Asterio di Amasea fu un vescovo e scrittore ecclesiastico di notevole importanza nell'antica Chiesa, le cui omelie offrono uno spaccato prezioso sulla vita cristiana del suo tempo. La sua figura è indissolubilmente legata alla città di Amasea, di cui fu vescovo e dove svolse gran parte della sua attività pastorale e letteraria.

Amasea: Contesto Geografico e Storico
Amasea, oggi conosciuta come Amasya, sorge nella vallata del fiume Yeşilırmak ed è pigramente distesa attorno a una superba fortezza. Questa città fu capitale del regno del Ponto nel periodo ellenistico, e con il suo re Mitridate, per lungo tempo tenne testa persino alla grande Roma. Tuttavia, di quello splendido periodo rimangono oggi solo alcune tombe ellenistiche. Fondata in epoca anteriore alla conquista dell’Asia Minore da parte di Alessandro Magno, Amasea acquistò rinomanza e splendore sotto la famiglia dei Mitridati, che qui risiedettero sino al 183 a.C.
Una tradizione tardiva fa risalire l’evangelizzazione della città agli apostoli Andrea e Pietro, i quali vi avrebbero insediato come primo vescovo Niceto. Passata in mano ai Romani dopo la disfatta di Mitridate, Amasea divenne metropoli civile e, in seguito, anche religiosa del Ponto Galatico. Quando, alla metà del II secolo, la precedenza politica passò a Neocesarea, Amasea mantenne il titolo di metropoli e continuò a chiamarsi "Città prima del Ponto". Questa città diede i natali al celebre storico e geografo Strabone (64/63 a.C. - dopo il 23 d.C.), il quale la descrisse così:
«La mia patria (Amasea) è situata in una valle profonda e grande, per la quale scorre il fiume Iri. Essa è mirabile così per l’arte che v’adoperarono gli uomini, come per quello che vi fece la natura: e può anche servire come un castello; perocché è una roccia alta e scoscesa che cade a picco sul fiume stesso, lungo il quale la città è fabbricata; dall’altra risale a manca e a destra fino a due sommità, che sono uguali fra loro e perfettamente munite di torri. In quel cerchio di mura si comprendono la reggia e le tombe dei re. Le due sommità poi hanno una gola angustissima, di cinque o sei stadii d’altezza, che va alla sponda del fiume o ai sobborghi della città. Da quelle gole fino alla sommità già dette, resta ancora per lo spazio di circa uno stadio una salita difficile, e non superabile da nessuna forza. L’acqua si conduce alla città per mezzo di due canali scavati nella roccia, l’uno dei quali finisce al fiume, l’altro alla gola predetta. Il fiume è attraversato da due ponti: l’uno dalla città nel sobborgo, l’altro dal sobborgo ai luoghi circonvicini: e a questo ponte finisce la montagna ond’è signoreggiata quella roccia.» (Strabone di Amasea, Geografia, trad. di F. Ambrosoli)

La Chiesa di Amasea e i suoi Vescovi
In rapporto al cristianesimo, se si eccettua la notizia dello scrittore pagano Luciano - peraltro generica - secondo la quale verso il 170 tutto il paese (il Ponto) è pieno di atei e di cristiani (Alexand. XXXVIII), siamo informati per certo che nella prima metà del III secolo la Chiesa di Amasea ebbe a capo Faidimo, il quale elesse a vescovo di Neocesarea Gregorio il Taumaturgo, discepolo di Origene. La successione dei vescovi di Amasea continua con Atenodoro e Basilio, sotto il quale scoppiò la persecuzione di Diocleziano (303 d.C.). Qualche anno più tardi, sotto l’impero di Galerio (305-312), in città venne martirizzato un giovane soldato di nome Teodoro. La stessa sorte toccò in seguito anche al vescovo Basilio.
