesù è l’atteso Messia e a farlo re, perché scuota il giogo del dominio straniero e risolva i loro problemi.
Il dialogo tra Gesù e la folla comincia con una domanda: «Rabbì, quando sei venuto qua?». A questa domanda Gesù risponde: «voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà».
La folla ancora una volta non pare capire e domanda: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù, annota l’evangelista, risponde: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato», ossia: «dovete credere che io sono il pane che discende dal cielo, mandato dal Padre e che dà la vita al mondo».

Gesù: Il Vero Pane dal Cielo
Ma alla folla non basta il miracolo grandioso compiuto da Gesù, e chiede nuovi segni per poter credere, segni più convincenti: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».
A questo punto, scrive Giovanni, Gesù dice: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Queste parole di Gesù significano che «lui è la manna che aspettavano». Tra gli Ebrei, infatti, vi era una credenza secondo la quale il Messia sarebbe venuto in una festa di Pasqua e allora sarebbe cominciata a cadere la manna dal cielo. Dunque Gesù precisa che non è stato Mosè a dare agli esiliati il pane del cielo, perché Mosè stesso se ne è cibato, come gli altri. È stato il Signore a dare la manna.
Da questo brano evangelico ne traiamo la seguente conclusione: noi cerchiamo la potenza di Dio ma non la vita di Dio. Non ogni ricerca di Dio, porta a Dio. A volte dietro il nome di Dio, si nasconde vergognosamente il nostro orgoglio, il nostro egoismo, la nostra meschinità. Spesso chiamiamo fede, ciò che fede non è. Spesso chiamiamo religione, ciò che è l’esatto contrario della religione. Inoltre, questa pericope, ci vuol far capire che non basta il pane per sfamare l’uomo: ci vuole un altro cibo. In poche parole, l’uomo non può sfamarsi con il solo benessere.
Nutrirsi certamente ha la sua importanza. E Gesù lo ha ben dimostrato facendo il miracolo. Ma il suo non è stato soltanto un gesto di umanità, ma vuole far comprendere a coloro che avevano chiesto: «Signore, dacci sempre questo pane», che lui è il vero pane della vita: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Ebbene, Gesù si rivela come colui che è in grado di saziare la fame e spegnere la sete di ogni uomo. Dio ci dà il pane, cioè il necessario per vivere, e spesso anche di più, ma noi gli chiediamo altro, e ci comportiamo come bambini capricciosi che non vengono ascoltati nelle loro richieste, anche le più banali e inutili. A noi interessa il conto in banca, una bella casa, un piatto assicurato e la salute… ma spesso, troppo spesso, non ci interessa Dio!
Ma quante volte il Signore ha calmato le tempeste della nostra vita, ci ha guariti, ci ha consolati, ci ha colmato di doni! Preghiamo il Signore perché aumenti la nostra fede, aumenti il nostro abbandono in lui, aumenti la gratitudine per quanto egli fa per noi, e ci aiuti ad amarlo «con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza» (cf Mc 12,30).