La Figura di Asterio di Amasea
In epoca tardiva, presumibilmente intorno al 400, a capo della comunità cristiana di Amasea troviamo Asterio, il cui episcopato è datato tra il 378/395 e il 400/431. Vescovo di questa città (nel Ponto), successe ad Eulalio che, cacciato da Amasea per opera degli ariani, vi ritornò dopo la morte di Valente (9 agosto 378). Asterio si formò culturalmente ad Antiochia sotto la guida di uno schiavo scita. Al dire di Fozio (Quaest. Amphil., 312), pervenne a un'estrema vecchiaia. Il suo successore fu Palladio, che prese parte al concilio di Efeso (431). Possiamo ritenere come approssimative date estreme della sua vita il 330 e il 410.
Qualche anno più tardi, nella storia della Chiesa di Amasea, emerge la figura di Eutichio, ieromonaco e archimandrita, designato dall’imperatore Giustiniano come patriarca di Costantinopoli (552). In quanto tale egli presiedette al V concilio ecumenico (II di Costantinopoli). Deposto dallo stesso imperatore, si ritirò in esilio nel suo antico monastero di Amasea (565). Richiamato qualche anno dopo a occupare la sede patriarcale di Costantinopoli, morì in questa città nel 582. Ancora nel VII secolo Amasea mantenne la sua importanza di Chiesa metropolitana con sei Chiese suffraganee, ma anche il suo destino seguì le sorti dell’impero bizantino. Inglobata nel regno di Trebisonda (XIII sec.), non perse la sua influenza che in periodo assai tardivo.
Le Omelie di Asterio e il Loro Contenuto
Di questo vescovo ci sono conservate almeno 18 omelie di notevole interesse per la ricostruzione della vita cristiana del tempo in Amasea. Asterio è riconosciuto come scrittore forbito, senza troppi fiori retorici, e le sue omelie possono ben stare accanto a quelle di Giovanni Crisostomo e di Basilio.
Edizioni e Attribuzioni
- Di esse, cinque furono pubblicate per la prima volta sul cod. Vat. gr. 388, da Giovanni Brant (Anversa 1615), con una traduzione latina di Filippo Rubens.
- Altre sette, con traduzioni latine e note, furono pubblicate dal Combefis (Parigi 1648).
- Sette omelie sui Salmi V, VI e VIII furono pubblicate dal Cotelier (in Eccl. Gr. monum., II, Parigi 1681, 1-81).
- Fozio ricorda altre omelie di Asterio, una delle quali (In Iairum et mulierem haemorrhoissam) è menzionata anche da Niceforo costantinopolitano.
- Di altri scritti genuini non abbiamo memoria. Varî frammenti sotto il nome di Asterio compaiono qua e là nelle Catenae (cfr. A. Mai, Scriptor. veter. nova coll., IX, Roma 1837, pp. 669 segg.).
- L'edizione completa delle omelie (salvo i frammenti) è in Patrol. Graeca, XL, coll.
Temi Ricorrenti e Insegnamenti
Le omelie di Asterio riflettono una profonda spiritualità e un'attenta guida pastorale. Un esempio significativo si trova nell'Omelia 13 (PG 40, 355-358):
«Poiché il modello, ad immagine del quale siete stati fatti, è Dio, procurate di imitare il suo esempio. Siete cristiani, e col vostro stesso nome dichiarate la vostra dignità umana, perciò siate imitatori dell’amore di Cristo che si fece uomo. Considerate le ricchezze della sua bontà. Egli, quando stava per venire tra gli uomini mediante l’incamazione, mandò avanti Giovanni, araldo e maestro di penitenza e, prima di Giovanni, tutti i profeti, perché insegnassero agli uomini a ravvedersi, a ritornare sulla via giusta e a convertirsi a una vita migliore. Poco dopo, quando venne egli stesso, proclamò di persona e con la propria bocca: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (Mt 11, 28). Perciò a coloro che ascoltarono la sua parola, concesse un pronto perdono dei peccati e li liberò da quanto li angustiava. Il Verbo li santificò, lo Spirito li rese saldi, l’uomo vecchio venne sepolto nell’acqua, e fu generato l’uomo nuovo, che fiorì nella grazia. Dopo che cosa seguì? Colui che era stato nemico diventò amico, l’estraneo diventò figlio, l’empio diventò santo e pio. Imitiamo l’esempio che ci ha dato il Signore, il buon Pastore.»
Asterio invita i fedeli a contemplare i Vangeli e ad ammirare il modello di premura e di bontà in essi rispecchiato, cercando di assimilarlo. Nelle parabole e nelle similitudini, come quella del pastore che ha cento pecore e ne cerca una smarrita, egli rivela grandi realtà sacre. Spiega che quella pecora non è affatto una pecora, né quel pastore un pastore, ma significano altra cosa. Ci ammoniscono, infatti, che non è giusto considerare gli uomini come dannati e senza speranza, e che non dobbiamo trascurare coloro che si trovano nei pericoli, né essere pigri nel portare loro il nostro aiuto, ma che è nostro dovere ricondurre sulla retta via coloro che da essa si sono allontanati e che si sono smarriti.
Un altro esempio delle sue allegorie si trova nel paragone dell'altare con un torchio, un'immagine che richiama la simbologia della vite e del vino nel contesto liturgico e mistico: «La vite è stata vendemmiata e l’altare, come un torchio, è stato riempito di grappoli.»
L'Omelia su Santa Eufemia: Arte e Fede
Tra le omelie più celebri di Asterio vi è la Enarratio in martyrium praeclarissimae martyris Euphemiae (Omelia V), che, più che un'omelia tradizionale, è una descrizione di una pittura rappresentante il martirio di Santa Eufemia (sotto Diocleziano). Questa è un'esercitazione retorica assai importante ed è ricordata come genuina, e poi anche riportata per intero, negli atti del secondo concilio di Nicea (del 787: in Mansi, SS. Concil. coll., XIII, pp. 16-17 e 308 segg.).
Non tutti i critici concordano nell’identificare l’Eufemia descritta da Asterio con Eufemia di Calcedonia, in quanto le numerose successive recensioni degli Acta e delle Passiones della martire Calcedonense si discostano molto nelle loro narrazioni dall’omelia di Asterio. Della martire amasena, tuttavia, non abbiamo altra memoria che l’omelia di Asterio.
Restauro di S. Eufemia. Il salvataggio fase per fase.
Racconto dell'Omelia XI di Asterio (A.D.S. 307)
Asterio stesso, nella sua Omelia XI, descrive il martirio dell’illustrissima martire sant’Eufemia attraverso la sua esperienza di osservazione di un'opera d'arte:
La Visione del Dipinto
«Non ha gran tempo, ascoltanti, che io aveva in mano l’opere di Demostene, che vale a dire d’un oratore eccellentissimo, come sapete, sopra tutti gli altri, e leggeva quell’orazione, in cui egli con forti, e pungenti entimemi gagliardamente confuta Eschine suo emolo. Aveva già letto con attenzione, e per tempo notabile questa orazione, e mi sentiva affaticato e stanco della mente, e aveva bisogno di qualche onesto sollievo, e passeggio a ristoro dello spirito. Uscito di casa, e date alcune volte passeggiando per la piazza cogli amici, mossi di là al tempio del Signore per farvi con quiete orazione. Finita la mia orazione passai per uno de’ portici di quel tempio, e mi venne veduta una certa dipintura, la quale mi sorprese; e fermatomi a riguardarla, e considerarla, mi parve sempre più bella, e eccellente. Divisava meco stesso, che quella sarebbesi potuto dire esser opera di Eufranore, o di qualche altro solennissimo pittore del valore di quelli, i quali per la loro somma perizia, e materia nel dipingere avevano ne’ tempi preteriti inalzata la pittura all’ultima eminenza, e perfezione: e pareva, che non ritrattassero nelle loro tavole la sola apparenza superficiale delle cose, ma che vi collocassero in realtà le cose medesime, che vi dipingevano.»
La Storia della Martire Eufemia
La pittura rappresentava una donzella vergine illibatissima, di nome Eufemia, che consacrò a Dio la sua verginità. Avvenne che il tiranno mosse una fiera persecuzione contro le persone pie, cioè contro i cristiani. E Eufemia, che molto coraggiosa era e fedele a Gesù Cristo, per la gloria del suo nome non temé di esporsi alla morte e sostenerla. I suoi cittadini, coloro che nella sua patria ebbero con lei comune la fede cristiana, per onore e reverenza della quale Eufemia era morta, l’ammirarono sempre e venerarono come un insigne prodigio della cristiana fortezza e santità.
Poco lungi dal tempio fecero a lei un decoroso sepolcro e sopra vi fabricarono un oratorio, dove tutti potessero accorrere per onorarla. Ogni anno, nel dì solenne della sua memoria, vi si fa una devota congrega di tutto il popolo, che con inni e cantici spirituali, e con altri uffici della cristiana religione festeggia e celebra il giorno anniversario del suo combattimento e della sua vittoria. Quivi di più i sacri ministri del Signore e gli interpreti fedeli dei divini arcani predicano ai circostanti i meriti della martire, onde sempre viva e conta si conservi in tutti l’onorata memoria di lei, e principalmente con avveduta cura si studiano di dichiarare e commendare le sue virtù, l’invitta fortezza e il fervoroso amor suo a Gesù Cristo, onde lieta consumò il martirio; e procaccino di tutti infiammare a una grande stima e a una imitazione ferma e costante di lei.

La Descrizione Pittorica
Oltre a tutto questo, un valorosissimo dipintore disegnò e ritrasse in nobil tela tutta la storia dei suoi patimenti e del suo martirio, e poi l’appese e consacrò a monumento pregevolissimo in tutti i secoli avvenire al sepolcro della martire, affinché chiunque là concorresse potesse vedere e quasi leggere distintamente tutti gli atti delle divine sue virtù. Questa pittura, che è al naturale e che in ogni parte di sé è bellissima, è ritratta nella maniera che Asterio descrive:
«Vi si vede il giudice, che sedutosi sopra d’un alto soglio con viso sdegnato, e con severo sopraciglio riguarda in giù la vergine biecamente: e la mano del pittore fu sì eccellente, e felice, che in quella morta tela, e con morti colori ha saputo al vivo effigiare lo sdegno nel volto del tiranno sì e per tal modo, che chiunque riguarda quel volto vi vede, e vi legge lo sdegno del cuore. Intorno al giudice vi sono i magistrati, i soldati, gli sgherri, e gli altri consueti ministri d’un pubblico tribunale. Vi si veggono i pubblici notaj, che hanno quale in mano, quale davanti nel tavoliere e tavolette, e stili per scrivere, e altrettali arnesi, che all’opera loro bisognano. Uno di questi notaj o scrittori tiene in mano lo stile in atto di scrivere, e guarda la vergine fisamente, e verso di lei si stende colla faccia, e par che le dica sensibilmente, che risponda più forte, perché egli non bene intende le sue parole; e potrebbe errare nello scrivere le risposte di lei, registrandole altramente da quelle, che essa dà. In faccia a costoro si sta in piedi la vergine Eufemia; è vestita di nero, e coperta col pallio filosofico a dinotare, che ella professava la filosofia, ma la filosofia celeste e divina. Le fattezze, e tutto il volto della vergi...»
Questa dettagliata descrizione di un'opera d'arte funeraria è un esempio unico dell'abilità retorica di Asterio e della sua capacità di combinare l'eloquenza con la devozione, fornendo al contempo un'importante testimonianza delle pratiche culturali e religiose del suo tempo.